La vita è verità

Luglio2017

Cinque giorni fa ho detto che nella vita ci sono due grandi “P”.
Preziosa.
Precaria.
Ora ne aggiungo un’altra, di “P”.
Paradossale.
Posso – quindi devo – arrivare alla quarta “P” fondamentale nella mia esistenza: “Paola”.
La morte improvvisa della mia amica mi ha fatto arrivare a questo: la vita è preziosa perchè precaria. Spesso paradossale, tutto sembra un grande arcano ma – a guardarlo bene – è proprio quando ci sentiamo appesi a un filo che dobbiamo trovare la forza di guardare le cose diversamente.
La ricerca del senso della vita va condotta dentro di noi. Ed ecco che arrivo a Paola, la mia quarta lettera “P”.
Ho il dovere di dire con onestà le cose che penso, anche per questo – in molti – mi apprezzano. Non ho energie da spendere inutilmente, nel tentativo vano di convincere un altro di come sono o di come non sono. Che mi veda come vuole, ha il diritto di vedermi anche come il diavolo in persona e di evitarmi, è padrone del suo libero arbitrio.
Però non mi deve nuocere, non ha questo diritto.
Se decide che io sono una persona da evitare, mi deve evitare, e basta. Deve dirmi “Io non mi rapporto bene con te per questo e quest’altro”, ne prendo atto, saluto cordialmente e amici più di prima.
Non è che io debba arrivare a leggere nel pensiero e nei comportamenti – spendendo tempo dunque vita preziosa – ascoltando i giudizi di un individuo che mi attribuisce torti asseconda di quelle che sono le sue convenienze.
Non se è stato “parzialmente sincero”, non se è stato disonesto intellettualmente perchè – sia chiaro – accetto consigli o insegnamenti solo da chi è migliore di me.
A farmi etichettare malamente (da chi mi dovrebbe solo ringraziare per essere stata più onesta di lui?) non ci sto.
E – mi sembra sia giusto e lecito – io abbia il diritto di arrabbiarmi là dove si è offesa la mia intelligenza.
Questa dell’indignazione è la reazione più umana di chiunque scopra un affronto morale.
Ma, considerando come io non intenda campare male (dando liceità di ferirmi a chi è più scorretto di me) smetto anche di arrabbiarmi. Chiudo in credito, perchè sono in credito di verità.
Non si può condividere un ragionamento, anche minimo, con qualsiasi persona avvezza ad alzare muraglie: inutile dispendio di buona fede; ormai – le prove di cui dispongo a livello logico – sono schiaccianti.
Per non dire di quelle pratiche, inconfutabili.
Prove che mi sono procurata da sola, fingendo il nulla, come non avessi visto; invece ho visto, capito e atteso al varco.
Mi si è chiesto scusa per alcuni modi, si è fatto ricorso a giustificazioni umane, a un momento difficile.
Così – data la mia proverbiale bontà d’animo – mi sono detta di provarci.
La mia convinzione è che le scuse siano utili più a chi le concede che a chi le chiede.
Se chiedo scusa e m’impegno a non reiterare sono onesto.
Se chiedo scusa e non m’impegno affatto sono solo uno che punta a uscirne pulito: no – questo gioco – è misero.
Ho osservato e – dopo aver concesso – l’ennesima riprova:
concedere è un gesto di forza e non di debolezza.
Per-dono significa, nella mia scala di valori, ti concedo per dono, ti regalo la possibilità di dimostrarmi cosa sei realmente.
Ecco come mai dico che – se non ti scuso più – ho ragione.
Tu non hai che da fare mea culpa per esserti accostato a me con una verità scremata, certo, ma io sono talmente oltre, ormai, da percepirti come il falsario di te stesso.
Qualsiasi altro nanosecondo della mia vita è uno sperpero, di cui non mi voglio e non ti voglio più permettere il lusso.
Con dispiacere è a questo che sono giunta, ragionando.
E – a chi mi domandasse l’ovvio, perchè ci ho messo tanto – rispondo con altre due “P”.
Per Paola!
Perchè Paola, quando raramente gira le spalle e i tacchi, lo fa sempre in pace con il mondo e dicendo a se stessa “Bene, tu sei stata sincera, l’altra persona era chiaramente in malafede.”
Mi fa ridere pensare che qualcuno supponga di avermi apposto l’etichetta di sbagliata: mi fa ridere dal momento in cui non immagina neanche dove io sia arrivata, per chi e perchè.
La spiegazione? Due “P”: per Paola.
Per continuare a dirmi che sono in grado di confrontarmi e di mostrarmi de visu, senza nascondere l’ovvio, che nascondere le dita sporche di cioccolato – io – lo facevo solo ai tempi dell’asilo.

La “p” di prevedibile, a quasi mezzo secolo, non la contemplo: la respingo fortemente al mittente con la “m” di miseria.

Transitare in questa vita – senza la verità necessaria – toglie ogni dignità a chi si ostina nel vendere fumo a tutti.

La morte della mia amica Antonietta, come già non lo sapessi, mi ha sbattuto in faccia altri pezzetti di una verità tanto agognata quanto implacabile. Non posso perchè non è ciò che voglio e, ogni cosa vissuta come una costrizione, scatena reazioni di rifiuto.

Figurarsi se accetto la responsabilità non mia d’essere quella sbagliata: andate a vergognarvi con coloro che non sanno regalarvi altro che plausi e consensi.

Gente che non ha capito quanto siate piccolini. Ipocriti a noleggio di click. Pedine che muovete abilmente, per mostrarvi migliori di come siete. Per continuare la mattanza d’anime con cui vi state nutrendo attraverso strascico e cianciola amplificati dalla rete.

“Eppure resta che qualcosa è accaduto, forse un niente
che è tutto”.

[ Eugenio Montale – da “Satura” ]

 

Pubblicato da Paola Cingolani

Paola Cingolani

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