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Io questa sensazione la riconosco: è una morsa che mi chiude
la bocca dello stomaco. Succede (almeno a me capita così) se
cerco di farmi piacere un comportamento che m’opprime.

Quando me ne accorsi, quattro anni fa, chiusi ogni contatto
con quella persona e ne cancellai tutte le tracce. Feci ricorso
alla dimenticanza così tornai ad essere libera.
Ripresi a dire tutto quello che pensavo e abbandonai ogni
terrore d’essere male interpretata.
Nessuno più mi costringeva, nessuno più mi alzava i toni e,
soprattutto, nessuno più mi ordinava niente.
Avevo lo stomaco indurito e mi faceva male, come oggi mi fa
malissimo la stessa muscolatura sullo sterno. Identica situazione.

Non è un’impressione (non sono una visionaria) ma un grande
dolore fisico: la conseguente somatizzazione di un forte fastidio
morale, di un dissidio interiore che io sono perfettamente certa
e consapevole di non meritare.

Dunque, collateralmente alla boccetta di gocce, farò di più e, per
portarmi a questo, v’assicuro che ce ne vuole.
Ma – la mente ha i suoi anticorpi – quando capitò quattro anni fa
lo capii a rilento.
Stavolta no, ho subito identificato persino qual’è il coltello.
Bene, se le esperienze insegnano, da oggi posso solo andare lontano.
E, a dire questo, ci ho impiegato poco. Relativamente poco ma, per
lo stesso coltello, ci impiego persino meno quest’anno: e sono alla
terza volta in quattro anni.
Qual’è il vantaggio? Avevo già eluso dal mio quotidiano quella lama.
La avevo identificata in tempo utile e fatta fuori, così come è corretto
si faccia con le presenze tossiche che si incrociano. Perché, nostro
malgrado, si può inciampare in figure negative ma non si deve lasciare
che ci condizionino la vita. Mai.

 

 

 

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Siediti e osserva il molo
una sera _al tramonto_
vedrai sartie dondolare
e vecchie reti penzolare
_i sugheri a sciabordare
suoneranno la musica_
mentre vecchi parabordi
daranno un ritmo lento.
Anelare all’universale è
venirsi incontro _onde_
oltrepassare come i venti
quelle improbabili e mute
cartografie del silenzio
dando voce _ moto e vita
agli elementi tutti_ salpare
da fermi con l’anima libera.
E i sogni veleggiano lievi
_non esistono tempeste_
l’orizzonte espande i mari
raggiungendo ogni porto.
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fatabig

Il narcisismo, un virus in continua espansione, è subdolo e può ferire.
Però, nonostante si nasconda dietro una impeccabile facciata, lo si svela
(in alcuni casi anche con facilità estrema).

Una volta identificata la personalità narcisistica, la sola cosa da fare è prenderne distanza e non alimentarne l’Ego: è già smisuratamente gonfio di suo.

Può sembrare strano ma – ogni tanto – imbattersi con soggetti simili è utilissimo per mettersi alla prova e dimostrare a se stessi di saper compiere le scelte giuste.

Ridotto il discorso ai minimi termini, anche le figure negative – nelle quali incappiamo,
nostro malgrado, durante la quotidianità – hanno la loro importanza.
Grazie a costoro apprezziamo di più quelle positive e rivalutiamo quelle che ci sono accanto le quali, magari, non avevamo analizzato correttamente.

Spesso si giudica superficialmente, anche senza volerlo, per enne ed uno mila ragioni. Trovo sia importante, ogni tanto,  incrociare una persona misera per poi
– subito – riconoscerne i limiti.
Aiuta a ricordare come non vorremmo essere mai.
Aiuta a capire bene come non dobbiamo diventare.

Spesse volte c’è più della componente narcisistica: c’è masochismo, c’è sadismo, c’è compulsione a reiterare, c’è la sindrome di Pinocchio (ma Pinocchio esiste solo fino a quando esiste anche la fata turchina di turno) e potremmo continuare.
Cerchiamo di non essere fatine ma donne se vogliamo evitare i burattini e considerare gli uomini: vale per qualsiasi relazione umana.

Pessimi individui – tutti, maschi o femmine che siano – i narcisisti.
Non miglioreranno e, se non li facciamo più sentire centrali, non serviamo, non abbiamo ragione d’esistere ulteriormente: siamo cancellati. Inutile insistere e resistere.
Guarderanno altrove e qualcuno sarà disposto a prestare loro l’ascolto che pretendono.
Fino a quando – ovviamente – verranno ad essere ancora smascherati e tutto ricomincerà con la stessa perfidia, alla disperata ricerca di consensi da approvvigionare.

Chissà cosa hanno vissuto per ridursi così? Di sicuro hanno un vuoto interiore da colmare, una ferita antica, qualcosa che li addolora sin dall’infanzia ma non lo ammetteranno mai o non staremmo a parlare di tali disturbi della personalità.
Ad ogni buon conto, problemi loro, noi non siamo neuropsichiatri e neanche siamo la Caritas, quindi non sposiamo inutili guai e – per quanto ci possa dispiacere – lasciamoli seguire la loro via.
Scegliamo di auto tutelarci.

“Credo che la vita sia tanto preziosa quanto precaria: cerco di tenere a mente queste due “P” e di non sprecarla.”
(Paola Cingolani)

“È dolce o amara? – È amara, ma ti farà bene. – Se è amara, non la voglio. – Da’ retta a me: bevila. – A me l’amaro non mi piace. – Bevila: e quando l’avrai bevuta, ti darò una pallina di zucchero, per rifarti la bocca. – Dov’è la pallina di zucchero? – Eccola qui – disse la Fata, tirandola fuori da una zuccheriera d’oro. – Prima voglio la pallina di zucchero, e poi beverò quell’acquaccia amara. – Me lo prometti? – Sì […] La Fata gli dette la pallina, e Pinocchio, dopo averla sgranocchiata e ingoiata in un attimo, disse leccandosi i labbri: – Bella cosa se anche lo zucchero fosse una medicina! Mi purgherei tutti i giorni. – Ora mantieni la promessa e bevi queste poche gocciole d’acqua, che ti renderanno la salute. Pinocchio prese di mala voglia il bicchiere in mano e vi ficcò dentro la punta del naso: poi se l’accostò alla bocca: poi tornò a ficcarci la punta del naso: finalmente disse: – È troppo amara! troppo amara! Io non la posso bere. – Come fai a dirlo, se non l’hai nemmeno assaggiata? – Me lo figuro! L’ho sentita all’odore. Voglio prima un’altra pallina di zucchero… e poi la beverò!”

(Carlo Collodi – “Pinocchio”)

 

 

 

fiori

Sai cosa c’è?

Non posso
stare a
guardarti
_ non sei.

Non posso
stare a
sentirti
_ non fiati.

Non posso
stare a
capirti
_ non vuoi.

Non posso
dirti altro
né voglio
_ non sai.

Sai cosa c’è?

C’è che vivo
c’è la luce
c’è l’addio
_ è l’oblio.

Sai cosa c’è?

Ci sono fiori
e odori
e parole
_ ci sono io.

La vera amicizia resisterebbe al tempo e al silenzio – sostengono i predicatori – che,
con quel loro gergo nazionalpopolare da canzonetta eclesiastica, beccano consensi.
No: non è così per me.
E, con tutta l’indignazione che la mia logica mi spinge ad avere, mi oppongo fortemente.
Anzi, lo dico in modo lapalissiano.
L’amicizia non è per voi. Chiamatela conoscenza: fate meglio.
Dire che l’amicizia è fatta di silenzio (e quindi dovrebbe annichilire) è un’idiozia da veri bigotti – popolani e popolari – ed è anche da frustrati.
Magari – a guardare meglio dentro al vostro Ego – ci trovate di più: ci trovate il senso di colpa che vi spinge ad autoassolvervi, dandovi la giustificazione per quegli abbandoni dei quali siete, solo e soltanto voi, i veri responsabili. 


La realtà, prima o poi, si svela: da sempre.
L’amico – e io ne ho di amici veri, anche se distanti – è colui che non si dimentica che coesistete – restando nascosto dietro a dei post insensati, agli alibi più svariati, ai silenzi che svuotano dentro – tanto per fare qualche esempio più che comprensibile.
I silenzi scavano dentro l’anima – di chi la ha, certo – ma gli amici non sono dei tarli.
Neanche sono degli acari. Bisogna fare basta con questo parassitismo fra la gente.
Si deve selezionare.
Quelli che si collocano sempre a distanza si chiamano conoscenti e, persino loro, a volte scelgono di non essere scalfiti dai vostri idiomi da sempliciotti.
Un amico è semplice: non è un sempliciotto.
Gli affetti sono raggi di sole, ci colorano la vita come l’arcobaleno dopo il temporale.

 

 

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2694

Servirebbe il porto d’armi
a sparare così come fai tu
bersagli ovunque

colpi
centri
proiettili

come essere alla guerra
senza alcuna contraerea
pietà sconosciuta

fumi
mortài
cannoni

un abile cecchino
_ a risparmiare
l’assoluto nulla _
ma s’è inceppata
arma quasi letale
quella tua pistola
_ solo per me
è ad acqua _

non mi sfiora neanche
la tua aria compressa.

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L’onestà di dire apertamente la propria idea, per me, resta la più alta forma di coraggio. E ce ne vuole tanto. Trovo sia la maniera più straordinaria di relazionarsi col mondo intero. Meglio rischiare di non piacere ai più ma, volete mettere, quanto vale l’essere apprezzati per quello che si è realmente, senza dover recitare, senza ipocrisia?
Non ha prezzo.
Potrei dire che è come giocare senza barare, vincendo o meno per doti proprie, associate ad una buona occasione ma, se si perde la partita, c’è da ammettere che si era convinti di una cosa non del tutto corretta.
Sto imparando moltissimo in questo periodo. Paradossalmente mi sto adoperando per superare alcuni miei limiti proprio là dove ho accusato colpi sferzanti.


Non è stato uno sfregio rivolto a me quello che ho ricevuto: era soltanto l’altra faccia dello stesso sbaglio che, senza accorgermi, io stessa stavo reiterando come un automatismo, di default.
“Bisogna concedere occasioni agli altri senza però sopravvalutarli, accettando i loro limiti, evitando di aspettarsi qualsivoglia risvolto: solo il tempo risponde onestamente.”


Se non avessi parlato sarei apparsa meno antipatica, è vero, ma non avrei mai imparato una grande lezione: devo ricordarmi sempre chi sono, cosa ho concluso e quanto valgo.
Tacere nel timore di inimicarmi il prossimo equivale ad una dimensione che è all’opposto di me e dalla quale mi posiziono a distanza siderale.

Non bisogna fuggire da chi ha valori nei quali riconoscersi: se necessario si dovrebbe sempre ribattere civilmente, al fine di capire e valutare – dopo – qualcosa che – prima – ci è stato ignoto. 


Chi si scopre non solo è coraggioso: svela al mondo il più grande degli arcani, se stesso, mentre impara a conoscersi.

Relazionarsi coraggiosamente è pensare e pensarsi sempre più profondamente.

 

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Quel che resta di piani mal costruiti
– di me che non mi sono risparmiata –
è solo uno dei mille e più messaggi
– belli gli attestati di stima fra noi –
ma chissà anche se veri, chissà com’è
chissà che senso ha dirci Come stai?

oggi ch’è tardi e niente c’è da salvare.

 

Quel che resta è rispetto senza affetto

tutte cose che non sono niente, anzi,

 

– Buongiorno, stai bene?

– Salve, lei come va?

 

frasi da sconosciuti emeriti, più o meno
perchè avrei voluto conservarle, sai,
in quest’altrove da cui non c’è risposta
– dove manca persino ogni domanda –

dove il non essere è veramente il tutto.

 

La soddisfazione di tornare indietro no
– quella non la potrei mai concedere –
e sarò generosa con l’universo intero
restando qui senza neanche voltarmi
– se ci pensassi conterebbe zero –

fuori dall’oblio porgendoti la spalla.

 

L’accompagnerà la schiena, d’entrambi:

questa è la cosa più triste, se mai valesse.

 

Però non conta, ce ne siamo fatti una ragione.

 

***

 

Quel che resta del nulla un anno dopo, peggio
è perdita spietata di rispetto senza affetto.

 

 

 

 

[Riveduta e completata]

Paola Cingolani

01/11/2018

bIBO

 

Un duetto e un duello
_molto poco duetto
quasi sempre duello_
tanto che a pensarci bene
quasi non me lo so spiegare
se non considerando
un sogno misto al bisogno.

 

Hai scavato una trincea
_ti sei trascinato ma
direi meglio insinuato_
tanto che a lambire piano
quasi non sei che una goccia
vai a scalfire la roccia
un segno è il tuo disegno.

 

La nostra esecuzione
è la tua trasformazione
_da una parola offerta
alla parola inferta_
in sintesi sei l’estremo
che strema e sfinisce
ma non saprà mai
la catarsi che c’è
in me che posso sempre
volare e anche volere.

 

Mai duetto solo duello
sì _io posso dirlo_
sei un po’ questo
e non sei quello.

 

29/10/2018
Paola Cingolani

L’indifferenza è un male assurdo
_troppi personalismi non aiutano
ché nell’universo tutto è connesso_
e lo leggerai anche oltre le righe
declinando bene ogni mio pensiero.

Ma se dovessi congetturare tutto
_senza avere interlocutore alcuno
mi abbatterei proprio su me stessa_
le mie idee non sarebbero che mie
resterebbero stanziali e inconfutate.

Ribattimi e smentiscimi con garbo
_arricchiscimi con sfumature nuove
ogni tonalità di immaginazione nera_
sorprendimi provando a sorprenderti
vorrei che l’infinito non mi finisse mai.

Invece sei incapace di seguirmi
_ti perdi solo all’idea di una voluta
di pensiero o di una volata libera_
così io scelgo la distanza siderale
anche non volendo ed è il tuo male.

 

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