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“Evita di calpestare i fiori profumati”

Evita di calpestare i fiori profumati

_ proprio come eviti di camminare
a piedi nudi sulle spine o sui roveti _

il loro odore si spanderebbe nell’aria

così la tua pelle potrebbe sanguinare

_ non passeggiare sull’animo dei puri
la bellezza rimane come la bruttura _

il tuo aspetto si potrebbe oscurare

la tua immagine subirebbe il danno.

Il tempo non trasforma che l’essere

considera l’importanza del presente

_ e rivelati senza troppe pregiudiziali
fino a quando ne avrai la possibilità _

non disperdere nel vuoto la tua vita

il poco che ti è dato dev’essere utile

c’è un tempo limitato per ogni cosa.

Evita di calpestare i fiori profumati

_ proprio come eviti di camminare
a piedi nudi sulle spine o sui roveti _

meglio sarebbero i carboni ardenti

se tu lo dovessi capire troppo tardi.





Paola Cingolani
10/04/2021
@lementelettriche








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“Per progredire è necessario lasciarsi tutto alle spalle” – Haruki Murakami

“La foresta non mi ispira più paura. Imparo che ha le sue regole, le sue usanze. Ora che ho smesso di aver paura, comincio a vederle, a notare le modalità con cui si ripetono, fino a farle mie. Con me non ho più niente. Né la vernice spray che fino a poco fa mi sembrava così importante, né l’accetta da poco affilata. Non porto più lo zainetto sulle spalle. Niente borraccia né viveri. Niente bussola. Ho abbandonato tutto lungo il cammino. Vorrei poter comunicare alla foresta, in modo visibile, che non ho più paura, e che per questo ho scelto di essere disarmato. O forse è un messaggio che mando a me stesso. Avanzo da solo, senza più alcun guscio, verso il centro del labirinto, pronto ad abbandonarmi al vuoto che troverò lì dentro.”

Haruki Murakami – Brano scelto da “Kafka sulla spiaggia”

Nella mia vita ho incrociato molte persone presuntuose e supponenti, ma non mi sono mai assoggettata, non mi riesce di osservare pedissequamente regole e dettami altrui. Non obbligo mai nessuno, non avanzo pretese, non annovero richieste speciali per me.
Se qualcosa deve venire, mi sento di poter dire che trovo necessaria la spontaneità.

Fra i presuntuosi colloco coloro che mi hanno corretta – mentre scrivevo di Haruki Murakami – venendo fuori, belli belli, con “Non ho letto mai ‘Sulla spiaggia’, è sicura che sia un’opera di Franz Kafka?”

E, a questo punto, si smette persino di argomentare con certi soggetti: i provocatori sono così, sardonici, supponenti e – naturalmente – maleducati oltre che ignoranti.

Con questo passo, l’autore nipponico narra una fase precisa: il ragazzo, protagonista del romanzo, si tira dietro uno zainetto nel quale infila alcuni oggetti preziosi per il suo viaggio nel mondo, vagando alla scoperta di se stesso in relazione all’universo.
Per progredire, però, è necessario lasciarsi ogni timore alle spalle. Così si addentra nella foresta privo anche del suo zaino, senza bussola, senza alcuna cartografia, affidandosi soltanto al suo istinto. Il mondo ha le sue regole, basta osservarle e non tradirsi, bisogna rispettare l’andamento naturale delle cose e – per poterci riuscire – è necessario liberarsi dalle zavorre solite. Solo a questo punto ci si sospinge verso un vuoto da colmare, incontrandolo, fronteggiandolo, senza nascondersi. Ed è così che si colma anche il vuoto della solitudine, scavando nella propria anima, da soli, con la capacità di stabilire un contatto diretto con la nostra sfera emozionale.


Non troveremo mai il nostro Sé quando non fossimo disposti a perdere le poche certezze delle quali disponiamo.





Paola Cingolani
10/04/2021
@lementelettriche

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“L’assenza di rumore diventa essenza”

FOTOGRAFIA ARCHIVIO MARIO GIACOMELLI

L’importanza del vuoto
sta nel saperlo colmare
cercando quanto serve
dentro alla nostra mente
rovistando bene a fondo
fra le pieghe dell’anima

_ si possono fare magie
sublimando dispiaceri _

dando un ordine nuovo
ai fatti e alle circostanze
reinventandosi del tutto.

Non si può solo andare
bisogna sapersi fermare
per riflettere
per rivalutare
per fare sì che l’assenza

_ di caos
di parole insane
di errori commessi
di abbracci omessi _

divenga essenza di vita.




Paola Cingolani
07/04/2021
@lementelettriche



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“Come non riderne?” – Stefano Benni

Fotografia Archivio Mario Giacomelli

Sbirciando la Treccani leggo così – empatìa s. f. [comp. del gr. ἐν «in» e -patia, per calco del ted. Einfühlung (v.)]. – In psicologia, in generale, la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato, prevalentemente senza ricorso alla comunicazione verbale. Più in partic., il termine indica quei fenomeni di partecipazione intima e di immedesimazione attraverso i quali si realizzerebbe la comprensione estetica.

Ora – va da sé – non serve ricorrere ai “neuroni specchio” e complicare le cose ma dovrebbe bastare specchiarsi in una frase che è una sorta di dogma, almeno per me. La cito, è di Stefano Benni.
“Bisogna assomigliare alle parole che si dicono. Forse non parola per parola, ma insomma ci siamo capiti.”
Da “Saltatempo”.

La partecipazione intima alla situazione emotiva di un altro individuo, immediata e senza parole, implica talmente tanta sensibilità che non può essere cosa di tutti. Pochi possono dire di riuscire ad immedesimarsi completamente nell’altro, anzi, pochissimi.

Una persona empatica è dotata di spiccata umanità, ha un animo delicato, percepisce, comprende e si immedesima.

Ora – io che, stando a ciò che ho scritto, mi dovrei immedesimare – posso oscurarti su di un social senza nemmeno aver discusso con te?
Perché sai – è facile scrivere che sono dotata di tanta umanità come persona – ma poi ti oscuro e intanto faccio un figurone, magari accumulando un numero di like consistente, perché tu non mi faresti mai una screenshot per screditarmi e – di ciò – ho la certezza, ti conosco bene.

Poi, fra un like e un retweet, tu lo vedi e scoppi a ridere: pensi subito a “Saltatempo” e alla magica frase di Stefano Benni, pensi che dovrei somigliare alle mie parole – se le dico con contezza – e pensi che anche i buffoni somigliano a me. Scrivono frasi ad effetto senza capire che agiscono esattamente al contrario.

Date retta, stringete a voi i vocaboli obsoleti, non abbandonatevi senza lume sul terreno del nuovo. Per una volta che qualcuno tace e sorride, magari, la prossima qualcun altro vi potrebbe tirare uno scherzetto. Ditele le cose che sapete, e – se volete far fuori qualcuno – ditegli anche che lo state eliminando solamente perché non vi è troppo simpatico. Essere onesti paga sempre, essere falsi non ha mai portato bene.

Paola Cingolani
06/04/2021
@lementelettriche

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Pasqua 2021 “Tempo anomalo e senza poesia” Marina I. Cvetaeva

“(…) sulla nave di Ulisse non c’era né l’eroe né il poeta. Eroe è chi ancora non legato riesce a resistere, anche senza cera nelle orecchie resta fermo, poeta è colui che anche non trattenuto dalle corde si getta in mare, anche con la cera nelle orecchie sente e cioè – di nuovo- si getta in mare. L’unica cosa incomprensibile – incapacità innata- per il poeta: le mezze misure delle corde e della cera (…)”

Marina I. Cvetaeva – Il poeta e il tempo

Siamo alla quasi Pasqua 2021, differente da quella 2020 – che avevo definito strana – poiché con noi c’è soltanto la nostra speranza, oramai assottigliata, di farcela. Lo scorso anno eravamo sigillati, ma certi che domani sarebbe stato un giorno migliore. Domani saremo sigillati, ma consapevoli che viviamo un problema oramai endemico ed esteso a livello mondiale.

Non so bene spiegare come mai, ma c’è gente strana, come me, che trova conforto nella poesia: a volte non si ha più lo stesso fluire di versi, ma ci si getta e si procede, come farebbe una corrente d’acqua.


L’acqua è uno degli elementi che dovrebbe evocare più attenzione in ognuno di noi: il suo cammino non si arresta, non si sbarra, non si ferma e – se incontra intoppi – si forma strade alternative pur di scorrere.

Un po’ come la poesia, nata dalla riflessione silente e dal pensiero costruttivo, che trova pause, parole, silenzi e metafore. Nonostante tutti e nonostante tutto.

In questa fase della nostra esistenza siamo un po’ eroi e un po’ poeti. Eroi perché siamo fermi senza cordami, poeti perché persino con le orecchie piene di cera abbiamo necessità di sentire. Vogliamo percepire e non conta se lo faremo per ammaraggi o stando sulla terra ferma. Un poeta sente le emozioni dentro, non presta attenzione né alle limitazioni, né al resto.
Possano cantare senza contare tutte le sirene del mondo, con la loro voce suadente: la poesia vagherà da sé, non ascolterà mai più niente.


Oh tu _ nel tentativo vano
di spiegare l’inspiegabile _
pretendi di saper leggere
e poi declinare il mistero.
Vorresti dare voce tua
al silenzio insondabile
e vai scarrocciando
fra le onde
prima atterraggi
dopo ammaraggi
persino ammartaggi
eppure resti là _ sperduto _
per l’universo mondo vaghi
pace non trovi allora preghi.




Paola Cingolani
03/04/2021
@lementelettriche






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“Mai rinnegare niente, specie gli errori” Oscar Wilde

“Nei primi tempi della mia prigionia, alcuni mi consigliarono di dimenticare chi io ero. Disastroso consiglio! Invece, soltanto rendendomi ragione di quel che sono ho potuto trovare un po’ di conforto. Adesso, altri mi esortano a dimenticare, quando sarò libero, d’essere mai stato in carcere. So bene che sarà fatale ugualmente. Ciò significa che io sarei senza tregua torturato da un sentimento intollerabile di sventura.
E che tutte le cose create per me come per gli altri, ovvero la bellezza del sole e della luna, il corteo delle stagioni, la musica dell’aurora e il silenzio della notte fonda, la pioggia che scroscia tra le foglie o la rugiada che inargenta i prati, tutte queste meraviglie diventerebbero opache per me, perderebbero il loro potere di guarire e di comunicare la gioia. Rammaricarsi delle esperienze fatte, vuol dire arrestare il proprio sviluppo; negarle equivale a mettere una menzogna sulle labbra della nostra vita. Sarebbe come rinnegare l’anima.”

Oscar Wilde – Brano tratto dal “De profundis”



Mai rinnegare niente di sé – specie gli errori – se sono stati l’espressione del nostro sentire più profondo.

(Nel caso di Oscar Wilde, indiscusso genio la cui attualità è un dato di fatto, io carcererei chi lo fece imprigionare per sodomia e farei altrettanto provare qualche momento di aspra pena al di lui compagno, il quale molto profitto ebbe a trarre dalla loro relazione, senza capire quanto fosse manipolato egli stesso da un genitore orco.)


Non si rinnega un amore soltanto perché non è stato ricambiato: innamorarsi è un rischio, non implica l’essere corrisposti. Ci si può innamorare di chi non si innamora di noi senza ricevere niente in cambio, non c’è e non ci deve essere nessuna pretesa, tranne il rispetto dovuto a qualsivoglia essere umano.

Ho sempre detto la verità anche in questo: non mi piaci, non provo niente che non sia stima, amicizia e non ho alcun “affetto speciale” col quale corrisponderti. Ti voglio un bene fraterno, ma non mi attrai.

Magari non posso dire di aver incrociato la stessa sincerità, anzi, se solo ci penso mi viene da ridere per l’assurdità delle menzogne raccontatemi, ma è fondamentale che io abbia capito subito – senza dirlo, per scelta ponderata – e senza lasciare che lo si capisse.

Il fatto è che – se tu mi conti una “scemeggiata” – io ho tutto il diritto di aspettare al varco per vedere fino a che punto sei capace di arrivare. Una sola cosa mi tradisce nel breve – medio periodo: mi stanco e mando tutto all’aria senza spiegare, rischiando così di addossarmi la responsabilità d’una follia che non mi riguarda. Sorrido, mi ricordo ancora tre anni orsono una gonna a campana comparsa – poi scomparsa quasi per magia – durante una vacanza: la stessa gonnellina ricomparve un mese dopo, ma io non ho mai detto d’averla vista in anteprima. Potere dell’esposizione mediatica di fenomeni quasi paranormali.

Mi sono perdonata per essermi fatta trattare così, ma la cosa importante è che ho perdonato anche chi ha creduto di potermi raccontare la frottola: per rispetto, non gli ho detto mai quanto possa essere stato patetico. Mai.

Non rinnego proprio niente: non mi costringo neppure alla rimozione del fenomeno perché oggi ho raggiunto una tale equidistanza fra la menzogna altrui e la mia integrità da stare veramente serena.
Diciamo che accetto perché sono consapevole di come, alla resa dei conti, ognuno cala le carte delle quali dispone e – sempre per dirla come fece Wilde – un vincitore non ha necessità di barare, anzi, gioca a carte scoperte. Quale che sia la mano.


Vivete sereni, è questo che conta, gli errori sono parte dell’umana natura e non vanno dimenticati, né rinnegati o rimossi. Solo così li renderemmo del tutto inutili e fini a loro stessi.





Paola Cingolani
02/04/2021
@lementelettriche



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“Augurati di non incrociare mai una persona irrisolta”

“C’erano cose che volevo dirgli. Ma sapevo che gli avrebbero fatto male. Così le seppellii e lasciai che facessero male a me.”

Jonathan Safran Foer



Nel corso della nostra esistenza, chi per un verso, chi per un altro, incappiamo nell’individuo fra i più pericolosi: l’irrisolto.

Ovviamente non è certo una fortuna, anzi, costituisce un’autentica disgrazia, credetemi.

E – quando voi cercherete di chiudere un occhio – lui/lei vi renderà completamente orbi.
E – quando tenterete una sintesi di pensieri vari – vi tratterà come mentecatti.
E – quando parlerete – vi metterà a tacere poiché non ascolterà.
E – quando starete in silenzio – tornerà a parlare volendo condurre ogni discussione.
E – quando dovesse sentire – non capirebbe i vostri concetti come da (suo) copione.
E – quando dovesse descrivervi – sarebbe gentile ma solo per piaggeria.
E – quando dovesse descrivere altri – narrerebbe di maghi o di fate che voi, al massimo, sareste piccini come gnomi gobbi ed insignificanti.

La cosa peggiore, inizialmente, è che vi coglie una sensazione di rabbia: è tutto sin troppo umano.
Celate la rabbia, fate finta di niente, vi impegnate per capire, vi chiedete anche dove sbagliate e qui – l’irrisolto – vince a mani basse.

Vince perché lui concepisce tutto come una gara: deve dimostrare un certo valore, ne ha bisogno.
Perdete perché voi non fate calcoli e non usate stratagemmi: semplicemente siete, non mostrate.

Lasciate stare le persone irrisolte emotivamente: non possono che costituire un problema da risolvere e dovreste risolverlo solamente voi, loro non ci impiegherebbero alcuna energia. Sono dei vampiri emotivi, si celano sovente dietro posizioni di riguardo a livello sociale, lavorativo, culturale ma restano privi della grammatica dei sentimenti, ne sono completamente sprovvisti.

Il guaio è loro, non vostro. Voi siete definiti, risolti, equilibrati talmente tanto da non ferire né voi stessi, né gli altri. Insistendo finite per “sopportare” e per procurarvi del male gratuito, dei pesi inutili e delle grandiose delusioni. Lasciate stare, salutate, fingete il nulla, non vi arrabbiate, non vendicatevi. Ci pensa la vita a portare il conto ad ognuno, proprio come vi porta sempre il vostro: nessuno è esentato dalle sue responsabilità e non esistono offerte speciali. Non sono mai state contemplate, c’è assoluta equità.




Paola Cingolani
01/04/2021
@lementelettriche




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“Di cos’è mai fatta la vita?” / Banana Yoshimoto

“La vita è fatta di piccole felicità insignificanti, simili a minuscoli fiori. Non è fatta solo di grandi cose, come lo studio, l’amore, i matrimoni, i funerali. Ogni giorno succedono piccole cose, tante da non riuscire a tenerle a mente né a contarle, e tra di esse si nascondono granelli di una felicità appena percepibile, che l’anima respira e grazie alle quali vive.”

Banana Yoshimoto – Incipit di “Un romanzo chiamato vita”

Chissà cosa ci aspettiamo quando pianifichiamo e ci aggrappiamo a quei maledetti calendari, a quelle agende assurde come le nostre aspettative?
Credo sia un segno di inequivocabile leggerezza umana: siamo noi a scriverci sopra e – se tutto scorre liscio – finiamo per compiere quei rituali quotidiani con la sacralità di chi attende il colpo di scena, il “Deus ex machina”, il miracolo capace di ribaltare ogni cosa e di ingigantirla.

Non pensiamo certo che un sorriso, un saluto, un messaggio, un augurio possano essere emozionanti, come lo sarebbe un fiore di campo o un raggio di luce che filtra dalle finestre.
Noi vogliamo grandi cerimonie, grandi feste, eventi irripetibili. Noi supponiamo che il nostro dolore sia maggiore di quello altrui perché ci sembra più aspro, come anche le nostre lacrime più salate.

Ma ci siamo veramente domandati che diritto abbiamo di considerarci il centro dell’universo mondo in ogni situazione?

Siamo certi di aver capito com’è che scorre la vita?

No, la felicità dovremmo considerarla un’utopia, non è raggiungibile perché non è un premio e l’esistenza non è la gara dei furbi o degli intelligenti. Esistere significa rischiare in ogni attimo per arrivare finalmente a comprendere come il buonsenso e le impercettibili sfumature – tanto infinite quanto imprevedibili – facciano la differenza netta. Per tutti.

Ho visto gente rincorrere situazioni decantate come fenomenali, rigettando aprioristicamente tutti e tutto. L’ho poi vista perdersi quei fenomeni e – in seguito – perdere anche dignità ed affidabilità. Ma, nonostante ciò, ancora non ha voluto capire.





Paola Cingolani
30/03/2021
@lementelettriche











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“Il tempo non ha più alcuna misura” Patrizia Cavalli / Paola Tornambè

FOTO I Paola Tornambè ART

Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una esplorazione, adesso
che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c’è richiamo e non c’è più ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione.



Patrizia Cavalli – “Adesso che il tempo sembra tutto mio”

Che io adori Patrizia Cavalli è cosa nota ma, ad oggi, non mi era mai successo di citarla. Credo di essermi sempre ritrovata nelle sue poesie – mai edulcorate e sempre eloquenti – come immagini: fotogrammi precisi di variegati stati d’animo legati da un comune denominatore, il senso di umana solitudine che ci appartiene profondamente.

Alla fine bisogna raccontarsi nel modo più trasparente possibile e non c’è niente da fare, a scontrarci con i nostri mali siamo sempre soli così – alle volte – riusciamo persino ad osteggiarli, a superarli, a batterli.
Non senza difficoltà, certo, ma ci sono situazioni che riusciamo a rendere vivibili.
Altre, purtroppo, sono caratterizzate dalla persistenza di quelle cose che ci rimangono addosso – ferite aperte, piaghe putride – e non guariscono. Mai.

I versi sono semplici, arrivano a tutti, non c’è bisogno d’essere folgorati sulla via di Damasco con quei virtuosismi oggi pesanti, fuori luogo e fuori dal tempo: basti pensare che Patrizia Cavalli è una delle rare autrici pubblicate sulla famosa collana bianca Einaudi di poesia, credo fra le migliori raccolte in circolazione.

No, non apprezzo quel genere di poesia vetusto, fatto di sospiri e cuori – più o meno infranti – ma amo queste istantanee mai arzigogolate, però capaci di raccontare così tanto. C’è introspezione, c’è sensazione, c’è indagine interiore: c’è – nelle sue complessità emozionali – l’individuo che si specchia col suo Sé.



Ringrazio di cuore l’artista Paola Tornambè – fotografa italiana di fama internazionale – che mi concede di ispirarmi alle sue opere meravigliose. L’amicizia è anche questo: un privilegio.



Paola Cingolani
30/03/2021
@lementelettriche








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“Un buongiorno come tanti”

Ogni buongiorno è ancora così
con l’ennesimo caffè in mano
semplicemente incapaci
sperando di rianimarci
restiamo
sperduti
sparuti
sparsi
spersi
pesti
come fossimo della confettura
_ dei barattoli sottovuoto spinto
o gli avanzi d’un qualche scaffale
che nessuno voleva comprare _
ci hanno rifiutati anche gratis
e non ci si sceglie più
neanche per regalo.

Alcuni si sentono ancora in vita
_ se non completamente quasi
o almeno tentano di esistere _
cercano di comunicare
si rivolgono agli amici
danno un cenno
un segnale
un fiato
e _ magari _ chi ascolta sorride.





Paola Cingolani
29/03/2021
@lementelettriche


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Quando la poesia ha una dimensione umana: Franco Arminio / Opera di Paola Tornambè

FOTO I Thanks to Paola Tornambè Art – OTTO Gallery


La prima cosa è ringiovanire.
Non è detto che a sessant’anni
sei più vecchio che a trenta.
L’usura del corpo è poca cosa
rispetto all’usura dell’anima.
Non ti salvi con le tisane,
non ti salvi evitando la carne,
non ti salvi facendo ginnastica:
quello che ti serve è fiorire
come fa una rosa,
come fa un geranio.

Franco Arminio – Porsi in ascolto


E chi dice che oramai, la gente più grande non possa rinascere, chi l’ha stabilito, dov’è che è scritto, è forse anticostituzionale rifiorire con lo spirito e con l’animo?

La tisana, impoltronati, senza interessi, senza speranze, e dovremmo fare palestra, e le vitamine, e lo stress, e le delusioni?

E allora? Sì, allora?

E se chiamo magari scoccio, e non mi piace il rifiuto, e sarebbe un’onta da evitare, e posso cavarmela senza, e ci mancherebbe.
Eh, infatti ci manca proprio quella capacità di fare come chi decide per poi agire – alla faccia di ogni convenzione – rischiando di essere anche gratificato, dunque più contento.

E la carne? Mica parlo dell’arrosto, né della tagliata o della fiorentina – certo che non evito perché sono vegana – ma perché vivo in un mondo bigotto rimasto ancora all’epoca dei dinosauri.
Mi devo spiegare meglio? La faccio semplice.


a) I dinosauri non si sono mai estinti ma hanno solo cambiato la loro fisicità, un adattamento darwiniano, insomma. Ci sono e sono fra noi.
b) Il dinosauro femmina, spesse volte, contaminato dalle favole anti educative, crede che basti baciare appassionatamente un rospo per tramutarlo in principe. E niente, resta rospo, peggio, resta soltanto un cucciolo di dinosauro.


Oggi, ad infiocchettare il pacco regalo, c’è l’astio che questa pandemia ha disseminato ovunque.
Morti, inebetiti, impoveriti, il guaio è socio – geo – politico e le persone sono manipolate da un CTS composto da nessun medico dove non è contemplato neanche un esperto di psicologia delle masse.
Geniale, no? Non esistono vaccini per i problemi endemici ma siamo come sedati da tante
limitazioni: come non fossero sufficienti – anzi d’avanzo – quelle che noi stessi stavamo infliggendoci prima.


Che cosa resta se non rifiorire e sbocciare a vita nuova, fino a quando ci sarà concessa?

Che altro deve accadere affinché i dinosauri si estinguano e si trasformino in anime dal profumo fiorito e inebriante, anche solo per pietas, come fece Enea?





Paola Cingolani
28/03/2021
@lementelettriche





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“Inconsistenza”

Ma sì _ come vorresti chiamarla _ è inconsistenza

inconsistenza invariata oltretutto

ché mica puoi raccontarti d’avere avuto un valore

oggi sei chiusa in casa

ieri ti eri chiusa fuori dal mondo

tu _ sempre rintanata stavi _ mica puoi lamentarti

eri la palafitta scassata al cospetto di ponti enormi

eri la porticina di legno coi tarli

quella mai vista _ nascosta dal portone maestoso _

eri niente

anche se la tua idea differisce adesso poco cambia

e saresti volata lontano

e avresti gioito anche per poco

e ti saresti accontentata di una poesia

e un mazzolino di fiori avrebbe fatto primavera

e una canzone sarebbe stata l’intera colonna sonora

_ sorridi fingendo il nulla ché sei brava _

oggi ti hanno fatta prigioniera e hai tempo

l’orario spento e rarefatto che tu neppure percepisci

nessuno con cui pranzare

nessuno per cui sorridere a parte un cane fedele

pesa tanto da poterti schiacciare questo “qui” e “ora”

la verità secondo cui inconsistenza diventa inesistenza

oggi che neanche i ricordi possono avere questo nome.







Paola Cingolani
27/03/2021
@lementelettriche








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“Penso che sono proprio così”

FOTO I Alìta Alìta – Rita Santanatoglia – SCARPE DA BALLO

“Getta le tue parole davanti alle tue azioni: obbliga te stesso vergognandoti se manchi di parola.”

Friedrich Nietzsche


La cosa divertente – si fa per dire – è che devo essere oramai catalogata fra i vari oggetti d’antiquariato: pensarla esattamente come Nietzsche non ha un sapore molto attuale, lo ammetto.

Però sono questa e non può cambiarmi nessuno, quindi – oggi – credo che la parola di una persona ne dia la cifra esatta, la dimensione autentica, l’essenza prima.
Bisogna promettere, bisogna mantenere, bisogna vergognarsi se non si riesce a portare fede al proprio dire con il proprio fare.

Eppure.
Eppure viviamo in una società dove non si ha più nemmeno il tempo di proferirla, quella parola, che già viene stravolta, negata, ripudiata dalle bocche stesse che la pronunciano.
Così, con la naturalezza di chi beve un sorso d’acqua, la gente comune cambia opinione e si rimangia ogni promessa fatta.

Neanche gli fosse stata estorta con la forza, non ci riesce, non la ricorda, si lascia contagiare dal morbo letale dell’amnesia.

Io – ripeto, oggetto d’antiquariato – non posso osservare pedissequamente le regole e i dettami dei menefreghisti, non l’ho mai voluto fare, non trovo si addicano alla mia individualità.

A volte mi costa un po’, in verità sono una persona che detesta le situazioni conflittuali e quindi le rifugge, ma ci sono limiti che non oltrepasso neanche io, così mi porto a distanza siderale dalla massa.



Paola Cingolani
26/03/2021
@lementelettriche





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“L’universo procede e ci precede”

Tutto cambia e tutto muta
ma non casualmente
ché accade rapidamente  
variano tempistiche
idee e ragioni
sono cicli universali
apparentemente privi
delle più ovvie motivazioni.
 
Ognuno vanta le proprie
così gira questo mondo
è inusuale volerlo fermare.
 
Ho preso mille appunti
numerosi riferimenti
nonostante ciò
non faccio più i miei conti
ho saltato da molto il fosso
stornandomi di dosso
il calcolo e il paradosso.


                 

Paola Cingolani
25/03/2021
@lementelettriche

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“Non tutte le cose che contano per te interessano gli altri”

FOTO I Mario Giacomelli – IT – 1965 /1970 – STILL LIFE, NATURE MORTE

Oggi voglio scrivere una cosa importante – apparentemente semplice – ma certamente non così scontata come crediamo.

Cosa c’è alla base dei fraintendimenti, ce lo siamo mai chiesti?
Un errore di comunicazione, un modo di intendere la vita differente, dissimile, diseguale, distonico.
Un certo disincanto.

Una mancanza di disponibilità – tanto a dire quanto a voler comprendere – tale da spingerci a quella chiusura che azzera tutti gli scambi umani e sbarra ogni via percorribile.

Poi, magari, ci raccontiamo agli sconosciuti incrociati on line e – diventati fragili poiché privi di supporti emotivi ma sovraccarichi di noia – lasciamo che a sospingere le nostre tempeste emotive siano costoro.
Vi è un certo bisogno empirico ed è tanto innato quanto comune fra noi: siamo tutti animali socialmente evoluti, nati e cresciuti per vivere in branco. Solo variano i caratteri e le tempistiche, come pure l’educazione ricevuta e il grado di onestà intellettuale.

Ciò di cui una persona ha necessità adesso, non è automaticamente correlato a ciò di cui un’altra persona ha veramente voglia di parlare.

Per non dire come, sebbene un altro decida di affrontare il tuo argomento, possa esserne completamente digiuno, inesperto o impreparato ché non possiede il dono dell’onniscienza, un po’ come gli manca anche il dono dell’ubiquità.

Ciò che ci interessa adesso, magari, non è la priorità di chi abbiamo accanto e forse, ogni volta in cui evitiamo di condizionare il prossimo con la nostra idea ristretta, siamo molto più onesti che menefreghisti.

“Sinceramente mi dispiace, ma non saprei davvero cosa fare né ho qualcosa di credibile da dire.”

Non ci si può risentire, né offendere innanzi a tanta sincerità.
Non si può credere ragionevolmente che gli sconosciuti in rete siano la soluzione alle nostre debolezze, alle nostre mille e più mancanze, alle domande cui noi stessi non sappiamo rispondere: “to share” significa solo condividere contenuti multimediali ma – psicologicamente – per noi stessi dobbiamo sforzarci noi.



Alzati ogni giorno
_ fallo anche quando
stringi i denti e soffri _
guardati allo specchio
cerca di donarti un sorriso
vedi di asciugarti le lacrime
riconciliati sempre con la vita
fatti un caffè forte gustandolo
respira piano e riponi forza in te
suddividi ogni
possibilità dai sogni
esegui i tuoi compiti pratici al meglio
conserva i sogni nel cassetto delle fiabe
_ non ti dico di dimenticarli
ma sappi quanto valgono _
perché la fantasia umana
può rivelarsi il peggior pericolo

se corrotta da quello che vorresti
arriverebbe a distruggere il bello che possiedi.








Paola Cingolani
24/03/2021
@lementelettriche




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“Gli accadimenti e le nostre realtà relative”

Certo mi piacerebbe invecchiare
_ ma è il gran lusso per pochi _
e forse sognando potrei vedermi
la donna anziana col dachshund
che si gusta una bevanda
con l’immancabile cappello
sui capelli oramai tutti bianchi
quasi avessi ragione del tempo.

La vita accade semplicemente
scandita dagli eventi e dal caso
_ chiamiamolo come volete _
resta del tutto al di sopra di noi
non ha sentimenti
non si occupa né si preoccupa
e _ alle volte _ ci ferisce
altre ci dona grande gioia
altre ancora ci lascia indifferenti.

L’essere umano prova emozioni
il caso no _ solo avviene _
lancia dadi ignaro
non conosce pianto
non sospetta sorriso
non suppone indifferenza
è così che determina l’esistere
senza criteri
senza scegliere
senza pregiudiziali
opera esclusivamente in divenire.

Ad oggi sono la donna col dachshund
_ meraviglia delle meraviglie cinofile _
non sono anziana
non m’è dato a sapere se mai lo sarò
ma vale per ognuno di noi _ è legge _
l’unica a non ammettere mai eccezioni.

Paola Cingolani
21/03/2021
@lementelettriche

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“Con le sirene”

Si deve restare a galla
ormeggiati a modo
su banchine tristi
del vecchio molo.

Si legano cordami
e si tirano sagole
_ con le tasche piene di niente
non s’è mai sfamato nessuno _
allora si attende
tutto è sospeso
reti galleggianti
palangari
sugheri
tutto.

Riprenderemo una rotta
senza le carte nautiche
ma ci sapremo orientare
_ punteremo l’orizzonte
con il sorgere dell’alba _
rientrando all’imbrunire
sulla scia immaginifica
di chissà quante sirene.




Paola Cingolani
20/03/2021
@lementelettriche




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“La donna risolta e intelligente? Pensateci bene” di Gabriel García Márquez

“Quanti uomini ho sentito dire che desiderano una donna intelligente nella loro vita…
Io li incoraggerei a pensarci bene.
Le donne intelligenti prendono decisioni da sole, hanno desideri propri e mettono limiti.
Tu non sarai mai il centro della loro vita perché questa gira intorno a se stessa.
Una donna intelligente non si lascerà manipolare né ricattare.
Lei si assume responsabilità.
Le donne intelligenti mettono in discussione, analizzano, litigano, non si accontentano, avanzano.
Quelle donne hanno avuto una vita prima di te e sanno che continueranno ad averne una volta che te ne sarai andato.
Lei avvisa, non chiede il permesso.
Queste donne non cercano nella coppia un leader da seguire, un papà che risolva la vita,
né un figlio da salvare.
Loro non vogliono seguirti né segnare la strada a nessuno.
Vogliono camminare accanto a te. (…)
Una donna intelligente è libera perché ha lottato per la sua libertà.
Ma non è una vittima, è sopravvissuta.
Non cercare di incatenarla perché lei saprà come scappare.
Soprattutto quelle che hanno affrontato situazioni del genere in passato.
La donna intelligente sa che il suo valore non risiede nell’aspetto del suo corpo.
Pensaci due volte prima di giudicarla per età, altezza, volume o comportamento sessuale, perché questa è violenza emotiva e lei lo sa.
Quindi: prima di dire che desideri una donna “intelligente” nella tua vita, chiediti se sei davvero disposto ad “ inserirti” nella sua.”


Gabriel García Márquez

La giornata dedicata alla Festa del Papà è da celebrare così, almeno per me.
Quanto mi ha insegnato mio padre è perfettamente descritto dal grande Gabo con questi versi: porre dei limiti e considerare la mia persona autosufficiente ed integra, sempre e comunque.

Non dipendere, mai, soprattutto psicologicamente. Adeguarmi, essere gentile, educata, ma facendo sempre in modo che il rispetto a me dovuto non venga meno. Farlo ad ogni costo. L’amore non è lasciarsi piegare, anzi, è avere un interlocutore che ti stima al suo pari e – se ti stima poco – evidentemente non è sicuro di se stesso, ragione in più per non accontentarsi.

Sono diventata grande così, potrei anche diventare anziana, se la vita mi regalasse tempo.
Allora – adesso che sono donna – chi non si sente affrontato, ma comprende l’importanza del confronto, ha la mia considerazione. Partendo dagli amici.

Non voglio un salvagente – so nuotare bene – ma, men che meno, vorrei accanto una persona che si considerasse il mio salvatore: mi sono salvata già da sola tantissime volte che neppure me le ricordo io stessa.

A chi mi ha giudicata perché sono troppo alta, troppo amante della lettura, troppo abituata a scrivere, troppo attenta alla dieta, sempre troppo qualcosa, rispondo “Uh, quanto sono stanca di essere “troppo” o “troppo poco”, non ve lo potete immaginare, specie per la presunzione che mostrate ergendovi a giudici – non togati né autorizzati – quando non vi ha mai chiesto niente nessuno!”

Rifuggo coloro che si mostrano irrisolti perché il mio passato mi ha appeso al petto una medaglia: la capacità di sublimare le peggiori sofferenze trasformandole in sorrisi.

Ho sposato un modo infallibile per sembrare come non sono: l’onestà e, là dove ritengo sia più utile, il silenzio. Sono convinta che, nella nostra vita, dobbiamo relazionarci con coloro i quali, certe spigolature, le sanno cogliere arrivandoci da soli e pure in tempo utile. Non porto rancore e non pratico la vendetta: ho imparato bene che la vita lavora al posto nostro, c’è il karma che si occupa di questo aspetto. Dedico il mio tempo a prendermi cura di cose esaltanti e persone che ricambiano.

“Tu non sei facile da capire, sei particolare, sei impegnativa.” Noiosi e prevedibili, oltretutto, sapete che c’è?
Chi deve unire i punti per capire può sempre comprarsi “La settimana enigmistica” e passa la paura!

P. S. Non arrabbiatevi: fra i miei difetti annovero anche molta ironia.




Paola Cingolani
19/03/2021
@lementelettriche



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“C’è poco più del niente da trasformare in tutto”

Mario Giacomelli: Infinity and new beginnings – Italian Ways

C’è quello che viene riposto nel soffitto della finzione

dove resta relegato _ in compagnia dell’indifferenza _

e dura tutto per decenni

poi l’individuo diventa adulto da sé

allora si accorge com’è che funziona

si toglie di dosso il marchio scarlatto

imparando ad accettare la sua quotidianità.


L’essere umano possiede una storia comune

costituita dall’alternarsi di dolore e rinascita

la sola variabile possibile sta nella durata

_ che è e resta ignota in quanto variabile _

allora si sveste di quella creatura del passato

miserrima

incompleta

incompiuta

non spende più tempo ché la variabile conta

l’equazione potrebbe avere soluzione sballata.


Cosa c’è di quasi certo nei suoi tanti calendari?

Più o meno _ volere o volare _ c’è che non sa

quanto prima lo accettasse non farebbe male.








Paola Cingolani
18/03/2021
@lementelettriche

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“Il lettore delle vacanze visto da Italo Calvino”

“I giorni di vacanza cominciano a trascorrere veloci. Il Buon Lettore si trova in ottima forma per fare dello sport, e accumula energie per trovarsi nella situazione fisica ideale per leggere. Dopo pranzo però lo prende una sonnolenza tale, che dorme per tutto il pomeriggio. Bisogna reagire, e a questo proposito giova la compagnia, che quest’anno è insolitamente simpatica. Il Buon Lettore fa molte amicizie ed è mattina e pomeriggio in barca, in gita e la sera a far baldoria fino a tardi. Certo, per leggere ci vuole solitudine; il Buon Lettore medita un piano per sganciarsi. Coltivare la sua inclinazione per una ragazza bionda, può essere la via migliore. Ma con la ragazza bionda si passa la mattina a giocare a tennis, il pomeriggio a canasta e la sera a ballare. Nei momenti di riposo, lei non sta mai zitta. Le ferie sono finite. Il Buon Lettore ripone i libri intonsi nelle valige, pensa all’autunno, all’inverno, ai rapidi, concentrati quarti d’ora concessi alla lettura prima di addormentarsi, prima di correre in ufficio, in tram, nella sala d’aspetto del dentista.”

Italo Calvino – Il buon lettore – Mondo scritto e mondo non scritto


Una delle cose che non mi spiego è la teoria secondo la quale, in vacanza, si possa leggere di più e in pace. Fortunatamente incrocio Calvino – non uno a caso – a conforto della mia tesi.

Sei una persona che legge? Ottimo, ma non mi dire che aspetti l’inverno o l’estate. I libri non tengono né fresco, né caldo. Anzi, se io sto leggendo qualcosa che mi piace, resto sdraiata e non mi interessa di controllare l’abbronzatura.
Non guardo l’orologio, mai, fregandomene completamente di andare a cena o di altre cose che mi costringerebbero ad abbandonare la storia sul più bello.

Parto con un borsone per il mare simile a quello di Mary Poppins: c’è di tutto. Qualche libro, teli spugna, pinze per capelli, matite, acqua fresca, olio solare, spiccioli, cellulare, cappelli, occhiali da sole, lenti da lettura e forse – se cerco bene – qualche coniglietto bianco che mi sbuca dal cappello. Come per magia. Credo sia la sola spiegazione plausibile, poiché vivo a cento metri dalla spiaggia ma, per fare quel tragitto, sento di essermi trascinata dietro metà della casa.

Arrivo sfiancata e mi apparecchio la brandina: mi posiziono e sono più stanca di Ercole che ha moltiplicato le sue sette fatiche per tutta l’intera tabellina. Caffè, subito, mentre vedo attorno a me la gente bella fresca, sdraiata, riposata, rilassata, con un paio di libri al massimo e una capacità di restare immobile da Guinness dei primati.

Non nuotano, non parlano, non salutano, non bevono: ma come fanno? Allora mi convinco che stanno leggendo solo in quell’occasione, tanto per non scocciarsi. Sì, non può essere altrimenti, perché io vado circolando comunque col libro nella borsetta: dal dentista, dal parrucchiere, al bar, ovunque eppure ho pile e pile di letture nuove, intonse, senza riuscire neanche a gustarle come vorrei.

Certo, se mi salutano rispondo, se un’amica mi propone di andare a cena con lei apprezzo, socializzo, mi organizzo, interloquisco. Che sia anche un alibi, quello di aprire un libro o un giornale, quando manca la comunicazione e i rapporti umani diventano carenti?
La lettura è una cosa bellissima, ma richiede anche solitudine prima di poter essere condivisa. No, non esiste un Buon Lettore “delle vacanze” – concordo – o si è buoni lettori sempre, o non lo si è, specie in vacanza.


Paola Cingolani
17/03/2021
@lementelettriche





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“L’educazione emotiva oggi secondo Umberto Galimberti”

Nick Hedges Photography – Newcastle – 1969

“Oggi l’educazione emotiva è lasciata al caso e tutte le statistiche concordano nel segnalare la tendenza, nell’attuale generazione, ad avere un maggior numero di problemi emozionali rispetto a quelle precedenti. E questo perché oggi i giovanissimi sono più soli e più depressi, più rabbiosi e ribelli, più nervosi e impulsivi, più aggressivi e quindi impreparati alla vita, perché privi di quegli strumenti emotivi indispensabili per dare avvio a quei comportamenti quali l’autoconsapevolezza, l’autocontrollo, l’empatia, senza i quali saremo sì capaci di parlare, ma non di ascoltare, di risolvere i conflitti, di cooperare.”

Umberto Galimberti – I vizi capitali e i nuovi vizi

Mai come attualmente si assiste, completamente impotenti, al triste depauperamento delle risorse emozionali nell’essere umano.
L’aspetto peggiore è quello riguardante le nuove generazioni: noi abbiamo abbandonato i nostri figli – spesso – affidandoli alle varie Playstation o alle molteplici interazioni virtuali, senza alcuna premura.

Presi dalla fretta, dagli impegni, dal quotidiano con tutte le sue problematiche, siamo stati buoni soltanto – rientrando a casa – nel chiedere “Hai fatto i compiti?” tralasciando la grammatica dei sentimenti, piazzati su di una poltrona dalla quale continuavamo schedulando la solita call lavorativa, mangiando cibi precotti, bevendo un espresso e finendo tutti a contemplare la TV, eletta a moderno focolare domestico.

Non abbiamo coltivato nessuna emozione e non abbiamo insegnato ai ragazzi quanto sia importante l’ascolto. Abbiamo solo chiesto “Hai fatto?” ma senza dare alcun esempio.

La società è quasi randomizzata, orba, impazzita: nessuno vede più le sottigliezze, nessuno coglie le sensazioni, tutto si scandisce al ritmo dei touch e alla velocità della luce.

Un ammartaggio che ci siamo concessi in largo anticipo, delegando al caso i nostri compiti più importanti: posso dire ad un giovane “Metti via il telefonino!” ed essere autorevole, se a cena sbrocco sul gruppo WhatsApp della palestra, delle maestre o dei colleghi?

Non lamentiamoci se i giovani si arrabbiano: piuttosto dovremmo vergognarci di noi stessi solo pensando a quanto, solitamente, siamo stati carenti nei loro riguardi.

Per conto mio ho cercato di coinvolgere mia figlia in tutto e di certo avrò commesso errori, ma sono stata presente, ho puntato sui sentimenti e sulla sua libertà di individuo consapevole.
Niente è stato semplice, ma – oggi – tutto è diventato la nostra conquista condivisa con molta complicità. Alcuni saranno stati migliori di me, altri – molti altri – sono là che inveiscono contro “I giovani d’oggi” e non comprendono che stanno raccogliendo quello che hanno precedentemente seminato.



Paola Cingolani
16/03/2021
@lementelettriche






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“L’amore ha una sua parsimonia”

Uso con le molle la parola “amore” io

_ so che è pericolosa e trae in inganno

e non sono disposta a cedervi affatto _

lascio agli altri le loro idee con disinvoltura.


Sento di essere persona assai risoluta

non mi trascina via il vento del vanto

né cedo alle lusinghe da soap opera

che ripropongono il solito copione

a quella particina già vista e rivista

_ tanto noiosa quanto sciocca _

sono inadeguata e inadatta

ve lo dichiaro apertamente

rifuggo le debolezze volute

fragilità esibite recitando


da manuale

amplificate

pericolose

tutti dettami osservati pedissequamente

da quanti si dipingono dei buoni osando.


Chi l’ha stabilito questo binomio

mite uguale essere tanto fragile?


Sono distante da tali visioni arcaiche

e non amo alcuno stereotipo

non posso solo accettare

quando taccio _ evitando l’inutile _

lo faccio volutamente

è una scelta ragionata

per me non serve nessuna spiegazione

specie se verte sull’ovvietà più palese.


Le persone risolte si trovano fra loro

mantengono il rispetto di ogni ruolo

sanno costruire legami ben saldi

praticano l’arte del rapportarsi

_ chi ti vuole bene strappa il copione

e non cerca soltanto l’approvazione _

l’accettazione totale è l’illusione

di chi confligge col proprio Sé.







Paola Cingolani
15/03/2021
@lementelettriche

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“Mi dimetto”

Dopo lustri

perduti

impiegati male

spesi inutilmente

facendo il niente

ecco

la decisione vera

irremovibile _ sì _

voglio poter avere

la considerazione

maggiore

su di me.


E mi dimetto

dalla ricerca

spasmodica

fuorviante

ossessiva

d’essere

soltanto

quieta.



Paola Cingolani
14/03/2021
@lementelettriche


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“Ci hanno derubati del tempo”

Fotografia storica appartenente all’Archivio Mario Giacomelli – Le mie Marche –


Marzo di pioggia e di vetri

dai quali si guarda fuori

aspettando che spiova

e aspettando che passi

_ ché abbia a scoppiare

questa bolla di tempo _

svuotata d’ogni presente

con un libro fra le mani

con il magone addosso

come tanti clandestini

o contrabbandieri

in stallo _ noi _

nascosti

come i ladri

e dire che

ad essere stati privati

d’ogni forma di libertà

d’ogni volo idealizzabile

d’ogni adesso possibile

d’ogni domani pensabile

siamo stati soltanto noi.






Paola Cingolani
13/03/2021
@lementelettriche

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“Odiare stanca” – Haruki Murakami

“Mi sono stancato di vivere odiando qualcuno, disprezzandolo, portandogli rancore. Mi sono stancato di vivere senza amare nessuno. Non ho un amico, nemmeno uno. E soprattutto non posso amare me stesso. Sai perché? Perché sono incapace di amare gli altri. Ed è soltanto amando gli altri, ed essendo amati, che si impara ad amare se stessi.”

Haruki Murakami – Brano scelto da “1Q84” – Einaudi 2010

Ad un determinato momento non ce la si fa più: è impossibile andare avanti covando rancore e rabbia. Diventa una situazione logorante, insostenibile, ci si crea il vuoto cosmico attorno e si sente il peso della responsabilità che grava solamente su di noi.

In qualche maniera dobbiamo imparare l’amore e il rispetto, dobbiamo collocarci in un punto stabilito – fra spazio e tempo – per venire a contatto con noi stessi e con gli altri.

Dobbiamo accogliere e donare, abbracciare coloro che sanno offrirsi per poi capire come poter rendere, alimentare un flusso di emozioni – vive e palpitanti – per fare e farci un dono necessario.

Tutto questo significa crescere, scavare dentro noi stessi fino a graffiarci l’anima se servisse, raschiare il fondo di un barile sporco di bitume – anche – ma venirne fuori puliti, rigenerati, in armonia con l’universo intero.

Alla fine odiare stanca. Odiare consuma lo spirito e disumanizza qualsivoglia individuo. Odiarsi da soli, poi, significa imprigionarsi nella finzione di una sopravvivenza che vita non è.

Sono molto amareggiata, specie considerando quanto sia feroce l’astio fra i più: tracima dalle parole e non fa che diffondersi. Ci inebetisce e lo vediamo spesso, è qui, a portata di click.

Noi diventiamo incapaci quando partono le sparatorie fatte di ingiurie, ci riduciamo a statue di sale, perché c’è sempre un cecchino armato e pronto oltre le righe. Ci basterebbe solo riuscire ad individuarlo per tempo, scovandolo fra i doppi sensi di tutte quelle verità presunte.







Paola Cingolani
12/03/2021
@lementelettriche







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“Non si può definire la magia di certe arti” – Eugenio Montale / Paola Tornambè Photo

Opera dell’artista italiana Paola Tornambè esposta a Londra – The Holy Art –


“Che cos’è una poesia lirica? Per conto mio non saprei definire quest’araba fenice, questo mostro, quest’oggetto determinatissimo, concreto, eppure fatto di parole, questa strana convivenza della musica e della metafisica, del ragionamento e dello sragionamento, del sogno e della veglia”.

Eugenio Montale – Conversazioni sulla poesia

Ultimamente mi è capitato di imbattermi in tentativi vari di definire l’indefinibile, cioè il pensiero espresso in versi. Ho tentato di replicare ma, come faccio sempre, in sordina, sono andata a posizionarmi sul mio personalissimo banco degli imputati.

Chi mi conosce veramente sa che mi accuso da sola e pretendo da me stessa le prove per dimostrare che la mia teoria abbia, per lo meno, un discreto supporto logico.

A suffragio di quanto credo profondamente, ho cercato fra i Poeti che più amo: è stato come domandare loro la stessa cosa, ricevendo una risposta assolutamente appagante.

La poesia – quella vera – è qualcosa che ha sì del metafisico ma non solamente. La si vive, la si scrive con delle parole, la si pensa con profonda introspezione, la si filtra con svariate emozioni, col sogno – che è desiderio – e con la veglia – che è tentativo di tenere fisso lo sguardo sul reale – e non basta per raccontarla.

Credo sia molto più di tutto questo: io la vivo come la capacità del pensiero di cercare un certo Altrove, per me è l’incontro dello scibile umano col sentire e con i lemmi noti.

Non mi fa poesia tutto quanto appare smielato, come troppi credono ancora oggi.
Allo stesso modo non mi fa poesia soltanto il dolore, fine a se stesso. No.
Quella si chiama lamentazione. Ha la sua definizione.


Mi sono assolta: Arsenio – Eugenio Montale mi ha fornito ottime prove: non si può definire la magia di certe arti. Sarei oltremodo presuntuosa, se solo lo pretendessi. Diventerei persino pretestuosa e non è cosa mia.



Paola Cingolani
11/03/2021
@lementelettriche
















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#LibreriamoPerLeDonne – Autori e pensieri del web a confronto

“La madre” – Autoritratto di Rita Santanatoglia – Alìta Art


Noi donne rappresentiamo il 50% della popolazione e le madri dell’altro 50%. Cari uomini, guardatevi intorno: ci sono donne dappertutto. Avete veramente bisogno dell’8 Marzo per ricordarvi che le donne esistono?”

(Lucina Di Meco)



Cercando nel web non ho potuto resistere: questa frase mi è piaciuta talmente tanto che ho subito pensato alla mia amica Alìta (Rita Santanatoglia) la quale, pur non essendo madre, è una grande professionista della fotografia italiana d’autore.

Con questo autoscatto, Alìta ha omaggiato figli, madri e donne. Ovviamente non le interessa celebrare un solo giorno all’anno, come non interessa me né tutti coloro i quali concepiscono l’idea del rispetto per le persone nella maniera più corretta.

C’è un hashtag – promosso da Libreriamo – al quale partecipo con immenso piacere.
Collaborano autori, autrici, persone che hanno semplicemente un account social e, soprattutto, la sensibilità necessaria per non limitare la giornata della donna ad un mazzetto di mimose o ad un meme luccicante.

Andiamo oltre tutti insieme, questo Medioevo che ci vorrebbe dare un contentino soltanto l’8 Marzo deve finire.


Paola Cingolani
07/03/2021
@lementelettriche

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Qualcosa di saggio – “Note azzurre” di CARLO DOSSI – Postumo

Mark Kostabi Painting

“Riconoscere i propri torti e domandarne altrui scusa, non è già un avvilirsi, ma è anzi un rialzarsi nella stima degli altri e di noi. La verità è una sola, e chi l’offende, offende sé stesso, poiché la verità è il massimo comune Tesoro a tutti gli umani. Quindi ne viene che una concessione fatta agli altri in omaggio a lei, è pur fatta a noi. Chi, conosciuto nell’intimo suo di aver torto, segue ad averne per non voler dar voce al proprio sentimento, è reo di tradimento verso di sé: è un vile.”

Note azzurre – Carlo Dossi – 1870/1907 – Postumo.



Io vedo gente per bene e gente talmente falsa che, se paragonata a Giuda, lo svilisce al ruolo di principiante. Gente che sa di stare in torto, ma non si scusa e non si corregge.
Piuttosto persevera tentando di simulare una pseudo coerenza col concetto del giusto (di cui va predicando per sembrare, non per essere).


Certo – se una persona sbagliasse – probabilmente sarebbe meglio chiedesse scusa e rialzasse l’asticella del possibile.
Purtroppo la gara resta sempre fra chi abbassa maggiormente l’asticella del cattivo gusto.


Negare le cose per come sono significa screditare il prossimo e trattarsi da soli molto, molto male. Più prima che poi si viene scoperti, non si può essere infallibili. Inutile rispettare il prossimo soltanto per modo di dire, bisogna vedere i fatti e, con dei fatti miserrimi, ci si rende miserrimi.
Si esalta chi si sarebbe voluto vessare: una genialata non è.


In tutta onestà, non concepisco come si trovi difficoltà nell’inquadrare simili personaggi ma è ovvio, non vado a spalancare gli altrui occhi chiusi.
Siamo tutti adulti, ognuno sia responsabile per sé, nel tranello non ci posso cadere prestandomi a certi giochini. Già mi sembrerebbe di sentirli – se solo pronunciassi una sillaba – griderebbero “Antipatica” e un corollario di amenità a seguire. Così fanno i pusillanimi, del resto.

Per chi non se ne avvede oggi, quando ci arriverà domani resterà il mio “Mi dispiace, ma avresti dovuto capire così come ho capito io.”








Paola Cingolani
05/03/2021
@lementelettriche






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“Una primavera in sospeso”

Sentivo un rumore avanzare

somigliava ad un proiettile.


Mirava al senso delle parole

colpiva la cifra del tempo

colpiva il senso delle cose

_ in quello sparo infernale

le grida erano contraeree _

non avevo via di scampo

ho issato bandiera bianca.


Ma un episodio declinato al passato

adesso non può rovinare il presente.


Vorrei tanto ascoltare quei sussurri

che hanno la capacità meravigliosa

di legare molti sogni alle possibilità.


Sono quel punto d’incontro

in grado di unire il desiderio

alla sua realizzazione piena

contemplando rare bellezze.


Respiro piano e a lungo

ti penso ad occhi chiusi

accenno un sorriso

resto zitta

immobile

immota

sento di esistere ancora.


Ricordo quella primavera

_ è mia e ora l’accarezzo _

l’ho lasciata là _ sospesa _

affinché non passasse mai.


Paola Cingolani
03/03/2021
@lementelettriche

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“Se la mente lo decide, può abbattere ogni distanza spaziotemporale” – Giacomo Leopardi

“La rimembranza del piacere si può paragonare alla speranza, e produce appresso a poco gli stessi effetti. Come la speranza, ella piace piú del piacere: è assai piú dolce il ricordarsi del bene (non mai provato, ma che in lontananza sembra di aver provato) che il goderne, come è piú dolce lo sperarlo, perché in lontananza sembra di poterlo gustare. La lontananza giova egualmente all’uomo nell’una e nell’altra situazione; e si può conchiudere che il peggior tempo della vita è quello del piacere o del godimento.”


Giacomo Leopardi – Zibaldone – 1044 – 13 maggio 1821


Ci pensiamo – distanti solo fisicamente – ma ci siamo.
Teniamo strette le emozioni intense, confidiamo nei nostri sogni, tramutandoli in desideri da realizzare.
Pianifichiamo senza perdere tempo ma – ciò che conta sul serio – è che ci ricordiamo di non procrastinare mai. Per nessuna ragione al mondo.
La distanza si abbatte così, con giochi mentali e spaziotemporali.

Non vogliamo l’impossibile, chiediamo solo di abbracciarci senza parole inutili e di poterci stringere: fa bene all’anima.

Abbiamo capelli ricci da far volare al vento, cappelli stravaganti coi quali ripararci dal sole, una distesa di sabbia modesta ma generosa abbastanza da omaggiarci d’una riva marina e tutto l’infinito, là, ad aspettarci.

Non abbiamo più tempo da perdere, conti da regolare, inutili attese da osservare, qualcuno a cui rendere di conto.

Il peggior tempo della vita supponiamo di averlo già conosciuto. Entrambe.
Ha ragione Giacomo: è più dolce cominciare a sperare, con calma ma senza più perdere tempo.
In questo modo, quando anche sembra non esserci una strada, noi ce la tracciamo con la nostra volontà.



A Pat





Paola Cingolani
01/03/2021
@lementelettriche

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“Il perdono è più utile per chi lo riceve che per chi lo concede” – The last lecture by Randy Pausch

The Last Lecture

“Quando sbagli chiedi scusa!
Una buona scusa è formata da tre parti: “Mi dispiace”, “È colpa mia”, “Cosa posso fare per rimediare?”.
La maggior parte della gente salta la terza parte; è da questo che puoi capire chi è sincero.”

Randolph Frederick Pausch – (1960 – 2008) – informatico statunitense.



Non avrei mai capito così bene il senso del perdono – che è utile soprattutto a chi si scusa con intelligenza e con onestà – se non avessi conosciuto la storia, breve ma intensa, della vita del professor Randy Pausch; in special modo, della sua prematura scomparsa.

Per sapere cosa fece nella sua brillante attività non serve che io dica niente: c’è Google (progetto al quale Pausch ha contribuito) e c’è Wikipedia, quindi mi fermo dicendo che la piattaforma ADSL italiana Alice, anche, è stata una sua creazione. Vorrei restare sull’aspetto umano, piuttosto.

Un uomo che a quarantasei anni scopre di avere pochissimo ancora da vivere, sceglie di ritirarsi immediatamente da ogni suo impegno per godere pienamente dei suoi tre bambini e di sua moglie, fino all’ultimo degli istanti che la vita gli concede ancora.

Saluta così i suoi studenti all’università e i suoi colleghi, con una Lectio magistralis dove stupisce tutti, in un coro di applausi che diventa standing ovation perché alterna battute ironiche e concetti specifici, lasciando il migliore degli insegnamenti e trasmettendo entusiasmo.

“Se non sembro così depresso o cupo come dovrei essere, mi dispiace deludervi.”
Questo, secondo me, è amare la vita e sentirsi in pace con se stessi.

Ma torno all’errore, al chiedere scusa e al perdono. La sintesi di Pausch è infallibile:
“Mi dispiace” – ché se veramente siamo convinti d’aver sbagliato siamo anche dispiaciuti
“È colpa mia” – ché bisogna prendersi le proprie responsabilità se si è causato un danno
“Cosa posso fare per rimediare?” – ché quando veramente siamo dispiaciuti e abbiamo realizzato di aver danneggiato qualcuno, anche involontariamente, non possiamo cavarcela solo dicendo scusa e cerchiamo di rimediare con tutta la determinazione che è in noi.


Se, al contrario, non alludiamo neppure ad un rimedio, non siamo molto dispiaciuti.


A questo punto mi sembra lapalissiano: chi perdona è comunque al di sopra di chi ha necessità di essere perdonato ma, per non cadere in inganno, deve anche assicurarsi che l’altro voglia veramente trovare un ricongiungimento.

Sarebbe un alibi perfetto quello di dire “Scusa, mi dispiace” senza poi aggiungere altro.
Somiglia a quel genere di candeggina con cui ci si vuole ripulire la coscienza che sappiamo non essere così candida.


Pensate quanto disinteresse c’è in chi non vi chiede nemmeno scusa, la parte più semplice, e regolatevi di conseguenza. Dimenticate, evitate, lasciate che il karma lavori. Voi avete già dato.









Paola Cingolani
28/02/2021
@lementelettriche




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“Carl Gustav Jung – Riflessioni teoriche sull’essenza della psiche”

Carl Gustav Jung – Meditazione

“Quanto meno un uomo è cosciente, tanto più seguirà la norma generale del comportamento psichico. Ma quanto più diventa cosciente della sua individualità, tanto più emerge la sua diversità da altri soggetti, e tanto meno egli corrisponderà all’aspettativa generale. In questo caso è anche più difficile prevedere le sue reazioni. Il grado di libertà empirica della sua volontà cresce in misura proporzionale all’ampliamento della coscienza.”

Carl Gustav Jung – Riflessioni teoriche sull’essenza della psiche


Parliamone e diciamolo chiaramente, una volta per tutte.
Più si è prevedibili, uniformati, massificati e meno si ha una coscienza individuale sviluppata.


Ecco “La moltitudine dei numeri privi” – come dice la poetessa e cara amica Cristina Bove – per indicare ironicamente che, i più, solitamente sono privi di qualsivoglia spessore.

Dunque, minore è la coscienza di sé e minore è il grado di emancipazione dell’individualità.
Al contrario, più si è unici e differenti dal gregge, più si è evoluto il nostro spirito e la nostra coscienza di quello che siamo ci guida oltre le aspettative comuni.
Ci sentiamo anche sospinti nel coltivare tale indagine dentro noi stessi, cosa che ci fa acquisire consapevolezze – anche sofferte – ma che apre un irrevocabile processo di crescita.


Così sosteneva Carlo Gustavo, ironizzo, ma a volte mi viene poco da ridere.

Ho visto persone commettere plagi eclatanti pur definendosi autori: bene, non credo sia edificante riportare il pensiero di un altro mettendoci il proprio nome.
Non lo è perché solo un cervello privo di idee ha necessità di rubarne qua e là.
Non lo è perché costituisce un reato e, oltretutto, rappresenta una gravissima scorrettezza verso il pensiero e verso chi lo ha concepito.

Quando mi dicono “Ecco, tu devi differenziarti sempre o non sei contenta!” con spregio, non lo sanno, ma mi stanno facendo un complimento involontario. Il grado di libertà empirica della mia volontà cresce in misura proporzionale all’ampliamento della mia coscienza di me medesima.

Me lo ha detto Carlo Gustavo. Come ribattergli?




Paola Cingolani
27/02/2021
@lementelettriche




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JOHNNY WELCH – Qualche capoverso da “La marionetta”, per riflettere insieme

Paolo Roversi – Photography

Se per un istante Dio dimenticasse che sono una marionetta di stoffa e mi regalasse un pezzo di vita, probabilmente non direi tutto quello che penso, ma sicuramente penserei molto a quello che dico. Darei valore alle cose, non per quello che valgono, ma per quello che significano. Dormirei poco, sognerei di più; capisco che per ogni minuto che chiudiamo gli occhi, perdiamo sessanta secondi di luce. Mi attiverei quando gli altri si fermano, e mi sveglierei quando gli altri si addormentano. Ascolterei quando gli altri parlano e mi godrei un buon gelato di cioccolata. […]
Dio mio, se avessi un pezzo di vita non lascerei passare un solo giorno senza ricordare alla gente che le voglio bene, che l’amo. 
Convincerei ogni donna e ogni uomo che sono i miei preferiti e vivrei innamorato dell’amore.
Agli uomini dimostrerei quanto sbagliano nel pensare che si smette di innamorarsi quando si invecchia, senza sapere che si invecchia quando si smette di innamorarsi.
Ad un bambino darei delle ali, ma lascerei che impari a volare da solo.
Ai vecchi insegnerei che la morte non arriva con la vecchiaia ma con la dimenticanza.
Tante cose ho imparato da voi uomini.
Ho imparato che tutto il mondo vuole vivere in cima alla montagna, senza sapere che la vera felicità è nella maniera di salire la scarpata. […]


Johnny Welch

Che strano è questo mondo, dove ci sono burattini e burattinai, manipolati e manipolatori.
Mi fa tanta tristezza questa nostra umanità: abbiamo “il languore d’un circo prima o dopo lo spettacolo” – Ungaretti lo scrisse – e io, ad oggi, non trovo metafora più chiara.

Molti si arrogano la pretesa di tirare le fila come se gli altri fossero pupazzi, è per questo che mi succede spesso di fingere di non aver capito la strategia altrui. Specialmente quando lo stratega non è così abile da mistificare la sua volontà e si svela da solo. Mi fingo pupazzo, io. Sorrido e sto al gioco – finché posso – con la speranza di essermi sbagliata. Ma non certo per me.

Intanto dormo pochissimo: ho troppi sogni da fare ad occhi aperti e con la testa lucida.
Non credo di essere invecchiata perché provo forti emozioni: lascio agli altri la peggiore delle perdite, la dimenticanza.
Non mi servirà a niente ricordare chi mi è stato caro quando avrò terminato i miei giorni: io voglio dire solo che sono molto differente da quel pupazzo che – alcuni – appoggiano su uno scaffale polveroso, senza tenerlo più a mente, perché un bel pezzo di vita la sto gustando adesso.


Di ieri non mi curo, è stato già, e di domani so con certezza che esiste appena un’agenda: possiamo tutti doverla strappare o riempire. Solo non sappiamo fino a quando.
Io sono qui e ci sono adesso: non mi si creda un pupazzo.
Personalmente non lo farei mai con il prossimo.








Paola Cingolani
26/02/2021
@lementelettriche






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Perché Mário Raul de Morais Andrade viene definito “Il poeta del tempo prezioso”

Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo da vivere da qui in avanti di quanto non ne abbia già vissuto.
Mi sento come quel bambino che ha vinto una confezione di caramelle e le prime le ha mangiate velocemente, ma quando si è accorto che ne rimanevano poche ha iniziato ad assaporarle con calma.
Ormai non ho tempo per riunioni interminabili, dove si discute di statuti, norme, procedure e regole interne, sapendo che non si combinerà niente.
Ormai non ho tempo per sopportare persone assurde che nonostante la loro età anagrafica, non sono cresciute.
Ormai non ho tempo per trattare con la mediocrità. Non voglio esserci in riunioni dove sfilano persone gonfie di ego.
Non tollero i manipolatori e gli opportunisti. Mi danno fastidio gli invidiosi, che cercano di screditare quelli più capaci, per appropriarsi dei loro posti, talenti e risultati.
Odio, se mi capita di assistere, i difetti che genera la lotta per un incarico maestoso. Le persone non discutono di contenuti, a malapena dei titoli.
Il mio tempo è troppo scarso per discutere di titoli.
Voglio l’essenza, la mia anima ha fretta…
Senza troppe caramelle nella confezione…
Voglio vivere accanto a della gente umana, molto umana.
Che sappia sorridere dei propri errori.
Che non si gonfi di vittorie.
Che non si consideri eletta, prima ancora di esserlo.
Che non sfugga alle proprie responsabilità.
Che difenda la dignità umana e che desideri soltanto essere dalla parte della verità e l’onestà.
L’essenziale è ciò che fa sì che la vita valga la pena di essere vissuta.
Voglio circondarmi di gente che sappia arrivare al cuore delle persone…
Gente alla quale i duri colpi della vita, hanno insegnato a crescere con sottili tocchi nell’anima.
Sì… ho fretta… di vivere con intensità, che solo la maturità mi può dare.
Pretendo di non sprecare nemmeno una caramella di quelle che mi rimangono.
Sono sicuro che saranno più squisite di quelle che ho mangiato finora.
Il mio obiettivo è arrivare alla fine soddisfatto e in pace con i miei cari e con la mia coscienza. Spero che anche il tuo lo sia, perché in un modo o nell’altro ci arriverai.

Mário Raul de Morais Andrade – “La mia anima ha fretta”



Mi sento incalzare dal tempo che passa con l’eco assordante delle richieste altrui, tutti pretendono tutto e – chi non chiede – prende direttamente. Come non fosse peggio.

Farei anche basta. Potendo farei sì che le maschere cadessero tutte, dissolvendosi, giusto per non spendere troppe energie nel dover riconoscere la presunzione – abilmente mascherata dai sorrisi falsi dei Giuda di turno – e per concentrare ognuna delle mie risorse da investire in positivo.

Dalla mia ho ancora coraggio, sorriso e capacità notevoli per fare reset: io potrei essere solamente me e, se lo sa chi mi conosce e non mi teme, tanto basti. Suppongo sia difficile manipolare gli spiriti liberi – ho detto liberi che non si legga libertini – sottolineo.

Ho l’intensità della gente cresciuta, maturata, risolta, in pace col proprio sé e la sensibilità delle ali d’una farfalla: posso fare una sintesi e vi garantisco anche di detestare chiunque sia vile, pusillanime, poco chiaro o anche solo ondivago. No, non aspetto più (e Dio m’è testimone sulla mia capacità di attendere).

Vado a mangiarmi le mie caramelle, avidamente, con gusto: non per questo mi farò alzare il picco glicemico. Ho la mia individualità e sono una persona: il giorno in cui dovessi gettare la spugna, farmi anche solo un account di coppia o cose simili, vi prego, salvatemi. Chiamate aiuto.

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“Alcune notti sono veramente cattive”

Alcune notti sono d’una cattiveria inaudita

vai a letto sentendoti letteralmente sfinita

sei completamente estenuata

però non riposi

non c’è verso

non dormi.



Ti alzi

poi passeggi

poi bevi il caffè

poi pensi e ripensi

così cerchi di scrivere

ma le parole ti sfuggono

senti che _ persino loro _ ti tradiscono

_ è come se ogni lemma avesse vita sua

o un deus ex machina desse degli ordini _

improvvisamente i termini evocano le immagini

_ quelle stesse che la tua coscienza ha respinto

con indicibile fermezza e con assoluta lucidità _

è una sorta di bulimia nervosa assai deprimente

così da farti auspicare persino un effetto Prozac.



Ti riprendi tutti i pensieri pur di non cedere mai

questa la tua sola ed unica possibile soluzione.



Al bisogno _ se dovesse servirti _ usa una rete

ma che sia a maglie sottilissime e poi chiudila.

Fallo stringendo bene e vai a gettarla nell’oblio.



Ricordati di leggere bene le controindicazioni

come per qualsiasi bugiardino medico. Tu sai.



Che il caffè sia robusto e forte.

Che non ci sia zucchero.

Che il resto non serva.



Ecco _ tornano anche le parole _ adesso sì.



Il guaio è sempre lo stesso

le persone sensibili

camminano scalze

sopra ogni inferno.








Paola Cingolani
22/02/2021
@lementelettriche








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“Ricordando Kikì Dimula – Cravatta nera”

Innaffia tu la pianta
e lasciami piangere.
Scrivi però le ragioni,
forse devo altro dolore.
Voglio avere la coscienza in pace
di avere sofferto per tutto.

Scrivi che piango per uno specchio.
Un tempo oggetto ornamentale,
oggi oracolo.
Per la brusca buonanotte
che danno le poche possibilità
e si dileguano.
Scrivi che piango per la tua finestra,
chiusa e senza saluti,
melanconica per nascita.
Per gli uccelli dell’ultimo decennio.
Il loro terrore delle antenne televisive.
Per il loro adattarsi
e svolazzare
tra questi alberi di ferro.

Scrivi.
Per questo sabato sera sepolto
tra due cipressi
nella chiesa di campagna.
Per la luna in lutto – indossa
una cravatta nera nuvola,
scrivi che piange.
Piango perché mi hai chiesto
se ho visto la luna piena.
No, non ho visto niente di pieno, non ho vissuto.
Piango perché i ragazzi portano lo zaino
come una conoscenza già completa,
e non entrano nel tenero rassicurante
delle ore ancora acerbe
e non giocano.

Scrivi che piango per le madri.
Le più antiche madri.
Belle ed esili,
amanti delle finestre,
arpiste della vedetta
che la morte ha colto impreparate
e sono longeve materne
nelle fotografie del salotto
e nei ricami.

Piango perché hanno acceso le luci
e la domenica gatta raggomitolata
sulla mia finestra.
Scrivi che piango per le bufere,
il poco cibo,
per tutto il Poco,
per i terremoti
senza preavviso.
Piango perché va sprecata
la notizia che mi hai dato
della prima farfalla vista ieri.
Piango perché non fa notizia l’effimero.

Scrivi. Piango
perché la sorte si è chiusa in casa,
la dilazione è arrivata al boia,
la borraccia è arrivata nel deserto,
la gioventù nella fotografia.
Piango perché chissà chi chiuderà
dei miei giorni gli occhi.

Innaffia tu la pianta
e lasciami piangere perché…

Kikì Dimula – Da “L’adolescenza dell’oblio”

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“Il tempo è circolare, come una ciambella. HARUKI MURAKAMI”

Impariamo a concepire il tempo in maniera circolare – come fosse una buona e soffice ciambella – non come se stessimo guardando il binario d’una ferrovia ad alta velocità, fatto di rette parallele che si estendono all’infinito ma non si toccano mai. Proviamoci, sarebbe una grandissima conquista.

[“A nemico che fugge, ponti d’oro.” – Frontino assegna la paternità della locuzione a Scipione l’Africano – “Il nemico, quando scopre (Una salus victis, nullam sperare salutem) che non ha più nulla da perdere se non la propria vita, si rivolta col coraggio della disperazione contro l’inseguitore.”]

Adattandomi, in questo mezzo secolo ho letteralmente imparato a fare da pontefice, costruisco ponti d’oro, pur di alleviarmi la disperazione, a chi mi sfugge. Io non sono mai scappata ed è molto significativo non sia mai scappato neanche chi ho deciso io di lasciare.

“In ogni caso, avevamo fame. Anzi, per l’esattezza, ci sembrava di aver inghiottito il vuoto cosmico, quella era la sensazione. All’inizio era un vuoto piccolo, delle dimensioni del buco di una ciambella, ma col passare dei giorni andava espandendosi all’interno del nostro corpo e prendeva le dimensioni di un abisso senza fondo. Un monumento alla fame, con tanto di musica solenne in sottofondo.”

Da “Gli assalti alle panetterie” – Haruki Murakami

Ecco, oggi ho una fame pazzesca e sento d’aver fagocitato troppa aria fritta.
Non è colpa di nessuno, sono state le circostanze ad essere sfavorevoli. Devo ammettere che c’è stato chi mi ha offerto banchetti gustosi. Solo non avevo ancora abbastanza fame o – forse – avevo già mangiucchiato qualcosa. Chissà.
Magari – a causa della mia troppa severità con me stessa – m’ero messa a fare lo sciopero della fame e della sete. E persino senza una straccio di fisiologica.

Succede: a venti, trenta, anche quarant’anni si è drastici, per niente elastici, più rigidi.
Poi – crescendo – ci si scopre diversi e, man mano che si gusta la ciambella, è come se, idealmente, anche l’appetito crescesse.
Sorrido perché mentre sto scrivendo queste mie riflessioni penso al vecchio adagio “L’appetito vien mangiando” – poco filosofico – ma calzante.

Più si restringe il tempo, più si ha una sorta di fame atavica da colmare.

Insomma, il paradosso vero del tempo è esattamente questo: quando la ciambella è intera e fragrante, manca la fame. Quando si è affamati – al contrario – scarseggia la ciambella, ne resta ben poca, oramai indurita.
Resta quel maledetto buco quale certezza unica, indissolubile.






Paola Cingolani
21/02/2021
@lementelettriche

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“Se devo chiedertelo, anche no. Grazie.” – FRIDA KAHLO

Non ti chiedo di darmi un bacio.
Non chiedermi scusa quando penso che tu abbia sbagliato.
Non ti chiederò nemmeno di abbracciarmi quando ne ho più bisogno, o di invitarmi a cena il giorno del nostro anniversario.

Non ti chiedo di andare a percorrere il mondo, a vivere nuove esperienze, e tanto meno ti chiedo di darmi la mano quando saremo in mezzo a quella città.
Non ti chiedo di dirmi quanto sono bella, anche se è una bugia, né di scrivermi niente di bello.

Non ti chiederò nemmeno di chiamarmi per dirmi com’è andata la giornata, né di dirmi che ti manco.
Non ti chiederò di ringraziarmi per tutto quello che faccio per te, né che ti preoccupi per me quando i miei animi sono a terra, e ovviamente, non ti chiederò di appoggiarmi nelle mie decisioni.
Non ti chiederò nemmeno di ascoltarmi quando ho mille storie da raccontarti.
Non ti chiederò di fare niente, nemmeno di stare al mio fianco per sempre.

Perché se devo chiedertelo, non lo voglio più.

Frida Kahlo

“Eh, ma avresti potuto dirmelo!”

E invece no. Anche no, grazie: sono un’amante della spontaneità e ci sono cose che non intendo chiedere affatto, a nessuno, men che meno a chi ha la pretesa di conoscermi e di volermi bene.

Potrei chiederti “Andiamo a mangiare una pizza stasera, ti andrebbe?” ma lo farei solo se dovessimo uscire insieme a cena. Mi sembra scontato. Certo è che non ti avrei mai domandato se fossi andato in vacanza solo con tuo figlio. Neanche sotto tortura.

Non ti ho nemmeno risposto “Sono felicissima di vederti domani” quando mi è arrivato quel messaggio. Sebbene carino e dolce, non ti ricordavi che l’indomani sarei dovuta venire da te.

Non sono partita ma non mi è bastato: all’ora del mio arrivo ti ho mandato quel meraviglioso WhatsApp – per il quale mi amo anche se tu, infondo, mi detesti – però sei pusillanime e non lo ammetteresti mai.
Ho scritto “Carissimo, stai tranquillo, non scapicollarti per venirmi a prendere alla stazione perché sono a casa, comodamente sdraiata e, prevedendo che ti saresti dimenticato, non solo non te l’ho ricordato ieri. No. Ho scelto proprio di non partire affatto e di non raggiungerti per dirtelo adesso.”

Qualche attimo di silenzio imbarazzante dopo le spunte azzurre, poi la tua risposta disarmata.
“Scusami, scusami tanto.”

A questo punto ci mancava la tromba di un soldato a intonare “Il silenzio” e la sceneggiatura sarebbe stata da Oscar.


Non ti ho mai chiesto niente, hai sempre promesso il mondo da solo, mentre – guardandoti – al massimo ho sorriso felice.
Una sola volta ti ho detto “Fossi chiunque altro, ti avrei riso in faccia. Non so perché a te perdono cose allucinanti.” Niente da fare. Sei andato oltre. Sei arrivato al punto di non ritorno, quello che travalica persino il mio perdonare. Siamo al vuoto cosmico, è il nulla.

Ti chiedo di piantarla, di non dirmi più quanto io sia eccezionale. Anche basta, grazie.







Paola Cingolani
20/02/2021
@lementelettriche


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“ITALO CALVINO e la sua convinzione che il divertimento fosse una cosa molto seria”

“Io credo che il divertire sia una funzione sociale, corrisponde alla mia morale. Penso sempre al lettore che si deve sorbire tutte queste pagine, bisogna che si diverta, bisogna che abbia anche una gratificazione. Questa è la mia morale: uno ha comprato il libro, ha pagato dei soldi, ci investe del suo tempo, si deve divertire… Io penso che il divertimento sia una cosa seria!”

Italo Calvino – Brano dal suo “Discorso agli studenti di Pesaro” dedicato a “Il visconte dimezzato” – 11/05/1983

Uno scrittore che amo visceralmente, una mente assai lungimirante e molto, molto ironica, una penna sapiente, uno fra coloro che più e meglio di altri hanno rappresentato la lingua italiana nel mondo.
Non si prendeva troppo sul serio, anzi credeva fermamente che fosse necessario divertirsi leggendo. La mia riflessione è semplice ma, credo, efficace: ve la sottopongo.

Ho comprato un libro.
Le pagine sono centinaia.
Trovo mi stia ammorbando e non poco.
Non mi diverto affatto, né provo gratificazione alcuna.
Credo che avrei potuto scegliere meglio e optare per un altro autore.
Ho speso inutilmente dei soldi, ma non mi sento di andare avanti, abbandono questa lettura.
La prossima volta? Certamente non compro più un libro di quest’autore, neppure sotto tortura.

Ho comprato un libro.
Le pagine sono centinaia.
Trovo mi stia piacendo e vado avanti entusiasta.
Non soltanto mi diverto, ma provo una notevole gratificazione.
Credo che non avrei potuto scegliere meglio optando per un altro autore.
Ho speso davvero bene questi pochi soldi e consiglio di leggere lo stesso libro ai miei amici.
La prossima volta? Certamente comprerò di nuovo un libro di questo autore, mi entusiasmo già.

Leggere è un piacere ma – proprio per questo – non si può leggere chiunque, né qualunque cosa.
Conversare è un piacere e non lo si può condividere con tutti. Alcuni individui sono più amabili se ci restano a distanza, si sa. Credo sia come per gli affetti amicali o per gli amori: ci si sceglie, ecco, alla stessa maniera riponiamo fede su di una lettura.

Se ci suscita il sorriso è il libro giusto e finiamo per innamorarcene perché ci stimola, ci evoca emozioni così come ogni parola giusta ci coccola al momento opportuno.





Paola Cingolani
19/02/2021
@lementelettriche

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“Puntiliosamente parlando d’ortograffia e d’altri demoni: UMBERTO ECO”


Ho trovato in internet una serie di istruzioni su come scrivere bene. Le faccio mie, con qualche variazione, perché penso che possano essere utili a molti, specie a coloro che frequentano le scuole di scrittura:

1 Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
2 Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
3 Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
4 Esprimiti siccome ti nutri.
5 Non usare sigle commerciali e abbreviazioni.
6 Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
7 Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
8 Usa meno virgolette possibili: non è «fine».
9 Non generalizzare mai.
10 Le parole straniere non fanno affatto bon ton.

11 Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: «Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.»
12 I paragoni sono come le frasi fatte.
13 Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
14 Solo gli stronzi usano parole volgari.
15 Sii sempre più o meno specifico.
16 La litote è la più straordinaria delle tecniche espressive.
17 Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
18 Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
19 Metti, le virgole, al posto giusto.
20 Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.

21 Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
22 Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono «cantare»: sono come un cigno che deraglia.
23 C’è davvero bisogno di domande retoriche?
24 Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe – o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento – affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
25 Gli accenti non debbono essere né scorretti né inutili, perché chi lo fà sbaglia.
26 Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
27 Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
28 Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
29 Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
30 Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.

31 All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
32 Cura puntiliosamente l’ortograffia.
33 Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
34 Non andare troppo sovente a capo.
35 Almeno, non quando non serve.
36 Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
37 Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
38 Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
39 Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
40 Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.”

Umberto Eco – Da “La bustina di Minerva” – (Bompiani – Milano – 1999)


Confesso di aver riso abbondantemente con questo brano di Eco. Nell’ironica apertura si sconfessa già perché non so voi, ma io non ce lo vedo a cercare su internet le istruzioni per scrivere bene. Anzi, usando parole sue, in rete imperversa uno stuolo di imbecilli. Uno stuolo è un’armata inarrestabile che avanza, un termine non casuale o avrebbe potuto scrivere una pletora.
Insomma, per dirla tutta alla sua maniera “Il computer non è una macchina intelligente che aiuta le persone stupide, anzi, è una macchina stupida che funziona solo nelle mani delle persone intelligenti.”
Con una simile chiusa credo che possiamo anche accantonare ogni forma di ironia, ma non dopo aver letto l’elenco sopra citato che – come ogni fine arguzia – è veramente molto brillante e molto divertente.
Se volete sapere com’è andata esattamente, l’ho riletto almeno quattro volte, punto per punto.





Paola Cingolani
18/02/2021
@lementelettriche





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“Vince chi molla. CHARLES BUKOWSKI”

“Ad un certo punto bisogna saper andar via.
Io sono il tipo che vuol sempre restare fino all’ultimo, fino a che la festa non è finita, finché c’è vita c’è speranza, fino a che non mi dici chiaramente che è ora di andare. Invece dovrei imparare a sparire, a un certo punto, perché tanto alle persone piace sentire la mancanza di qualcuno, più della sua presenza.
Fanno così: dicono che vorrebbero qualcuno che non se ne vada mai, poi lo trovano e sai a chi pensano?
A chi non c’è.”

Charles Bukowski

Ogni tanto mi guardo indietro e mi faccio delle domande sui temi che – in qualche modo – hanno condizionato la mia vita.
Vorrei poter chiedere certe cose anche a chi ne è stato protagonista con me ma, se solo avessi potuto farlo, non mi sarei dovuta scervellare, né avrei dovuto mollare tutto andandomene via.

La letteratura è stata sempre un’ottima ispiratrice e mi ha risposto ad ogni domanda, al massimo non si è concessa scappatoie lasciandomi il tempo di riflettere e di capire ben più di chi – come te – ha tentato di depistarmi e di trattenermi inutilmente.

Tu sei proprio grande: un grandissimo professionista e un grandissimo principiante al contempo.

Posso scommetterci la testa, mi hai cercata per tanti anni solo perché sono stata così abile nel lasciarti solo: ti sono mancata e – ancora – ti manco, lo so bene, d’altronde non ne hai fatto mistero.
Ma tu non mi manchi – non per come sei – almeno.
Di te mi manca quello che avresti voluto essere e che non sei stato, né sarai mai.
L’inesistenza.
Il nulla.
E, allora, va bene collocarti nell’archivio della mia mente – senza rancore – ma non andrebbe bene concederti opportunità ulteriori perché i seriali come te, prima di relazionarsi, devono trovare un equilibrio con loro stessi.
Io sono risolta, tu non lo sei.


Ricordo con affetto quell’uomo che, quindici anni fa, mi fissava estasiato: una persona letteralmente rapita, che non mi avrebbe lasciata più.
Poi si è ammalato mio padre e sì, ho ricevuto molti sms.
Poi – ancora – il lutto vissuto in clandestinità, che non dimentico e non rinnego.

“Tanto tu sei forte, cara Paola, sei una donna eccezionale.”

Ecco, fanno così i principianti nelle avversità, ti lasciano scappare credendo di riprenderti più tardi, perché – dopo quindici anni – sono loro a non perdonarti di avere anche un valore aggiunto.
Ma nessuno saprà mai niente.
Nessuno potrà mai vederli, se non con l’abito dell’esimio professionista.
Tranne te.


Paola Cingolani
17/02/2021
@lementelettriche



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“Ci siamo liquefatti, sciolti come neve al sole. ZYGMUNT BAUMAN”

“Tutti i punti di riferimento che davano solidità al mondo e favorivano la logica nella selezione delle strategie di vita (i posti di lavoro, le capacità, i legami personali, i modelli di convenienza e decoro, i concetti di salute e malattia, i valori che si pensava andassero coltivati e i modi collaudati per farlo), tutti questi e molti altri punti di riferimento un tempo stabili sembrano in piena trasformazione. Si ha la sensazione che vengano giocati molti giochi contemporaneamente, e che durante il gioco cambino le regole di ciascuno. Questa nostra epoca eccelle nello smantellare le strutture e nel liquefare i modelli, ogni tipo di struttura e ogni tipo di modello, con casualità e senza preavviso.”


Zygmunt Bauman – Da “La società individualizzata”

Sono affezionata a Bauman: averlo ascoltato a “Futura Festival” è stato privilegio puro.
Ricorderò sempre quell’edizione – mi trovai a ricevere il premio indetto dall’UNESCO su Giacomo Leopardi – e non avrei mai creduto di potercela fare.
Non solo. Conobbi il grande linguista Massimo Arcangeli – persona speciale – e nacque una delle più belle amicizie delle quali io possa fregiarmi. Un’estate fortunata, non c’è che dire.

Poi – come succede spesso – ho sentito parlare i signoroni tronfi, quelli che non sono nessuno e che si replicano ogni tre per due (come le offerte dei supermercati) dicendo “Quando mi sono laureato”.

Mi ha indisposta l’arroganza con cui ho sentito citare Bauman dal ridondante titolato: io ne esaltavo la splendida capacità di rendersi comprensibile con l’idea di società liquida, il tizio mi ha risposto con sufficienza, come dire “E capirai, che ci voleva tanto? Io sono migliore.”

Già, ho pensato, solo che tu non sei nessuno e stai rompendo le scatole a me sperando nella mia approvazione che – se non dovesse arrivare – vorresti estorcere così, col ricatto morale.
Allora no, non ti darò neanche adito a pronunciare una parola in più e – in effetti – feci così. Ribaltai abilmente tutti i termini del discorso.

Tutti i valori umani e i punti fermi che apparentemente davano senso al nostro vivere sono scomparsi: quello che ci sembrava avere uno spessore e una solidità, di fatto, si è sciolto come neve al sole in tempo flash. Non abbiamo più né simboli, né archetipi e tutto fluttua. Se ci va bene galleggiamo fra un rottame e l’altro mentre – una pioggia battente – ci percuote. Pochi sanno nuotare, molti – per tenersi a galla – si aggrappano ad altri naufraghi disperati e li affossano.
(Rileggendomi sembro un misto fra “Blade Runner” e “Purple Rain”, sorrido di me stessa.)

Ogni cosa – ogni tempesta – semplicemente accade e non abbiamo carte nautiche, né bussole funzionali. Il caso è la sola costante in un tempo perverso e variabile.

Ci siamo liquefatti anche nei rapporti umani e questo tzunami ci sta portando via, non eravamo pronti, non ci potevamo neppure immaginare che – a salvarci – sarebbe restato e resterà solo un bene folle.






Paola Cingolani
16/02/2021
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“L’intelligenza non si studia. NAPOLEON HILL”

“L’esperienza dimostra che i più istruiti sono gli autodidatti o le persone che “si fanno da sé”. Ci vuole molto più di una laurea per ritenersi istruiti. Può considerarsi tale chi ha appreso a ottenere ciò che vuole nella vita senza ledere i diritti altrui. L’istruzione non è costituita dalle nozioni spicciole, ma dalle conoscenze pratiche applicate durevolmente. Si remunerano le persone non per quanto sanno, ma per ciò che fanno con quel che sanno. […] Un uomo istruito non è necessariamente chi possiede gran copia di nozioni generali o specialistiche, ma colui che ha sviluppato a tal punto le sue facoltà mentali da conquistare qualsiasi cosa voglia, senza ledere i diritti altrui. […] Gli uomini di successo, in qualsiasi campo professionale, non rinunciano mai all’istruzione perpetua, specie in relazione al loro settore, ai loro affari o all’obiettivo che si sono posti. I perdenti sono di solito quelli che commettono l’errore di credere che il periodo di acquisizione delle conoscenze finisca con l’ultimo anno di frequenza scolastica. In realtà, l’educazione scolastica si limita a darci le prime nozioni e a immetterci sulla strada per l’apprendimento delle conoscenze pratiche.”


Napoleon Hill – Da “Pensa e arricchisci te stesso” – 1938

L’intelligenza non si studia, diciamolo: ho conosciuto persone con due lauree, talmente arroganti e piene di uno straripante Sé, capaci solo di farsi il vuoto attorno. Anche con una, lo dico onestamente, piuttosto avrebbero dovuto conseguire – per doti naturali – un bel master in arroganza. Allora sì, allora io stessa avrei donato loro un ulteriore titolo, ad honorem, in egoismo.

Se è vero – com’è vero – che il sapere è universale ed infinito, l’ovvia conseguenza è che lo stesso buonsenso dovrebbe suggerirci ogni giorno di conoscere i nostri limiti e di aiutarci a scoprire come superarli.

Ho voglia di crescere, ci provo, so di non possedere l’onniscienza in quanto persona, in quanto umana e, per questa ragione, prediligo chi non mi affronta sciorinando il suo elenco di titolazioni – come dire – non siamo in gara ma siamo in vita, che non è esattamente la stessa cosa.

Non snobbo, ma non sono disposta a barattare nessuna delle mie conquiste: conosco la mia storia e mi metto in discussione. So cosa ho fatto e quanto ho ottenuto, so di aver pagato tutto con la maggiorazione, lasciando anche laute mance, non sono certo in difetto, eppure – magari là dove è necessario confrontarmi – chiedo.

Chiedo aiuto a chi sa, chiedo scusa se ho sbagliato, evito di essere pusillanime e rigetto i nascondigli. Così pure detesto gli alibi: non me li concedo.

Questo è il mio modo di essere che, necessariamente, impone a me stessa un rigore notevole a vantaggio del mio prossimo e della mia coscienza.
Mi piacerebbe che anche gli altri fossero corretti con me o – per evitare problemi – dopo avvertimenti reiterati e ripetuti, tenendo fede all’idea del giusto, devo allontanarmi da chi non
ha voluto comprendere. Senza rancori, s’intende.


Ho fronteggiato laureati e dotti che nella vita si sono comportati in maniera insipiente: ricordo come, il quotidiano, non preveda esami preventivi, né studi teorici. Semplicemente accade e accade in un tempo circolare, che oltrepassa ogni previsione ed ogni calendario.
Questa è una spirale che può diventare perversa – se non si coltiva il valore del coraggio – e se non si studia la grammatica dei sentimenti. O si capisce questo, o diventa inutile tutto.

Insomma o impariamo l’amore e il rispetto, per noi e per gli altri, o senza cuore, vanifichiamo anche lo studio matto e disperatissimo.







Paola Cingolani
15/02/2021
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“LE PAROLE DEL RE INCA” di Fabrizio Bozzini – Amazon – La mia recensione

Ho un concetto del tempo abbastanza junghiano, vale a dire sono convinta di come gli eventi siano sincronistici e difficilmente pianificabili. Penso come – in nove anni di Twitter – sia buffo l’esserci trovati adesso. Di fatto è andata così nonostante avessimo amici comuni.

Fuori dal comune, invece, c’è la voglia di vivere cercando sempre di buttare via qualsiasi paravento. Il costante e continuo impegno di raccontarsi senza alibi, la ricerca, l’introspezione, il dirsi e il darsi col coraggio di affermare – “Sono questa persona, al di là degli algoritmi, provo emozioni intense – nel bene e nel male – e sono un individuo che apprezza la leggerezza calviniana piuttosto che la superficialità massificante, la quale mi vorrebbe ridurre un essere omologato.” –

Fabrizio conferisce questo senso alle sue parole, senza filtri, con un racconto che – fra miliardi di apparizioni social – è la storia di un essere profondamente umano e dignitoso.

Non ha mai la pretesa di assurgere a maestro di vita, lascia aperto un dialogo pieno di spiragli luminosi, interagisce con sé e con gli altri pensando e misurando i termini per non intaccare niente e nessuno, mai, inconsapevole maestro di modestia e signorilità.

Mi affascina la sua passeggiata sulla battigia, nell’incipit, mentre pensa e decide di cominciare questo lavoro, dando un senso preciso e una collocazione spaziotemporale stabilita al flusso di emozioni che lo attraversano. Sentivo lo sciabordio dell’acqua, vedevo i gabbiani, percepivo la sabbia bagnata sui miei stessi passi e vedevo il sole sorgere.

Mi ha sussurrato la poesia di Ungaretti – “ Il mare / voce d’una grandezza libera “ – così mi sono detta – “Repentina galleggia un’altra mattina” – ed è stata l’alba di un giorno nuovo, un viaggio parallelo fra sentimenti e parole scelte con il desiderio di essere, mai di apparire: neppure per un attimo perché, a cadere, fosse quel velo ipocrita col quale si ammantano i più.

Fabrizio – con una semplicità che ci richiama all’attenzione – si è raccontato non per la gloria del mondo, ma per lasciare una testimonianza viva ed eterna alle sue due figlie.

Questo – agli occhi miei – delinea una figura ammirevole e gli riconosco molto più del lavoro di un bravo aforista, o di chi riesce a sintetizzare pensieri profondi con frasi dirette e “straight”, come direbbe Murakami. Personalmente, credo che Fabrizio abbia il dono di coinvolgere e di entusiasmare così tanto spiccato, da poter rendere vive e palpitanti emozioni come quelle della poesia più pura.

– “Ehi tu, luna.” – Dice.
E io, che non posso fare a meno di fraseggiare, fra me e me – ma questo Fabrizio, conoscendomi, lo può sospettare
– “Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi,
che fai, silenziosa luna?”








Paola Cingolani
12/02/2021
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“Fare, disfare e strafare: perché si finisce sempre così quando ci si vuole migliorare”

E sì, mi capita: faccio, disfo, strafaccio, sbaglio e cerco di ricominciare imparando cose nuove.
Ogni santissima volta.

Ma, quasi, se mi andasse tutto liscio non mi divertirei – o mi potrei preoccupare perché è chiaro, ci sono abituata – fino a quando non me ne capita una più grossa di me, non mi arrendo.

Mia nonna ripeteva che, alle ragazze vivaci e attive, si dice “Una ne fai e cento ne pensi.” Poi proseguiva, anche. “A te, figlia, bisogna dire cento ne fai e mille ne pensi perché tu, amore mio, sei come me. Arrivi avanti e porti la bandiera.”

Sorrido commossa perché parlo con lei ancora adesso e continuiamo ad essere complici.
Le rispondo, ogni volta, come oggi “Nonna, la genetica non è un’opinione!” e ridiamo forte.

Insomma, fra relitti e delitti, siamo un po’ tutti in alto mare.
La cosa veramente capace di renderci diversi e di portarci oltre, io credo, sia la voglia di lasciare agli altri i delitti e di farci largo fra i relitti.

Della quotidianità raccontatami come fosse una specie di favola, diffidavo e diffido.

Sono certa che le emozioni muovano il nostro mondo e che rappresentino una catarsi.
Sono certa che sia fondamentale fare.
Sono certa che sia altrettanto necessario non il semplice dire, ma il saper dire poiché le parole fanno un rumore misterioso e magico, sono potenti.
Distruggere o far rinascere qualcuno, con le parole, si può. Persino con il non detto.
Perché il non detto sa essere più letale di quanto detto col cuore.





Paola Cingolani
12/02/2021
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“Essere tenaci e obbedire quanto più possibile alla correttezza. Rispettarsi per rispettare” HERMANN HESSE

C’è una virtù che molto amo, l’unica. Essa ha nome tenacia. Delle molte virtù di cui leggiamo nei libri e di cui sentiamo parlare i maestri non so che farmene. E, d’altro canto, tutte le molte virtù che l’uomo si è inventato potrebbero essere raccolte sotto un’unica denominazione. Virtù significa obbedienza. Solo che c’è da chiedersi a chi si obbedisce. Anche la tenacia, infatti, è obbedienza. Ma tutte le altre virtù, tanto amate e lodate, sono obbedienza a leggi che sono state imposte da uomini; soltanto la tenacia non si inchina a queste leggi. Chi è tenace obbedisce infatti a un’altra legge, una legge particolare, assolutamente sacra, la legge che ha in se stesso, il “tenere a se stesso”.

Hermann Hesse – Da “Il coraggio di ogni giorno
 – 1998


Chi non conosce, giudica e sbaglia.
Chi conosce, avverte e osserva attentamente.
Poi, nel caso in cui scopre una disobbedienza lapalissiana alla morale comune, suo malgrado, si vede costretto a prendere decisioni con il massimo rigore e con la massima intransigenza.

Tacere, in questi casi, significa rendersi complici e io non mi rendo disponibile – là dove ravviso un comportamento sbagliato – ad alcuna complicità.

Figuriamoci se non è neanche la prima volta che avverto.
Figuriamoci se fornisco pure prove concrete di quello che dico.
Figuriamoci se si crede di tapparmi il becco con una non verità, come fossi orba.

C’è una cosa sacra, lo è stata ogni giorno della mia vita e dovrà esserlo ancora: il mio coraggio.
Il coraggio che ho di prendermi cura di me stessa, costi quel che costi, tentando di comportarmi sempre al meglio che posso, per mia figlia, per la mia onestà intellettuale, per il mio bisogno totalizzante di non piegare mai la testa a chi pretende di manipolare la realtà e di sovvertire le regole del vivere civile.

Credetemi, sono molto tenace e non mi chinerò mai a nessuna menzogna così tanto ridicola.

Perché se ti chiami Mario Rossi e scrivi un brano copiandolo di sana pianta da Shakespeare, allora, io – da lettore – mi accorgo e dico di chiamarlo col suo nome: plagio.
Lo segnalo agli altri Admin del gruppo e mi si risponde “Mario ha detto che è una sua poesia scritta ieri”.
Basita mando una mail con il link dell’autore originale (la prova) e dico Shakespeare per far capire che, quando si vuole fare i fenomeni, sarebbe meglio volare bassi ché gli autori noti, i lettori li vedono e li riconoscono, anche.

Molto bene, caro Mario Rossi: fly down, please.
Intanto io esco dai moderatori del gruppo, mi riprenderò tutto il mio materiale con rapidità e, appena terminato il recupero delle mie cose, troverò altri spazi.

Neanche io sono Wislawa Szymborska, è vero, ed è così vero che mi firmo col mio nome.
Sono tenace, come ogni granello di sabbia: neppure la punta di uno spillo mi oltrepassa.





Paola Cingolani
11/02/2021
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“La verità spaventa da sempre. MARGHERITA HACH.”

“Le persone vere spaventano. Per questo spesso rimangono sole. Perché sono sincere, sono oneste e quando vogliono dire qualcosa lo dicono nel modo più vero che conoscono.”

Margherita Hack



La verità spaventa, da sempre. Inutile girarci attorno con danze e piroette, essere veri è tanto bello quanto impegnativo perché implica una selezione estrema.

Specie in questo mondo dove il falso mito dell’apparire trionfa sull’essere.
Specie se si è donne ché – non so per quale strano assioma o postulato – “tanto gentile e tanto onesta ap-pare” la donzella sorridente, soprattutto se sufficientemente condiscendente.

Io non me ne faccio una ragione, si sappia, per quel che interessa.
Proprio non ci riesco: farsene una ragione è già una forma di arrendevolezza e, dunque, non ci si può sempre dare per vinti senza argomentare neppure.

La verità, se esposta con educazione e aperta al confronto costruttivo, è un valore aggiunto. Mi guardo le spalle da chi falsamente – senza onestà intellettuale – pontifica, quasi detenesse il Verbo, e si fa largo fra la folla con l’adulazione meschina.

Che cospargano la menzogna di fiorame appassito e la imbellettino, una sola è la certezza: non mi avranno mai.
Men che meno mi avrà chi li predilige.





Paola Cingolani
10/02/2021
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“AGATHA CHRISTIE: esempio lapalissiano di penna capace, nonostante le fatiche domestiche”

Nella foto è ritratta la scrittrice inglese Agatha Christie, autrice di 66 romanzi polizieschi e 14 raccolte di racconti, fiera, col suo grembiule indosso, mentre rassetta la cucina della sua casa.
Non vi nascondo come questa immagine mi abbia colpita molto, specie per la frase di Alda Merini con la quale è stata commentata.


La differenza tra il poeta e la poetessa.

“Sapete qual è la differenza tra il poeta e la poetessa? Il poeta torna a casa, si siede in poltrona e si riposa. La poetessa torna a casa, si rimbocca le maniche e ricomincia a lavorare.”

Alda Merini


Agatha Christie era del 1890. Alda Merini era del 1931.
Io, che non sono brava come loro ma vorrei avere tempo per selezionare una mia silloge e trovare un editore, ho anche molti meno anni (sono una donna di oggi e sono vivente, oltretutto).

Sono anche fortunata, mia figlia abita per conto suo, ho la compagnia di un cane meraviglioso e nessuna pressione apparente.

Eppure.

Fatico a trovare mezz’ora per me, fatico perché sono stanca, fatico per una serie di cose che so di dover fare da sola.

Come sempre.

Alle volte riesco anche, altre ho bisogno – come tutti – di chi è più capace di me.


“Tanto tu sei brava” mi si dice “Finisce sempre che trovi una soluzione per tutti e per tutto.”

No, non è vero, affatto. Non è esattamente così che vanno le cose perché non sono Wonder Woman, non sono la Merini e neppure Agatha Christie.

Penso che meriterei anche io più poltrona e meno impegni, esattamente come ogni donna.
Penso – anche – che ci dovremmo spendere maggiormente e meglio per svecchiare queste credenze tanto arcaiche ed ancestrali. Non soltanto nella scrittura, si capisce, anche nell’adeguare i salari, tanto per dirne una.



Paola Cingolani
08/02/2021
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“ERICH FROMM e l’importanza di provare emozioni, per non impazzire.”

“La depressione non equivale al dolore; il vero depresso ringrazierebbe il cielo se riuscisse a provare dolore. La depressione è l’incapacità di provare emozioni. La depressione è la sensazione di essere morti mentre il corpo è ancora in vita. Non equivale affatto alla pena e al dolore, con i quali anzi non ha niente in comune. Il depresso è incapace di provare gioia, così come è incapace di provare dolore. La depressione è l’assenza di ogni tipo di emozione, è un senso di morte che per il depresso è assolutamente insostenibile. È proprio l’incapacità a provare emozioni che rende la depressione così pesante da sopportare.”


Erich Fromm – Da “I cosiddetti sani” – Mondadori 1996  

Io mi dichiaro mentalmente insana, a guardare chi mi circonda, perché – di questa pletora di geniacci – si sappia, non voglio essere parte.

Quelli che “Non sorridere o non sta bene, sei una signora.”
Quelli che “Non commuoverti o sembreresti troppo molle.”
Quelli che “Non essere selettiva, non mostrarti come sei.”
Insomma, quelli che hanno sempre un “non” da elargirti, anche se nessuno li interpella e tu men che meno.


Se si praticasse meno lo sport di omaggiare le persone senzienti di consigli tanto per – dato che non provengono mai da bocche così amorevoli, né autorevoli – sarebbe solo meglio.
Lo dico chiaramente: non vedo soggetti esemplari, proprio come non lo sono io in quanto perfettibile, ma non perfetta.

La mia mente è attraversata da un flusso di pensieri notevole, i più disparati e, grazie a questo, percepisco sensazioni forti, amplificate, distinte fra loro ma sono viva e così dev’essere.
Ogni sensazione ha la sua conseguente reazione, ogni emozione la sua caratteristica: bello e brutto, gioia e dolore si manifestano attraverso i miei pensieri, e persino forti entusiasmi mi pervadono.


Mi è capitato di imbattermi in persone completamente incapaci di provare emozioni.
Nulla di buono, nulla di brutto, nessuna gioia, nessun dispiacere, niente di niente e, da quel niente, emergeva fortemente una sorta di controllo. Mi si osservava quasi io fossi un soggetto buffo e strampalato.

Chi non conosce emozioni ma attua strategie per garantirsi esclusivamente la sopravvivenza, ti studia come un animaletto bizzarro. Ti analizza con precisione chirurgica e poi ti diagnostica come pazza. Sei una forma di vita che differisce dalla sua, ma non può comprenderne i motivi, neppure sospetta vi sia una ragione. Sei pazza e basta.

Il gelo che – per forza di cose – critica la fiamma accesa, insomma.

Una vita sterile e noiosa non è che tramortita e prova fastidio per ciò che anima le altre persone.









Paola Cingolani
07/02/2021
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“Non è questione d’essere diversi, ma nella vita bisogna fare la differenza. PIER PAOLO PASOLINI”

ALìTA ART – Courtesy by Rita Santanatoglia

 “Fin che il «diverso» vive la sua «diversità» in silenzio, chiuso nel ghetto mentale che gli viene assegnato, tutto va bene: e tutti si sentono gratificati della tolleranza che gli concedono. Ma se appena egli dice una parola sulla propria esperienza di «diverso», oppure, semplicemente, osa pronunciare delle parole «tinte» dal sentimento della sua esperienza di «diverso» si scatena il linciaggio, come nei più tenebrosi tempi clerico-fascisti. Lo scherno più volgare, il lazzo più goliardico, l’incomprensione più feroce lo gettano nella degradazione e nella vergogna.”

Pier Paolo Pasolini – Da Lettere luterane – Einaudi

Scappare. Bisogna scappare dai più, dai figli del pensiero omologato e stantio – ché già sono stata generosa chiamandolo pensiero – ve lo dico.

C’è solo la fuga e la distanza siderale da certe menti così.
Tanto è inutile, è impossibile cambiarle, è inutile anche solo provarci: sono standardizzate, sembrano prodotte in serie, con una sorta di stampino. Sono la “nutria cretina”, i campioni del male, i portatori insani dell’infelicità cosmica.

Ho guardato sempre alle persone, agli esseri umani e – degli esseri umani – ho tanto apprezzato chi sa fare la differenza: il fatto che sia “diverso” non mi riguarda. Per me costituisce un fattore preponderante il cercare di fare la differenza, il mettercela tutta nel portare a termine qualcosa di fondamentale.

L’esserci, se un amico ha bisogno.
L’andarsene, se vuole stare solo.

L’essere cercata, se non capisco d’essere importante e – quindi – scappo, voltandomi. Osservando.
Perché, nella vita, differenza è anche cercare chi si sta isolando, semplicemente per dirgli “Mi manchi e ti voglio bene tanto da volerti qui.”


Che mi si dica in modo seriato nel tempo (quasi fosse una terapia medica) d’essere persona eccezionale, francamente, non mi piace. Ha un retrogusto amaro. Non è un comportamento che definisco soltanto seriato: è anche seriale se viene reiterato negli anni.

Io, una persona eccezionale e straordinaria, la vorrei con me, per dire. Perché è anche e soprattutto questo un modo di fare la differenza e, questa differenza dai più, non è mai troppa.

Però so di convivere, sulla terra, con altre persone come me, fra ignoranza e giudizi affrettati, i quali altro non sono che pregiudizi.
Qualcuno che abbia voglia di fare la differenza manca, se c’è chi lo definisce differente con spregio.
E c’è.
Questa, a parer mio, è la vera, grande assurdità.









Paola Cingolani
06/02/2021
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“Forse non morirò di giovedì” di Bassini, una storia che ne include molte

La giornalista e influencer su Twitter Paola Cingolani presenta e recensisce il libro ‘Forse non morirò di giovedì’ di Remo Bassini

Sorgente: “Forse non morirò di giovedì” di Bassini, una storia che ne include molte

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