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“Giochiamo a nascondino?”

Noé Sandas Photography

Quella di stamattina è una strana e divertente domenica, al contempo: in un’ora mi è capitato d’essere bacchettata da due persone che, oltretutto, non interagiscono praticamente mai con me.
Una di queste mi ha spiegato le teorie di Azimov in un solo tweet e – onestamente – non mi ha raccontato nulla di nuovo poiché ha scritto cose arcinote. Pazienza, mi stavo soltanto attenendo strettamente al tema del “Primo amore” ed ho commesso l’errore irreparabile di citare Albert Einstein. Robaccia superata, ovvio. Accidenti a me e alle mie idee arcaiche ed antiscientifiche.
Che la scienza mi perdoni, ma esiste una netiquette non scritta e somiglia alle fotografie di Noé Sandas, c’è qualcosa di nascosto. Pensate, devo essere così suonata da non riuscire ad apprezzare moltissimo chi gioca a correggermi senza nemmeno conoscermi. Secondo la mia concezione di gentilezza e di buona creanza, almeno, non vado, né andrei mai, a fare la maestra sotto ai tweet altrui, a meno che non ci sia una confidenza tale da assicurarmi di non sembrare fanatica.
Azimov – tuttavia – è una pietra miliare della scienza, e passi.
Non passa che si sfoggi il sapere perché è infinito e – Leopardi prima di Azimov – ha spiegato abbondantemente quanto tutto ciò resti poco delicato.
Il podio è di chi ha sottolineato come non si possano postare i Macaron il 2 gennaio: Ladurée ha un calendario, io non lo sapevo e li ho postati? No. Non esiste un calendario e, un tweet fatto esclusivamente per dire buongiorno, lo faccio senza consultare l’agenda. C’è la possibilità – non molto remota – che non piacciano. Giusto. In tal caso c’è anche la possibilità di soprassedere poiché io, sotto alle Time-Line di lor signori, non vado a fare la preside e – quando vedo retweet corredati di errori grammaticali spaventosi – provo l’impulso irresistibile di fare la “GrammarNazi”, ma mi trattengo per gentilezza.
In chiusa, sempre giocando a nascondino, ho spesso la voglia irrefrenabile di scrivere “Se devi salutare solo tre amiche tue, fai tre tweet e non scrivere che le abbracci dove ci sono altre venti persone taggate.”
Anche questo è un mio desiderio legittimo, però l’ho represso per educazione: proviamo a giocare insieme, è molto più bello.


@lementelettriche
2/01/2021
Paola Cingolani




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“Alla fine, tutto sarà ancora uguale”

Arriva un nuovo anno, ma sarà esattamente come quello già trascorso: i frutti della speranza non matureranno da soli. Avranno bisogno di calore, di una serra, di essere curati ed accuditi con le dovute cautele.

Arriveranno degli imprevisti – serviranno a metterci alla prova – e valuteremo le nostre capacità, la nostra pazienza, la nostra scorta di energia. La mia l’ho testata abbastanza da capire come stia scarseggiando. Mi sento appesa al nulla, col vuoto cosmico pronto a fagocitarmi.

Ogni perdita è un ceffone in pieno viso, in ogni attimo si temono raffiche di parole dette a vanvera, dalla gente che – come usasse proiettili – stermina altra gente. Per scamparla ci barrichiamo tutti, come soldati in trincea. Alla fine, tutto sarà ancora uguale: è una guerra perduta quella degli esseri umani, così fragili e così poco resilienti.

A leggere i giornali mi viene la nausea, a guardare i messaggi degli amici sono spaventata, a guardare in casa mia mi sale il magone, di haters in rete non mi curo ma, onestamente, anche di tutta questa grande stupidità sono stufa. La situazione pandemica non è di proprietà dei vaccinati, dei non vaccinati, dei poveri, dei ricchi, dei politici, dei brutti, dei belli (e potrei continuare). I virus non hanno mai avuto un titolare, neanche se le case farmaceutiche vendono medicinali dietro (ovvio) compenso cambia la situazione. Solo c’è uno spiraglio – molto piccolo – ed è scegliere il meno peggio per tutti. A livello planetario, o non se ne verrà mai fuori.

Auguro più fortuna, più buonsenso e meno polemiche a tutti.


Paola Cingolani
29/12/2021
@lementelettriche
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“Fortunatamente Natale capita d’inverno”


Dipinto di J. V. Tristram


Inverno

Come un seme anche la mia anima ha bisogno del
dissodamento nascosto di questa stagione.


Giuseppe Ungaretti

Ecco, ho bisogno di nascondermi, non mi voglio far trovare da tutti.
Sto scegliendo “chi” e “come”, ho imparato che – se aggiungo tutto al “dove” – posso respirare e cambiare l’aria che sentivo essere ormai asfittica: a volermi, sanno dove sono, non è difficile.

Stamattina non riuscivo a dormire, eppure ero andata a letto stanca. Sono uscita col cane, a passeggio fra una goccia e l’altra, cuffia in testa e capelli raccolti, imbavagliata dalla mascherina. Il mio nanetto trotterellava felicissimo, io mi sentivo strana, le povere palme sembravano intirizzite di freddo mentre le prime automobili cominciavano a scarrozzare. Chissà poi dove se ne dovevano andare a quell’ora, il giorno di Natale?


Certo – una giornata così triste – non mi era mai capitata, non a Natale.
Tanta stanchezza, preoccupazioni varie, amici che sono in isolamento per questo virus e – per rendere tutto più semplice – le lasagne preparate con cura rovesciate nel forno da mamma che non si arrende mai, neanche con un polso rotto.

Ad essere un seme riposerei e potrei germogliare a primavera. Evidentemente devo essere una sorta di sempreverde, altrimenti non si spiega.

Per fortuna Natale capita solo d’inverno: è la stagione che più gli si addice, umida e triste come una pianta secolare che il vento rivierasco ha piegato, senza essere mai riuscito a sradicarla. Auguri a tutti.


Paola Cingolani
25/12/2021
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“L’amor proprio sì, ma senza esagerare”

Questa faccia è mia. L’ho trovata spulciando altri file e neppure ricordo chi aveva trasformato una mia foto in carboncino, ma poco conta. La cosa importante è che probabilmente potrei risalire al 1678, anno in cui Francois de La Rochefoucauld scrisse questa sua massima definendo il concetto di “Amor proprio”. Non è una buona considerazione. Se la scrivessi io, oggi – è cosa certa – gli darei un altro titolo. La chiamerei “L’egoismo” o “Il narcisismo”.

“L’amor proprio è amore di sé e di ogni cosa per sé; rende gli uomini idolatri di sé stessi, e li renderebbe tiranni degli altri se la fortuna ne desse loro i mezzi; non indugia mai fuori di sé, e si sofferma su argomenti estranei come le api sui fiori, per trarne ciò che gli è necessario. Nulla è più impetuoso dei suoi desideri, nulla è più segreto dei suoi progetti, nulla più astuto della sua condotta; le sue sottigliezze non si possono descrivere, le sue trasformazioni superano quelle delle metamorfosi, le sue finezze quelle della chimica. Non si possono sondare le profondità né penetrare le tenebre dei suoi abissi. Là è al riparo dagli occhi più perspicaci; egli vi compie mille giri viziosi. Spesso è invisibile anche a se stesso, vi concepisce, vi nutre, vi alleva, senza saperlo, un gran numero di affetti e di odi; ne forgia di così mostruosi che, quando vengono alla luce, li rinnega o non può risolversi ad ammetterli. Da questa notte che lo protegge nascono le ridicole convinzioni che ha di sé; da qui derivano i suoi errori, le sue ignoranze, le sue rozzezze e le sue idiozie sul suo conto; la persuasione che i suoi sentimenti siano morti quando sono solo addormentati, l’idea di non aver più voglia di correre non appena si rilassa, e di aver perduto tutti i piaceri già appagati. Ma questa fitta oscurità che lo nasconde a se stesso, non gli impedisce di vedere perfettamente ciò che è esterno a lui, cosa che lo rende simile ai nostri occhi, che scoprono tutto, e sono ciechi solo per sé stessi. Invero, quando si tratta dei suoi maggiori interessi, dei suoi affari più importanti, allorché la violenza dei suoi desideri ridesta tutta la sua attenzione, vede, sente, capisce, immagina, sospetta, penetra, indovina tutto; si è quindi tentati di credere che ciascuna delle sue passioni abbia una specie di magia sua propria. Niente è così intimo e così forte come i suoi legami, che cerca inutilmente di rompere alla vista delle estreme sciagure che lo minacciano. Eppure talvolta, in poco tempo e senza alcuno sforzo, fa quello che non gli è riuscito di fare in parecchi anni e con tutto ciò di cui era capace; da qui si potrebbe concludere assai verosimilmente che è lui stesso ad accendere i suoi desideri, e non la bellezza e il merito delle cose che ne sono oggetto; che il suo piacere è il pregio che le fa risaltare, e il belletto che le impreziosisce; che corre dietro a sé stesso, che segue il proprio gusto quando segue le cose di suo gusto. Esso incarna tutti i contrari: è imperioso e obbediente, sincero e dissimulato, misericordioso e crudele, timido e audace. Ha inclinazioni differenti secondo la diversità dei temperamenti che lo guidano, e lo votano ora alla gloria, ora alle ricchezze, ora ai piaceri; cambia secondo il mutare dell’età, della fortuna e dell’esperienza; ma gli è indifferente averne parecchie o una sola, perché si divide tra parecchie e si concentra su una quando gli è necessario o gli piace. È incostante, e oltre ai cambiamenti che derivano da cause estranee, ve ne sono un’infinità che nascono dal suo intimo; è incostante per incostanza, per leggerezza, per amore, per novità, per stanchezza e per nausea; è capriccioso, a volte lo si vede al lavoro con la massima sollecitudine, alle prese con fatiche incredibili, per ottenere cose che non gli portano alcun vantaggio o che addirittura gli sono nocive, ma che persegue perché le desidera. È bizzarro, e spesso concentra ogni sua attenzione nelle occupazioni più frivole; trova tutto il piacere nelle più sciatte, e conserva tutta la fierezza nelle più spregevoli. È presente in tutti gli stati della vita, in tutte le condizioni; vive dappertutto, vive di tutto, vive di niente; si accontenta delle cose come della loro privazione; passa perfino dalla parte di chi lo combatte, entra nei loro disegni e, cosa ammirevole, insieme a loro odia se stesso, trama per la propria dannazione, lavora per la propria rovina. Infine si preoccupa solo di esistere, e pur di esistere accetta di essere nemico di sé stesso. Non bisogna dunque stupirsi se talora si accompagna alla più rigida austerità, se entra così audacemente in società con essa per distruggersi, dato che, nel momento stesso in cui si sgretola da una parte si ricompone dall’altra; quando si pensa che abbia rinunciato al proprio piacere, non fa che sospenderlo, o mutarlo, e anche quando è sconfitto e si crede di essersene liberati, lo si ritrova trionfante della sua stessa disfatta. Ecco il ritratto dell’amor proprio, di cui tutta la vita è soltanto una grande e lunga agitazione; il mare ne è un’immagine sensibile, e l’amor proprio trova nel flusso e nel riflusso delle sue onde continue una fedele espressione della successione turbolenta dei suoi pensieri, dei suoi eterni movimenti.”

Francois de La Rochefoucauld – Massime – 1678

Leggetela, riflettete: è semplice. Ora ditemi se è il caso di prendersela quando vi sentite delusi o amareggiati, perché capita a tutti. Nessuno di noi può sapere che cosa c’è nell’insondabile abisso dell’animo umano, men che meno nel cervello di un’altra persona. Resta soltanto il tempo a dare risposte sensate. Fidatevi, se esiste un gentiluomo certo – com’è che si dice – sarà il tempo a mostrarlo al mondo.

Paola Cingolani
14/12/2021
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“La riviera sotto vento”

La nostra riviera urla sotto al vento dicembrino

_ è il solito concerto fatto di suoni singolari
fra sugheri galleggianti e sciabordio d’onde _

e tutto ci sembra essersi andato ad infrangere

su quella scogliera che ci aveva viste ridere.

Ci siamo chiuse in casa _ adesso _

asciughiamo lacrime salate

ci stringiamo ai ricordi


ché siamo state felici

insieme

tutte

tanto.

La riviera è sotto vento

mentre noi siamo sotto vuoto spinto.

Io mi sento le gambe ciondolare ma resto qui

ché la voglia di spiegare l’ho perduta per strada.

Ho issato la bandiera bianca sul mio pennone

quella di chi non ha voglia di spendersi più.



Paola Cingolani
04/12/2021
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“L’insiemistica ed Eulerio Venn”

Oggi vorrei raccontare un episodio di quando facevo le elementari. Credo sia significativo. La mia maestra – una donna che ho molto amato e che mi voleva un bene sconsiderato – ci insegnava la famosa “insiemistica” e, a me, non riusciva per niente complicata. Mi piaceva tanto il Diagramma di Venn, lo capivo bene, per me è stato da subito un concetto intuitivo, facile, lampante. Completamente lapalissiano.

Quello che non capivo – al contrario – era come mai tanti genitori la considerassero una materia così complicata, al punto tale che, questa povera insiemistica, sembrava essere la pietra dello scandalo e sentivo alcuni lamentarsi dicendo “Poveri cocchi, li farà ammattire con questi insiemi!”

Poi c’era il saggio di casa – quello che mi sapeva sgomberare il campo da inutili dubbi – mio padre.

“Babbo, perché quei signori si lamentano dell’insiemistica e del Diagramma di Venn?”

“Paola, quando le persone vogliono mettere il becco su questioni che non conoscono, dicono per forza cose errate. Io non posso lamentarmi perché non faccio l’insegnante, ma posso e devo congratularmi con la tua maestra dato che riesce a trasmetterti tutte queste nozioni. Tu fregatene, ma impara a parlare solo di quello che sai, altrimenti le figuracce sono dietro l’angolo.”

“Ma, babbo, tu sei bravo!”

“Paola, lascia stare me: io non sono la signora maestra.”

Ecco, se per me mio padre è stato un intoccabile, altrettanto lo è stata la signora Maria Teresa, la maestra. Così ho capito sin dalla scuola primaria che la matematica non è opinabile, ma che le mie idee possono esserlo, solo e solamente qualora io le voglia imporre o raffrontare con quelle altrui, aprendo uno scambio, un confronto o una possibile sintesi.

Se – invece – espongo un mio sentire, non sono tenuta a dare neppure troppe spiegazioni: è mio, mi riguarda, è la manifestazione schietta e sincera delle mie emozioni personali che trascendono dalle pregiudiziali della solita Armata Brancaleone la quale, chissà come mai, arriva puntuale a supporto di chi lede la mia libertà di pensiero.

Paola Cingolani
15/11/2021
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“Le cose vane stancano, e non soltanto”

Le frasi di circostanza, i tentativi – sciocchi – di appianare con luoghi comuni cose serie e situazioni di spessore, mi sfiancano. Sono logoranti. Patetici. Ridicoli.

Le cose vane consumano energie: sono parole spese male e dette tanto per dire, sgretolano la pazienza anche a chi resta immobile, come una statua di sale. Non ci si abbassa a livelli infimi nel rispondere – le talpe sono avvezze, non le persone intelligenti – però si ha desiderio di silenzi capaci di essere rifugio, di spazi dove potersi rilassare, di un’area perimetrale libera e personale entro la quale fermarsi, riflettere per poi ripartire.

“Ci vuole decompressione, come quando si riaffiora dal fondale marino dopo una discreta apnea.”

Hai un problema con la salute? “Porta pazienza, tanto tu sei una roccia.”
Hai un familiare che non sta bene? “Tanto tu sei una roccia, comunque io lo so, bla bla bla.”
Hai un lutto straziante? “Porta pazienza, poi passa, tanto tu sei una roccia.”


Io ringrazio – per carità e per educazione – ma non ho necessità di sentirmi inquisita se sono seria, né ho desiderio mi si racconti che sono una roccia. Sono quella che sono, lo so bene da sola, ho contezza di me stessa e sono una persona compiuta: sia fatta chiarezza su questo, per prima cosa.
Stabilisco un altro punto fermo: non chiedo, mai. Questo dovrebbe essere un concetto assai significativo. Se sono meno disponibile, ho i miei motivi (e, lecitamente, non ho desiderio di fornire spiegazione alcuna).
Resto comunque educata e non entro nel personale, mai: perché agli altri resta così difficile comprendere le sfumature?


Da quasi un mese sono stanca, non tanto per gli impegni che mi sono piovuti in testa, o per il dolore allucinante causato da una perdita che mai avrei creduto: a stancarmi è la stupidità che – puntuale come nei meccanismi degli orologi svizzeri – mi aleggia attorno, riecheggiando all’infinito con frasi di circostanza fra le più stupide che io possa aver sentito.

Ecco, al mattino – a parte il cane e il solito caffè doppio o una delle mie collane di perle – mi sembra di aver terminato già ogni riserva d’energia e mi devo sforzare per tacere, per non rispondere, per fingere di non aver compreso dove si ferma l’altrui mondo parallelo (fatto solo di sentenze mai richieste, emesse da giudici non togati) e dove comincia il mio spazio vitale. Quello della mia mente che ragiona da sola e risponde ai quesiti della mia anima cercando, sempre, un filo logico.
Quello che – a volte – manca a chiunque e che, ancora, io cerco da sola.

Paola Cingolani
5/11/2021
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“La cosa mi sfugge”

L’amore è un’ipoteca senza certezza alcuna

_ ma la vita, infondo, non è affatto differente
perché l’incertezza accomuna tutti, sempre _

la cosa mi sfugge

e sfugge a chiunque

se relazionarsi è fonte di dubbi

restare soli è altrettanto causa di domande

***

chiedersi tante cose significa voler crescere

ma non è una gara e non c’è un podio

nessuno salga sul trespolo più

noi non siamo cocorite

***


non gabbie, non trincee

né tempistiche, né agende varie

futuro instabile, tempo imperscrutabile

cosa sia non saprei dire ché la cosa ci sfugge

***


c’é _ ogni tanto _ un irrisolto

proietta sul mondo il suo buco nero

definisce contorni sfocati _ che non vede _

ma io gli lascio il suo film e le varie pellicole

la cosa mi sfugge e _ di questo _ ho contezza

***


sul tuo affetto ho potuto puntare

eppure

persino tu

per qualche ragione ignota e arcana

m’abbandoni qui a galleggiare tutta sola.


***

Sappiamo come scorre la vita e che così va il mondo.


Paola Cingolani
1/10/2021
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“Che cosa mi è rimasto di te”

A pensarci bene _ ma con molta concentrazione _

che cosa mi rimane di te?

***

Anni _ anche troppi _

messaggi _ patetici e inutili _

tempi dilatati _ morti e stagnanti _


ricordi offuscati _ li ho perduti chissà dove _

bugie da principiante _ quanto meno sei fatto così _

dichiarazioni vane _ le hai fatte più a te stesso che a me _

fiori mai comprati

cioccolatini mai arrivati

_ lamenti per ciò che non ti è andato come avresti voluto

incoraggiamenti che sono stanca di elargirti con affetto _

ma io sto benissimo

non ti vengo mai a cercare

non ho bisogno del tuo essere sardonico

non devo mascherare nessun lato incompiuto

non vivo in un mondo parallelo a quello degli altri.

***


Ciò che mi rimane di te è l’indifferenza interrotta

ogni volta in cui torni a cercarmi coi tuoi messaggi inutili.

***

Non è un problema che mi turba

solo penso “Come fa a ricordarsi ancora di me?”

e la risposta _ è facile _ credo sia soltanto una.

***

Sorrido senza sentirmi affatto colpevole


perché so bene una cosa

ché di te non mi resta niente

nemmeno un vuoto da colmare

tanto da non essere io a tornare.



Paola Cingolani
20/10/2021
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“Un posto vale l’altro”

“Se credi che sia sufficiente abbandonare tutto e ricominciare a vivere altrove ti sbagli, e di grosso.”

Quante volte succede di sentire il desiderio di fuggire per riprendere in mano la propria vita altrove, distanti da cose e persone che ci hanno ferito?
Ebbene, tutto ciò è normale, non è altro che un comune momento di stanchezza, una reazione che mette alla berlina le fragilità umane.

“Ricordati che un posto vale l’altro e che – ovunque tu vada – porti te stesso con te: fatti una buona compagnia restando dove sei, affronta le situazioni, risolvi la tua esistenza e non penserai mai più di scappare. La vita offre occasioni indipendentemente dal luogo in cui la vivi.”

Perdona il tuo passato, si chiama così perché è già stato, è avvenuto, ti ha insegnato – nel bene o nel male – e, se poteva umanamente andare meglio, cerca l’errore (o gli errori) al fine di non replicare. Se non poteva umanamente andare altrimenti, arrenditi, vai oltre, accetta ciò che è scritto nel libro della tua vita. Per quanto scomodo possa essere, non esiste un Deus ex machina e non c’è per te così come non c’è per nessun altro.

Comunque siano andate le cose, tu cerca di correre e di gettare il cuore oltre, altrove: gli ostacoli si chiamano così perché vanno oltrepassati.


La pace interiore è l’atteggiamento più intelligente: non serve un posto speciale, serve che tu possa restare dentro di te con la giusta armonia. Il posto migliore dove stare non è un luogo fisico, è dentro te stesso. Per questo devi ricordarti che un posto vale l’altro quando tu sei in armonia.



Paola Cingolani
15/10/2021
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“Gli insospettabili sono (quasi sempre) insostenibili”

Photography Mariam Sitchinava

Ci ho fatto caso, gli insospettabili sono quasi sempre i più malefici: il peggio regna sovrano là dove non crederemmo mai. Svetta con tutta la sua banalità, con la perfidia che lo accompagna, con quella parvenza fasulla di ovvietà – che non è affatto naturale – e, intanto, ci investe.

Da un po’ sto diventando amante della solitudine pensata e pensante, non rispetto più i tempi consueti, preferisco mangiare quando ho fame, dormire se e quando ho sonno, vestirmi comoda, starmene sulle mie e dichiararmi essenzialmente se ne vale la pena.
Conservo energie e faccio la scorta, come le formiche.
Metto via un prezioso raccolto, la pazienza, lo custodisco gelosamente: col tempo ne ho seminata talmente tanta che – ad oggi – sarebbe dovuta crescere come la gramigna, eppure è andata diversamente.


L’età della consapevolezza è anche questo: prendersela con più calma, dirsi di rallentare, cominciare a spendersi meno e sbirciare gli altri, scrutare chi – a sua volta – si è speso o si spenderebbe per te.

Cercare di agire allo stesso modo soltanto con chi ti risponde e ti corrisponde è necessario.

Non sovrastare e non precludere nulla, né a te, né al prossimo, ma non gettare impegno là dove il solo effetto possibile sarebbe quello di un boomerang. Ti faresti del male, molto. Piuttosto siediti, soffermati, anche senza una vista mare, ma cerca la connessione con le tue radici e continua a far crescere pazienza. La raccoglierai. Se non tutta, forse, sarà anche meglio: lascia in eredità a tua figlia una coltivazione di pazienza, insegnale come fare se dovesse imbattersi con l’insostenibile peso dei perbenisti malefici ma insospettabili.

Arriveranno anche per lei, saranno suoi acerrimi nemici e non ci potrai essere più tu a suggerirle una strategia funzionale.

Paola Cingolani
07/10/2021
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“L’ultima luce tiepida”

L’ultima luce tiepida di sole è cangiante
_ accenna disegni variopinti tra le foglie
in uno strano e caldo mese d’ottobre _
domeniche pigre
scorrono
lente
così
piano

_ fuori tempo
in una bolla _
quasi l’aria fosse pregna
d’uno stato di calma apparente
un cattivo presagio che è forse il peggiore.


L’ultima luce tiepida di sole è cangiante
e _ non avendo voglia di cedere _ fingo
rallento il passo
trattengo il fiato
dismetto le idee
spengo i pensieri.

Sì, prendo tempo respirando piano
e _ se mi riesce _ m’inganno un po’.
Non molto, ma è quanto mi basta.




Paola Cingolani
04/10/2021
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“La prima luce del mattino”

La prima luce del mattino è arrivata _ come ogni giorno _
senza aspettare nessuno che potesse reclamarla
è entrata filtrando da quella solita finestra
con vista mare _ ma non soltanto _
costringendomi a fare cose
_ non si è curata di sapere
se io ne avessi voglia o no _
è sopraggiunta come un rituale noto
con irruenza e senza domandare il permesso
spegnendo la quiete e la pace della notte

mettendo in movimento qualsiasi cosa _ come una giostra _
m’ha caricata su di un cavallo girevole
ha acceso la sua musica
_ per poi galoppare in tondo
è la solita spirale perversa _
in ogni alba il solito circo
in ogni dì la ballata nota.

La notte sarebbe salvifica _ se solo durasse _ ma è a termine.
Tutto ciò che so del buio è che dura troppo poco per darmi pace.



Paola Cingolani
27/09/2021
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BLOG – Versi

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“Chissà quando impareranno?”

Ho speso le mie energie affinché il concetto di uguaglianza fosse insito nell’animo di mia figlia, esattamente come ha fatto mio padre con me. Ammetto che non ho dovuto neppure sforzarmi molto, per lei sembrava essere tutto naturale, anzi, mi ha battuta e ne sono fiera.

Finito il liceo, infatti, ha scelto una facoltà specifica per studiare “Scienza del crimine” e, dopo la laurea, ha frequentato prima l’Accademia Internazionale delle Scienze Forensi, poi l’Accademia Balistica Italiana.

Oggi mi piace assistere ai suoi primi convegni, mi rende fiera di lei ascoltarla, leggere il suo “Decalogo anti-violenza”, sapere che impartisce lezioni gratuite di criminologia alle superiori ed è molto amata dai giovani o scrutarla mentre si accorda con alcuni esponenti delle Forze dell’Ordine per decriptare il linguaggio usato da alcune vittime.
Ci tengo a dire che io non ho merito alcuno: nemmeno se ha deciso di collaborare con dei veri centri anti-violenza, naturalmente senza retribuzione alcuna.

Le persone sono figlie della loro psicologia e, a volte, l’ignoranza, l’aggressività e la solita sottocultura del predominio sul più debole contribuiscono a creare dei mostri. Tutti – o quasi – si sentono in dovere di comandare, quasi la prevaricazione fosse un vanto. No, non è un vanto, è presunzione che maschera la debolezza nata dalla mancanza di compiutezza.


Secoli e secoli per capire che la storia insegna, ma noi non vogliamo imparare: deresponsabilizzarsi è meno impegnativo. Per tutti.


Non sento quasi mai qualcuno dire “Sono una persona” e me ne dolgo: i più, chissà quando impareranno?
In un’epoca storica dove la fame e le malattie sono ancora endemiche, perché noi continuiamo a differenziare fra gli esseri umani?

Che me ne faccio delle “Pari opportunità” se ancora oggi c’è chi mi addita e mi etichetta con affermazioni tipo “Complimenti signora, una madre da sola, come lei, ha fatto un buon lavoro”?
Perché si discutono argomentazioni come le scelte sessuali, mentre si distingue soltanto fra maschio o femmina?
Finché alimenteremo le differenze, saremo solo corresponsabili di chi ne trae vantaggi, quali che siano.

Destra, sinistra: quando impareranno?
Buoni, cattivi: quando impareranno?
Belli, brutti: quando impareranno?


Persone per bene: esseri umani corretti, quando ci abitueremo a questo?

Il mondo intero continua a girare mentre la gente comune diventa sempre meno consapevole dell’acredine e dell’oblio che la lasciano ad annaspare in una follia generale, dalla quale sarà sempre più difficile uscire.

I primi tentativi di fuga – per liberarci di questa spirale perversa – certo non ci condurrebbero dove vorremmo essere, ma sicuramente ci toglierebbero da dove siamo adesso.
Io continuerei la mia corsa ad ostacoli, prima che sia troppo tardi, proseguendo per un percorso che è uno stato mentale. Il mio.



Paola Cingolani
14/09/2021
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“Una goccia vale assai più di certi barili”

Mi faccio aria per capire _ specie quando cola acqua da tutte le parti _ e io avverto una grande differenza. Evaporo. Col rischio di scomparire. Perché _ di questa piazza _ non mi sento affatto una buona frequentatrice. Qui ci sono barili pieni di frasi dette per circostanza, ma rare gocce di spontanea lucidità. Non riesco più ad adeguarmi, mi sono forzata sin troppo.
Gente che non si accorge neppure del tuo esserci, tanto è chiusa dentro al suo cerchio magico.
Sono un po’ come il mercurio _ schizzo via da sola _ non mi serve restare eternamente in attesa di una qualche spinta (che – diciamolo – non arriverà mai).

Aria, per giunta asfittica, e muffe varie. Sarebbe meglio avere una sola goccia d’essenza pura, ché non saprei cosa farci con tutte queste botti piene d’aceto mescolato al metanolo.

Non so più dire se – in certi casi – avrei preferito la menzogna quale doppio oltraggio al mio (misero?) intelletto. Sì, doppio, perché omettendo si considera l’altro indegno dell’onestà morale ed intellettuale.

Questo – da persona onesta – non è un affare mio, non è una mia consuetudine.
Sono sufficientemente goccia da essere rivoluzionaria, è cosa nota.
Sono sufficientemente roccia da richiedere tempi immemori prima di lasciarmi scavare.


Paola Cingolani
09/09/2021
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“Gli indifferenti empatici”

La sensibilità è diventata liquida: si è sciolta, come un ghiacciolo al sole d’agosto, e non serve alcun luogo comune – non frequentateli, sono i più pericolosi – perché qui siamo ben oltre il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Siamo distanti anni luce persino da me, che pensavo fortuna ho un bicchiere, se ci fosse da bere mi potrei dissetare.
Oramai sono costretta a dire che la mia vera svolta sarebbe solo l’acqua: cercherei – come si attinge da un ruscello o da una fonte – di raccoglierne a mani giunte.


Siamo diventati ossimori, sfoggiamo terminologia moderna e consideriamo demodè la sensibilità.
Non ci accorgiamo che agevoliamo le sofferenze altrui, ma parliamo di empatia.
Siamo completamente indifferenti di fronte ad una società variegata, dove le madri sgomitano e crescono da sole i figli: tessiamo le lodi del padre comunque, giusto per amplificare la differenza fra uomo e donna, quella differenza che proclama perdente ogni donna. Lo facciamo perché non siamo consapevoli che basta la sensibilità e non serve l’empatia. Lo facciamo perché siamo indifferenti ma parliamo di sentimenti. E – perdonate – se non è un ossimoro lampante, cosa sarebbe?


Mi batterò sempre perché ho delle radici salde, perché – nella mia famiglia – tanto “il padre” quanto “la madre” mi hanno insegnato che tutti noi, figli e nipote inclusi, siamo persone.

Mi batterò sempre perché ho la schiena dritta e la testa alta, molto alta, tanto da affermare che io sono stata padre e madre per mia figlia che ha scelto anche il mio cognome. Una laurea e due accademie, questo si è guadagnata da sola, senza un padre ma – soprattutto – col mio supporto e con la sua stessa autodisciplina.

Mi batterò sempre perché non ho la capacità di immaginare mio padre attempato, l’ho perso in soli 17 maledetti giorni durante i quali non sarei stata disposta neanche a patteggiare con dio in persona.

Mi batterò sempre perché il dolore causato dalla mancanza soffoca, strangola, affoga (Eugenio Montale docet), specialmente nella misura in cui si è stati persone speciali – persone – specifico, perché mi manca anche mia nonna che era una donna e che mi ha amata tanto da aspettare di sapere che mia figlia si era laureata prima di esalare l’ultimo respiro.

Non mi interessa di spiegare a nessuno perché sono stata distante da Twitter per quattro anni: qui mi moriva gente come mosche dopo che si è spruzzato l’insetticida e oggi che siamo una micro famiglia – perché di fatto questo siamo io e mia figlia – non sposo l’idea, antica, obsoleta e fuori dalla realtà, di celebrazione della figura paterna. Non la sposo perché, appena ho letto, sono scoppiata in un pianto di rabbia incontrollabile. Non voglio fare un tweet piangendo, che dica quanto è stato grande mio padre per me e – soprattutto – quanto anche lui avrebbe trovato tutto ciò privo di umana sensibilità.
Ah, oggi si dice empatia: caspita, va a finire che se fosse vivo lo saprebbe e la praticherebbe alla grande, come ognuna delle cose che diceva pontificando.



Paola Cingolani
03/09/2021
@lementelettriche

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“Tesi, antitesi e – finalmente – sintesi: ponte e incontro di idee differenti”

Rodney Smith Photography

“La colpa è del governo!”

Faccio sommessamente notare che i governanti li ha votati il popolo. Probabilmente, se il popolo fosse stato più libero – nel senso di intellettualmente autonomo e preparato, indipendente, abituato a sviluppare una propria idea critica individuale e non omologata – oggi staremmo tutti meglio. Non discuteremmo sempre del nulla, procedendo per insopportabili luoghi comuni e avremmo compreso la differenza fra cultura, furbizia e intelligenza. Ciò che, a mio modesto avviso, sfugge ai più.
Molti thread di discussione lo dimostrano in maniera lapalissiana. L’intelligenza non si studia e non è che una dote innata. Lo studio, però, permette di svilupparla. La furbizia appartiene a chi agisce soltanto “pro domo sua”. Poi ci sono persone con più titoli accademici e poca intelligenza, molta spocchia e sono niente più che l’eccezione a conferma della regola. Esattamente come, considerando il rovescio di questa sorta di medaglia, ci sono state alcune figure poco scolarizzate che – con grande buonsenso in dotazione – hanno saputo supplire alle loro lacune scolastiche. Sempre una questione di intelligenza resta. Acquisire cultura fine a se stessa, per farne sfoggio o per occupare il posto fisso, è stata la scelta peggiore della vecchia guardia. Oggi che tutto si è trasformato rapidamente e l’incertezza è diventata la sola condizione certa dell’umanità – mi si perdoni il gioco di parole, ma rende l’idea – gli individui più fragili sono proprio quelli più manipolabili dalle varie propagande comunicative.

Gli interventi che leggiamo, ad esempio, sono in larga parte scorretti anche grammaticalmente e lessicalmente. Ergo, prima di giudicare, sarebbe opportuno imparare le regole basiche della lingua madre e l’esercizio della logica.

Non sono esattamente una “grammarnazi” della rete, ma confesso che, ogni volta in cui leggo i social, rabbrividisco perché a nutrire le polemiche sono coloro che dimenticano l’H sulla prima persona singolare del verbo avere o, per citarne un’altra molto comune, sono coloro che usano i puntini di sospensione senza contare fino a tre. Come non ci fosse un domani.
Ad essere onesti, caratteristica dalla quale non mi ritengo avulsa, detesto gli spazi mancanti dopo le virgole, dopo i due punti o dopo i vari punto e virgola. Mi prende quella che ironicamente io stessa chiamo “la sindrome della vecchia maestra zitella” forse, e sia: maestra lo sono, anche se prestata al commerciale. Zitella lo sono diventata per esigenze di copione e, come ogni individuo risolto psicologicamente, amo la compagnia poiché rispetto molto me stessa. Tutti questi cittadini che scrivono male e si beccano tanti complimenti grazie alla “like-crazia” da social – cuori, like, tweet e retweet provenienti dal loro solito “cerchio magico”, ricordo – votano, hanno figli, li consegnano alla scuola “così imparano l’educazione”. No, non si impara nessuna nozione se non si è già educati. Mandare i figli a scuola con una buona educazione, affinché ascoltino le nozioni e le rielaborino, è compito della famiglia. Su questa linea ha perso tutta la mia generazione, quella che elegge i governanti (per poi lamentarsene) e demanda tutto, senza grande senso di responsabilità individuale.
L’ignoranza consegna le persone alla paura, al timore delle novità e questo stallo ci consegna inevitabilmente a scontrarci su ogni fronte, ci mette l’uno contro l’altro, favorisce la regressione che ci sta fagocitando nel più grande buco nero che io potessi immaginare di trovarmi a dover vivere.


Paola Cingolani
30/08/2021
@lementelettriche

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“L’amore procede solo per prossimità”

Avrei voluto scrivere, così – improvvisamente – mi sono fermata su questa immagine. Mi è venuta in mente una storia vera, ho ricordato tanti racconti di mia nonna, ho immaginato anche sua madre.
La conoscenza procede attraverso i ricordi, così come gli affetti si muovono per prossimità: io amo chi mi è vicino in maniera prioritaria, poi – mano a mano – conosco e apprezzo gli altri.
Ciò vale per ogni individuo. Principalmente dimostriamo il nostro affetto ai nostri familiari, ai nostri amici, a coloro che rientrano nelle nostre affinità elettive. Tutti gli individui non possiamo conoscerli, questo significa che l’affetto non è mai reale se sentiamo affermazioni come “Io voglio bene a tutte le persone, amo l’umanità intera, sono buono.” – anzi, credo non esista niente di più ipocrita e meschino.

Amiamo nella misura in cui daremmo l’anima per i nostri figli, compagni e affini: siamo mossi verso chi ci è prossimo, verso chi ci è accanto. E neanche sempre, ma questo è già un altro tema.
Tornando sull’amore, che cosa significa la bimba della foto e perché ho pensato alla mia bisnonna? Semplice: io non ho visto mai lavare le uova, neppure quando ero bambina. Così neanche mia figlia ha mai dovuto lavare delle uova prima di farsene una in tegamino. Oggi non ci sono bambine che vanno nel pollaio, non c’erano già ai miei tempi.
Però ci sono più pollai di un tempo, nonostante le uova – prodotte su scala industriale – sembrano essere d’avorio.
Il merito di questa foto è stato quello di avermi fatta riflettere sulla vera essenza delle cose, sulle false apparenze e sulle nostre origini concrete.

Non si può amare chi non si è mai conosciuto, si ama per vicinanza, per presenza, per fedeltà alle proprie origini, per prossimità. Questa prossimità consente agli esseri umani di riconoscersi nelle loro distanze e di rispettarsi.
Inutile predicare mantra del tipo “Amo tutto il mondo, evviva la vita.”


Paola Cingolani
29/08/2021
@lementelettriche

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“Quando le stelle sono scadenti”

Questa è un’estate così
da dimenticare _ potendo _
dove le stelle sono scadenti
e non si accendono neppure
quasi come fossero lampade
completamente guaste
oppure ben peggio
prese a sassate
da un pazzo
fatte esplodere
da un razzo

sì che
sul mio pennone
a sventolare
c’era la bandiera
bianca
candida
da poche pretese
ma di molte attese.
I depositari dell’assoluto
_ sono tanti tranne me _
sanno che io sbaglio
e che il tempo fugge

sembrano vaticinare
e mi appaiono scorati
_ sono troppo seria
sono troppo ironica _
c’è sempre un giudice
molto banale
nulla affatto togato
a sentenziare per me.
La cosa più buffa _ credetemi _
è che io non l’ho interrogato mai.

Probabilmente
_ ma è tutto da vedere _
mi resterà un po’ di mare
e che sia senza stelle _ quasi _
non mi dovrebbe preoccupare.



Paola Cingolani
10/08/2021
@lementelettriche









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“Lo specchio deformante”

A volte l’ansia
mi ruba ogni idea
non mi lascia pensare
non mi lascia riflettere
come uno specchio deformante
mi rimanda un’immagine distorta
mi sporca con angosce indefinibili
mi confonde con percezioni falsate.

Sento forte il richiamo del mare
il mio è un insano bisogno
di purificarmi

di rigenerarmi
come fanno le onde sulla battigia
è una sorta di necessità vitale
vado a dare nuovo ritmo alla mia vita.


Allora mi raccolgo
mi isolo da tutti _ o quasi _
mi distacco da ogni cosa
serve a cancellare l’immagine stinta
oramai confusa
perché non amo essere disorientata.


Riprendo i miei contorni
segni e tratti imprecisi
schizzi a mano libera
tracce
su di un foglio nuovo _ l’ennesimo _
quasi vengano dalle mani d’una bimba
che ha imparato appena
come si tiene
la matita.



Paola Cingolani
06/08/2021
@lementelettriche

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“L’idea degli altri”

L’idea degli altri riguardo la tua esistenza è condizionante e ossessiva, direi una sorta di psicosi che credono di poter trasferire su di te attraverso il tentativo – spesso bieco e meschino – di monopolizzarti l’identità nel quotidiano. Vorrebbero forgiare la tua immagine a loro piacimento.
Meccanismo compulsivo – ossessivo, nel caso di non consapevole coercizione, la quale – di fatto – rappresenta un limite intollerabile.

Un esempio facile: sei stanca, vieni da un periodo difficile, hai fatto 1.200 km in meno di una giornata, non riesci a riposare perché, appena arrivata, trovi un altro drammatico episodio.
Sì, è mancata tua zia, ennesima doccia fredda in una settimana.
Corri dalla famiglia, vai velocemente dove sai che devi (e dove vuoi essere), esci e ti lanci verso la solita clinica per l’ultimo controllo col morale a terra. Terminato il controllo vedi tua madre che armeggia col suo smartphone: chiami il meccanico, la macchina è là, nel parcheggio della clinica.
Rintracci tua figlia, riesci ad arrivare a casa dopo un giro a dir poco rocambolesco e ti concedi un crollo di un’ora. J’accuse!

L’idea degli altri (che hai anche avvertito precedentemente) è quella di un bel processo sommario.
Leggi un messaggio secondo il quale tu saresti stata “distante” un paio di giorni perché sei una persona menefreghista. Esatto: tu non hai il diritto di andare ad un funerale, no. Ma come ti permetti? A questo punto ti scatta il nervoso. Acconsenti allo sproloquio – dopo aver dato molte spiegazioni ripetute – poi ti fai un caffè, spegni tutto e dici anche “Sì, hai ragione, sono un mostro, va bene.”

Oh, sia chiaro, prendi un libro in mano: al momento non ti insultano ancora l’intelletto né i libri, né il tuo cane e nemmeno tua figlia. Grande figlia di sua madre, è naturale sia così.


Paola Cingolani
03/08/2021
@lementelettriche

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“Lasciarti andare”

Lasciarti andare
così
come fosse niente
come fosse semplice
proprio tu che sei iconica
già
esempio di stile
maestra di ironia
_ specie nella peggiore
fra le difficoltà peggiori _
come fare?
Niente di meglio
che tenerti accanto
assurgi alla vera unicità
intanto
rovisto fra cose
bijoux e foulard
trucchi e cappelli
qualche fermaglio
tanti ricordi
nei cassetti
nella mente
e nel cuore.
Quelle come te
non vanno mai via.
Io credo sia questo
che mi solleva oggi.
Grazie dei saluti
che ogni volta
m’hai mandato
fino a poco fa.
Faccio altro caffè
ho la collana di Radà
tento
di lasciarti andare
come mi riuscisse
ma non sei tu quella
non sei una che se ne va.
Tu sei l’idea di un essere
che resta
che suscita
un bel sorriso
sul volto di chi bene ti sa.




Paola Cingolani
31/07/2021
@lementelettriche











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“Saggezza non è esperienza (e viceversa)”

Non è l’esperienza a renderci illuminati. Ci sono persone dall’età considerevole che – ancora – non si sono tramutate in fari per chi è più giovane. Proprio come ci sono persone la cui età non è molto avanzata, tuttavia sono riuscite a fondere la saggezza e l’esperienza, imparando il più possibile da ogni episodio della loro vita.

Sapere, senza praticare, è teoria e resta tale. Praticare, senza sapere né capire, è inutile e spesso dannoso. Bisogna imparare a pensare – prima di essere invecchiati inutilmente e di aver speso invano l’esistenza – e, questo esercizio, richiede un dosaggio massiccio d’impegno pratico, mentale, saggezza, pazienza e volontà.

Prima che sia troppo tardi, prima che i rimorsi e i rimpianti conferiscano al nostro tempo quel retrogusto tanto amaro che si chiama pentimento, dovremmo andare a scavare da soli, nelle nostre prime esperienze, senza aspettare che la saggezza ci venga donata dall’alto, quasi fosse uno scatto di carriera automatico.

A quell’avanzamento di carriera – per dirla tutta – c’è chi non ci arriva. E, se non ci arriva a causa di una sua mancata comprensione, poco male: non gli costa alcuna sofferenza. Credo – ma è una mia idea – che chi comprende poco, soffra anche meno. Il ruolo peggiore, neppure a dirlo, spetta a chi avrebbe potuto capire ma è mancato all’appello. Cause di forza maggiore, sia impreviste che irreversibili e maledette.


Paola Cingolani
23/07/2021
@lementelettriche

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Te l’ho giurato, ricordi?

Te l’ho giurato, ricordi?

Sono passati anni _ dicono _

ma per me resta tutto fermo

il tempo ha smesso di volare


mi sono spogliata d’ogni cosa

specie dell’ipocrisia della gente

così come ho imparato da te _ è vero _

per rivestirmi d’una corazza _ sulla carne viva _

se me la strappano viene via tutto _ restano le ossa _

ho dimenticato caratteri alfanumerici

ho disimparato alcuni calcoli

pure certi alfabeti

io

oggi

ancora

non voglio tenere a mente

la cattiveria comune

la stupida presunzione

delle persone troppo sicure

delle persone troppo facili a scordare


cerco un equilibrio

vorrei un po’ respirare

ma _ col cappio al collo _ non ce la farei

per questo scappo e continuerò indomita

ancora e ancora


finché avrò il tuo nome.




Paola Cingolani
06/07/2021
@lementelettriche

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“L’impianto s’è guastato, è attivo il salvavita”

Manco. All’improvviso è successo.

E ho preso _ inavvertitamente _

a non riuscire a ritrovarmi più

neppure cercandomi bene


neppure da sola

neppure per me

_ infondo è un limbo salvifico _

scattato da solo

automaticamente

una mente automatica


come farebbe un salvavita

prima che l’impianto elettrico

possa fondersi completamente

a causa di una qualche anomalia

o per chissà quale sbalzo

proveniente dalla centrale.



Non vorrei essere cercata e ritrovata.

Non ho il desiderio d’essere resettata.

In circolazione c’è una identica a me

si sta pure comportando molto bene

_ magari è migliore di com’ero io _


per dirla tutta è integra

non è per niente scossa

non accenna a stancarsi

e ha l’impianto a norma

facciamo tutti gli indifferenti

e che coloro i quali volessero parlarmi

si fidino e confidino senza porsi dubbi.



Questo mio è un fantasma funzionale

sulla sua notevole garanzia tecnica

c’è scritto molto chiaro

“Non faccio del male”.








Paola Cingolani
21/06/2012
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“Ed è tutto così minimale”

Penso

guardo

rifletto

ed è tutto così minimale

tanto da perdere ogni senso

_ compiuto o incompiuto _


forse

domani

sarà bello

ma oggi

adesso


quella tristezza

per me insostenibile

per altri impercettibile

persino insospettabile

_ oltre che immotivata _

probabilmente sciocca

s’è fatta incudine


e mi pende così

sulla schiena

sulla testa

sul viso

il sangue mi si è gelato


il cuore murato

inchiodato

ingabbiato

oltre questo sguardo vitreo


_ intorno c’è solo l’irreale _

è tutto così minimale

da non avere senso

né motivo alcuno

d’esistere




Paola Cingolani
19/06/2021
@lementelettriche





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Ricordi a lunga conservazione

Ho la spiaggia di fronte casa e, ogni anno, per fare 100 Mt ci impiego mezz’ora. La borsa non si può pesare, c’è qualsiasi cosa dentro. Solari, spray, rinfrescanti, libri, astuccio, pochette, spiccioli per il caffè, fazzoletti di carta, fasce e pinze per i capelli, cappello, asciugamani. Minimo due. Uno, grande e più nuovo, per la mia brandina. Un altro – azzurro e oramai scolorito – è quello che non potrei proprio sostituire. Lo porto sempre con me, lo piego come fosse un cuscino e ci metto la testa. Ha quasi 18 anni, forse anche 20. Era di mio padre, ci si sdraiava lui al sole dopo 2 ore di escursione subacquea. Ci addormentavamo al sole come due beduini dopo aver nuotato. Lui non viene più al mare con me da 15 anni, però io mi porto il suo asciugamano. Prima ancora delle chiavi di casa, del cellulare e di chissà quale diavoleria, prendo l’asciugamano azzurro di babbo Angelo. Come la coperta di Snoopy. Ah, non nuoto più come facevo con lui, non c’è più gusto a circolare intorno alle scogliere da quando lui non riemerge. Diciamo che, per essere stata una nuotatrice, adesso giusto mi inzuppo come un savoiardo nel latte. Ecco, confesso, questa cosa la devo superare. Dovrei riprendere quel genere di nuotate, però sempre sull’asciugamano azzurro e un po’ sbiadito andrò a poggiare le mie sinapsi. Sempre.




Paola Cingolani
15/06/2021
@lementelettriche

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Ricorrenze e parole che scappano via

Non ho dimenticato nulla _ 2 anni come 2 giorni _

idealmente leggo ancora quell’annuncio

cose che mai vorresti vedere né sapere

eccole _ invece _ eccole

_ dirette come i colpi del
cecchino più abile di tutti _

mentre rimani incredulo


completamente inerme

indifeso ed incapace

amorfo

inutile

vuoto.

Oggi è una ricorrenza che non ho scordato

la sola cosa diversa da prima è stata una


oggi _ anche le parole _ sono scomparse

forse si sono ribellate con me

sapevano di non avere senso

è rimasto solo il ricordo

_ intatto ed invariato _

col pensiero all’amica

agli occhi di cerbiatto

che abbraccerei

e asciugherei

potendo.



Dedicata a Pat Vetti Nascimbeni e ad Enrico, ovunque esso sia adesso


Paola Cingolani
11/06/2021
@lementelettriche












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“L’importanza di una spiaggia”

L’importanza di approdare su una spiaggia sicura

_ ma che non sia definita l’ultima è d’obbligo _

mi impone di fondere ragione e sentimentalismi

smancerie da quattro soldi e foglie morte _mai _

_ la mia necessità è una certezza _ magari piccola.



Così mi siedo sulla rena umida

vestita di lustrini e di paillettes

aspetto che la tua nave ritorni

Penelope dei giorni nostri _ io

che di attese sono snervata _

penso solo la cosa minuscola

coprire di salsedine il passato


risorgere a nuova vita

un sole splendente

declinato all’aggi

con un domani

da tracciare

come aria

come volo


in libertà

_ sciolti cordami e sartie _

la vita con un’onda nuova.




Paola Cingolani
05/06/2021
@lementelettriche





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“Ostacoli per la serenità” – Suggerimenti

Ostacoli per la felicità? Rimozione subitanea, immediata ed assoluta. Definitiva.
Pensaci. Ti imbatti con una persona la cui psiche è definita solo da negatività, critiche e tu devi capire.
– Ma chi l’ha stabilito? – Sappi che, per te, attirerà solo molti guai questo sacrificio inutile.
Relazionarsi è scambiare reciprocità, punti di vista, serve equilibrio – stai sicuro che nessuna mancanza aiuta – così devi andare oltre.


Ok, distanziarsi è doloroso, ma la differenza che noti è lampante e cresce, per ingigantirsi nel futuro. Guarda al dopo!

C’è gente che rimane nella tua vita solo per un breve lasso di tempo, finché tu non salti.


Sensi di colpa, obblighi, costrizioni, ricatti morali, menzogne, omissioni – varie ed eventuali – sono tutte limitazioni, per te e per gli altri, fino a quando non stabilisci una linea di confine netta decidendo da solo come vuoi gestire quel caos. Sii autonomo.

Ripensati, ripensaci e allontana tutti i rapporti castranti ed asfissianti, prendi con te la lealtà ché non è una forma di sottomissione, ma una netta superiorità.
Quando cominci tu a controllare il tuo destino, smetti di rispondere a chi vorrebbe ferirti. Neanche se appartiene al tuo stesso nucleo familiare.

Insomma, ci stendi sopra un velo pietoso e li lasci convinti e contenti sapendo che – spesso – c’è chi ride solo per confondere le tracce.



Paola Cingolani
02/06/2021
@lementelettriche





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“C’è bisogno di ridimensionarsi”

Sentirsi il centro dell’universo mondo
osservare _ quasi con spregio _ il resto
ardere _ come candele _ nella propria luce


Accumulare vittime nuove a quelle antiche
credersi l’oceano impetuoso ed infinito
gridare _ lamentarsi _ avari di naufragi



Venire esclusi dal mondo altrui per poi
crescere di Ego _ e di Ego _ soffocare
come farebbero solo i re senza alcun regno


La viltà _ quell’essere tanto pusillanimi _
di coloro che _ ricaduti su se stessi _
agonizzano senza più tregua alcuna




Paola Cingolani
01/06/2021
@lementelettriche




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“L’irrisolto distrugge”

Photography by Josef Sudek

Mi vestirei anche da grand soirée

per stare sola col mio ordine poco ordinato

_ nella testa ho troppi pensieri io
in una mente sola sembra caos _

però sono assai ben organizzata

posso restare qui senza terrificarmi

perché è l’irrisolto che mi ferisce


perché è naturale il mio fare

perché è doveroso ogni dire

così anche ogni dare

basta sapere

cosa dici

cosa dai

che cosa stai facendo

quale è il caso che vorresti per gli altri?

_ Strumenti ma non emozioni
a disposizione per il tuo fine _


Credi che la gente sia cosa tanto utile?

Credi che la gente sia una cosa gestibile?

Sì, forse accade ai più, ma non a tutti

c’è il cavallo che rompe la corsa

la scheggia impazzita che parla

_ chi si lancia per non perdersi _

o per risolvere ancora una volta

sebbene emetta grida

senza nessuna voce

“Non ne posso più”.





Paola Cingolani
31/05/2021
@lementelettriche





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“Nulla è più indomito dei desideri” – Alessandro Baricco

“Poi non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. E non sono la stessa strada. Così, io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l’onestà, essere buoni, essere giusti. No. Sono i desideri che salvano. Sono l’unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l’ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. È lì che salta tutto, non c’è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatto tanto di quel male che tu non te lo puoi nemmeno immaginare.”

Alessandro Baricco – Brano scelto da “Oceano mare”

Non è forse così? Passi anni ed anni della tua vita a dare il massimo, impegnandoti per non deludere le persone che stimi, poi – alcune di loro – deludono te.
Ed è esattamente a quel punto che il desiderio si manifesta con tutta la sua forza: ti fai del male, perché pretendi di poterlo dominare. Ti fai del male, perché – quando il tuo desiderio è chiudere col passato – comunque sei costretto a cancellare e resettare anche le tue vecchie scelte.

Nella vita è inevitabile cambiare, l’essere umano non è stanziale, è mutante o non apprenderebbe.
Nella vita è inevitabile cambiare, noi tutti siamo così imperfetti, ci stanchiamo di combattere.
Poi, perché combattere se si realizza che la causa è perduta?
C’è un momento in cui si desidera risolvere tutto con un grande slancio di passione per le cose, le si vuole rendere meno complesse, si è attratti dalla semplicità e non dalla complessità.
Ci si stanca – a furia d’attese vane – le chimere non si realizzano, né mai si realizzeranno, così si sceglie una via ben più percorribile.

Fa male? Sì, fa male, perché è come ammettere di non aver dato il giusto valore alle persone. La delusione è cocente, sempre, ma – fuoco per fuoco – un po’ di voglie bisogna anche soddisfarle.
Non ci si può più illudere che sia sufficiente essere bravi, buoni, corretti.
Troppa virtù annoia, l’ho sempre sostenuto.





Paola Cingolani
28/05/2021
@lementelettriche


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“Maturità è anche selezione”

Maturità è scelta e tante altre cose: se scrivessi che – a un certo punto della vita – non ci si stanca di certi giochetti, sarei una buonista sciocca.
Io, invece, sono stanca di abbassare la testa alle debolezze, ai capricci altrui, solo per quieto vivere. Credo sia questione anche di una certa presunzione esibita come un biglietto da visita.
Ma un bel biglietto da visita non è.
Credo sia una debolezza l’essere saccenti con una come me, che rifugge le discussioni, troppo facile alzare i toni e prendersi la ragione con la stizza. Basta, di quella ragione faccio omaggio a chiunque, però basta.

Mi siedo dalla parte del torto, un po’ come ci insegna Brecht, dico direttamente “Si, certo, lei ha sicuramente ragione.”
Poi lascio perdere perché tanto è inutile rimettere su gli stessi teatrini se il mio interlocutore è un passivo – aggressivo e, con finta gentilezza, trova una scusa che, concettualmente, c’entra come i cavoli a merenda e replica un atteggiamento da totale deresponsabilizzato. Così è facile per lui, vero, ma è facilissimo anche per me valutare quanto dimostri di stimarmi meno di uno sconosciuto che risponde da buzzurro sebbene non interrogato.

Le prime volte ci si resta malissimo e, se si è molto sensibili come me, si sente un dispiacere doppio. Poi – quando gli schemi sono sempre gli stessi – si sente di aver dato considerazione a qualcuno che non merita perché infondo, il suo ritornello sardonico, è quello di mostrarsi sfacciatamente al di sopra.

Perfetto: che vada anche sotto, oramai non suscita più nemmeno la minima sorpresa.
Crescendo certe persone migliorano e imparano a selezionare, altre peggiorano continuando a reiterare.


Maturità è anche selezione

questione di sopravvivenza

ché – d’essere calpestati –

si è davvero tanto stanchi

e si sta assai meglio senza


***

“Sono avida di torto: se ce ne fosse, datelo pure a me, grazie, lo accetto volentieri!”


Paola Cingolani
25/05/2021
@lementelettriche



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“Una vita di qualità merita più d’ogni longevità” – Seneca

Photography by Paola Totnambè – “Scorre, il tempo scorre”

La brevità è la condizione di ogni esistenza. Rispetto alla durata del mondo, è breve anche la vita di un Nestore o di una Sattia, la quale ultima fece scrivere sulla sua tomba che era vissuta novantanove anni. Ecco una che si vanta della sua lunga vecchiaia; e chi avrebbe potuto sopportarla, se avesse compiuto cento anni?

Come una commedia, anche la vita non importa che sia lunga, ma che sia ben rappresentata. Non importa in che punto la concludi. Concludila dove vuoi; ma sta’ attento a concluderla bene.


Seneca – Brano scelto da “Lettere a Lucilio”

Concludere la vita al meglio significa viverla lasciando un buon ricordo di noi stessi.
Non dovremmo agognare i cent’anni, dovremmo vivere meritando rispetto, con qualità, cercando di migliorarci ogni giorno.


Conosco persone che sono quasi centenarie e stazionano là, come monumenti ai non caduti, nel grigiore pallido d’un isolamento voluto, senza mai aver desiderato neanche uno scambio umano coi figli, coi nipoti, né coi bis-nipoti. Un po’ come temere ogni altro essere umano – inclusa la loro progenie – ed è d’una tristezza infinita.

Ho avuto amici che se ne sono andati a 18, 42, 48 e 55 anni: lo sgomento, perché quanto intensamente mi hanno amata – e hanno amato la vita e la gente – non si racconta. Così come noi – parti delle loro vite e delle loro famiglie, pur se scelti non in base all’anagrafe – li sentiamo ancora oggi qui, presenti eternamente.


Ho avuto familiari che sono stati puro privilegio e la loro dipartita precoce è una mancanza asfissiante, che m’affoga e cresce ogni giorno: ci convivo focalizzando la mente sulle cose belle, sull’orgoglio che mi ha riservato e mi riserverà sempre il loro affetto.

Altri che ho considerato oggettivamente esseri inferiori: vivono, probabilmente stanno meglio di me e puntano alla longevità estrema, fregandosene – come sempre – del resto del mondo, anche dei loro stessi figli. Forse hanno capito che quando se ne andranno non li piangeremo e, per dispetto, continuano a godere se ci sanno rattristare campando.
Sì, penso sia così, ma si sbagliano: non m’appartiene l’odio, come neppure la vendetta o il rancore, sono diventata maestra d’indifferenza e di distacco al bisogno. Non ho ipocrisia per cui – una volta avvisati lor signori che non avrei più conferito con loro – vivo coerente e tanto serena. Mi sono collocata nel mio altrove.


Riguardo me, sono onesta, penso d’aver recitato la mia commedia meglio che potevo: non racconto mai i ruoli che ho interpretato perché li conosce chi ne ha beneficiato. Sbandierarli diventerebbe un atto di presunzione vittimistica e – detta come la penso io – anche no. Mai.
Una confessione solamente posso fare: non vorrei mai invecchiare a lungo, sarebbe anche noioso. Continuo a preferire la qualità della vita alla quantità. Proprio come scrisse Seneca.




Paola Cingolani
17/05/2021
@lementelettriche




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“Certe leggerezze pesano come macigni” – Milan Kundera

[…] Un dramma umano si può sempre esprimere con la metafora della pesantezza. Diciamo, ad esempio, che ci è caduto un fardello sulle spalle. Sopportiamo o non sopportiamo questo fardello, sprofondiamo sotto il suo peso, lottiamo con esso, perdiamo o vinciamo. Ma che cos’era successo in realtà a Sabina? Niente. Aveva lasciato un uomo perché voleva lasciarlo. Lui l’aveva forse perseguitata? Aveva cercato di vendicarsi? No. Il suo non era un dramma della pesantezza, ma della leggerezza. Sulle spalle di Sabina non era caduto un fardello, ma l’insostenibile leggerezza dell’essere. […]


Milan Kundera – “L’insostenibile leggerezza dell’essere”

Il nulla è pesante se non si provvede a riempirlo: l’essere umano ha bisogno del suo peso, non certo del vuoto cosmico, perché è proprio la caduta in questo buco nero a risucchiarlo in un vortice infernale, di quelli che durano per tutta l’eternità.

Bisogna declinare bene il proprio spazio, il proprio tempo e la propria esistenza, c’è bisogno di quell’armonia che – le donne intelligenti, quindi apparentemente sbagliate – sanno trovare più spesso degli uomini. Anche di quelli intelligenti.

L’immaginario maschile è rimasto indietro di qualche generazione sulla concezione della donna.
Ho sostenuto spesso come i dinosauri non si siano mai estinti e che, piuttosto, abbiano avuto una fase di adattamento con l’ambiente circostante. Sono una persona ironica.

Una donna risolta psicologicamente e dunque serena, matura, lucida, diventa una persona esigente: si aspetta un interlocutore altrettanto capace di addivenire alla sintesi vincente, senza per questo credere di dover affrontare un combattimento strenuo, quasi epico. Se nella coppia permangono solamente tesi e antitesi, senza saper trovare una sintesi, è lapalissiano che ci si percepisca inadatti.

Alcune persone si assoggettano diventando la vittima designata di uno scambio tossico e narcisistico e, contrariamente alle opinioni comuni, il narcisista è spesso la donna, quella fragile, quella che per sopravvivere necessita di una certa dose di ricatto morale. Questo è ciò che sfugge all’uomo, ancora adesso.

La remissiva è (quasi sempre) una persona subdola, che fà della sua bontà – spesso solo presunta – un’arma micidiale ed invisibile, lasciando che il suo compagno si autoconvinca di come, senza di lui, essa non vivrebbe.
Ma sappiamo bene che, né l’innamoramento, né l’amore, sono patologie mortali. Per nessuno.
Magari è proprio per questo senso di precarietà che investe tutto, quindi anche i rapporti umani, che la persona teme?


Nel dubbio è più semplice evitare gli scontri e affogare nel nulla, perché se dobbiamo diventare come mamme che ricattano – “Se non fai il bravo mammina piange!” – o come adultescenti illusi – “Ma guarda, è cotta di me, posso gestire tutto a modo mio!” – davvero il tempo è trascorso giusto per riempire di caselle i calendari.

Anche io ho lasciato, come la donna raccontataci da Kundera.
Anche io avrei preferito essere cercata, o che – almeno – mi venisse data un’opportunità al pari di quello che è il mio valore.
Anche io mi sento schiacciata dal peso di un immenso nulla: garantisco che non provo rabbia, né rancore, ma non riuscirei a dimenticare alcune leggerezze così tanto, troppo leggere per essere dette possibili.

Un fardello ha il suo peso specifico, la leggerezza dell’essere stati nel vuoto, col vuoto, è insostenibile. Sì che avrebbe potuto salvarsi ancora, ma forse è stato pavido, forse non ha mai capito affatto.

Importa? Certo che no: sorrido e continuo il mio viaggio nel mondo, consapevole di quanto sia complesso incontrare menti aperte.





Paola Cingolani
15/05/2021
@lementelettriche





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“Il peso dell’aria”

La pressione atmosferica

stabilisce il peso dell’aria

_ pensa _

sembra sia immateriale ma

a spingere con un solo dito

su di una superficie a scelta

si calcola un peso specifico

_ circa un chilo _

ricorda sempre e per sempre

il peso dell’aria che respiri

il peso di ciò che confermi

il peso di tutte le tue parole

dette

taciute

nel bene e nel male.

Tieni a mente

il peso di ogni gesto che fai

e il peso di ciò che lasci fare.

Il peso dell’aria

è un chilo soltanto

intanto mi domando

quanto pesa un dolore

che opprime il nostro cuore?

Quanto ci pesa una colpa

se non sappiamo rimediare?

La gentilezza è leggera

credo abbia delle ali immense

mi somiglia ad un uccello azzurro

_ praticala sempre _

in assenza di ogni gravità

è la sola capace di levarsi in volo.

In alto _ figlia mia _ tu vola in alto

conserva la tua bontà nonostante tutto.




Paola Cingolani
13/05/2021
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“Un madrigale profondo” – Octavio Paz

Più trasparente
di quella goccia d’acqua
tra le dita del rampicante
il mio pensiero tende un ponte
da te stessa a te stessa
                                         Guardati
più reale del corpo che abiti
ferma in mezzo alla mia fronte

Sei nata per vivere in un’isola

Octavio Paz

Il tuo pensiero è trasparente – a tratti impercettibile – e questa situazione è diventata destabilizzante per me che ne sono l’oggetto.

Rimbalzo da me stessa a me stessa e – meglio – vorrei m’ingoiasse un buco nero immenso.

Il ponte, fra noi, l’ho menzionato io, ricordi? Non è una bella combinazione?
Ti ho spiegato che i pontili marini non temono onde d’urto, sono avvezzi alla tempesta, ma c’è bisogno di una manutenzione costante o il salmastro li corrode.


Sono stanca di vivere in mezzo alla tua fronte, fra le tue idee, come fossi un bel ricordo.
Io sono viva.

A mancarti è la formula di C. G. Jung, “Qui e ora”, ma io l’ho compresa e assimilata bene, così tanto da farne un motto.
Oltretutto sai che sono dignitosa e ciò mi impedisce di collocarmi dove non sono bene accetta.

Se credi che io debba restare in un’isola, la sceglierò da sola e non è detto io non abbia il coraggio per cercarne, con cura estrema, una molto affollata.
Tu – al massimo – saresti un simpatico ricordo a tempo determinato, da soprannominare Venerdì. Poi diventeresti evanescente e ti dimenticherei.



Paola Cingolani
12/05/2021
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“La grandezza è nelle cose semplici” – Arthur Schopenhauer

Josef Sudek Photography

La storia ci dice la vita dei popoli e non sa raccontarci che guerre e rivolte […]. E così la vita di ogni individuo è una continua lotta, e non solo la lotta metafisica col bisogno o con la noia, ma anche la lotta reale con gli altri individui. Egli trova ad ogni passo il suo avversario, vive in continua guerra e muore con le armi in mano.”

Arthur Schopenhauer – Parerga e Paralipomena – 1851


Sarebbe bello se la storia ci insegnasse davvero, ma siamo duri a capire e ci è difficile imparare.
Da quando abbiamo memoria dell’essere umano, è tutta una cronaca di guerra, come non fosse già difficile vivere e convivere con noi stessi e relazionarci con gli altri esseri umani.

Noi siamo depositari di sentimenti angoscianti, cerchiamo ciò che non è semplice, individuiamo continuamente avversari da battere e spendiamo energie nel quotidiano – anche se disarmati – perché l’enormità delle cose apparentemente più piccole, come la pace, non la cogliamo mai.


Dallo scorrere del tempo non abbiamo appreso: o è un pessimo maestro, o siamo allievi privi di doti intellettive.
Ci misuriamo con discipline scientifiche per poi farne un pessimo uso: basta guardarsi attorno e prenderne atto.

Probabilmente è questa nostra smania di grandezza a renderci tutti ciechi, però, per la nostra presunzione, crediamo di vedere.
Magari è la voglia di abbattere limiti spazio – temporali che ci porta a voler colmare l’universo, però non riusciamo a bastarci neanche da soli.


Forse – se non fossimo così inconsapevoli – cominceremmo a dare più importanza alle cose che, ancora adesso, ci appaiono irrilevanti: la grandezza è nelle cose semplici, esse sono la giusta misura.




Paola Cingolani
11/05/2021
@lementelettriche





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“S_vista mare”

Dovresti correre _ e anche velocemente _ tanto da incollarti i talloni alle spalle

correre e correre per scappare _ non ha senso restare _ vuoi correre e andare

non importa dove _ è che sei amareggiata _ non può risollevarti la s_vista mare

scappa

cerca un cammino

costruiscilo come credi

una strada viene da sola passo passo

ma l’importante è che tu vada via adesso

dopo sarebbe tardi _ ti troveresti chissà dove _ sempre s_vista ma magari monti.

Cambiano i paesaggi ma non cambia il concetto

e tu porta pazienza

ci sei abituata di già

cosa vuoi che sia _ una s_vista in più _ non sarà mica tutta questa gran calamità.





Paola Cingolani
07/05/2021
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“Se il pesce salta fuori dalla boccia”

Se il pesce salta fuori dalla boccia
in cerca di altri spazi e di nuovi orizzonti
è inutile tentare di metterlo in un altro cristallo
perché quando un pesce salta fuori dalla boccia
semplicemente non è affatto un pesce
così come avevi creduto _ anzi _ non boccheggia
non lo puoi ancora concepire un animaletto muto
né il tuo esserino indifeso ed obbediente
facci caso
riflettici coscientemente.

Sai _ per rivendicare la libertà _ servono tante potenzialità
e nessuno potrebbe farlo mai se argomentasse del niente.

Quando un essere è saltato via da solo ha già molto parlato
anche se non ti ha mai gridato
anche se non ti ha mai umiliato
anche se ha scelto di risparmiare il suo fiato.




Paola Cingolani
06/05/2021
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“Nel fiume del divenire, il genio oltrepassa limiti spazio-temporali” – Hermann Hesse

Ho avuto pensieri e princìpi. Tante volte ho sentito in me il sapere, per un’ora o per un giorno così come si sente la vita nel proprio cuore. […] Ma questo è un pensiero che ho trovato io: la saggezza non è comunicabile. La saggezza che un dotto tenta di comunicare ad altri, ha sempre un suono di pazzia. […] La scienza si può comunicare, ma la saggezza no. Si può trovarla, viverla, si possono fare miracoli con essa, ma spiegarla e insegnarla non si può.



Hermann Hesse – Brano scelto da “Siddharta”

Le nozioni, il sapere: è un alibi l’ignoranza, specie al giorno d’oggi. Conoscere si può, quindi si deve; c’è una tale vastità di sapere che non riusciremmo ad attingere dal calderone della scienza in una vita intera. Il sapere è infinito.

A non essere altrettanto diffusa è la dote della saggezza poiché non la si impara, non la si studia e non la si trasmette. Neanche volendo. La si possiede e, credo, neppure sempre: anche l’essere umano più saggio non è esente da alcun margine d’errore.
Non a caso la saggezza è una dote e – in quanto tale – risulta essere molto rara.

La maggior parte degli argomenti millantati come assoluti o indiscutibili, alla fine, si rivela null’altro che un elenco inutile di paralogismi.


Una persona che coltiva il sapere è interessante, ma una persona saggia è affascinante: seduce. Attira l’altra a sé.

C’è un magnifico confronto fra Govinda e Siddharta che precede la citazione riportata. Govinda vuole sapere attraverso quale dottrina Siddharta sia addivenuto a tutto il suo sapere e – poi – a tutta la sua saggezza ma, quest’ultimo, non riesce a spiegare.

Siddharta ha appreso da moltissime situazioni differenti e da altrettante persone: egli ha attraversato il fiume del divenire.

In questo senso dovremmo tutti divenire allontanandoci dai luoghi comuni, dalle cose banali e dalle persone che vantano una saggezza della quale sono sprovviste. Apprendere da persone le quali non farebbero che manipolarci è una cosa impossibile. Chi è un po’ più saggio tace e non si permette di venire ad istruirci, né di parlare del niente.


Ognuno attraversi il proprio fiume, coi propri tempi e sapendosi confrontare, mai volendo insegnare: la saggezza è una dote innata, l’essere persona saggia può spaventare solo chi sa di non essere abbastanza.



Paola Cingolani
05/05/2021
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“Non esaltarti mai”

La notte è amica di molte persone
degli amanti _ che si vedono come più fortunati _
dei solitari _ che prendono distanza dai vari riflettori _
dei pensatori _ che si specchiano nel loro Sé cercando verità _
quasi le stelle possano accendere idee migliori
rispetto ai bagliori fasulli della luce del giorno
capace d’accendersi pure sul vuoto cosmico
o fra i vari vuoti a perdere
_ decidete voi _
quelli non li calcolo
oggi non più.

La notte è amica di molte come me
impegnate in una rotta senza cartografie consuete
e senza alcuna possibilità d’errore né margine minimo
_ Non esaltarti mai _ mi vado ripetendo
o farei come chi s’imbroglia da solo
poi mi soffermo col mio caffè
navigo a lungo dentro di me
seguendo il mio cielo
respirando piano
sognando molto
attendendo.

Non mi esalto mai
so che l’universo ha spazi infiniti
tento di fare disegni e progetti nuovi
li abbozzo come avessi le mani dei bambini
rifuggo le regole del piccolo gruppo incartapecorito
lascio che sia l’oblio a cullare i miei pensieri peggiori
_ gli astri m’acquietano _ ed è una splendida conquista
chi ho scelto di allontanare non ha generato mancanze
ma _ col passare del tempo _ ho rafforzato quella che ero
ai poveri spiriti faccio omaggio del resto _ per me sola _ non detesto.




Paola Cingolani
03/05/2021
@lementelettriche












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“Essere lungimiranti per vedere oltre trovando sintesi” – Zygmunt Bauman

LORENZO CICCONI MASSI – Copyright



“La parola comunità esala una sensazione piacevole, qualunque cosa tale termine possa significare (…) Le compagnie e le società possono anche essere cattive, la comunità no. La comunità è sempre una cosa buona.”

Zygmunt Bauman








Essere insieme, unire le idee addivenendo ad una sintesi costruttiva: mai avere timore dell’altro.
Mi piacerebbe si ragionasse su questo concetto di comunione d’intenti, di positività, di bellezza.
Certamente – se si discute solo d’interessi – non c’è mai vera condivisione, piuttosto, altri scopi, e non sempre troppo umani ma essenzialmente materiali, pragmatici.


Se c’è la fortuna di essere in comunione e di riconoscere ancora un volto, dopo tanto tempo, se esiste ancora una comunicazione, bisogna tralasciare qualsiasi cosa riguardi il passato. Semplicemente era, non è più.

Quello che è andato non avrebbe potuto essere differente: se è accaduto doveva accadere. Però, è anche vero che tutto quello che deve venire dipende solo dagli occhi lungimiranti di chi vede oltre e rilancia, rimette in gioco coraggiosamente gli scambi, si confronta, si arricchisce, matura consapevolezze sensoriali ulteriori.

Le situazioni non si creano completamente da sole, molte delle cose che accadono si sono prima presentate nella nostra mente sotto forma di idee, più o meno consapevolmente. Siamo noi a far vivere le idee positive, pensateci. La stessa cosa accade per quelle negative. Non dovremmo stigmatizzare mai niente e nessuno, dovremmo dirci che sì, è un’idea, possiamo sempre parlarne e realizzarla. Perché no?

Nessuno ci vieta nulla: siamo solamente noi a temere le cose comuni, siamo poco lungimiranti, ci accontentiamo dei profitti quando potremmo avere anche dei bei valori inquantificabili ed indicibili.




Paola Cingolani
28/04/2021
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“Accosta l’uscio piano”

Accosta l’uscio piano

con grazia e leggerezza

anche se vorresti sbatterlo

ché _ se lo sbatti _ ti senti forte

ma dura assai poco e l’ira resta dentro.

Accosta l’uscio piano

sii più gentile e mai greve

anche se vorresti difenderti

ché _ se gridano _ non sono forti

ma hanno perduto la partita e niente più.

Tu sai che chi sbatte le porte teme

_ non conta ti sembrino scogliere

se tu sai essere come sabbia fine _

lo scoglio può deflagrare

il granello è inattaccabile

_ non c’è bisogno di una draga

per muovere la tua sabbiolina _

non potrebbe neppure scalfirla

una semplice puntina di spilla.


Riconosci che la vera grandezza

risiede nella rara capacità di capirla

e _ per non sperperare il suo valore _

essa si nasconde in cose assai piccine.





Paola Cingolani
27/04/2021
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“Ragionando sugli affetti” – Massimo Gramellini

“Gli affetti dell’infanzia si imprimono nel cuore come tatuaggi indelebili. Quando sembrano morti sono solo svenuti. E possono riprendere a vivere senza bisogno di troppe spiegazioni.”

Massimo Gramellini

Ragionando sugli affetti sono portata a pensare che quelli della nostra infanzia ci restano tatuati addosso, sul cuore, ché soltanto il cuore li percepisce e li trasmette all’anima di ognuno di noi, nelle età a seguire. A volte sembriamo non pensarci ma – senza ragioni apparenti – essi ritornano a farsi vivi prepotentemente.

Come spiegare tutto questo? Inutile: non ci riusciremmo neanche se aprissimo un convegno in materia, né se potessimo resuscitare Jung e Freud per poi metterli a confronto.

La sola verità è che ogni essere umano conserva degli affetti come un marchio impresso a fuoco, ed è una verità incontrovertibile. Credo di poter allargare il concetto anche alla giovinezza o, perché no, ad un’epoca più consapevole della nostra esistenza.


Ci sono affetti incancellabili e probabilmente, la sola cosa che diventa relativa, è proprio l’età nella quale li abbiamo vissuti.

Certo, mi capita più o meno spesso di ricordare episodi legati agli affetti di quando ero bambina.
Devo anche dire che penso con grande intensità agli affetti che ho vissuto più consapevolmente: non conta se sono relazioni terminate – sia fraterne che innamoramenti o presunti tali – perché ci ho sempre creduto molto impegnando tutto ciò di cui disponessi.


Capita che alcuni non mi manchino affatto, ma nutro rispetto poiché so di mancare loro.
Capita anche che altri non mi manchino, né io manco loro, c’è una distanza salvifica per tutti.
Capita di avere una nostalgia fortissima per l’affetto di qualcuno, con cui credo di aver sempre sbagliato tutto, anche se involontariamente: forse è la sola persona che mi ha messa in crisi sul serio.


I pochi affetti della mia infanzia rimasti in vita ci sono tutti e c’è una corrispondenza ininterrotta.
Non è facilissimo gestire gli affetti, ammettiamolo. Nel mio caso – ogni tanto – metto in “rianimazione forzata” e “senza flebo” uno solo di essi, nella speranza che l’oblio prenda il sopravvento e si schieri dalla mia parte.

Credo sia la sola persona in grado “resuscitare” sempre e comunque, il solo telefono che ho cancellato e memorizzato svariate volte. Una specie di Highlander che se ne sta beatamente in stand-by da tanti anni per poi ricomparire in stile spettro quasi a dire, ironico e beffardo, cara Paola, piantala: è tutto inutile e lo sai benissimo.


Gramellini ha ragione: “Gli affetti dell’infanzia si imprimono nel cuore come tatuaggi indelebili. Quando sembrano morti sono solo svenuti. E possono riprendere a vivere senza bisogno di troppe spiegazioni.” Tuttavia su una cosa si sbaglia: toglierei “dell’infanzia” perché gli affetti non hanno età e ci rendono bambini anche da adulti.


Paola Cingolani
25/04/2021
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“Perché diciamo così. Origine e significato dei modi di dire italiani” – di Saro Trovato, Newton Compton Editori

L’essere appagati è anche questo: fare un giro di perlustrazione on line e scoprire che il libro di un amico è 1° nella classifica “Bestseller di IBS Libri Lingue, dizionari, enciclopedie – Enciclopedie e opere di consultazione – Opere di consultazione – Dizionari di citazioni.”
Mi emoziona molto questo lavoro: lo ha scritto una persona che stimo, Saro Trovato, per Newton Compton Editori. Ho anche scoperto che – fra coloro cui rivolge un ringraziamento – cita persino il mio nome. Mentirei se non esprimessi la mia gioia.

Non nego che Trovato, sociologo, creatore dello Story Engagement, Founder della Community Libreriamo (celebrata nel 2019 da Forbes Italia e da Facebook quale una fra i primi 10 game challenger italiani), con questo “Perché diciamo così. Origine e significato dei modi di dire italiani” è assolutamente esaustivo nello spiegare, lapalissiano nel farsi comprendere, amabile da leggere, preciso con i riferimenti e, soprattutto, generoso nel riconoscere ad ognuno il suo.

L’opera presenta l’introduzione di Massimo Roscia che, sebbene breve, è una perla rara. La prefazione appartiene a Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca. Naturalmente – il contributo – è anche dell’intero gruppo Libreriamo dove lavorano con serietà, passione e dedizione Salvatore Galeone, persona impagabile, ed altri giovani dinamici e positivi.
Come esorcizzare un lockdown senza avvilirsi?
Mettendosi a scrivere tale libro, passando in rassegna gli idiomi – da quelli più comuni a quelli oramai riposti nella soffitta della lingua italiana – scoprendone origini, significati e raccontandolo ai lettori.

Sinceramente diverte leggerlo, oltre all’aver imparato cose che non conoscevo, la mia consapevolezza sui vari idiomi, oggi è molto più ricca e assai approfondita.
Comunemente tendiamo ad infarcire i discorsi con frasi che, a loro volta, disegnano immagini precise nella nostra mente e in quella di chi ci ascolta. Similitudini e metafore – più o meno dotte – sono all’ordine del giorno. Tuttavia dobbiamo renderci conto che sappiamo ben poco sulle origini di queste semplici ed apparentemente banali frasi fatte.

L’intuizione di Saro Trovato è stata quella di catalogarle, di spiegarle, di farle diventare di facile e rapido apprendimento per tutti, arricchendoci.

Per farsi un’idea chiara e realistica del nostro idioma e per sviscerarlo con leggerezza, con facilità, senza mai annoiarci, questo libro è il più adeguato.

Lo consiglio vivamente, sia perché lo scopo dell’autore è quello di diffondere la cultura a tutti, superando il concetto arcaico di un sapere che resta appannaggio di pochi, sia perché è un testo estremamente scorrevole e comprensibile.

L’autore contagia i lettori anche grazie ad un certo ottimismo, leggere questo libro di Trovato è conoscerete meglio l’italiano, persino quello oramai desueto, accompagnati da un sorriso.

Cerco ancora le parole giuste per ringraziarlo, non è cosa da tutti inserire il mio nome su di un bellissimo volume, anche 1° in classifica: prima o poi, forse, mi verrà un’idea ad hoc.
Acquistatelo: la nostra lingua è tutta una scoperta.



Recensione a cura di Paola Cingolani
Febbraio 2021
@lementelettriche


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“Ho pensato così tanto da non sbagliare”

FOTOGRAFIA ARCHIVIO MARIO GIACOMELLI

No, non temo perché credo di avanzare più richieste di perdono inevase o scadute di quante io non ne abbia concesse al mio prossimo.
Se ho avuto poco (e ho avuto davvero poco) non l’ho neanche mai preteso ed è pur vero che non ho mentito, mai, nemmeno se mi sono state raccontate plateali balle.

Macinando parole, in questi giorni, ho capito assai bene una cosa (sì, fino a quando non comprendo cerco di dipanare matasse intricate e mi metto in discussione, sono esigente con la verità, specie con la mia).  Fare meglio non avrei potuto, fare peggio sì.

Non soltanto. Ciò che ho afferrato e affermato con mesi di netto anticipo è stato più che confermato – casualmente – adesso. Ma, datosi che il caso non esiste, cosa sarebbe avvenuto, di grazia? Me lo sapreste specificare meglio?

Il mio pensiero e, suppongo, la mia sincerità proverbiale – sebbene discussi in quanto scomodi – non si sono smentiti. L’onestà intellettuale non la si può annichilire.
Cosa sarebbe successo ora, se mi fossi lasciata andare?
Già, è una grande domanda, trovo sia opportuno consegnarla al futuro. Ammesso che vi sia.

Nel frattempo continuo a riflettere, ben salda sulle mie radici, come un vecchio albero radicato fino infondo su di un terreno, in attesa del disgelo. Nascerà anche il mio fogliame, forse, e avrò una chioma piena di fronde rigogliose.

Paola Cingolani
23/04/2021
@lementelettriche

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“Come bambini che giocano con i soldatini” – J. Saramago

“Chiaro che siamo in guerra, ed è una guerra di accerchiamento, ognuno di noi assedia l’altro ed è assediato, vogliamo abbattere le mura dell’altro e mantenere le nostre, l’amore verrà quando non ci saranno più barriere, l’amore è la fine dell’assedio.”

J. Saramago – da “Storia dell’assedio di Lisbona”



Come tanti bambini che giocano alla guerra, con i soldatini di plastica – o di piombo – ma sempre una finzione è quella che mettiamo in atto.
Sono molti i vigliacchi, i pusillanimi, i convinti: troppi, assolutamente troppi.
Una forma di adultescenza che possiamo spalmare ampiamente nel nostro consesso sociale e che mi perplime profondamente.

Tutti che si sentono sotto assedio e rinunciano ad essere vivi.
Un mondo pieno zeppo di zombie, di gente che non sapendo amare nega l’esistenza dell’amore pur di non dichiararsi arida e incapace.


E, probabilmente, la loro mancanza è un vuoto cosmico che non verrà mai colmato. Non fino a quando descriveranno come pazzi quelli che – non sentendosi soggiogati da frustrazioni varie – ancora credono a Dante Alighieri, a quell’amore che muove il sole e le altre stelle.

Mi spiace che persone adulte mettano la testa sotto la sabbia: si comportano come struzzi, sono – ai miei occhi – dei poveracci falsamente orbi, un po’ Polifemo e un po’ dinosauro, figure mitologiche, trogloditi che si nascondono dietro belle parole, balle colossali e account Facebook finalizzati alla pesca “a strascico”.
Il paniere bisogna riempirlo per non morire di fame, certo, ma non soltanto di cibo. Va detto.





Paola Cingolani
22/04/2021
@lementelettriche

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“La mancanza si sente, non si racconta” – Arthur Golden

PHOTO I FLOWER GIRL – MARC LAGRANGE

[…] Al tempio c’è una poesia intitolata “La mancanza”, incisa nella pietra. Ci sono tre parole, ma il poeta le ha cancellate… prché non si può leggere la mancanza, ma solo avvertirla […]

Arthur Golden – “Memorie di una geisha”



Non so se vi sia capitato mai di riflettere sulla mancanza. Io, da amante di Eugenio Montale, ho sempre sentito i versi coi quali la definisce talmente potente da affogare.

Probabilmente è anche vero che ho una sorta di incontro – scontro con la mancanza: sin da ragazzina ho perduto figure molto vicine e ho vissuto le mie grandi mancanze, un numero discreto, arrivando a perdere ben tredici affetti fondamentali in soli dodici mesi.
Il mio “annus horribilis” l’ho affrontato con grande coraggio, ma non essendo di pietra, come le pareti del tempio di cui sopra, nessuno vedrebbe inciso nulla esteriormente.
Certo, ho delle cicatrici addosso che sono rimaste, sebbene io abbia deciso che ha ragione Dostoevskij, nel dolore si deve cercare la felicità. Allora ho sublimato tutto poiché dal dolore, volendo, si impara.

Difficilmente considero importanti le baggianate, facilmente mi confronto, ho capito che solo i punti d’incontro – mai quelli di scontro – hanno valore.

Ho eliminato persone che non si sono dimostrate meritevoli né rispettose, ho eluso presenze tossiche, ho preso distanza da coloro che hanno insultato il mio intelletto e non ho mai provato odio.
Odiare avrebbe fatto male soltanto a me lasciando indifferenti individui del tutto immeritevoli della mia seppur minima considerazione.
Ho imparato a volare alto anche grazie a loro, per non addossarmi certe brutture, ma non credo meritino ringraziamento alcuno.

Non mi ribello mai per prima, comprendo e lascio che siano gli altri a mancare. Sempre.

Evito di affidarmi ai giudizi affrettati, li considero pregiudizi, così lascio che il tempo faccia la sua parte, finché accumulo i dati in modo più che sufficiente per tirare le somme in maniera oggettiva. A quel punto, se ho sbagliato io, mi scuso: non ho mai evitato le responsabilità.

(Qui mi viene spontanea una precisazione. Diffido fortemente da coloro i quali sostengono di saper decodificare la realtà dalle sensazioni. Sono baggianate da persone superficiali, se è vero – come è vero – che solo il tempo e l’esperienza sono rivelazione.
Mi devono convincere, ma che usino argomentazioni serie ed elevate a livello di concetto, perché sarebbe quasi impossibile darmi a bere “Io l’ho capito subito, me lo sentivo, lo sapevo!” et similia.
“Bastano gli occhi, lo sguardo non mente!” – ma cosa? Tutti maghi nel giudicare. Poi commettono peggio di altri errori grossolani e sempliciotti. Un po’ come chi crede che essere schietto sia sinonimo di crearsi inimicizie. No, non si può piacere a tutti, ma le maschere cadono nel tempo e, quando cadono, lasciano scoperta ogni menzogna ed ogni personaggio artefatto. Da generazioni ci sono persone che fanno gli occhi dolci, languidi ma semplicemente si rivelano abili manipolatori. La geniale frase “L’ho visto/a subito” non è che un ossimoro: anche Jung per vedere dentro alle varie personalità usava analizzarle, andiamo. Lasciamo stare la presunzione.)

Sono serena e non mi mancano le persone che non mi hanno rispettata, i rami che ho potato intenzionalmente, ma neanche mi porteranno mai a denigrarli. Diventerei come loro.

Sono forte, ma anche fragile, al cospetto di chi mi ha voluto bene e manca, perché nella nostra esistenza c’è un destino che non possiamo programmare e – negare questo – è da imbelli.

Accetto il peso della mancanza, anche per intelletto e dignità: non posso cambiare la realtà.
Una sola cosa non accetto: restare indignata verso chi ha un valore per me.
Privarmi di una persona a cui tengo per questioni di stupidi ideali non è cosa mia. Mi manca, lo ammetto: se ci tengo è ovvio che mi debba mancare. Ecco, detesto discutere di ciò che è ovvio.

A questo punto trovo il modo di comprendere due cose: io sono imperfetta, l’altra persona ha diritto quanto me d’essere imperfetta. Ne consegue come, certe mancanze, dipendano esclusivamente dalla nostra umana imperfezione, spesso dall’orgoglio.

E dunque? Parliamone: un accomodamento c’è. Di mancanze sono più che sufficienti quelle vere, tanto irrecuperabili quanto causa di sofferenze indicibili. Tutto il resto è solo fuffa, alibi poco intelligenti che lascio a chi non ama migliorarsi.




Paola Cingolani
19/04/2021
@lementelettriche






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