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rafal olbinski polish painter a guiding light
Painting by Rafal Olbinski

 

Morire anche da vivi
_ché non ci si pensa
o non ci si ricorda_
accade spesso
eppure adesso
mi voglio ricordare
_c’è quel faro sul mare
la notte è d’accendere_
per poi salpare
nell’imbrunire
senza tornare.

Magari sognare
e volere volare…

Però si paga pegno
aguzzo l’ingegno…

Rimane un disavanzo
_quella fede estorta
che ci impoverisce_
va scomparendo
come la luna
se il giorno nasce.

 

 

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cristina bove

il mago ha due bacchette per il riso
mago cinese
cucina il pescepalla
_fu comprato al mercato delle spine_
in fondo al pozzo dei nondesideri
il mago sa che per morire
si deve essere vivi (mago lapalissiano)
e dopo pranzo
arrotola se stesso e la tovaglia

_i pesci stanno zitti_
se avessero da dire in lingua oceanica
farebbero le bolle nella pentola
ma chi saprebbe leggerle? Il cuoco no
che pure essendo magico
non sa tradurre il senso delle squame
_l’ittica ha le sue regole d’etimo e di logica_
una magia nell’acqua scritta a pinna
inchiostratori calamari e seppie
ossi da farne versi
per qualche pescatore di poesie

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squarcidisilenzio

In questi giorni mi sta passando per la mente una riflessione sul web, sul suo valore. Su quello che accade e che in questi anni ho visto accadere.
Ho iniziato aprendo un profilo Facebook privatissimo, dedicato solo agli amici più stretti, con un timore esagerato per qualsiasi nuova e sconosciuta amicizia. Il primo amico Facebook, che ancora annovero tra le mie speciali amicizie, ha sdoganato la possibilità di avere rapporti virtuali che non fossero pericolosi ma importanti.
Ho inziato a seguire alcuni corsi gratuiti su come gestire il proprio personal branding (ovvero la propria figura online), ho conosciuto influencer come Domitilla Ferrari, figure che hanno fatto del web la loro vita e che hanno dedicato tempo alla formazione degli altri. Ho imparato, mi sono applicata, ho studiato, aperto sito, pagina facebook, blog, instagram, cambiato fotografie, decisa una linea editoriale.
Sono approdata anche su tinder, netlog, ma ho capito subito che…

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Rafal Olbinski 45

Rafal Olbinski Painting

 

 

Il vuoto, così come il mare, si riempie da sé:
inutile volerlo rimboccare.
Il vuoto, in un nanosecondo, è già colmo:
è tempo che fluisce.
Possiede l’inesorabile
include e trascende
abbracciando il cielo.

 

A volte ci cammino sul bordo, col vento:
soli passeggiamo meglio.
Come fosse cosa ovvia
s’intravede un’altra,
una sorta d’icona.
Pare prenda il posto mio
più o meno legittimamente.

Una controfigura confortevole,
almeno il più delle volte:
è persino mansueta ed obbediente.

Spesso la mando nei luoghi comuni,
quelli che straripano di folla:
la spedisco a fare le mie veci
tanto, ad oggi, lei non s’è mai rifiutata
ma soprattutto nessuno se n’è avveduto.

after-the-anniversary
(Art Photography from the web)

[…] Nel 2018 di manine maligne, sediziose, furtive ne abbiamo viste parecchie, fra politiche o giornalistiche, favorite dalla memoria corta della coscienza collettiva e dalla volatilità di una certa informazione on line fulminea, alla bisogna, nel cancellare o nel correggere. L’ultima manina è di ieri. […]

(Da Repubblica – Massimo Arcangeli)

“Manina” – con chiara accezione negativa e manipolatoria – è il termine che emerge a pieno titolo dal sondaggio col quale, il noto linguista e sociologo della comunicazione, ha elencato alcune parole che, in questo 2018 appena archiviato, sono state dette e ridette.

Mettere le mani su qualcosa, o su qualcuno, pare si intenda subito in modo negativo: eppure potremmo fare un’infinità di cose meravigliose con le mani, dalle carezze agli abbracci… sperando nel tocco di mani calde (altrimenti ci potrebbe persino venire in mente un’aria de “La Boheme” di Puccini intitolata “Che gelida manina”, idea subito accompagnata da un sorriso, così com’è successo a me).

Le mani: uno degli “strumenti” più importanti del corpo umano diventano immediatamente qualcosa che contamina. Personalmente mi soffermo a riflettere su questa contaminazione e mi torna in mente un detto, una sorta di monito che i latini usavano con altro significato.
La frase è tratta dal Nuovo Testamento e appartiene a San Paolo Apostolo, si trova in un’epistola inviata a Tito.

«Omnia munda mundis; coinquinatis autem et infidelibus nihil mundum, sed inquinatae sunt eorum et mens et conscientia.»
(Nuovo Testamento – Lettera di San Paolo)

[Tutto è puro per i puri; contrariamente niente è puro per i contaminati e gli increduli, perché hanno inquinata l’intelligenza e la coscienza.]

Ecco, fondamentalmente, i puri vedono le mani che accarezzano, le coscienze inquinate e le intelligenze contaminate vedono le mani che compiono azioni malevole.

Buon anno nuovo a tutti.

 

gattotopo

 

Una precisazione è necessaria prima di cominciare a scrivere: Dostoevskij descrisse così il nucleo poetico del romanzo “L’idiota”, a cui stava lavorando, in una sua lettera.

« Da tempo mi tormentava un’idea, ma avevo paura di farne un romanzo, perché è un’idea troppo difficile e non ci sono preparato, anche se è estremamente seducente e la amo. Quest’idea è raffigurare un uomo assolutamente buono. Niente, secondo me, può essere più difficile di questo, al giorno d’oggi soprattutto. »

(Fëdor Michailovič Dostoevskij)

Santo Dosto, ora pro nobis, aveva ragione: la bontà viene spesso trattata – specie da chi non la contempla – quale forma di idiozia. Anche se idiozia non è.

Mi è capitato di argomentare sulla pagina di un tizio, apparentemente colto, ma rivelatosi a tutti gli effetti un narcisista inguaribile.
Nel suo smisurato bisogno di primeggiare, non è riuscito a tollerare la mia capacità di approfondimento: gli rubavo spazio prezioso. Così, credendo di offendermi e di riuscire a ferirmi, mi ha redarguita pubblicamente, come fanno tutti coloro che vogliono mostrarsi assolutamente più valorosi di quanto non siano, sgraziatamente e disgraziatamente, senza la minima parvenza di gentilezza.
“Se volevo leggere “I fratelli Karamazov” non avrei scritto qui” – ha postato – dopo aver tenuto una sorta di conferenza on line che, solo la metà, bastava.

Santo Dosto, ora pro nobis, ho pensato: nell’immediato, non avessi conosciuto l’autore, avrei potuto rispondere “Ha parlato “L’idiota”, complimenti”.

Il fatto è che non si disimpara mai, fortunatamente, quindi mi sono venute in mente altre opere di Dosto, m’è venuta in mente una sua foto – di bianco vestito – dove s’atteggiava (l’individuo non sa neanche mi sia arrivata quella fotografia, immagine che si è guardato bene dal pubblicare), mi è venuto in mente che tutto potrebbe essere tranne che “buono e giusto”.
Allora, sempre facendo riferimento a Dosto, gli ho risposto fra me e me (che è cosa più signorile): “L’idiota non sei tu, per ovvie ragioni e – anche se lo nascondi ai fratelli Karamazov – sei dedito alle notti bianche, da solo coi tuoi demoni: più che al delitto mi somigli al castigo.”
Ho sorriso.
Ho riflettuto sulle persone che mi vogliono bene davvero.
Gli ho scritto in privato – sintetizzando un paio di motivazioni sensate – che non m’arriva.
Non solo d’altezza: proprio non m’arriva di livello spirituale, ragion per cui neanche mi dispiace l’averci speso tempo.

« Conoscerai un grande dolore e nel dolore sarai felice. Eccoti il mio insegnamentonel dolore cerca la felicità. »

(Fëdor Michailovič Dostoevskij)

Probabilmente questa è la frase più significativa dell’opera “I fratelli Karamazov” e, esattamente a questo inciso, ho fatto riferimento: sapevo che mi stavo per scontrare con una perdita incolmabile, l’ennesima in un anno nefasto. Nel mio dolore c’è dignità, c’è la gioia immensa per aver ricevuto un’infinità di amore e di rispetto.
Tutto ciò trascende persino la delusione ed è completamente avulso dalle persone che non ne sono all’altezza.

Non so chi sia il gatto e chi sia il topo. Quanto so di me stessa è che non mostro mai completamente ciò che riesco a capire. Almeno non subito, a nessuno. Ci sono cose – la buona fede e l’intelligenza, per citarne un paio – che non si svelano se non col tempo e attraverso le occasioni: sono immateriali e non sempre possono diventare tangibili.
Non per tutti.

Chissà quanti sapranno che i demoni di Dosto non erano diavoli? Me lo domando spesso: persino la critica ci è quasi sempre cascata.

 

 

 

 

Pare che sia Natale, nel mondo del verosimile. Non lo è nel mio, non percepisco altro che la sensazione di un anno che si sta concludendo, nel modo peggiore, e che si è – di fatto – presentato come nefasto. Non ho voglia di niente se non di tregua, non sento mancanze riconducibili a persone specifiche e, chi mi manca perché distante logisticamente, è un pensiero tenero, m’acquieta, so che potrò rivederlo presto.
Chi c’è è parte dello splendido gruppo dei soliti noti che non vacilla, mai, da oltre mezzo secolo. Chi non c’è più è qualcuno che – per ovvie ragioni di spessore – non avrebbe potuto che vivermi male, appesantendo notevolmente anche me. Ho sempre fatto una scrupolosa analisi dei costi in rapporto ai benefici, distinguendo in base ai miei valori, senza imporre le mie regole e lasciando libera scelta al mio prossimo. Preferisco essere la scelta di pochi piuttosto che l’ambizione della folla. Essere messa da parte da chi ha avuto, francamente, trovo sia motivo d’orgoglio: meglio così. Confermano una delle mie poche doti umane, la generosità.
Pare che sia Natale, almeno stando al calendario, e il mio unico desiderio è quello di rivedere un bilancio, il mio, per correggermi – eventualmente sbagliassi – e ricominciare.
L’unico senso natalizio che provo è questo, il bisogno di concludere per archiviare tutto.
Se potessi mi regalerei una vacanza nell’oblio: meglio che ai Caraibi.
Nella mia lucida e spietata analisi su questo mezzo secolo di vita, di anni e di tempo che scorre all’insegna delle tre “P” – prezioso, paradossale, precario – il mio augurio per me e per tutti è lo stesso che scrissi sei mesi fa, la notte del mio cinquantesimo compleanno.
Lo ripropongo perché “sto”, un po’ alla Ungaretti, un po’ come un giocatore d’azzardo, quasi come Esenin e il suo “Uomo nero”.

“Ogni cosa ha il suo peso, specie le parole dette con leggerezza: quelli sono i macigni che non riuscirò mai a sollevare.”

Paola Cingolani (28/06/2018)

“Sono arrivata sin qui da sola: non si avvicini nessuno a dettare nuove regole, è cosa che non m’aggrada e – alla mia età – suppongo sia anche l’ora di fare basta.
Non starò più ad alcuna dipendenza morale (già non mi riusciva prima, figuriamoci) e non osserverò pedissequamente le altrui volontà se queste escludono aprioristicamente la mia. Quanto ho dato posso riprendere, si sappia, perché così è e così sarà.

Ho giocato a giochi che mi hanno divertita e adesso, alcuni di questi, non mi divertono più. La soluzione si trova: è facilissimo.

Ho fatto cose da poco ma – in quel momento – mi era sufficiente anche accontentarmi.

Tutto ha avuto un senso solo, riscoprirmi, risvegliarmi, ricominciare a sentirmi vitale: ora non posso addormentarmi di nuovo, non voglio perdere altro tempo, tutto corre ed è giusto scelga anche io.

Sono fiera di chi ha capito senza che io spiegassi nulla e terrò questo patrimonio umano sempre in grandissima considerazione.
Trovo poco edificanti coloro che si attribuiscono valori che non hanno e decidono, quasi fosse ovvio, per conto mio.

Non avreste dovuto sottovalutare nessuno, in genere, ma è per me che faccio da portavoce: con voi anche la leggerezza è diventata un macigno.
Io non sono una draga di professione, neanche di vocazione: ho spostato intere scogliere, certo, ma voi non siete che sabbia. Per scansarvi non è necessaria una draga.

Cinquant’anni e tanta consapevolezza: la forza costa cara e non si misura dall’esterno.
All’interno non ci sapete andare: siete troppo innamorati della vostra figura, così tanto presi dal vostro Sé che continuate a giocare alla fuga, temete che qualcuno possa mettervi la catena. Paure ancestrali degli spiriti non liberi.
Io l’ho oltrepassato da decenni questo limite: mi è distante anni luce.

Il mondo è pieno di leggerezze inconsistenti: guardatevi attorno e siate liberi.
Io, per conto mio, mi riservo quella leggerezza calviniana che voi non conoscete.

Non avrei mai pensato di essere tanto solida anni fa: oggi conosco aspetti che ignoravo e mi piace il modo nel quale il tempo m’è passato sopra. Non mi ha scalfita ma mi ha fatto dei gran regali.
Così grazie a tutti: a chi c’è e a chi non c’è – certo, alcuni non si sentano nemmeno sfiorati perché non li penso, oppure ci rido – io continuo a camminare a mio modo.

L’abbraccio più stretto è dedicato a chi mi vuole bene: da mia figlia ai miei amici, passando per chi mi ha amata tanto e – oggi – abita la dimensione dell’infinito.”

Pa’

21/12/2018

Natale 2018

 

 

Evaporata

Dal 2000 in base alla legge 248: ”…tutti i testi che vengono pubblicati in internet sono automaticamente protetti dal diritto d’autore. L’art. 6 della Legge 633/41 stabilisce che ogni opera appartiene moralmente ed economicamente a chi l’ha creata. Pertanto è illegale (Legge 22 aprile 1941 N° 633 – Legge 18 agosto 2000 N° 248), copiare, riprodurre (anche in altri formati o supporti diversi), pubblicare parti di essi se non dietro esplicita autorizzazione. La violazione di tali norme comporta sanzioni anche penali.”
L’autore titolare di questo sito: Nadia Mogni, intende avvalersi di tale Legge per eventuali furti di racconti, post o stralci di essi.

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Abitiamo per lo più luoghi mentali
nel mondo platonico del verosimile
perché _a cercare il vero_ non riusciamo
e sono le cose piccole _quelle impercettibili_
che contengono infiniti universi.
A perdere il senso del reale
con fenomeni che ci cambiano volto
quasi eventi sincronistici
di fili _il più delle volte_ invisibili
insieme alla speranza e alla memoria.

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Ho fatto molti omaggi
_sono ditta generosa_
e ognuno è servito
prima a farmi capire
poi a chi ne ha goduto
ma facendo il bilancio
preferisco essere me
parlando con parole mie
pensando con idee mie
sbagliando da sola
o azzeccando le cose
senza dire né dare
sapendo meglio quanto
avrei dovuto avere.

 

A tutti gli sciocchi
dono ogni progetto
futile quanto loro
e poi rilancio
con ipoteche varie
secondo il calendario
_potete tenerle voi_

non ci sono certezze
solo una cosa capisco
d’ora in avanti cambio
percorrendo altre vie
decidendo all’istante
inseguendo il mio istinto
sempre senza rivendicare.

 

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