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Sei uscita di casa da sola, in compagnia della solita determinazione

-sicura e convinta che neanche quella luna piena ti potesse sfiorare-

eravate tu, te stessa e l’altra te, quella mai degnata di considerazione

-respingerò tutto, pensavi, ci avresti scommesso la cosa più preziosa-

mentre capivi che, tuo malgrado, stava proprio cambiando qualcosa.

 

Sei stata a parlare col sorriso, come fosse abituale osservare quel viso

-intanto l’entusiasmo ti cresceva e l’inaspettata sensazione ti coglieva-

eravate tu, te stessa e l’altra te, una percezione vi è nata all’improvviso

-posso farcela, pensavi, all’indomani avresti già resettato quel sistema-

ma ti accorgevi che, le tue mani, si muovevano da sole e tu eri scema.

 

Avresti voluto domandargli se anche lui aveva visto bene quella luna

-uno stormo di migratori, probabilmente pelagici, e tu eri già volata-

eri contenta quando sei rientrata, sognavi un cenno, poi che fortuna

-t’ha ringraziata per la serata, sei l’altra te, quella fin’ora mai pensata-

è vero, oggi non sai che sarà domani, però ti piace molto che ti chiami.

Tu, te stessa e – da quella sera – l’altra te

nessun rimpianto né tante spiegazioni

inutile cercarne: vuoi sapere il perché?

Perché una sola logica, razionale, non c’è.

 

 

 

 

 

 

 

 

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riflettore

 

Che s’accenda un riflettore su di noi
-sulla gente onesta e ormai indifesa-
che si rifletta bene sul depenalizzare
-sconti di pene a chi delinque non sono
né mai saranno sconto di pena e d’onta-
de-penalizzare gli sfregi non sia mai
penalizzare chi è stato offeso da reato.

La violenza ha tanti aspetti cupi e neri
-tutti beceri così mai andrebbe provata-
ma se solo esistesse un uomo al mondo
-uno col diritto di decidere che mettere
in saldo la dignità degli altri esseri si può-
de-legittimare gli umiliati non sarebbe
legittimare sé stessi a divinità universali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Scappai via e andai lontano
-la ricorrente s’oppone con
assoluta fermezza e rigetta-
rifiutai la condizione e vinsi
-Vostro Onore m’appello alla
Giustizia ingiusta della Corte-
corsi e ricorsi ormai distante
dagli stalli d’un tempo asfittico.

Ricorsi -sì- ma stavolta storici
-ricorsi con la cadenza fissa
seriata come da diagnostica-
combinazioni strane di motivi
-se tutto va bene sarai l’ultima-
priorità che non mi videro mai
fra loro – ancora – mi vinsero.

Ad oggi c’è che non mi convinsero.

 

La dimora del tempo sospeso

forse non basta muoversi di lato
sguardarsi dagli specchi
_i volti nudi e i corpi_
per finire d’inverno
forse si muore solo per provare
come si nasce e si rinasce _vecchi_

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All’apparenza è solamente un ordinario e comune giorno qualunque
– una mattina come tante in cui bevi il tuo caffè –
solamente
la mente sola lo sa fare
hai scovato nuovi orizzonti.

All’inizio è diversamente sviluppata un’idea particolare di te
– una cosa a cui non avresti mai creduto prima ti compare –
diversamente
la mente diversa la sa capire
hai colto un altro cambiamento.

All’analisi è completamente stravolto un dogma antico
– una situazione singolare fra tutte conferma il divenire –
completamente
la mente completa un altro concetto
hai fatto luce su una consapevolezza nuova.

All’ultimo è sicuramente appagante liberarsi di un peso
– certe convinzioni sono limiti e convenzioni sociali –
sicuramente
la mente sicura è più leggera
taglia zavorre per prendere il largo.

All’improvviso è agilmente scivolato via un vecchio ancoraggio
– si è sciolto un ormeggio certo per proseguire il viaggio –
agilmente
la mente agile si slega
solca i marosi come un’abile polena.

 

 

 

 

cristina bove

morte luna - by criBo

Ha perso la sua falce nei dintorni
di casa mia, qualunque fosse
ne ha perdute a decine
penso che m’abbia presa a benvolere
se continua a tenere le distanze
dagli annessi e connessi
_le azioni di routine, casse comprese
e cappellini con velette nere_

sembrano diversivi
per guadagnare giorni ai calendari
e forse programmare scorciatoie
di fienagione nottetempo

magari le smarrisce di proposito
per rinnovare quelle arrugginite
e sta aspettando al parco
con una nuova luna, affilatissima

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Luglio2017

[Luglio 2017, litorale romano. Immagine di Alessandra Schiaffi, soggetto Paola Cingolani]

Pensatevi in modo anticonvenzionale: è nell’insolito la vera, grande scoperta.

Pensatevi fuori dagli schemi: non vivete come foste in gabbia, la ruota è dei criceti.

Pensatevi liberi e fuori dalle regole comuni: il vostro sentire appartiene solo a voi.

Pensatevi solidi: siate la scogliera dove, anche le onde più forti, s’infrangeranno.

Pensatevi unici: non aspettate l’altra metà del cielo, il cielo non si smezza, mai.

Pensatevi indipendenti: nessun burattinaio reggerà mai il filo d’una marionetta sola.

Pensatevi innamorati: amatevi, accettatevi, se non ne sarete capaci nessuno lo farà.

Pensatevi senza tempo: l’unica cosa non ipotecabile è l’esistenza degli esseri umani.

Pensatevi profondamente: indagate in voi, sguazzate negli abissi del mare che siete.

Pensatevi tanto pazzi da folleggiare, tanto umani da soffrire.

Pensatevi tanto veri da essere, tanto onesti da non apparire.

Pensatevi stelle cadenti: non siete lampadine accese né intermittenti.

Pensatevi intellettualmente, eticamente, umanamente degni d’essere detti onesti.

Pensatevi affamati di conoscenza prima ancora che di cibo.

Pensatevi tanto diversi immaginando un bellissimo lemma: migliori.

Pensatevi con il coraggio di rimettere tutto in discussione in ogni istante.

Pensatevi e pensate perché, là dove finisce ogni illusione, magicamente iniziate voi.

 

 

Coffee Room

Oggi il caffè è piacevolissimo, dolce, acuto e pungente, proprio come il protagonista.
Benvenuto, MARCO SALVATI!

Mi approccio a questa intervista con una discreta dose di “ansia da prestazione”, assolutamente non dettata dalla persona che ho davanti, ma da quello che rappresenta J Un grande comunicatore che, con una squadra vincente, riesce a stare nell’ombra del dietro le quinte della “sala autorale”, facendo risplendere gli altri. Penso ad un Uomo su tutti che risplende anche (ma non solo, ovviamente) grazie alla luce che gli puntate Tu e Sergio Rubino, per citare l’altra tua metà della mela: Paolo Bonolis. Quindi inizio con un ringraziamento e lo faccio partendo dal tuo talento che hai trasformato nella tua professione.  Se penso a Paolo non riesco a staccarlo da voi due che, negli anni, avete costruito con lui un nuovo modo di comunicare. Avete preso quella massa eterogenea che è il pubblico e…

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Tim Walker Photography

Un superstite lo sa
-ha fatto naufragio
e s’è salvato da sé-

ha imparato l’arte
-sopravvivere alle
onde non è comune-

navigare è difficile
-con l’approdo certo
non si è dei marinai-

pochi si arrischiano
-ci vuole coraggio per
navigare senza meta-

tutto il resto è uguale
-le zattere piccine con
delle bussole enormi-

ma io navigo l’universo
-perché la figlia del Mare
può puntare pure la Luna-

non soffro la mancanza
-un volto sconosciuto
non potrebbe mancarmi-

non avrai questo vanto
-ho meglio che fare così
non nutrirò l’altrui ego-

potrei mancarti io però
-attento agli spiriti vivi
sono liberi e scappano-

se ti mancassi domani
-sarebbe troppo tardi
t’avrei già abbandonato-

 

 

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Cambiando punto di vista – fosse anche per gioco – cambia la solita visione del mondo.
Ci spogliamo d’ogni consuetudine: abbandoniamo i luoghi comuni per esplorare il mondo intorno a noi.
Scopriamo cose nuove, gente nuova, idee nuove, sensazioni nuove.
Impariamo che la pioggia, se per alcuni bagna, per altri è musica e per il fiore è rugiada.
Capiamo le sensazioni di chi ci ruota attorno, ne penetriamo più a fondo il pensiero, condividiamo meglio e più fortemente.
Dovremmo prendere degli appuntamenti seriati nel tempo, come fosse una diagnostica, con la nostra interiorità: il corpo lo curiamo, perché non avere le stesse accortezze con la mente e con tutti i risvolti del pensiero, anche e soprattutto con quelli che ci restano più difficili da individuare?
Perché siamo poco curiosi? Anche. Ma il vero motivo è un altro.
Perché ci abbattiamo sulla frontiera della paura.
Quanto non ci è dato a sapere ci spaventa e, così, ci angosciamo anche per ciò che non conosciamo riguardo noi stessi.
Compulsivamente ci rivolgiamo sugli altri per trovare risposte, anche palliative.
Vorremmo ci venissero da chi ci è accanto, ma (paradosso) vorremmo anche sentirci dire ciò che ci lusinga soltanto.

[Diciamolo, il nostro ego ci limita un tantino e ci racchiude in quell’orticello piccolo che ognuno coltiva per sé stesso, in primis, ed è così che diventiamo molto meno liberi di quanto crediamo, è così che ci si rende – inconsapevolmente – dei prigionieri!]

Perciò, ogni tanto, è cosa buona rimetterci in discussione, rompere gli schemi, rifuggire i luoghi comuni, distanziarci da ciò che è scontato, interrogarci sulla rapidità con la quale il tempo scorre e, in proporzione, sulla quantità di occasioni di crescita che ci procrastiniamo da soli.

Spogliarci da quanto è comodo e rilanciare i dadi ci serve: se torniamo dov’eravamo significa che realmente siamo soddisfatti e non c’è assolutamente nulla di cui sentire la mancanza. Se già amavamo, ameremo ancora di più.
Se ci rendessimo conto che eravamo prigionieri d’una abitudine, allora, potremmo migliorare rivedendone le regole. Sciogliendo la catena.

Io, per me, mi lascio imprigionare solo dalla libertà di essere libera.
Preferisco ringraziare me stessa delle mie conquiste, oltre che pochi, pochissimi noti.
Preferisco ricominciare a scavare dentro ai miei timori per superarli.
Preferisco essere scelta piuttosto che impormi o solo alternarmi.
Preferisco sbagliare da sola imparando la lezione, piuttosto che azzeccarci senza aver capito niente, solo perché mi è stato suggerito da altri (che poi, diciamolo, possono sbagliare tanto quanto me).

Preferisco una stella cadente ad un flash abbagliante.
Infondo siamo luce, saremo scomposti in fasci di luce, non capisco perché io dovrei diventare solo luce già da viva: succederà quando morirò.

Cambiando punto di vista posso svoltare anche sulle mie convinzioni: apprezzando di più quelle positive, correggendo e ribaltando quelle errate.

[L’ho fatto sempre e continuerò a farlo. Mi ha permesso di guadagnare consapevolezze nuove e di avanzare. Lo farò più di prima, indagando quella che sono anche col mio emisfero destro.]

Proviamo a scrutarci con l’emisfero cerebrale destro perché quello sinistro è privo di emozioni ma pieno di nozioni: io credo che sia completamente inutile sapere se non integriamo le nozioni con un certo sentire.

Per il mio emisfero sinistro, l’immagine qui usata è quella di un abito vuoto, che non potrebbe star su da solo, senza un corpo che lo indossi.

Per il mio emisfero destro è la voglia di cambiare pelle, come un rettile, è la necessità fortissima di sviare e di superare una visione che – fino a pochi giorni fa – avevo di me stessa. E così mi trasformo, evaporo, poi divento pioggia, tuono, acqua, musica e vita per ogni semino che germoglierà con un’idea in più. E, chi saprà capire, mi sarà accanto perché del resto non ho bisogno.
Sarebbe come parcheggiare in doppia fila: non si può, pena la sanzione e la rimozione.

Non ho mai praticato questo con nessuno. Anzi, ho sempre pagato io le altrui sanzioni.

Da oggi in avanti ho deciso che è stato il mio più grande sbaglio.
Pagherò solo e soltanto le mie, tanto, alla fine, non solo nessuno mi ha ringraziata, anzi, più davo e più ci si prendeva gusto nel fare incetta.

Non è così… mi dispiace.
Nonno, nella sua immensa bontà, mi ha insegnato che chi dona riceve.
Io ci credevo.
Ne sono stata convinta fino al 5 settembre scorso.

Poi ho provato emozioni nuove, sconosciute ma affascinanti e sono uscita dagli schemi classici del cervello sinistro, quello per il quale viviamo come un assioma.
Ho acceso il cervello destro, ho pensato in modo diverso, ho cercato e trovato dentro di me un aspetto nuovo. Così ho spostato la logica comune: il risultato è stato sorprendentemente più grande di sempre.

Sono viva, provo entusiasmi mai provati prima, potrei essere persino molto più felice di quello che sono, se solo incontrassi il mio momento. Non è vero che le cose belle verranno a cercarmi da sole se non sarò io a gestirmele.

Non ci credevo più, non ci speravo più? No, semplicemente non avevo mai vissuto una cosa che mi scuotesse così. Anche per il timore di rimettere in discussione il mio amato equilibrio. Per paura di volare alto mi sono riempita le tasche di sassi.

Allora, se sono viva, bisognerà anche che io faccia del mio meglio per provare tutto ciò.
Per darmi una possibilità.
Senza alcuna limitazione.
Nella condizione opportuna.
Perché la merito e soprattutto la desidero: ora lo ammetto senza alcun timore.

Non è andata benissimo?
E chi l’ha detto?
Meglio di così – intanto – non poteva andare: io stessa ero tranquilla perché sapevo che non mi sarei piegata.
Il fatto che avrei voluto poterlo fare, se solo ci fossero state le condizioni, significa che non ho più alcun timore.
Posso lanciarmi: appena trovo un paracadute e il punto esatto mi butto.
Volere volare, un paracadute è necessario a non schiantarsi e, buttarsi sapendo che c’è un massiccio che nessuno sposterà, è solo un suicidio.
Non sono abbastanza masochista: mi lancerò, certo, ma solo quando troverò lo spazio per volare e  per gestire bene il mio paracadute.

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