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Monthly Archives: settembre 2018

Il guaio vero? Oggi è sempre il momento di bannare.
Persino i social network ce lo insegnano ma tralasciamo.
Chi legge e scrive è più sottoposto di altri alla pratica del bann (divieto assoluto, interdizione).
Leggere e scrivere significa “maneggiare idee in autonomia”, ciò comporta l’obbligo di farlo correttamente e il diventare scomodi subito.
Scomodi per coloro che non mantengono la parola data e non accettano la realtà.
La realtà concettuale equivale alla capacità di combattere e collaborare insieme affinchè l’altro sia libero di esprimersi.
Soprattutto se deve farlo rispettando patti con terzi e tutte le regole dell’editoria.
Una libertà che non ci regala nessuno di tasca propria – sia ben inteso – ma che è sancita persino dalla Costituzione.
Là dove non si deride nessuno e non si è scurrili non esiste che un solo limite: quello dell’altrui Ego.
A me – per dirla tutta – un abitino intessuto di Ego sta strettissimo.
Scelgo il sorriso intelligente, trovo un modo ed evito accuratamente tutti i liberi docenti di polemica.
Se questi hanno creduto di limitare me, io rigiro loro l’interdizione.

 

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Mentre mi domando
se per combinazione
il favore degli eventi
si ricorderà di noi
tu rispondi in limine 
“Stavo pensando a te”
e non è più autunno.
Sei primavera eterna.

 

Strano modo il tuo
di tenermi a mente
travestirmi da idea
non è mia aspirazione
rimanere evanescente
“Ti leggo solo adesso”
e mi torna l’autunno.
Sei primavera alterna.

 

 

Paola Cingolani

30/09/2018

 

 

 

Due donne – stessa età, entrambe amanti della lettura, due caratteri niente male – che, col tempo, scoprono di avere molto in comune: idee, opinioni ed altro.
Nasce un legame profondo: c’è il vero “in_contro” (dove “in” significa “non”, anche etimologicamente parlando).

Se trovarsi è bello, stimarsi è privilegio raro e così, sulla comune passione per la lettura, ci siamo lanciate in uno pseudo gioco: scegliere 10 libri che, per ognuna di noi, sono insostituibili.

A coinvolgermi è stata lei, Laura Pisano, la quale ha scelto di citarmi in tag scrivendo che avrebbe dato chissà cosa per ascoltare un mio scambio di idee con Charles Bukowski*.
La accontento subito, mi sembra il minimo.

[C’è abbastanza perfidia, odio, violenza, assurdità nell’essere umano medio
per rifornire qualsiasi esercito in qualsiasi giorno.

E i migliori assassini sono quelli che predicano la vita.
E i migliori a odiare sono quelli che predicano l’amore.
E i migliori in guerra – in definitiva – sono quelli che predicano la pace.

Quelli che predicano Dio hanno bisogno di Dio.
Quelli che predicano la pace non hanno pace.
Quelli che predicano amore non hanno amore.

Attenti ai predicatori.
Attenti ai sapienti.
Attenti a quelli che leggono sempre libri.
Attenti a quelli che o detestano la povertà
o ne sono orgogliosi.
Attenti a quelli che sono sempre pronti ad elogiare
poiché hanno loro bisogno di elogi in cambio.
Attenti a quelli pronti a censurare
hanno paura di quello che non sanno.
Attenti a quelli che cercano continuamente
la folla; da soli non sono nessuno.
Attenti agli uomini comuni alle donne comuni
attenti al loro amore,
Il loro è un amore comune
che mira alla mediocrità.

Ma c’è il genio nel loro odio
c’è abbastanza genio nel loro odio per ucciderti
per uccidere chiunque.
Non volendo la solitudine
non concependo la solitudine
cercheranno di distruggere tutto ciò
che si differenzia da loro stessi.
Non essendo capaci di creare arte
non capiranno l’arte.
Considereranno il loro fallimento, come creatori,
solo come un fallimento del mondo intero.
Non essendo in grado di amare pienamente
considereranno il tuo amore incompleto
e poi odieranno te
e il loro odio sarà perfetto.

Come un diamante splendente.
Come un coltello.
Come una montagna.
Come una tigre.
Come cicuta.

La loro arte più raffinata.]

[Charles Bukowski – “Il genio della massa”]* A Charles avrei stretto la mano solo per questo.

Siamo entrambe due ladre di libri: rubiamo tempo per concederci la lettura e – dopo aver letto – rubiamo idee e conclusioni, rubiamo pensiero e profondità su tutto quello che gravita attorno all’indole umana. Ci poniamo domande e siamo curiose, malate di quella sana curiosità che cresce in proporzione alla difficoltà riguardo la comprensione.
Per esteso, una frase che ci rappresenta discretamente è questa:

[“Nelle mia religione ci insegnano che ogni essere vivente, ogni foglia, ogni uccello, sono vivi solo perché contengono la parola segreta per la vita. È l’unica differenza tra noi e un grumo di argilla. La parola. Le parole sono la vita, Liesel. Tutte quelle pagine bianche le regalo a te per riempirle.”]

[Dal film “Storia di una ladra di libri” – 2013 – “The booh thief”]

Cominciando questa scelta complessa, difficilissima perchè un lettore non può selezionare soltanto 10 libri, mi sono rappresentata con questi che – per me – sono
stati particolarmente importanti se accostati a dei momenti significativi della mia vita.

 

1) “Vita di un uomo” – Opera omnia di Giuseppe Ungaretti, un libro che per me è e resta il Verbo assoluto della poesia: Ungà è stato il primo a spezzare con le vecchie liriche melense aprendo sulla forza della parola fino a fare sì che il Novecento e le sue Avanguardie tutte vedessero la celebrazione del più grande (per me) Nobel italiano.

Sentimento del tempo

E per la luce giusta,

Cadendo solo un ombra viola

Sopra il giogo meno alto,

La lontananza aperta alla misura,

Ogni mio palpito, come usa il cuore,

Ma ora l’ascolto,

T’affretta, tempo, a pormi sulle labbra

Le tue labbra ultime.

(I limiti del tempo umano e l’infinità del cuore Laura, ecco.)

 

2) “Satura” – con “Ossi di seppia” e relativa opera omnia del poeta Premio Nobel italiano sopra citato: l’immenso Eugenio Montale, secondo ma non meno importante.

 

La morte di Dio (SATURA I)

Tutte le religioni del Dio unico
sono una sola: variano i cuochi e le cotture.
Così rimuginavo; e m’interruppi quando
tu scivolasti vertiginosamente
dentro la scala a chiocciola della Périgourdine
e di laggiù ridesti a crepapelle.
Fu una buona serata con un attimo appena
di spavento. Anche il papa
in Israele disse la stessa cosa
ma se ne pentì quando fu informato
che il sommo Emarginato, se mai fu,
era perento.

(Grande scena, immagino Drusilla caduta e mi sembra di sentirla ridere: io e te, Laura, avremmo fatto la stessa cosa. Senza frignare.)

 

3) “I Canti” – Giacomo Leopardi con tutta la sua opera omnia, anche qui, dovendo scegliere mi limito ai versi, sebbene l’Epistolario e tutto il resto non possono restare avulsi dal mio amore sviscerato per il suo genio.

 

XIII – LA SERA DEL DÌ DI FESTA

 

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno.
[…]

(La dolcezza.)

4) “1Q84” – Trilogia di Murakami Haruki che, nella sua prosa, riesce a fare anche poesia: un dono di pochi, rarissimi autori. Leggendo circa 15 libri di Murakami potrei elencare frasi dove è stato come avessi riletto Eugenio Montale o lo stesso Leopardi.

[La luna non raccontava nulla. La luna guardava la terra da vicino da più tempo di chiunque altro. Probabilmente era stata testimone di tutti i fenomeni e di tutte le azioni compiute quaggiù. Ma manteneva il silenzio e non raccontava nulla. Si limitava a custodire un pesante passato con precisione e distacco. Nessuno era mai riuscito a sciogliere il cuore della luna. Una solitudine pura e una pace profonda. Le cose migliori che la luna potesse offrire agli uomini.]

(Ed ecco: ora il filo conduttore è diventato tangibile, lo si può toccare delicatamente.)

5) “La metamorfosi” – Franz Kafka, con tutti i suoi racconti e tutto il resto: “Lettere a Milena” (da cui si è ispirato persino David Grossman in “Che tu sia per me il coltello”)
è una cosa meravigliosa ma, per tornare alla metamorfosi del povero Gregor Samsa, Dio solo sa (esiste? Se sì, lo sa veramente?) quante volte mi sono vista dipingere o trattare come lo scarafaggio in questione da chi è stato molto più scarafaggio di me. E, costoro, neanche se ne sono mai resi consapevoli, non ci sono arrivati proprio.


[Comunque si rigiri la lettera di oggi, la cara, fedele, allegra lettera di felicità, è pur sempre una lettera da ‘salvatore’. Milena fra i salvatori! (Se fossi anch’io tra loro, ella sarebbe già presso di me? No, certamente no.) Milena fra i salvatori, lei che continuamente impara a proprie spese che si può salvare un altro soltanto mediante la propria esistenza.]

 

6) “C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo” – Efraim Medina Reyes, apparentemente difficile, duro, quasi ingiusto è – secondo me – uno scrigno di verità.

[Tu mi ricordi una poesia che non riesco a ricordare, una canzone che non è mai esistita e un posto in cui non devo essere mai stato.]

 

7) “L’amore ai tempi del colera” – Gabriel Garcia Marquez, con tutti i suoi lavori sempre bellissimi, perchè non c’è lista di libri senza Gabo e perchè lo riconduco a un regalo che mi fece un caro amico nel giorno del mio compleanno.

[Si lasciò portare dalla sua convinzione che gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce ma che la vita li obbliga ancora molte altre volte a partorirsi da loro stessi.]

 

8) “Nemico, amico, amante…” – Alice Munro, altro Nobel nel 2013 (ma vivente), una donna con cui – scambiando citazioni di Borges – ho avuto il piacere di interagire su Twitter: dolcissima, gentilissima e strepitosa perchè pochi sono i grandi che non si piegano al vento del vanto. Mrs Alice Munro è una di questi.

[“I giovani mariti erano severi, in quei giorni. Pochissimo tempo prima, erano stati corteggiatori, personaggi quasi comici, titubanti e devastati dalla smania di sesso. Ora però, a letto caldo, si erano fatti risoluti e critici. Uscivano di casa ogni mattina, ben rasati, il giovane collo strizzato dal nodo della cravatta, e ricomparivano la sera, pronti a dispensare occhiate di sufficienza alla cena e a spalancare il giornale, facendone una barriera contro il caos della cucina, i piccoli malesseri, le emozioni, i neonati.]

(Poi dimmi che i dinosauri si sono estinti Laura, io sono certa che si sono solo trasformati, non proprio come sostiene Darwin, si sono adattati anche esteriormente.)

 

9) “Metà del silenzio” – Cristina Bove, un’artista che ha fatto della poesia e della pittura espressioni divine abbracciando tutta l’altra metà del cielo, quella delle donne alle quali, per consuetudine, viene data un’accezione differente e limitata. Lei è mia amica e ne sono onorata, Cristina è una su un milione, anche se ha scritto “Una per mille” (la sua autobiografia in prosa). Io la chiamo ironicamente “Signora Poesia” ma è a lei che devo il coraggio d’aver cominciato a scrivere versi col mio nome, senza pseudonimi.

 

Acherontia

Allora ti avvicini con la bocca
alle cose sentite dire altrove
che non sono le tue
raccogli cenci
spolveri le travi –  i ragni li farai infelici –
e se pronunci ancora altre parole
otterrai sei monete e due lustrini
di fandonie sgargianti

tu non conosci decerebrazione
l’essere solo corpo –  il pesce anfiosso –
il suono delle cellule che cade
transitorio
giù per accenti tonici

emerge da cunicoli
deflagrando crisalidi – l’atropa sfinge –
separata ristagna e si nasconde
sotto lemmi e cifrari
l’anima mia
per un destino d’ali.

(La sirena della poesia si dice il pesce anfiosso: l’anima si nasconde sotto lemmi e cifrari, aspetta le crescano le ali, lei. Io spero di no ma non dovrei essere tanto egoista.)

 

10) “La solitudine del punto esclamativo” – Massimo Arcangeli, una delle persone più belle io abbia avuto la fortuna di incontrare negli ultimi anni.
Preparatissimo, sempre presente nonostante i suoi impegni, Massimo è una fonte di luce, un autentico ponte fra noi e la parola scritta: in lui e nel suo linguaggio riesco a trovare ciò che altrove non c’è.

[«Tutti i segni di punteggiatura», dice Arcangeli, «sono stati cannibalizzati dal punto esclamativo. Lo si usa dappertutto e male, per esprimere qualsiasi sentimento forte: stupore, contentezza, rabbia. La sua invadenza è sintomo di una comunicazione in cui l’emotività prevale sulla razionalità. Ma si tratta di un segno maleducato, veicolo di presunzione»]

(Se lo dice Max, è così, dovrò limitarne l’uso.)

Concludendo: abbiamo entrambe notato la presenza di un filo conduttore, d’un concetto presente fra un libro e il seguente che ci è venuto istintivo menzionare.
Io sono certa che esista un collegamento: le biblioteche catalogano mica per caso e vanno proprio per argomentazione, oltre che per genere letterario e per annata.


Ad ogni buon conto, cara Laura, certo non si potrebbe mai riporre sugli scaffali d’una libreria la “Mirandolina” di Goldoni accanto a “Il giovane Holden” di Salinger: crollerebbero gli scaffali.
Sarebbe un pò come accostare la più aggiornata Guida Michelin al quaderno di appunti della zia, quello con le ricette svuotafrigo e coi numeri del più vicino take away.
Un riempimento, certo, ma completamente privo di legami logici.
Il mio legame fra un libro e l’altro? C’è, è fatto essenzialmente di 4 ingredienti fondamentali: vita (che è) tempo (che è) mente (che è anche) cuore. 

 

 

Paoletta

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“Non c’è due senza tre, e la quarta viene da sé.”
Recita così il vecchio adagio. Perfetto. Però – a questo punto – la mia domanda è un’altra.
“Non c’è due senza tre: e il resto?” – ci rifletto e mi dico “Il resto manca o, se preferite, mancia.”

Perchè questa digressione? Facile: in un anno circa ho ricevuto tante parole vane la cui eco, in genere, mi risuona nel nulla. Le ignoro e le colloco nel vuoto cosmico, sono soltanto piccinerie.

Certo, mi sono state rivolte anche parole dure, offese al mio intelletto che sono consapevole di non meritare e, sì, sinceramente mi hanno lasciato delle ferite. Il guaio di quelli come me è che apprendono e comprendono ma la sensibilità costa soltanto a chi la possiede.

Tuttavia, non posso negarlo, c’è stato qualcuno che – inaspettatamente e in via completamente disinteressata – mi ha stupita fino a commuovermi.
Per queste persone mi soffermo a scrivere queste righe, perchè vorrei tanto ringraziarle.

Un amico (giuro, mi conosce molto bene, da anni e avrebbe potuto evitare se non fosse stato sincero) nel darmi un libro mi ha addirittura scritto una lettera. Mi racconta alla perfezione con quella sua: ha usato parole che mi rappresentano come avesse fatto una foto all’anima mia. Fra le tante cose belle ce n’è una in particolare, quella che mi ha proprio commossa.
Oltre che “Alla tua intelligenza…” (cosa cui tengo infinitamente più che alla mia esteriorità) ha sottolineato “Non cambiare mai da come sei. Non cambiare per niente e per nessuno, chi è alla tua altezza ci arriva da solo a capire. Oppure non ci arriva proprio.”

E questo è uno. Poi si conferma (quasi mandandomi a fare un pò di palestra per accrescere la voglia di credere in me stessa, diciamo così) la mia amica “Signora Poesia”.

Nel mentre la cara Michela, amica dai tempi delle superiori, pochi giorni prima d’andarsene all’altro mondo mi piazza una frase che porterò con me per tutta la vita.
“Pà, tu sei una grande, sei stata sempre una grande! Hai sempre detto la tua a qualsiasi costo, con intelligenza e con signorilità, certo, ma con trasparenza. Vorrei essere come te e sono contenta che sei rimasta quella che eri. Una grande vera Pà.”
Ho i brividi, mi perdonerete.

Siamo già a tre, certo, ma ieri ho ricevuto una sorpresa.
“Ti stimo tantissimo Paola, sei incredibile e possiedi il dono della parola, ti leggo sempre con piacere… sei arguta, versatile, umile, a volte tagliente e tanto altro, potrei continuare a complimentarmi per ore 😊“.
Non farò alcun nome, ho rispetto di chi ha rispetto per me. Se vorrà lo scriverà da sé.
Ecco, anche questa persona mi ha detto la cosa più bella che ci si possa sentir dire.
“Mi raccomando, non cambiare mai, sei speciale tu…”

Ci penso da ieri.
La bellezza di chi ti raccomanda di restare così come sei, di sapere d’essere valorizzata esattamente per le poche cose positive che hai (i difetti li abbiamo tutti): è qualcosa d’immenso.

Certamente è quello che mi sarei aspettata anche da parte di qualcuno che io stimo molto e che, al contrario, non c’è mai stato né mai ci sarà. Pazienza.
Dopo averci pensato veramente tanto mi sono detta che sono comunque una persona molto fortunata, che devo ringraziare e soprattutto che “Il resto manca o, se preferite, mancia. Tanto, quello che ho, m’avanza, non solo mi basta!”

 

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Avrai rari momenti nella vita
nei quali non è del rimpianto
che sopporterai il peso
e non sarà della giovane età
che patirai la nostalgia.

Avrai rari momenti nella vita
nei quali il coraggio ti spingerà
talmente tanto che oserai
e non sarà certo la speranza
che vorrai invocare.

Avrai dei momenti così intensi
nei quali ti fermerai per vedere
che altri s’allontaneranno
e non sarà importante nulla
nemmeno la distanza.

Avrai di quei momenti nella vita
nei quali una cosa soltanto
ti augurerai di percepire
e sarà un tesoro vero
chi la saprà dire.

19/09/2018

(A me stessa)

 

 

 

Per capire servono due cose fondamentali: intelligenza e interesse.

Quello che accade deve interessarti e devi ragionarne, interrogandoti.
Il sapere, le consapevolezze tutte, non sono gratuite né mutuabili ma costano sacrificio e riflessioni profonde, altrimenti sarebbe come se il vivere ti scorresse addosso senza alcun coinvolgimento.
Saresti impermeabile, finto, disumano e plastificato: una mente sotto vuoto spinto.

Io m’interrogo sempre – soprattutto quando non lo lascio trasparire – e, ad oggi, quanto ho capito, è che l’umanità sembra un ossimoro e l’esistenza è un paradosso.
Trovo questo genere di umanità varia quasi disumana e uniformata: illustri sconosciuti che, nell’assordante silenzio d’una lucida follia, si parlano per non volersi dire niente.

Il paradosso dell’incapacità di comunicare nell’era della comunicazione: una massa di alienati 2.0 che – volendo mantenere una irreprensibile facciata – ricorre al web persino per corteggiare (i siti d’incontri on line sono una macelleria virtuale dove la gente si espone volontariamente alla mercè di altra gente. “Mi darebbe 2 kg di petto d’oca?”).

Il tradimento c’è sempre stato e non lo si è inventato con la rete – Giuda docet – solo lo si è inserito fra i vari servizi disponibili capillarmente: si è trasposto on line ciò che siamo. Chi cerca in rete trova qualsiasi cosa e, fra le cose, sono state inserite persone da usare come attrezzi.

Questo è quello che penso io, almeno, e di esperimenti sulla rete, ne ho fatti, come pure di studi sul linguaggio. Già, perchè inevitabilmente, anche la comunicazione, è stata modificata da internet e dalla quasi anarchia derivante dalla troppa democrazia con la quale, chiunque (ignoranti, colti, odiatori seriali, buonisti, spammatori, leoni da tastiera, webeti, utonti etc. etc.) apporta qualunque contenuto.

Ora, va bene tutto ma ancora le mie sinapsi non si sono incastrate.

Il cane cerca da sempre di acciuffare il gatto e il gatto rincorre il topo.

Sfruttando le proprie solitudini, i furbi mirano a chi è preda di facili illusioni, dimostrando poca intelligenza e poco interesse per se stessi in ambo i casi: furbizia non è sinonimo d’intelligenza così come l’illusione diventa magicamente delusione.

Per capirci, s’io credessi a un uomo (magari impegnato e anche iscritto ai vari Cupido, Meetic e chissà quali altre chat) sarei da ricovero coatto.
Ergo, se è educato, gentile e mi diverte instaurarci un qualsivoglia rapporto, non devo mai scordarmi con chi sto parlando né con chi, invece, vorrei realmente parlare.

Per chi non volesse capire si risolve tutto con la famosa parabola, i rapporti umani sono una specie di parabola. C’è un inizio, una fase ascendente, una di culmine e l’inesorabile fase discendente che affonda nel punto più basso: la fine.
C’è la passione iniziale, ci sono le prime cose piacevoli, le gratificazioni, c’è poi l’ineludibile arrivo delle incomprensioni. Quanto era piacevolezza si trasforma in  oppressione, fastidio e diviene routine, si moltiplicano le schermaglie, stagnano i dialoghi e proliferano i silenzi. Tutte situazioni in cui la moltitudine si riconosce, le connotazioni sono sempre le stesse. Vale per le coppie come per le amicizie, non faccio eccezione perchè è una regola adattabile a tutti i rapporti.

Alcuni casi rarissimi esistono e resistono: eccezioni che confermano la tesi comune.
Io ho amicizie che frequento regolarmente fuori dalla rete, ma non poteva essere altrimenti: ci siamo rapportati senza stratagemmi né furbizie, solo con tanta lealtà. Nessuno aveva interessi, nessuno voleva giocare al cane e al gatto e – al massimo – per topo s’è usato il mouse: l’intelligenza di essere onesti.

L’ostinazione assurda di voler parlare a un sordo è cosa che non m’appartiene affatto.
Per me è valido questo assunto. Da sempre.
A chi crede di essere stato un abile giocatore e di non essersi ridicolizzato, replico così:
– “L’inutile che fa il paio con l’assurdo è quanto ti può descrivere meglio.” –

Forse hanno bisogno di sparare le loro ultime cartucce prima di riporre del tutto l’artiglieria? Non saprei, però mi sembra stiano sparando anche tante cavolate. Dev’essere triste il contatto con la loro personale realtà se hanno tanta necessità di alterarla.

Io credo che nessuno di noi possa completamente raggiungere tutto ciò che vuole, ma, almeno, non presuma d’avere liceità per valere più di quel che è.

 

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L’ostinazione di parlare a un sordo
è cosa che non m’appartiene affatto.
Per me sei ancora questo. Da sempre.
L’inutile che fa il paio con l’assurdo
è quanto ti può descrivere meglio.
Non serve cercarmi ancora. Adesso no.
L’intuito per sapere cosa io avessi pensato
se c’è oggi lo ignoro, ma ieri non c’è stato.

Esiste un tempo per tutto. Esiste anche un modo.
La spontaneità che stravolge ogni regola fissa
doveva esserci quando non ero la tua causa persa.
Mi piacerebbe sapere se lei s’è mai accorta
d’essere una sorta di copertina assai corta…
com’è la mia mancanza me l’hai detto di già.
Fare l’amore per ripiego non è soddisfacente?
Ti resta il mio fantasma addosso e così mi dileguo
ma, se fosse abbastanza, non ti volteresti indietro.

Chissà se ti domandi cosa abbia fatto qui da sola?
Questo non mi hai domandato mai. Non una parola.
Magari ti dispiace non essere più tanto esclusivo…
è più semplice immaginarmi come vorresti io sia
quasi vivessi protesa in quell’attesa che è solo tua.
Dai, gli anni passano e ci si deve anche arrendere:
sappi che le persone non sono tutte proprio uguali
figurati quelle che hai scelto e definito eccezionali.
Fanne tesoro e guarda in avanti, io sono il passato,
non puoi pretendere di declinarmi anche al futuro.

Non lamentate cosa vi delude.
L’ostinazione di voler parlare
a una persona scientemente sorda
è la vostra vera pretesa assurda .

Ci sono distinzioni nette
– siamo testoline accorte –
fra la gente sorda per scelta
e la gente sorda per malasorte.

Chi sceglie lucidamente la sordità
compie un gesto premeditato ma
chi nonostante ciò è non udente
si ribella e comunica ugualmente.

Chi premedita non è giustificabile
– nel caso di specie c’è malafede –
non è libero e neppure lo sa
si è imprigionato dentro di sé.

Chi ha un reale deficit uditivo
– e qui non c’è volontà evidente –
mostra la scelta di assoluto coraggio
cerca e trova una forma di linguaggio.

Meglio non udente ma comunicante
che sordo e reo d’essersi isolato.

Meglio non ostinarsi con le pretese vane
distinguere sempre e mai fare il paio
o come quei sordi si commette lo sbaglio.

 

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All’analisi è completamente stravolto un dogma antico
– una situazione singolare fra tutte conferma il divenire –
completamente
la mente completa un altro concetto
hai fatto luce su una consapevolezza nuova.

All’ultimo è sicuramente appagante liberarsi di un peso
– certe convinzioni sono limiti e convenzioni sociali –
sicuramente
la mente sicura è più leggera
taglia zavorre per prendere il largo.

All’improvviso è agilmente scivolato via un vecchio ancoraggio
– si è sciolto un ormeggio certo per proseguire il viaggio –
agilmente
la mente agile si slega
solca i marosi come un’abile polena.

All’attimo è fugacemente scappata la comprensione del presente
– ci viviamo sempre in modo infinitesimale –
fugacemente
la mente fugace si studia
legge coordinate per non naufragare.

All’occhio è insistentemente rimasto impresso un viso martoriato
– il paradosso del reale più perfido dell’immaginario –
insistentemente
la mente insiste in autonomia
ricorda senza scrupoli tutto quanto è stato.

11 settembre 2018
(Due mesi prima, anche Michela)

dom mare

Ho osservato la mia scogliera
sempre immobile
_ solida e immota _
si staglia là
è equidistante
tanto da me
quanto dall’orizzonte.

Ho riflettuto molto a lungo
l’ho mirata e rimirata
_ anche coperta d’onde _
emerge dal mare
non si sposta
la vedo svettare
quasi richiamando il cielo.

Di fronte a quella scogliera
come fosse casuale
_ ma non esiste il caso _
ci sono altri scogli
più bianchi
più giovani
fra sabbia e acqua blu.

Entrambe le scogliere
sono miei approdi
_ il più antico sei tu _
possiedi mondi sommersi
la mia stessa vita
e l’universo tutto
che alberga in te.

E quelle pietre giovani
nuove sull’arenile
_ solide e di supporto _
ingegno di tuo nipote
le ha volute lui
per arginare l’erosione
almeno della costa.

Dovrò ingegnarmi anche io
ché _ a dirtela così com’è _
sono sofferente
d’una smania
cronicizzata
e resto qui
sulla riva
a pesare
come se
a muovere me
non bastasse
una draga.

 

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