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Monthly Archives: giugno 2015


melodie di sirene – incanti e canti –
non solo per barche o naviganti

anime affini e cuori battenti
abbracci vicini – mai distanti –

pensieri vivaci e palpitanti
mica estinti – chè andiamo avanti –

prima del tutto a coprire pianti
sorrisi forti – sempre squillanti –

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Invito alla vita

Arrabbiati, ti amo arrabbiato e ribelle,
rivoluzione cocente, esplosione.
Ho odiato il fuoco che dorme in te, sii di brace
diventa una vena appassionata, che grida e s’infuria.

Arrabbiati, il tuo spirito non vuole morire
non essere silenzio innanzi al quale scateno la mia tempesta.
La cenere degli altri mi è sufficiente, tu, invece, sii di brace.
Diventa fuoco ispiratore delle mie poesie.
Arrabbiati, abbandona la dolcezza, non amo ciò che è dolce
il fuoco è il mio patto, non l’inerzia o la tregua con il tempo
non riesco più ad accettare la serietà e i suoi toni gravi e tranquilli.
Ribellati al silenzio umiliante
non amo la dolcezza
ti amo pulsante e vivo come un bambino
come una tempesta, come il destino
assetato di gloria suprema, nessun profumo
può alterare le tue visioni, nessuna rosa…
La pazienza? È la virtù dei morti.
Nel gelo dei cimiteri, sotto l’egida dei versi
si sono addormentati e abbiamo dato calore alla vita
un calore esaltato, passione degli occhi e delle gote.
Non ti amo oratore, ma poeta
il cui inno esprime ansia
tu canti, sebbene alterato, anche se la tua gola sanguina
e se la tua vena brucia.
Ti amo boato dell’uragano nel vasto orizzonte
bocca tentata dalla fiamma, disprezzando la grandine
dove giacciono desiderio e nostalgia.
Odio le persone immobili
aggrotta le sopracciglia, mi annoi quando ridi
le colline sono fredde o calde,
la primavera non è eterna
il genio, mio caro amico, è cupo
e i ridenti sono escrescenze della vita
amo in te la sete eruttiva del vulcano
l’aspirazione della notte profonda a incontrare il giorno
il desiderio della sorgente generosa di stringere le otri
ti voglio fiume di fuoco, la cui onda non conosce fondo.
Arrabbiati contro la morte maledetta
non sopporto più i morti.

Nazik al-Mala’ika

Di quegli occhi non so dire il colore sembrava vento.

Ha indossato la camicia, ha preso l’ombrello
non ha detto parola
nemmeno io.

Dopo che se n’è andato
sono rimasta innanzi allo specchio
ho estratto la lingua
per vedere se erano rimaste impigliate delle parole.
Purtroppo ho visto solo muscoli e vene.

Ho ritirato la lingua
sono scoppiata a ridere
poi ho infranto lo specchio.

Da quel momento
ho continuato a infrangere specchi
invano
cercandone uno
che non riflettesse
più, uno specchio
che infrangesse me.

Nazik al Mala’ika

measachair

immagine da qui


INTERVISTA A UN BAMBINO

È poco che il Maestro è tra noi.
Perciò fa la posta da tutti gli angoli.
Si copre il volto e guarda tra le dita.
Ha la faccia rivolta al muro, poi si gira di scatto.

Il Maestro respinge con disgusto l’assurdo pensiero
che un tavolo perso di vista debba restare un tavolo,
che una sedia alle sue spalle stia nei confini d’una sedia,
e nemmeno cerca d’approfittare dell’occasione.

Vero, è difficile sorprenderlo diverso, questo mondo.
Il melo torna sotto la finestra prima d’un batter d’occhio.
I passeri iridati scuriscono sempre in tempo.
Le orecchie del secchio catturano ogni fruscio.
L’armadio notturno finge la passività di quello diurno.
Il cassetto cerca di convincere il Maestro
che lì c’è solo ciò che v’era stato messo prima.
Perfino nel libro di fiabe aperto all’improvviso
la principessa torna sempre per tempo sull’illustrazione.

Sentono in me un…

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Ho aspettato. Mi sono sentita riva, approdo sicuro. Mi sembrava che quel mare (tu) non tornasse abbastanza. Ho avuto il coraggio di dirlo e di andarmene. Ho continuato ad indagare l’assenza di quel mare in relazione a me: la scoperta meravigliosa è stata che – nonostante me ne fossi andata – quell’onda continuava a tornare. Ero io che dovevo adattarmi a quella marea!
Non sapevo essere riva ma solo scogliera.
Non conoscevo a sufficienza, impulsiva e abituata alle onde forti e tumultuose, la carezza lieve ma costante e persistente della bassa marea. La tua.

Sorrido. Durante questa attesa, se mi voltavo indietro, non riuscivo a dare un volto a nessuno… a te sì.
Se fantasticavo sul mio presente non identificavo un viso: il nulla ma qualcosa – qualcosa dentro di me – mi riportava sempre a te.
Mi sono chiesta il perché un numero esponenziale di volte, ho ammesso a fatica d’essere stata io a sbagliare più di te.
Se penso ad un ipotetico domani ritengo verosimile ci sia la tua faccia: mi pare di vederla distintamente.
Io posso – nitidamente posso – girovagare attraverso i nostri nove anni di bassa marea: chi è abituato a dover essere scogliera per le onde forti si riconosce a fatica in un approdo così lieve.

Adesso la scogliera è diventata anche spiaggia. Tu resti bassa marea che sfiora ed accarezza. Oltre c’è il cielo.
Guardiamo all’orizzonte.


Non importa che non ti abbia,
né importa che non ti veda.
Prima ti abbracciavo,
prima ti guardavo,
ti cercavo tutta,
ti volevo intera.
Oggi più non chiedo
agli occhi e alle mani
le ultime prove.
Di stare al mio fianco
ti chiedevo prima;
sì, accanto a me, sì,
sì, però lì fuori.
A me già bastava
sentir le tue mani
darmi le tue mani,
sentire che ai miei occhi
tu davi presenza.
Ma adesso ti chiedo
di più, ben di più
di un bacio o uno sguardo:
di starmi più addosso
di me stesso, dentro.
Come il vento sta
donando, invisibile,
la vita alla vela.
Come sta la luce,
ferma, fissa, immobile,
facendo da centro
che non mai vacilla
al tremulo corpo
della fiamma inquieta.
Come sta la stella,
presente e sicura,
senza voce o tatto,
sul petto disteso,
sereno, del lago.
Quello che ti chiedo
è di essere l’anima
dell’anima mia,
sangue del mio sangue
dentro le mie vene.
È che tu stia dentro
di me come il cuore
mio, che io mai
vedrò, toccherò,
ma il cui palpitare
non sarà mai stanco
di darmi la vita
finché morirò.
E come lo scheletro,
segreto profondo
di me, che soltanto
mi vedrà la terra,
intanto però,
è lui che nel mondo
sostiene il mio peso
di carne e di sogno,
di gioia e di pena
misteriosamente
senza che degli occhi
lo vedano mai.
Quel che ti chiedo
è che la corporea
passeggera assenza
per noi non sia fuga,
mancanza, oblio:
ma che per me sia
possesso totale
dell’anima lontana
eterna presenza.

Pedro Salianas


Avevo detto che oggi avrei cambiato idea: è stato così?
Avevo anche detto che – ieri e ieri soltanto – sarei stata disposta ad affrontare la mia paura.
Poi, alla fine, ho ammesso che tu saresti tornato da eroe e che, in cuor mio, l’ho sempre saputo.
Ti credevo dall’altra parte del mondo… pensavo non mi leggessi né immaginavo di sentirti.
M’hai fregata.
La mia am-missione di pace l’hai colta subito.
Stamattina hai fatto una comparsa su SN ma stasera, quella telefonata, è stata la svolta.
Caro il mio comandante hai vinto. E non perché io non mi aspettassi di parlare con te, no: hai vinto tu perché io non ho mai saputo mentire e non ho neanche più voglia di perdere tempo.
Certo, io un segnale l’ho lanciato, ma è anche vero che la serenità con cui tu sai discutere le cose mi fa bene. A guardarmi indietro vedo come tu sia il più gran signore che ho avuto accanto.
Sei ancora là e – ancora – sei pronto ad ascoltarmi: dovrò ascoltarmi anche io una buona volta.

Faccio anche un po’ ridere: stasera, parlando, ti ho detto che il sedici luglio sono otto anni ma ho sbagliato, ne sono nove.
Forse sono la sola donna che non ricorda gli anniversari, è anche questo un segno distintivo.
Comunque partirai e se ho aspettato di ritrovarmi e di fortificarmi così tanto tempo non posso lamentarmi per tre soli mesi. Al tuo ritorno – probabilmente – faremo quella vacanza che ho sempre sognato e porterò con me mia figlia: le hai sempre voluto bene. Accarezzo questo disegno che abbiamo fatto: è uno stimolo per andare oltre, una spinta nuova, una sorpresa meravigliosa.
Chissà che – la mancanza – non mi sia servita per tramutare l’as-senza in pre-senza.
Prima che ci sfuggano il tuo amaranto ed il mio porpora – noi due – dobbiamo accendere un sole su questo buco nero.

Ti ho chiesto “Ho sprecato troppo tempo per capire: perché non mi hai dato uno scossone?” – e tu, gentile, hai risposto “Perché era giusto così, gli scossoni non servono a niente, la gente deve avere il tempo necessario per superare le proprie difficoltà. Stai tranquilla.”

Se non mi volessi bene, certo, non penseresti di venire con me.

La tua assenza è sempre stata presenza: io sola avevo il terrore di ammetterlo.


Non so che sia questa smania: è come un’enorme nuvola di fumo che mi avvolge e mi intorpidisce offuscando ogni mia volontà. Non oppongo resistenza, la mia logica è annichilita. Non vedo più niente come mi è consueto. Sembra ribaltarsi ogni idea che, fino a ieri, andavo congetturando.

La tesi diventa antitesi.
L’ipotesi svanisce ed io con essa.
La parte razionale di me è propensa a fornire la diagnostica del sistema.
Intanto una sorta di voce – che è sempre mia – mi intima, perentoria, di lasciarmi andare.
Un sentimento non meglio identificato mi porta al cinema e – in una frazione di secondo – mi scopro a ripassare le epoche della nostra vita comune.
Tre sono i colori predominanti: il mio color porpora, il tuo rosso amaranto e il nero del tempo che non abbiamo saputo difendere.
Eppure tu sei sempre stato il mio eroe più grande.

– Come hai potuto? –

Vorrei chiederti come hai potuto lasciare che io scalpitassi con la furia d’una cavalla imbizzarrita senza riuscire a fermarmi. E, se non te l’ho chiesto mai, te lo domando solo adesso perché sono sicura che non mi puoi sentire. C’è il rischio – secondo la mia diagnostica del sistema – che tu possa tornare da vincente, come ogni eroe. Una cosa ti devo: l’ammissione d’una grave colpa chiamata paura.

Non sono stata una brava stratega. Credevo che, la mia colpa, fosse il mio orgoglio.
Oggi dico la verità – e non credere io la ripeta domani – perché il mio essere spirito inquieto e libero, con la mia sofferenza insieme, mi hanno sviata e mi svieranno ancora.

Il Comandante che è in te si era lanciato.
La soldatessa che è in me – solo ora – ci concede l’am-missione di pace.

Un abbraccio – adesso – per usare parole tue “Fa la differenza fra soffrire e soffrire un po’ di meno”.

The end: il film è finito, si torna alla realtà. Io qui e tu a New York.

A te Ungaretti si sposa bene: nella chiusa mi sembra di leggere “Soldati”…

cristina bove

scala-verso...-by-criBo


nei momenti in cui la reticenza
imbocca strade equivoche
forme di mescolanze mercuriali
ardono in petto __il corpo assolve
e l’anima s’adatta_ allo spostarsi
da una terra all’altra
s’annida un’eloquenza funzionale
minuzie a fior di labbra
ma quel che c’è da dire resta dentro
sospeso come un alito di ghiaccio

non si può fare un salto programmato
quando le scale scendono da sole
_ogni gradino un monito a restare_
e non c’è dimissione dall’esistere

si sta con le scadenze sulle altane
esuli da ogni vera conoscenza
smarriti nell’immane che sovrasta

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Il soggetto è introverso
l’argomento controverso:
questo è un verso avverso
– un pensiero s’è disperso –
fluttuante ed immerso
dissolvendosi nell’universo.