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Monthly Archives: gennaio 2019

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  • Photo Amelia Coffaro
  • Ho preso un pugno di parole
    le ho strette forte
    _ volevo portarle con me _
    sono venuta al mare
    anche se è piovuto
    anche se è ventoso
    sono venuta a capire.

    Ho preso alcune parole note
    le ho ripetute al vento
    _ volevo mi riguardassero _
    sono rimasta delusa
    anche se semplici
    anche se usuali
    sono divenute estranee.

    Eppure le ho tanto pensate
    le ho sentite mie
    _ volevo poterle dire _
    non sono stata in grado
    anche se avrei voluto
    anche se l’ho creduto
    scegliendo altro per barattarle.

    M’è mancato il coraggio
    ché il tempo c’è stato
    _ come pure il modo _
    così sussurro al vento
    bisbiglio con la pioggia
    quasi per ricordare che
    negarsi tutto fa solo male.

images

“In me ci son sempre stati due pagliacci, oltre agli altri, quello che chiede soltanto di starsene dov’è e quello che s’immagina che più lontano si stia un po’ meno peggio.”
(Smuel Beckett, Molloy 1951)

Probabilmente questa citazione è una buona maniera di cominciare, visto che anche Andrea Lerario ci propone una gran frase dello stesso Beckett, ed è stata la prima cosa a colpirmi aprendo il suo romanzo.
Una scelta raffinata e significativa, quella dell’autore, lascia aperti interrogativi che poi, leggendo, si moltiplicano rapidamente.

La velocità è un fattore importante – inizialmente – e, di fatti, tutto accade in una sola notte. Una notte che, però, vale più d’una vita. In una notte c’è la svolta definitiva di alcune esistenze: umanità perfettamente imperfette che si vogliono comunque bene.
Persone inscindibilmente collegate fra di loro, il cui denominatore comune è proprio quell’uomo che pare abbia scelto una sorta di isolamento. Ma l’essere, nel profondo, non è mai il sembrare: in superficie resta ben poco, anzi, vi è il nulla.

Rocco, il protagonista apparentemente solitario e burbero, è un uomo oltre la cui armatura c’è l’inimmaginabile.

Egli, per dirla con le parole del Beckett, è uno che chiede solo di restarsene dov’è, uno che vorrebbe tornare dove immagina si starebbe meno peggio, uno che non si è mai mosso per non turbare e per non essere turbato, uno che s’interroga – nonostante l’orgoglio ferito – curandosi di non lasciare che le sue domande trapelino. Mai.
Nessuno deve immaginare che custodisce un segreto: è soltanto suo.

Accade qualcosa, tuttavia, e questo è il fattore scatenante per cui la stasi del protagonista salta completamente.
Improvviso, inaspettato e fulmineo si presenta l’incontro col tempo e – per amore di verità – l’uomo che sembrava aver ignorato ogni divenire, in una sola notte, risoluto, decide di resettare decenni di silenzio. Costi quel che costi.

Non credo si possa leggere il libro di Andrea Lerario senza venirne coinvolti completamente: è fisiologico, quasi come in un giallo, voler andare avanti, fino alla fine, senza perdere alcun passaggio. Un romanzo accattivante, capace di assorbire tutte le attenzioni del lettore che, se prima sottovaluta il personaggio, poi gli si affeziona.

“Il tempo non le cambia le persone, ma la paura di non averne più abbastanza, quella sì.”
(Pag. 46 del libro.)

Stimolante la visione dell’amore che ha Rocco Bellavia, induce a riflessioni profonde sull’argomento: diventa ricatto se non corrisposto ma – la tanto rara corrispondenza – alle volte c’è e, magari, non la sappiamo vedere?
Chissà… è una fuga continua che, oltre ogni rigida opposizione umana, può persino terminare sconfitta dal semplice e penetrante odore dato da un buon caffè.

Dieci capitoli che scorrono rapidamente e non perché facili: perché pregni di significati reconditi, di interrogativi che ognuno vorrebbe svelare a se stesso e che – in un modo o nell’altro – ci poniamo. Magari inconsapevolmente.

Andrea dice “Non è il tempo. Sei tu.” Ecco, quello che per anni si può tenere sopito, ad un dato momento, riemerge. Siamo noi che decidiamo di affrontare le cose, sta a noi scegliere se risolverle o fingere.

Magari, anche la scelta del momento opportuno per fare, ha il suo peso notevole perché è meglio agire piuttosto che stare a guardare. Diretti. Come uno sparo. Una pistolettata. Bang!

[Nulla c’è di autobiografico, tranne una capacità notevole di narrare tipica di Andrea. Persino il paese è ubicato sì in Sicilia – la regione di Andrea – ma è un luogo di fantasia.
Il libro è da leggere assolutamente. Probabilmente perché tutti noi siamo un po’ Rocco, un po’ gli altri e, soprattutto, perché ogni individuo ha la necessità di restarsi fedele ma anche quella di diventare risoluto.]

Paola Cingolani

rafal olbinski polish painter a guiding light
Painting by Rafal Olbinski

 

Morire anche da vivi
_ché non ci si pensa
o non ci si ricorda_
accade spesso
eppure adesso
mi voglio ricordare
_c’è quel faro sul mare
la notte è d’accendere_
per poi salpare
nell’imbrunire
senza tornare.

Magari sognare
e volere volare…

Però si paga pegno
aguzzo l’ingegno…

Rimane un disavanzo
_quella fede estorta
che ci impoverisce_
va scomparendo
come la luna
se il giorno nasce.

 

 

 

squarcidisilenzio

In questi giorni mi sta passando per la mente una riflessione sul web, sul suo valore. Su quello che accade e che in questi anni ho visto accadere.
Ho iniziato aprendo un profilo Facebook privatissimo, dedicato solo agli amici più stretti, con un timore esagerato per qualsiasi nuova e sconosciuta amicizia. Il primo amico Facebook, che ancora annovero tra le mie speciali amicizie, ha sdoganato la possibilità di avere rapporti virtuali che non fossero pericolosi ma importanti.
Ho inziato a seguire alcuni corsi gratuiti su come gestire il proprio personal branding (ovvero la propria figura online), ho conosciuto influencer come Domitilla Ferrari, figure che hanno fatto del web la loro vita e che hanno dedicato tempo alla formazione degli altri. Ho imparato, mi sono applicata, ho studiato, aperto sito, pagina facebook, blog, instagram, cambiato fotografie, decisa una linea editoriale.
Sono approdata anche su tinder, netlog, ma ho capito subito che…

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Rafal Olbinski 45

Rafal Olbinski Painting

 

 

Il vuoto, così come il mare, si riempie da sé:
inutile volerlo rimboccare.
Il vuoto, in un nanosecondo, è già colmo:
è tempo che fluisce.
Possiede l’inesorabile
include e trascende
abbracciando il cielo.

 

A volte ci cammino sul bordo, col vento:
soli passeggiamo meglio.
Come fosse cosa ovvia
s’intravede un’altra,
una sorta d’icona.
Pare prenda il posto mio
più o meno legittimamente.

Una controfigura confortevole,
almeno il più delle volte:
è persino mansueta ed obbediente.

Spesso la mando nei luoghi comuni,
quelli che straripano di folla:
la spedisco a fare le mie veci
tanto, ad oggi, lei non s’è mai rifiutata
ma soprattutto nessuno se n’è avveduto.

after-the-anniversary
(Art Photography from the web)

[…] Nel 2018 di manine maligne, sediziose, furtive ne abbiamo viste parecchie, fra politiche o giornalistiche, favorite dalla memoria corta della coscienza collettiva e dalla volatilità di una certa informazione on line fulminea, alla bisogna, nel cancellare o nel correggere. L’ultima manina è di ieri. […]

(Da Repubblica – Massimo Arcangeli)

“Manina” – con chiara accezione negativa e manipolatoria – è il termine che emerge a pieno titolo dal sondaggio col quale, il noto linguista e sociologo della comunicazione, ha elencato alcune parole che, in questo 2018 appena archiviato, sono state dette e ridette.

Mettere le mani su qualcosa, o su qualcuno, pare si intenda subito in modo negativo: eppure potremmo fare un’infinità di cose meravigliose con le mani, dalle carezze agli abbracci… sperando nel tocco di mani calde (altrimenti ci potrebbe persino venire in mente un’aria de “La Boheme” di Puccini intitolata “Che gelida manina”, idea subito accompagnata da un sorriso, così com’è successo a me).

Le mani: uno degli “strumenti” più importanti del corpo umano diventano immediatamente qualcosa che contamina. Personalmente mi soffermo a riflettere su questa contaminazione e mi torna in mente un detto, una sorta di monito che i latini usavano con altro significato.
La frase è tratta dal Nuovo Testamento e appartiene a San Paolo Apostolo, si trova in un’epistola inviata a Tito.

«Omnia munda mundis; coinquinatis autem et infidelibus nihil mundum, sed inquinatae sunt eorum et mens et conscientia.»
(Nuovo Testamento – Lettera di San Paolo)

[Tutto è puro per i puri; contrariamente niente è puro per i contaminati e gli increduli, perché hanno inquinata l’intelligenza e la coscienza.]

Ecco, fondamentalmente, i puri vedono le mani che accarezzano, le coscienze inquinate e le intelligenze contaminate vedono le mani che compiono azioni malevole.

Buon anno nuovo a tutti.

 

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