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Monthly Archives: marzo 2018

[…] Aspettando abbiamo scattato qualche foto e poi ci siamo salutati e siamo saliti, e abbiamo fatto anche i saluti dal finestrino mentre il treno partiva. Se ti importa di qualcuno, questo è uno degli avvenimenti più tristi della vita e degli esseri viventi, e il trucco migliore è fingere di essere annoiati, altrimenti può diventare imbarazzante, e poi il treno non si ferma nè inverte il senso di marcia, non là comunque, e quindi è un pò come morire lentamente, per niente bello, è meglio entrare nello scompartimento e sedersi a cercare carte geografiche e sigarette, a controllare che i bagagli non ci cadano in testa, a vedere se i braccioli si possono piegare in modo da potersi allungare, a controllare il passaporto e la stitichezza, poi pensare a come e quando riuscire a conquistarsi il primo drink. […]

[ Charles Bukowski – “Shakespeare non l’ha mai fatto” ]

Di foto non ne abbiamo fatte, neanche una.
(Nè a Bologna dodici anni prima, nè a Roma.)
Comunque – almeno a Bologna – ci sono stati quei saluti dal finestrino così particolari:
è realtà, il treno non si ferma, ed è sempre meglio evitare le malinconie.
Ad ogni modo, presi ognuno dalle proprie incombenze, siamo ripartiti e ci siamo buttati ancora nella nostra quotidianità.
Sono state ore belle, tanto piacevoli quanto brevi, trascorse in velocità.
La vita è strana e ti pone nella condizione di doverti limitare ogni volta che, al contrario, vorresti fregartene dei “no, non si può”.
Il mio treno è stato diverso da quello raccontato qui da Bukowski. Un trenino di montagna non contempla l’opzione drink, non ha una carrozza bar e – ad essere rapidi – ci si può rifocillare bevendo un espresso al bar della stazione. Naturalmente l’ho fatto.
Poi, a farmi compagnia, oltre ad un sorriso che mi faceva somigliare alla pubblicità di Durbans, il solito libro di Haruki Murakami.
Per non smentire i miei gusti indiscussi e, oramai, indiscutibili.
Ecco, forse – da perfetta murakamiana – a farmi compagnia davvero in ogni piccolo o grande spostamento, alla fine, c’è sempre e soltanto lui. Il mio libro.
Oltre al drink, genere di conforto che supportava Bukowski, m’è mancata anche la possibilità di accendere una sigaretta. Oggi – in ogni luogo pubblico – è vietato assolutamente fumare.
Vorrei vedere Charles malinconico, su un treno che deve attraversare l’Appennino, senza cartine, senza drinks, senza sigarette e senza saluti dal finestrino: secondo me pianterebbe una grana al capotreno, come minimo.
O, probabilmente, scriverebbe una cosa bellissima e struggente.
Quello che io non riesco a fare da una decina di giorni.
Quasi la mia mente sia fulminata!
Come mi fossi adagiata in questo black out.
Sembra io voglia farlo diventare di più ampio respiro, tanto m’aggrada.

Tutti – nella vita – abbiamo un paio di treni per quel viaggio che, alla fine, è un viaggio differente. E magari “Shakespeare non l’ha mai fatto” come scrisse Charles.

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Che cosa buffa: i più mi trovano incisiva, diretta, capace di esprimere un concetto in modo estremamente chiaro e senza alcun inutile giro di parole.
Poi, qualche sasso, non sente.
A volte ci sono di quei sassi: sono i sordi, quelli che proprio non si possono penetrare.
Ma io tento, sono una temeraria, voglio vedere cosa c’è all’interno: magari trovo una qualche cavità inesplorata, visto mai?
Nulla, di cavità è meglio andare a cercarne a Frasassi, almeno l’eco nella “Grotta grande del vento” potrebbe rispondere, almeno quello.

WordPress è così carino da avvisarmi che ho scarabocchiato qui con cinquecento articoli.
Questo – inevitabilmente – sarà il numero cinquecentouno, è più dura d’un sasso, oppure è dura come il sasso.
Dipende.

Ad ogni modo, io prendo un sasso e ci discuto un pò, magari m’ascolta meglio.
Forse mi capisce anche di più.

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Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Voglio venirti dentro,
dare un’occhiata,
respirarti come l’aria.

– Vattene – dice la pietra.
Sono ermeticamente chiusa.
Anche fatte a pezzi
saremo chiuse ermeticamente.
Anche ridotte in polvere
non faremo entrare nessuno.

Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Vengo per pura curiosità.
La vita è la sua unica occasione.
Vorrei girare per il tuo palazzo,
e visitare poi anche la foglia e la goccia d’acqua.
Ho poco tempo per farlo.
La mia mortalità dovrebbe commuoverti.
– Sono di pietra – dice la pietra
– E devo restare seria per forza.
Vattene via.
Non ho i muscoli per ridere.

Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Dicono che in te ci sono grandi sale vuote,
mai viste, belle invano,
sorde, senza l’eco di alcun passo.
Ammetti che tu stessa ne sai poco.

– Sale grandi e vuote – dice la pietra
ma in esse non c’è spazio.
Belle, può darsi, ma al di là del gusto
dei tuoi poveri sensi.
Puoi conoscermi, però mai fino in fondo.
Con tutta la superficie mi rivolgo a te,
ma tutto il mio interno è girato altrove.

Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Non cerco in te un rifugio per l’eternità.
Non sono infelice.
Non sono senza casa.
Il mio mondo è degno di ritorno.
Entrerò e uscirò a mani vuote.
E come prova d’esserci davvero stata
porterò solo parole,
a cui nessuno presterà fede.

– Non entrerai – dice la pietra.-
Ti manca il senso del partecipare.
Nessun senso ti sostituirà quello del partecipare.
Anche una vista affilata fino all’onniveggenza
a nulla ti servirà senza il senso del partecipare.
Non entrerai, non hai che un senso di quel senso,
appena un germe, solo una parvenza.

Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Non posso attendere duemila secoli
per entrare sotto il tuo tetto.

– Se non mi credi – dice la pietra-
rivolgiti alla foglia, dirà la stessa cosa.
Chiedi a una goccia d’acqua, dirà come la foglia.
Chiedi infine a un capello della tua testa.
Scoppio dal ridere, d’una immensa risata
che non so far scoppiare.

Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
– Non ho porta – dice la pietra.

“Conversazione con una pietra” – la mia preferita di Wislawa Szymborska

(Ascolto il tuo silenzio.
Odo
costellazioni: esisti.
Credo in te.
Sei.
Mi basta.)

Ángel González Muñiz

Questa è la splendida chiusa della poesia “Mi basta così”.

Vorrei potertelo dire
– sì, mi basta così –
ma non sarebbe vero.

Vorrei trovarti ancora
– com’è successo già –
per ricominciare tutto.

Vorrei vederti di nuovo
– con lo stesso desiderio –
e stringerci anche di più.

Chissà se è così per te?
Chissà se si può di più?
Chissà com’è accaduto?

Io credo in te: da sempre.

E mi regali la serenità
mi fai nascere il sorriso
mi metti in pace col tutto.

Tu mi resetti l’universo.

Occhi

Ci sono cose – nella vita – che aiutano.
L’amicizia, il suono dolce della pioggia, la bellezza, l’arte.
La gente che rovina la bellezza commette un crimine.
La bellezza è anche distanza da ogni luogo comune, da tutto quanto viene dato per scontato.
La bellezza è la forza di chi si sorprende e non si farà mai una ragione per qualcosa che non vale niente.
Non è una pratica da espletare d’ufficio banalmente. Essa è essenza.

Delle disgrazie soltanto è necessario farsi una ragione e comunque non è cosa che riesce:
figurarsi se possiamo farci una ragione – accontentandoci – di quanto, bello, non è affatto.

Non è bello sentirsi vissuti come qualcosa di scontato: una qualsivoglia cosa che è là, appoggiata, pronta all’uso, all’abuso e al consumo solo “se” e solo “quando” ci viene a mancare la sicurezza del resto.
Un ripiego, in sostanza.
No: non c’è dignità nell’essere un ripiego – a meno che non si sia giocato con pari (o superiore) astuzia – e, ciò, implica una lucida consapevolezza, molto rara e per niente scontata.

Il paradosso patologico e incurabile che affligge i più è quello di poter gestire a comando le persone – come fossimo tutti soldatini sull’attenti – pigliando per sè solo quello che piace: la gloria d’essere lodati.
Segno evidente che c’è una carenza strutturale di fondo.

Personalmente preferisco la qualità alla quantità e, se devo scegliere fra una quantità scarsa e sempliciotta paragonata a una quantità – magari sempre scarsa – ma di rara bellezza, credo sia ovvia la deduzione.
Scelgo la bellezza rara, che può stare ovunque, ma di certo non dove si svilisce la mia essenza.

In mezzo a tanta indifferenza e a tanta maleducazione, in un presente dove il fenomeno più comune è la noncuranza, io resto controtendenza.
Trovo irresistibili sia la gentilezza che i gesti carini. In genere.
Figurarsi quando sono direttamente coinvolta da qualcuno: per qualsiasi ragione.
A volte, tornare a casa da un altro posto dove si è stati come si vorrebbe stare sempre, è realmente una sfida.
Così penso a quei poveracci che, al contrario, stanno bene solo se scappano via.
Quelli che sembrano non perdersi mai, quelli che dicono di stare bene ovunque ma che, in verità, non stanno bene neanche in compagnia del loro Ego smisurato.
E, di grazia, dovrei starci bene io?

Ho conosciuto persone belle, dotate di gentilezza, di equilibrio, di classe e ne sono rimasta completamente affascinata.
Insomma – la differenza ci deve stare – ma è da farsi in positivo, non certo peggiorando le cose. Promettendo senza mantenere e dimenticando addirittura tutto.

Prendere distanza da ogni distanza resta la mia scelta di vita, il mio stile, il mio modus facendi, la mia più profonda essenza. Tutto ciò è profondamente radicato nella mia anima.

Le rare persone belle mi rendono gentile: quando mi accorgo d’essere scontrosa – guarda il caso – percepisco l’influenza negativa del soggetto dispotico col quale nessun medico mi ha ordinato di relazionarmi.

 

Anima – di Stefano Benni
ti sembran tempi per parlar dell’anima?
Non ci sono più diavoli,
che la richiedono
preferiscono i titoli
è fuori moda l’anima.

 

Anima
se ti duole l’anima
non servono antibiotici
i medici si arrendono
non ci sono meccanici
non si ripara l’anima.

 

E ci sono paesi
di poche anime
e ci sono città
di milioni di anime
ma non si vedono
si vede solo il traffico
e le file ai semafori
è solitaria l’anima.

 

Anima
io l’ho vista una volta la mia anima
mi era uscita di bocca
come il fumo di un sigaro
mi ha chiesto se ero
stanco di vivere
ho detto: sì
ma vorrei insistere
e con un gemito
tornò al posto solito
è paziente l’anima.

 

Anima
ci sono belle anime
in corpi ridicoli
e fotomodelle
con anime orribili
e fanghiglia d’anima
dentro molti politici
è nascosta l’anima.

 

E ci sono villaggi
di poche anime
e ci sono paesi
di milioni di anime
e quando muoiono
e in cielo salgono
è un grande spettacolo
un ingorgo cosmico
e i giornali commentano
centomila vittime
ma erano anime inutili
di lontani popoli
mesopotamici
e si piange un attimo
poi ci si lava l’anima
e si dimentica.

 

 

[ Francesca Woodman Ph. ]
F Woodman

 

Credo che il bene abbia infinite declinazioni e altrettante definizioni.
Tralasciando coloro che se ne riempono la bocca – quasi incarnassero un dizionario divino – ieri ci siamo dette con estrema semplicità cos’è, per noi, il bene.
Certamente non è una gara fra chi dei due interlocutori (o delle due interlocutrici) riesce a supportare maggiormente l’altro essere umano.
Abbiamo concluso che il bene è la fortuna di trovarsi e l’intelligenza di capirsi.
Ecco, infondo, è anche semplice per alcune persone.
Non per tutti, però, quindi non è un concetto banale.
Il male, semmai, è d’una sconcertante banalità.
Tanto che, spesso, viene espletato quasi fosse una pratica d’ufficio.
Il bene no: lo si intellige, in qualche modo.

Piccole grandi divagazioni di pensiero con quelle stelle che mi illuminano, cuori grandi e menti capaci di osare.

“Sapere che c’è una via d’uscita
ti aiuta a restare dentro. Mi spiego?
Altrimenti sarebbe la follia.”

– Charles Bukowski –

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Da quando ho letto questa citazione mi frulla in testa una cosa: quella via d’uscita c’è, ma non è per tutti.

Alcuni, sapendo che c’è, restano nel loro immobilismo e non fanno niente per vivere meglio. Neanche ci provano.
Ed è vero, vivere stanca, a volte. Consuma lentamente se si soprav_vive in modo statico, senza mai uscire dagli schemi conosciuti, calcolando sempre ogni mossa per timore di vedersi respingere o di assistere impotenti al naufragare d’un piano precedentemente ben congegnato.
Allora non s’è capito niente della vita.

Non s’è capito quanta fantasia abbia più di noi e quanto possa arrivare ad essere paradossale e perversa perchè all’esistere, v’assicuro, non frega niente di quello che è il nostro sentire.
Esistere non significa necessariamente che vince chi prova i sentimenti più nobili, anzi.
Quella – semmai – è una delle fiabe che ci raccontavano con tanto di fatine e maghi.

Sapete com’è che ve la dovete cavare?
Io, per me, ho scelto di concentrarmi su quella via d’uscita.

Offrite una via d’uscita solo a voi stessi e a chi la merita.
Perchè, vedete, se la spargete al vento si disperde e non va bene, potreste donarla inavvertitamente a chi neppure ne comprende l’importanza.
Sarebbe come lavare la testa a un ciuccio, spendereste tempo, energia e sapone mentre lui resterebbe solo e soltanto un ciuccio.
Mi spiego?
A Charles è mancato esattamente questo secondo passaggio, dopo l’intuizione favolosa.

Sapendo che c’era una via d’uscita, probabilmente, l’ha cercata troppo tardi e – nel frattempo – s’è stancato di vivere. O – probabilmente – ha scelto di evitarla.
(Magari ha avuto un coraggio inimmaginabile. Chissà?)

Ci sono rare cose
che si misurano diversamente:
c’è un’altra grandezza
potrei dirla ‘materianima’
– strano lemma, solo mio – 
lo cito per chi spazia
da dimensioni note, comuni
fino all’essere profondo.

***

Tu, pezzo di cuore,
ci sei dentro tutta
con le altre poche unicità
che l’universo mondo
generoso casualmente
m’ha dato per regalo.

***

Una gentile concessione
non preventivata
nè scontata, anzi,
ma ci siete e m’acquietate.

***

Spero solo di meritarvi
domani, poi domani e oltre.

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Avrei voluto scriverti
ma non l’ho mai fatto.
Ti avrei spiegato che
ogni volta in cui lo vuoi
puoi tornare indietro
se dipende da te.
Puoi sperimentare
– occasioni
– cambiamenti
– svolte
– novità
dimensioni spaziotemporali
da misurare con l’anima.
Volevo dirti pure
di un abbraccio
– il mio
che ancora ti aspetta
– forse
ed è questo il motivo
per cui non l’ho fatto.
Non so se io t’aspetto
dipende solo da te.
Ho smosso il mondo
per chi non conosco
non certo per averti
– a volte avrei voluto
poi ci ho ragionato
e mi sono fermata.
Ciò che devi sapere
– certamente
è molto semplice
(forse lo sai già)
ma mi devi volere.
Solo allora insisterai
smetterai di cercarmi
– inutilmente
dove non sono
nè potrei essere mai.
Ti sto a guardare
se servisse potrei
persino ricominciare
– forse
non te lo so dire.
Prima fammi vedere.
Conta ciò che ti vedrò fare.

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“Capita a volte che il padre si occupi della prole − un fenomeno abbastanza frequente fra i pesci.”

Simone de Beauvoir

Suppongo la de Beauvoir avesse già capito che alcuni sono figli del Mare, poi – a conferma di questo – è arrivata Cristina Bove dicendomi che “Una figlia del Mare appartiene all’Universo in quanto tale.”
E, come non bastasse, la mia amica Brigida Liparoti mi ha chiamata “Il Capitano del fischio […] fischi sulla bocca del vento che cambia direzione.”

Adesso, babbo, che io mi senta figlia del Mare, non è cosa nuova.
Che io ti cerchi ancora oggi, riuscendo a trovarti solo là, è risaputo.
Come pure ch’io riesca a vederti sulla linea dell’orizzonte o sugli scogli.
Come stai? Io sto bene, grazie: sono tanto contenta di Giulia e ho idee.
Sì, mi commuovo, poi mi passa: sei ancora carino, non sei mai invecchiato
e, in tutta franchezza, non riuscirei a pensarti anziano, non tu, eri e resti
differente da tutti.
Non lamentarti: sei brizzolato, non sei mai imbiancato!

Ok, più signore, più gentile, rompiballe quando si dice mezza cosa a Giù
ma adoro anche questo: il tuo essere stato il nonno più figo e, insieme, più
saggio che mia figlia potesse avere.

A volte credo che se ci fossi stato ancora ci saremmo divertiti con le solite
cose e mi mancano, tutte, ma sono fiera di averti avuto.
Sai che spesso parlo col tuo amico Paolo? Manchi anche a lui. Molto.

Ho ancora tutti i miei tantissimi capelli ricci, crespi, come quelli di tua nonna,
sai?
Pensa un pò, adesso che sono praticamente una cinquantenne, io ricordo
ancora ogni cosa di quando ero piccolina. Che memoria di ferro, eh?

Volevo dirti chissà quante cose ma, tanto, non mi puoi sentire, allora smetto.
Io sono molto grande ormai, come mi hai detto prima di trasformarti in luce,
così continuerò ad essere grande.

Però – per piacere babbo – calma mamma che è ancora tanto nervosa senza te:
apparile in sogno, vedi tu, io non saprei che dirti ma la vedo accusare il colpo.

Mi dicono che eri speciale: pensa un pò, a me lo dicono, ti rendi conto?
Babbo loro non ti hanno mai visto come ti vedevo io.
Tu eri più che speciale, a me basta sapere che gran signore sei stato per
sorridere e tirare dritta.
Vado, ciao babbo.

 

 

La suprema demenza di alcune presunte realtà mi porta a credere che, forse, è vera soltanto la poesia.
Trascorro, come ogni altro essere umano, ore di ordinaria follia nelle quali – difendere una consapevolezza personale – viene paragonato all’essere arrogante.
E pensare che ogni singola cosa mi viene da una sensibilità spiccata grazie alla quale riesco, oggi più di sempre, ad essere in sintonia col mondo che mi circonda.
Non è di fondamentale importanza ciò che mi piacerebbe – neppure chiedo la luna – solo sono certa che ogni faccenda vada valutata e, se ci sembra di grande valore, è necessario si trovi l’energia per poterla realizzare. Là dove è possibile bisogna esprimersi, anche se contro la massa, anche e soprattutto innanzi a quella che la mia amica Crì chiama “La maggioranza dei numeri privi”.

Per me è follia pura: trascorrere tempo scrivendo e con la certezza che il 90% dei leggenti – non lettori, leggenti – crederà che lo si fa per mettersi in mostra, aiutare un’amica nel lanciare appelli in rete perchè un’altra sua amica sta scappando dalla tirannia del padre o cercare un dialogo che non ci sarà mai, restando gentile ed educata.

Eppure sono così folle da farlo: credo che questo mi distingua dalla maggioranza avvezza solo a fare spallucce per restare “libera e bella” (neanche fosse uno shampoo) o nelle simpatie dei più. A me, le simpatie dei più, non piacciono. Dovrei essere asettica e incapace di avere un pensiero autonomo. Io sono me stessa e – con le dovute maniere – mi esprimo: siate gentili e sarò gentile con un confronto all’altezza, siate autorevoli e vi ascolterò, siate autoritari e non vi vorrò sentire neanche. Per non dire che chi è autoritario, di solito, viene deriso e – mi spiace – ma è un meccanismo che mi scatta in automatico, neanche lo nascondo affatto. Per quando s’accorge che sfotto un pò, di solito, è passato tempo e s’arrabbia, ci resta male. La presunzione, insomma.

Del resto – se avessi voluto ricevere comandi superiori – mi sarei arruolata visto che non si è mai permesso mio padre. Ma non mi sono arruolata (anzi, ho ancora il rispetto e l’affetto di chi lo ha fatto raggiungendo vertici importanti) quindi, scuserete, degnatevi di riflettere e di comprendere che di affari propri non è mai morto nessuno (vale a dire non giudicate chè vi manca pure la toga) poi non siate noiosi (la vita è già paradossale di suo).

Ora – decisa fermamente di meritarmi qualcosa che mi vada a genio, è un mio diritto scegliere – continuerò a fare come sento, quello che sento, dicendo onestamente quanto posso e riservandomi, semmai, di non dire affatto. Senza mai perdere di vista il rispetto poichè, siccome lo voglio, mi impegno a darne sin troppo. Sempre.

Chi domani dicesse “Perchè non mi hai avvertito” sappia che la ragione c’è: si chieda se – precedentemente – io sono stata sufficientemente avvertita e se, nella mia distanza, ho mai causato anche solo un minimo problema. La risposta c’è, è questa. “Cavatevela così come io me la sono cavata aiutando o agevolando anche voi.”

Oggi, ad esempio, è domenica: resto a letto, leggo e gioco col mio cane.
Seguo qualche notifica (quelle di chi mi pare e piace) dato che non posso fare da tutrice a tutti e neanche sono “Madama Letizia risponde”.
Nel mentre coccolo e accarezzo un mio progetto, a scapito di nessuno, dove mi colloco in posizione centrale, una sensazione meravigliosa: qualcosa per me, finalmente.
Con la consapevolezza di meritarla tutta e senza domandare aiuti a nessuno.

 

 

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