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Monthly Archives: giugno 2017

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Tela by Angela Caldarulo – riproduzione di Souzanne Valadon – volto Paola Cingolani

Un déjà-vu che non m’è sconosciuto
– e infinite carambole nell’ignoto –
Alors, madame, ça va sans dire!
Merci beaucoup, mon ami.
À bientôt!

Oggi mi sento sdoppiata e salto
– spilloni capelli immagini volto –
così com’era Souzanne ispiratrice
mille e più visioni per una pittrice.
Io quale sono?
Sono tutte loro e non sono nessuna
– voglio ancora toccare la mia luna –
le stelle sorde e le scie luminose
sono in collisione con tutte le cose.
Mi fingo pazza?
A dire il vero non ho una soluzione
– continua il salto da spilla a spillone –
piroette ne ho fatte di tutti i colori
magari stavolta cado anche di fuori.
Ferma Paoletta!
Sento ancora la tua voce…
e più che alla mia festa
somiglia alla tua croce.

27 giugno 2017

 

 

 

 



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lementelettriche

運 命 の 赤 い 糸 Unmei no akai ito – ancora saggezza orientale – che si affaccia prepotentemente: in questa frase c’è la famosa leggenda del filo rosso del Destino, un filo che collega le anime degli amanti.
La leggenda narra che – chi è fatto per amarci – esiste ed è legato a noi da una sorta di filo rosso invisibile, lunghissimo ed intricato, un filo che ci portiamo legato al mignolo senza nemmeno saperlo.
Ho appreso di questa leggenda grazie al nuovo libro di Elisabetta Barbara De Sanctis: un incontro nato dalla mia time line e volutamente approfondito nella real life.
Coincidenze: infinite sono le coincidenze che ci legano e – in sintesi – potrei citarne alcune.
Paola è il mio nome ma è il nome della co-protagonista del romanzo.
Laura è il nome della protagonista ma è anche il nome della mia migliore amica sin dalla prima…

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E tu riposa: su un letto di pietra ma riposa. Almeno provaci – per ora – e smettila di fare da sentinella ai marosi o alle sassaiole della vita. L’onda calda e lieve, come carezza, è arrivata. Gli affetti – mai perduti – ti sono favorevoli. Riposa. Che sarà mai questa smania? Abbandonati. Respira piano. Scongela i ricordi buoni: puoi gustarli e sfamartene a volontà. Non ci si sacrifica invano ma per raggiungere la sacralità intrinseca ad un credo, e tu credi in quell’amore che hai donato, senza riserva alcuna, a chi ti ha avuta accanto. Cinque lustri: un quarto di secolo… puoi raccontarlo e – contemporaneamente – dire della vita d’ognuna di quelle stelle entrate a risplendere nella tua orbita. Senza però entrare mai in rotta di collisione con te, anzi, aumentando di luce riflessa il tuo fazzoletto di cielo. Non è poco.

 

Riposa.
Dopo cinque lustri trascorsi a fare da scogliera per le onde più forti – adesso – è l’ora di stendersi sopra quella scogliera a sonnecchiare. Ti risveglierai soltanto per guardare le stelle cadenti, fingendo d’essere una sirena – come una volta – quanti anni fa?

*La vita è bastarda: fra una stella e l’altra – nel fazzoletto di cielo – c’è la sassaiola dei corpi estranei in piena rotta di collisione con alcune stelle ancora a lapidarle. Non sempre ce la si può fare schivandoli, ma solo sopravvivendo a coloro che – invece – vengono meno. Astri che si sono spenti per sempre e dei quali si conserverà il ricordo finchè il proprio fuoco sarà acceso.*

Ma – perché la parte migliore del cielo tuo e di tua figlia continui a veder ardere alte le stelle – tu riposa. Riprendi fiato e riposa. Ancora ci riuscirai e ti sentirai più forte, meno sola.

Si avvisano i signori naviganti tutti che – con arbitraria allegria di naufragi – al momento loro faranno scalo sull’approdo sicuro e che – nate sullo scoglio – presto voi riprenderete altro viaggio, come l’amato superstite lupo di mare ungarettiano insegna. Più forti, meno sole, non ammalianti sirene ma rassicuranti e salvifiche polene.

 

 

 

Esiste qualcosa che dura persino un’intera vita, si confronta, si scontra e nonostante tutto si rafforza. E’ una rarissima potenzialità, che permette di abbracciarsi fra le lacrime e stringersi nelle disgrazie o dentro alla solitudine, ma consente sempre alle persone di camminare assieme, pur dalla distanza e non solo nella gioia.

E’ terribile se la si perde, ma altrettanto preziosa quando la si trova.

Non sempre è vera, non sempre è sincera e spesso è condizionata.

Alle volte viene mascherata dietro false aspettative, dubbie parole, atteggiamenti fasulli.

Altre volte – fortunatamente – esplode subito in maniera diretta e spontanea.

Altre ancora – rarità – cresce giorno per giorno e, a distanza di anni, ancora ci rimane accanto.

Non chiede: mai!

Dà, senza porsi limiti e sa sempre quando è il momento di dare, come dare, dove dare e persino a chi è giusto dare.

Questa cosa si chiama “amicizia”.

In tutte le manifestazioni simili, nelle quali la gente cosiddetta “amica” c’è solo ad episodi o a fasi alterne, insultandola nel suo significato più profondo, si dimostra palesemente come, coloro i quali non sanno dare nè ricevere con continuità, non ne sono degni.

L’amicizia ha come grandi alleati il tempo, le maniere e i fatti concreti, oltre che le parole a misura.

Ci possono essere molte discriminanti, enne ed uno mila ragioni, ma un vero amico è là e non schioda, soprattutto non ti considera un oggetto demodè.

L’amicizia può nascere in tanti modi: garantisco che, virtualmente, ho stretto legami uscendo dalla TimeLine e sono state esperienze meravigliose.
Altre volte, deludenti anche nella RealLife, mi è bastata una piazzetta o anche meno per capire: un’aiuola sarebbe stata già troppo.

Qualsiasi differenza è data alle persone: solo e soltanto noi siamo artefici di quello che poi ci accade. Le maschere cadono grazie ad una verità inesorabile che l’esperienza e l’intelletto portano per mano, accompagnandola sempre, è come generassero la loro creatura presentandola al mondo, quando è l’ora.

Per alcuni che mi sono amici è rinomata una mia frase:
“Ricorda che per prendere in giro qualcuno devi essere due volte più furbo. Una tanto da riuscirci e l’altra tanto da non farti riconoscere mai”.
Con gli anni, la maggioranza è stata riconosciuta e non è riuscita.
Esperienza e intelletto hanno figliato la verità, anche a mio vantaggio, fortunatamente.

Molti miti di quando ero più giovane sono caduti (potrei spaziare dal mio credo fino ad arrivare alla concezione dell’amore) ma l’onestà non è un valore del quale mi posso dire esentata.

L’amicizia è privilegio, come le belle maniere, perché senza non può che soccombere!

 

 

 

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S’io fossi un’isola
– e ti pareva? –
sarei deserta
un’isola infelice
coi coccodrilli
senza cocchi
ma coi cocci.

Ecco un’onda
– cosa vedo? –
una bottiglia
col messaggio
bisogna capire
senza sbagliare
c’è da vedere.

E’ un gran segnale
– cosa dirà mai? –
una richiesta
forse vaneggio
ma lo agguanto
lo maneggio
voglio sapere.

Quanti vuoti
intorno a me
– vetri aguzzi –
ma questo no:
m’assale l’ansia
dovrò riuscire
senza sbagliare
e decodificare.

Tutti siamo isole
– o forse siamo solo
bottiglie vuote? –
cerchiamo messaggi
vorremmo mappe
zattere e vele…
per prendere
il largo
e poterci salvare.

S’io fossi un’isola
vorrei una bottiglia
col suo messaggio
– quale che fosse –
non tanto per dire
ma per dimostrare
che – forse oggi –
saprei ascoltare.

 

 

 

Era il 29 maggio 1985, cominciavo a prepararmi per l’esame di stato e presi un grande spavento: poco prima dell’inizio della finale di Coppa dei Campioni di calcio, tra Juventus e Liverpool, allo stadio Heysel di Bruxelles, morirono circa quaranta persone, di cui oltre trenta italiane. I feriti furono oltre seicento e, là in mezzo, c’era una nostra compagna di classe, andata per vedere la partita col padre.
Io mi ricordo chiaramente l’angoscia che ci ha pervaso tutti finchè non l’abbiamo rivista.
Ricordo che – prima della sua partenza – avrei tanto voluto essere io quella che andava con suo padre a godersi una finale. Poi, mentre seguivo dalla TV, il panico. Successivamente io e altri compagni abbiamo cercato sue notizie ma, quando tornò a scuola, diversi giorni dopo, sembrava avere lo sguardo spento: il terrore era una sorta di fotografia stampata nei suoi occhi. Non ridevano più, erano vitrei e io non l’ho vista più riprendere la sua espressione solita.

Era sopravvissuta, scampata ad una tragedia che – per quanto in seguito avrà cercato di rimuovere – non credo potrà mai aver dimenticato: le è successo di cavarsela vedendo accanto a lei gente che, al contrario, non c’è riuscita. Insomma ha visto morire altre persone e non doveva essere altro che una bella festa dello sport: neanche fosse andata al fronte a fare l’inviata!

E’ stato triste vedere alcuni manifesti a lutto stampati e affissi sul muro qui, nel mio paese: c’erano frasi cattive, cose che non dimenticherò.
“Finalmente piangete i vostri morti e noi interisti siamo lieti di porgervi le nostre sentite condoglianze”.

[…] le parole
sono di tutti e invano
si celano nei dizionari
perché c’è sempre il marrano
che dissotterra i tartufi
più puzzolenti e più rari;
[…]
Eugenio Montale – Le parole –

E’ il 2 giugno 2017, dal post di un’amica di Piombino scopro che a Torino, in Piazza San Carlo, sta succedendo qualcosa di simile. La gente accalcata è tantissima, qualche geniaccio c’è sempre, si lancia una sorta di botto (forse un petardo o una bomba carta), la notizia di una probabile esplosione dovuta alla minaccia terroristica che viviamo si espande, la folla impazzisce, il fuggi fuggi generale è inarrestabile, crollano le impalcature, l’orda impazzita scappa camminando su un tappeto di vetri, ci sono centinaia di feriti.
La prima cosa che penso è sentire un’amica di Torino perché so che il marito è tifoso.
Mi accerto stiano bene e così, fortunatamente, è.

Poi mi accorgo che una persona sta condividendo i miei post: vado a guardare incuriosita perché scrive – auspicando ci siano morti accertate – e vedo che è un tifoso interista. Lo elimino dai miei contatti.
Mi vergogno anche solo all’idea che ci fosse: e non per lui ma per me stessa, perché vedete, godere delle altrui disgrazie è da masochisti webeti ed imbecilli.

Intanto a Londra si verifica un triplice attacco da parte dell’ISIS e stanno ancora cercando le cinture esplosive. New Scotland Yard deve dare conferme ma, da attendibili fonti televisive britanniche, ci sono circa una decina di morti e molti feriti.
Inshallah, se Dio vuole, a Dio piacendo e la domanda che mi faccio è facilissima e sorge spontanea: ma veramente ci nascondiamo ancora dietro alla volontà divina prendendola come alibi per compiere delitti efferati?
Forse a questi ignoranti sfugge ma la verità è che “Inshallah” dovrebbe essere un alto concetto filosofico di speranza, non un grido di battaglia.

Come, a chi ha ancora il coraggio di nominare l’Inter e di scrivere il dictat “Amala”, sono ormai certa che l’amore andrebbe spiegato, come l’alto concetto di sportività.

 

 

 

perìgeion

di Giorgio Galli

Con Trittici, Annamaria Ferramosca stende il suo verso, la sua scrittura teporosa e trasparente, sulle forme dell’arte visiva. Sceglie quattro artisti: Amedeo Modigliani, Frida Kahlo, Cristina Bove e Antonio Laglia, e di ciascuno prende tre opere, ma soprattutto prende un modo d’intendere l’immagine, un’inquietudine retinica che stimola l’inquietudine del dire.

Di Modigliani prende (stralciamo dall’Introduzione) “il perturbante dei visi senza sguardo, l’impossibile svelamento. Tra quei demoni che trapelano di esasperata passione intima, desiderio di vita amorosa, chiaro presentimento della fine”. Di Frida Kahlo, “quella ripetizione esasperata della propria immagine-vissuto, eppure così lontana da ogni vanitas. Le intense vibrazioni coloristiche, come ultranote di una musica non percepibile. Quel sogno di ricreazione di un universo pacificato, dove la propria realtà abbraccia tutto l’irreale”. Dall’opera luminosa di Cristina Bove attinge “quei suoi contorni evanescenti, come percezioni estatiche di un mondo che sta per svanire. Quelle intraviste scene dell’oltre. La…

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Sei testarda [che poi è la tua salvezza, lo sappiamo bene]

– ti sei incantata come la puntina rotta d’un giradischi –
e ci sei riuscita [conteggi, metrica e vocali non scappano]
il fatto è che, proprio adesso che hai imparato, ti sei detta

“Ma questo è? Questo solamente m’è dato da realizzare?”

– e ora non ti diverte più il giochino facile, vuoi spaziare –

“Come, non lo sapevi? Ti sei sfidata mille volte riuscendo!”

“Le cose facili non sono mai state il tuo forte, ammettilo!”

– e ti viene in mente la tua amica e dottoressa, lei lo sa –
“Paola, non c’è niente da fare, tu sei fatta per tener duro.”

Eccoti a scrivere in questa prima, afosa giornata di giugno,
– la testa che ti gira come un ottovolante, caffè e sigaretta –

magari pregherai Santissimo Oki più tardi [ora musica alta]
altissima, come l’acqua del mare oltre la scogliera, dove osi

[tu e il vecchio gabbiano che sembra un cappone tant’è grasso.]

Dimmi, che ne farai del tuo mare? E ancora, dimmi, che cosa
ci farai mai con la tua mente che è sorgente del pensiero?

Loro vogliono l’esemplificazione massima, di stili e concetti:
sono come tubature, vorrebbero racchiudere il flusso delle idee
altrui in condotte forzate… [fanno un po’ come tutti, spesse volte
per poi risciacquarcisi la coscienza sporca, ma tu lo sai bene!]

“Sei uno spirito libero, nulla affatto circoscrivibile né stanziale.

Come puoi assoggettarti ad una serie di divisioni in sillabe tanto
elementari e semplicistiche quando hai tanto da dire, come fai?

Quando il mare del pensiero ti nasce dentro, il suo flusso si rinnova,

sempre, proprio come fanno le onde.

Se addirittura tu nasci dal Mare, non puoi essere altro che così:

un’Anima immensa e densa di correnti.

Non ti riuscirà di seguire uno schema, sei una che nuota libera, vai

in velocità, sei in moto perpetuo come le tue idee e non potrai mai

mandarle in esilio per tre righe.

Nonostante tu abbia raggiunto l’obiettivo di imparare perfettamente.”

Buon giugno Paola, buon giugno e cerca – se puoi – di accettare l’idea:
stai per compiere quarantanove anni nei quali, certo, ne hai viste tante
che potresti persino scriverci dei romanzi. Direbbero che sono fantasy
ma a te, degli ectoplasmi, non interessa.
Non hai mai giocato la partita per vincere il piatto.
Hai sempre giocato per mostrare di possedere carte vincenti.
Senza mai barare [e, se c’è un dio, sa quanto t’è costato] perché tu, ogni
vittoria, l’hai devoluta in beneficienza.

Una figlia del Mare appartiene all’Universo: non può stare dentro un kigu.
Vuoi forse misurare la vita e le emozioni dividendole in sillabe?
Spazia Pà, spazia!

 

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