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Monthly Archives: luglio 2017

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La fine di luglio [si fa per dire]
mentre i giorni scorrono
passa e non s’accorge l’estate
_dicono sia stata anche qui_

L’inizio del sogno [si spera sempre]
mentre lacrime e sorrisi
scandiscono ogni momento
_pianti tanti e anche asciutti_

L’andare del tempo [si spera meno]
mentre accade al contrario
qualsiasi desiderio sfuma
_pochi sorrisi e troppo cari_

La fine di luglio [e delle speranze]
mentre ti arriva addosso
quasi neanche ci credi
_pare ti resti solo il mare_

La fine di luglio [si fa per dire]
mentre tutti cercano tutto
senza però trovare niente
_dicono che non lo sapremo mai_

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Francesca Woodman Photography

_enneuno mila le ragioni
che non andranno approfondite

_enneuno mila le parole
che non verranno mai scritte

_identica la tazza di caffè
che accompagna il buio e la notte
anzi stavolta è nuova
ma poi chi se ne batte
davvero
_dopo tanto buio no_

il fatto è che insegui lettere
mentre scappano ridendo
_ti prendono un po’ in giro
come fosse cosa importante
_sorridi tu di te bambina
_accendi la tua sigaretta e aspiri
una boccata di veleno
non si nega a nessuno
c’è anche per te

sei una di quelle creature strane
voi uscite fuori nelle tenebre
_ strisciate lentamente mettendovi
allo specchio [o quasi]
_cercate dentro voi stesse
tutte quelle lettere capricciose
vorreste poterne attingere
_di fatto vi scappano_
come fanno gli anni belli

ed è disperazione

_la musica nella testa
_le lacrime agli occhi
_i ricordi del nulla
_il vuoto cosmico
il tuo specchio non riflette niente
_appiccicata ci resti solo tu [scappa]
_contempli la tua immagine [resta]
sconosciuta
clandestina
ritrovata
violacea

_tornata [già]
hai con te certezze nuove
_sono soli più di te_
tu resti spirito libero [e bello]
continuerai a fumare
a prendere con te il tuo guaio
a fargli anche le coccole
avrai un doppio guinzaglio
_cane e coccodrillo [il tuo zoo]
a prendere batoste senza reso
a darne _forse_ un paio
anche se non vorresti mai

tutto questo tu lo vedi
allo specchio [o quasi]

 

David Ballemere Photography

David Ballemere Photography

E’ la prassi _sei in piena tempesta_
e dovrai scrollarti di dosso sabbia
sudore
sale
da sola

E’ la prassi _tutti i colori sono svaniti_
e dovrai procedere a tentoni nel buio
oscuro
cupo
a capo

E’ la prassi _un altro ammutinamento_
e dovrai tessere trame nuove alla tela
Penelope
contesa
in attesa

Ma tu non aspetterai più _così è e così sia_
e dovranno pur capirlo anche tutti gli altri
quanto costa
dopotutto
ti basta

E’ la prassi _anche il tempo t’è lontano_
e dovrai pur fare i conti con lo spazio
ti struggi
distruggi
e fuggi

E’ la prassi _tu non ti vuoi più ricostruire_
e in rotta di collisione con la lottizzazione
mai disintegrata
non allineata
né scontata

E’ la prassi _bisogna stare molto in disparte_
e ricordarsi che tu verrai scostata ad arte
senza priorità
non conti
né canti

E’ la prassi _Penelope ve l’ha promesso_
e sappiate che lei si ricorderà bene
così non siete
non eravate
né sarete

convers-pense-monde

Penso sia terribile omologare le idee e credo fermamente nella libertà individuale, soprattutto se questa viene esercitata rispettando pienamente l’altro individuo.
Non mi piace che mi si dia ragione per tapparmi il becco, ma sono pronta e aperta a qualsivoglia scambio utile come pure al confronto costruttivo.
Se e quando ciò non accade, allora, mi sento urtata: suppongo sia il minimo.

Non amo chi classifica gli individui: né per specie, né per status sociale, né per altro.
Non classifico la gente, però scelgo con chi interfacciarmi.
Il mio unico criterio di scelta? Il buonsenso, cosa che supera persino l’intelligenza.

Le persone non sono barattoli sui quali apporre delle etichette ma sono universi paralleli da rispettare.
Il loro orientamento sessuale non è affar nostro.
Le loro scelte politiche non sono discutibili.
I loro comportamenti, solo in caso di maleducazione, ci riguardano.

La maleducazione non ha età né genere: è assolutamente estendibile a chiunque.
Su questo concetto io – personalmente – inviterei tutti ad una riflessione profonda.

Ormai, la gente come me, è avvezza nel tirare fuori gli artigli: il guaio è che – poi – c’è il prezzo da pagare: la figura della cattiva la devi fare tu, ti dipingono per quella ribelle, quella anticonformista, quella che se la tira e che si autoconferisce importanza solo perché stai difendendoti dalle loro parole malevole.

Non saranno mai intellettualmente onesti da raccontarla tutta: non diranno mai “quanto” costasse caro il doverti piegare al loro volere e il tuo essere flessibile, come una canna al vento, che non si lascia spezzare.

“Tu devi perché io voglio” è il loro mantra: lo recitano in ogni frangente della vita, su qualsiasi cosa, con tutte le argomentazioni possibili, basta solo che tu cerchi di rivendicare un tuo diritto e sei perseguibile, pena l’esclusione e l’emarginazione.

Benissimo: se questi siete voi, io rivendico il diritto di diversificarmi.

Non mi piacete, neanche un po’, di conseguenza pretendo libertà di pensiero, decisione, scelta ed opinione restando nelle regole, nel lecito, nell’onesto e nel mio diritto più pieno di sbagliare da sola: sì, da essere umano sbaglierò, ma seguendo i miei principi e non i vostri dettami retrogradi.

Non sarò maleducata col mio prossimo né escluderò qualcuno imponendogli il mio Verbo perché non mi piace la gente che lo fa con me.
Dunque, allo stesso modo, non mi venga imposto niente perché i divieti ottusi mi innervosiscono, sono privi di buonsenso.

Una delle peggiori malattie sociali è e resta la libertà negata agli individui di riconoscersi per come sono, di riconoscerli per quello che sono.

Sorgente: Non aspetto più

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Il mare vive
A dispetto del fondo
Mondo sommerso

L’amo ci pesca
La preda ci abbocca
La lenza sguazza

Io non amo più
Forse non ho mai amato
E’ un naufragio

Onde e riva
Fondali e battigia
Stesso orizzonte

Eppure tremo
Diventata polena
Fui sirena

Nascondo bene
L’atavica stanchezza
Al mondo intero

Pensino bianco
Mentre sono immersa
Io penso nero

 

 

 

cristina bove

porta sul cielo - by cristina bove
non ci separasse
il bon ton
e dalle teche craniche affiorasse
il pensiero a forma di
nuvola pipa scaldamuscoli il
cucchiaio che nella chiara a neve
deve restare ritto
il paletot cugino del cappotto
e le parole come donne in fila
vestite solamente di sé stesse
far salotto

il “se” che nasce microbo
dilaga
ingloba case strade alberi notti
e ci sorprende avviticchiati
abitatori di sconchiglie
nudi paguri senza casa e
visto che siamo dei disegni in aria
ed ogni chiave un calco all’incontrario
_un vuoto nel suo vuoto_
non c’è nulla da chiudere o da aprire

e se
col documento e la fotografia di sé
fossimo nomi
registrati all’anagrafe del cielo?

                        

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6_retare

Alla fine, le versioni del silenzio, sono superiori
a quelle d’interpretazione possibile della parola
_ scritta o detta _
esattamente come l’emozione
_ sentita e ispirata _
_ provata e condivisa _
può…
è che, come nei fotogrammi,
ognuno ci legge un’immagine
_ più ci si ritrova la propria
_ il proprio sentire
_ il personale vedere
_ il non vedere si svela
condividendo

una risposta facile
Penelope sente dentro
non ha che parole
dette in silenzio
senza orgoglio
sente e con_sente
pensa e com_pensa
scrive e circo_scrive
l’elemento che lega
il sentire comune

lei fischia
_ arsa di sale
_ carezzata dal sole
come tutte le altre mille
_ quelle che ‘si tesse’ da sole _
questa trama sfaldata
come la rete vecchia
d’un vecchio marinaio
_ usurata _
però ancora pronta
a scongiurare fame
e
_ mare permettendo _
questa vita

HaiMaiProvatoaPettinareilVento

Auguste RodinAuguste Rodin

(9) – e stancare le parole
.
.

(5) – l’aria che respira
(1) – Potessi catturare
.

(6) – quei pensieri
(2) – nei momenti stanchi
.

(7) – e poi frammenti sciupati
(3) – di fotogrammi
.

(8) – a medicare orgoglio!
(4) – e silenzi ovunque (puntini sospensivi)
b.l.


– Chiave di lettura: leggere prima la poesia così com’é. Distanziare una pausa di qualche secondo e rileggerla seguendo la numerazione dei versi…

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“Buongiorno Paola, parti?”
Fino a più di undici anni fa mi dicevi sempre così.
Mi salutavi dopo che avevamo preso il caffè insieme.
Chiacchieravamo e ti stropicciavi gli occhi, anche se
eri profumato, docciato e con una delle tue belle polo.
Una mattina ti ho detto, ridendo, che le mie medicine
hanno come controindicazione la calvizie.
Avevo tutti i miei riccioloni gonfi e tu hai risposto, fiero,
“Ah, sì? Fortuna, hai dei gran bei capelli, altro che effetti
collaterali e controindicazioni, stai tranquilla. Paola tu,
con tutti quei capelli, ci sei nata… e pensare che eri così
tanto piccola ma avevi già una notevole messa in piega!”
Poi hai sorriso – contento – e, appena abbiamo finito di
ridere delle controindicazioni, della sfortuna, di bere il
nostro caffè, immancabile il mio “Ciao babbo, scappo via
sennò faccio tardi, ti telefono oggi pomeriggio!” e tu
“Buongiorno Paola, parti?”
“Certo che parto!”
“Stai tranquilla, ci sentiamo oggi allora…”
Da undici anni non posso più telefonarti durante la mia
pausa lavorativa, nel pomeriggio.
Mi manca la tua voce e il tuo “Oh, Paola, ciao!”
“Babbo tutto apposto? Giulia? Hai gente?”
“C’è gente ma non ti preoccupare: Paola stai tranquilla!”

Oggi avresti avuto settantasette anni ma io non posso
immaginarti invecchiato: eri come P. (se mi leggessi tu
capiresti a chi mi riferisco) e non dimostravi che dieci
anni in meno. Eri tanto carino tu, eri giovanile, un tipo
avanti e open mind, però se ti impuntavi, accipicchia,
non sentivi ragioni.
Solo con noi non ti sei mai impuntato: ci consentivi la
tempistica per capire quello che tu avevi già metabolizzato
ed eri gentile, mai rancoroso, paziente.
Mi manchi tantissimo: che poi, essere tua figlia, per me
non è semplicissimo.
Faccio spesso il confronto e allontano da me chi è poco
corretto.
Sai – quanto avrei voluto dirtelo! – dopo poco che tu sei
mancato, un mio ex mi ha detto che è difficilissimo stare
con noi perché non siamo persone stupide, ha detto che
siamo gente impegnativa e che io mi aspetto vicino a me
“persone della levatura di mio padre, praticamente non
eguagliabili”… se ci fossi stato mi avresti risposto – rido,
mi sembra di sentirti – “Paola, cazz… beh, insomma, ma –
dico io – come si fa?” poi avremmo riso e io mi sarei sentita
appoggiata, come ogni volta.
“Buonanotte Paola, vado a letto” oppure “Oh pronto Paola,
ciao, dimmi pure, sì, va tutto bene, stai tranquilla” o solo
“Buongiorno Paola, parti?” ma anche “Paola, cazz… eh, Pà,
scusami, sei intelligente e lo capisci da sola: io che ti posso
dire?” sono frasi che sottointendono un mondo, cose ben
più profonde di quello che può sembrare, cose che nessun
uomo mai m’ha detto più.
La gente giudica: non è come te, sono sputasentenze, e – a te
come a me – chi dice “Tu sei così, devi fare cosà” non piace.
Pare che tutti predichino il Verbo ma poi neanche sanno di
cosa si stanno privando da soli.
Ecco, più sono superficiali, più te li trovi addosso.

Oggi mi facevi l’occhiolino, poi spiravi stringendo la mano
sulla mia e su quella di mamma.
Quel giorno mi sono sentita di non avere più niente.
Oggi, dopo anni, ho il nulla sommato all’assenza soffocante:
anche peggio, anche molto peggio.

“Buongiorno Paola, parti?”
“Ciao babbo, no, non ho più un posto dove andare, però ho
ancora tanti capelli, come piaceva a te!”.

 

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