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Monthly Archives: marzo 2017

Essere figlia del Mare
_ almeno per me _
è spostarsi
da un’as_senza
a una pre_senza
al limite
navigando per l’universo
immersa nella vita.

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Tutti si espongono – tranne coloro che conoscono – e già, questo, ha del ridicolo.

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A costoro, una vasta gamma di personaggi non meglio identificati, che va dai maghi ai demiurghi auto celebratisi tali, mi diverto nel rispondere e con tanto di levata di cappello.

Ora – posto che io non chiedo permesso per vivere la mia vita stando a casa mia – so bene d’appartenere a questo magnifico universo (del quale mi riconosco una fibra ancora viva, palpitante) e col quale mi sento del tutto in armonia.
Ungaretti docet – e per la luce viola, anche io respiro la lontananza aperta alla misura – non so voi.

“Ça va sans dire”.

Mi è stato chiesto mille volte di scrivere delle cose per alcune persone: l’ho fatto sempre e solo a titolo gratuito, a spese mie, con tutto il cuore, ma un grazie – no, non lo nego – me lo aspettavo.
Il grazie non c’è stato.

Mi è stato chiesto, per sfruttarmi meglio,  di scrivere anche una targa che sarebbe poi stata consegnata a me (poiché avrebbero fatto la figura dei generosi loro): imbarazzo assoluto (che ho risolto da sola facendo ricorso a uno pseudonimo).
Naturalmente quella targa non mi è stata data e neanche spedita: quando ci si sente dei supereroi ci si comporta così. Si impartiscono ordini, si fa lavorare il prossimo e poi lo si butta via, come fanno tutti coloro che ti usano solo finchè gli sei utile.

Così ho chiesto espressamente venisse gettata in mare, dato che ormai avevo eseguito e capito, stavo solo aspettando al varco l’arrivo dei supereroi.

Il supereroe in questione mi ha dato la sua parola e promesso che avrebbe buttato in mare la mia (ridicola e quanto mai inutile) targa: ha mentito.

Pur di far vedere quant’è gentile alla gente – perché di immaginifica vita si sopravvive –
l’ha conservata per scaricarla, pare, in mano a qualcuno che dovrebbe farmela avere.
Forse.
(Potrebbe anche non dirmi nulla e buttarla nella differenziata, paradossalmente. Io so che è stata lanciata in mare, su mia espressa richiesta, accanto a chi in mare perse la vita e – prima di togliermi il grazie e la parola – così mi promise il supereroe).

Non voglio commentare né criticare nessuno, sia chiaro, però intendo dire cosa ho scritto pensando a me (probabilmente ci ho visto assai più lungo di quanto abbiano potuto capire perché mi sono raccontata per come sento di essere e, non volendo, i loro gesti lo hanno confermato).

 

“Se il vuoto
– che mi attraversa
su commissione –
potesse uccidere,
incarnerei il miracolo
della resurrezione.

Ma è la mancanza
il vero demone
dell’umanità,
la sola che
può affogare.”

 

[Paola Cingolani]
aka lementelettriche

 

Ecco: profetica perché il vuoto che ho incontrato in alcune persone, non mi ha che rafforzata.

Non sono mai risorta: non sono Lazzaro né Gesù ma sono solo una donna viva e vegeta!

Quindi, a fare davvero male, è la mancanza: affoga e toglie ogni capacità vitale la mancanza.

Ora, dato che nella nostra vita ci manca solo chi è stato importante e chi ci ha amati, ho felicemente strappato alcune pagine scritte male: via gli scarabocchi, sono andata a capitolo nuovo ma soltanto con chi merita di essere contemplato nel diario del mio quotidiano.
Questo è lampante per chi mi conosce.

Differente è chi non mi conosce e, nascosto dietro un nickname, dichiara che faccio del marketing con il fatto che sono una influencer su Twitter.

Ora io sono stanca di stupidaggini e di bloggers che – pur di strappare popolarità – vengono a scontrarsi diffamando chi ha oltre 20K followers (sì, sono quasi ventimila).

Vi domando – elegantemente – perché dire cose che non sapete? Perché dire falsità?
Come vi permettete di dire che è marketing?

Il giorno in cui deciderò di comprarmi un copyright potrete dire che è marketing ma, ad oggi, i miei hashtag in tendenza li usate voi per pubblicizzare i vostri di blog, anche a pagamento! Siete voi che guadagnate con me!

Proprio come il club dei supereroi ha usato la mia confidenza con le parole, coi neuroni e con dei sentimenti per i più non pervenuti.

Sapete che c’è? Invece di fare i parassiti degli hashtag altrui, dite, perché non vi fate una bella tendenza e ve ne andate anche voi a cinguettare per oltre venti ore sponsorizzando i libri che scrivete e i blog vostri?
Vi mancano educazione, signorilità, intuito e stile, perché la furbata regge a tempo limitato mentre l’intelligenza resta.

Ah, è vero anche che parlare e sfruttare il prossimo è gratis: tutti uguali, tutti gran signori ma a perdersi col nulla ci si mette due nanosecondi.

Tenetelo a mente, se io sono viva, non è affatto un miracolo e non sono neppure mai risorta: sono i vostri modi che rappresentano nulla più del vuoto cosmico che v’attanaglia.

Sono solo e soltanto i modi a fare le persone.
Esisto e mi comporto come è giusto, mi sento in credito e non in debito morale.

Dopo le menzogne, l’irriverenza e gli atteggiamenti che i supereroi hanno avuto, chiudo in bellezza ribadendo che sì, saranno dei supereroi, ma dovrebbero capirmi al volo quando dico che è stancante aspettare chi proprio non arriva né mai potrà arrivare.
Quindi era chiaro che la mia presenza fasulla e quanto mai forzata sarebbe stata un inaccettabile compromesso.

Compratevi una prolunga, un drone più potente, un’intelligenza artificiale ma partite da una cosa semplicissima: buonsenso, buone maniere e rispetto.
A screditarvi siete stati voi.
A farsi valere, invece, sono state due persone che reputo amiche, una di loro m’è nel cuore come fosse un fratello minore.

 

 

 

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Me ne dolgo: ancora oggi ci sono troppi “ismi”: femminismo, maschilismo, integralismo, assolutismo, sciovinismo… e ritengo potremmo continuare a lungo.

Mi è stato chiesto un intervento, in qualità di influencer, sulla data dell’otto marzo.
Ne sono lusingata e cerco di raccontarvi… raccontandomi.

La tanto rinomata “Festa della donna” – una data che, ormai, andrebbe sdoganata da
certi rituali – ma senza estremismi né “scarpette rosse” e, men che meno, con la difesa ad oltranza delle “quote rosa”.
Ringrazio per questo @Libreriamo: sarò presente, a mio modo, nella campagna Social #ImWoman con qualche mio piccolo contributo.
Che cosa significhi essere donna, in una società ancora tanto ottusa come la nostra, è molto semplice: significa essere oggetto di vessazioni e discriminazioni varie.
Una donna, infatti, deve essere femminile, deve adeguarsi, deve avere un uomo che la protegge, deve tacere e deve esporre le sue idee in modo da non urtare la suscettibilità di chi – essendo maschio – magari potrebbe fare la voce grossa.
Deve badare al lavoro, ai figli, al compagno, alla casa, al parentado, alle amicizie di famiglia ma lo deve fare con l’attenzione estrema di chi si muove camminando in un campo minato.

Non sia mai che, dicendo qualcosa di schietto e dunque di impopolare, si trovasse addosso il diniego e il rifiuto dell’intero circuito sociale nel quale si colloca!

A me, questa fallocrazia, non è mai piaciuta, sia chiaro. Non mi piace neanche il modo col quale le donne hanno risposto: il maschilismo e il femminismo sono solo due aspetti fallimentari di un problema unico.

Intanto non credo che nessuno di noi venga al mondo scegliendosi il genere.
Nasciamo in un momento assolutamente indipendente da noi e così pure è indipendente dalla nostra volontà l’essere nati con un genere. Già, solo per questo, nessuno dovrebbe essere colpevolizzato.

Quello che conta, secondo me, è capire che siamo tutti delle persone: individui più o meno intelligenti, identità umane ognuna con un ruolo preciso, con diritti, doveri e facoltà da esprimere.
Le persone hanno un loro potenziale che dovrebbe potersi evolvere al di fuori dei soliti schemi. Se ci metto anche le varie religioni, la politica e tutti i condizionamenti non se ne esce più: già così penso e spero di spiegarmi in modo sufficiente.

Suppongo che – a liberarci da questo fardello che ci diversifica – possa contribuire solo la lotta all’ignoranza: è molto semplice abbattere (o costruire) le muraglie ma resta più complesso distruggere quel muro fatto di credenze sbagliate che ci è ancora ostile e ci limita in quanto esseri umani.

Sono convinta anche che, se nel 2017 siamo ancora intrappolati in questa ragnatela così fitta, la responsabilità sia nostra. Non dimenticherei che le madri hanno un ruolo determinante nell’educazione dei figli, così come i padri. Se c’è una falla aperta – dunque – è anche colpa nostra.

Quando sento inveire contro i giovani d’oggi mi danno l’anima: ma scusate, chi ha educato questi ragazzi, di chi sono figli? Chi avrebbe dovuto trasmettere loro dei valori sani? Noi!
Allo stesso modo, quando vedo uomini comportarsi in maniera libertina, lasciando la moglie a salvaguardia del focolare domestico coi figli mentre loro se la spassano comprando (o noleggiando) le occasionali di turno, mi chiedo perché debbano venir assolti dalla giuria popolare con la solita stupidaggine dell’uomo sessista – e fesso – ma del tutto perdonabile. Perché?

Per me il sessismo è stupido, il femminismo è stupido, il maschilismo anche.

Penso a mio padre: un uomo molto stimato, un commerciante onesto e noto, preciso, una persona rispettata (che è mancata troppo presto): mi ha sempre dato fiducia, non ha mai preso una decisione se non con mia madre o anche con l’accordo di noi figlie (due sorelle) quando eravamo appena ragazzine.
Ci ha insegnato che una famiglia, un gruppo, un clan si muove con la coesione e non ha mai mancato di rispetto al nostro essere persone.
Sono cresciuta sentendomi una persona e, purtroppo, mi sono scontrata con i più che, invece, mi vedono e mi giudicano solo una donna. Una notevole difficoltà perché – lo dico onestamente – non è facile rendersi conto d’essere la figlia di una grande persona. Inizialmente è stato motivo d’orgoglio ma, in pratica, ho subito compreso che bisogna approfondire e che raramente anche gli altri mi avrebbero vista come una persona (intelligente). Anzi – con notevole amarezza – ho percepito l’ostilità dei giudizi soliti e comuni, riassumibili nella frase “Le belle donne non dovrebbero pensare o diventano solo rompiscatole”.

Per dirla tutta, ho lasciato più di essere stata lasciata, e ho lasciato perché mi sono sentita dire “Guarda che stare con te è molto impegnativo, non è mica facile, una donna così intelligente ti fa sentire sempre messo in discussione. Poi, sapendo come ti ha abituata tuo padre, è un po’ come sentirsi in continuo conflitto con una figura insuperabile.”
Che cosa risponde una persona?
Posso dire cosa ho risposto io: “Considerati congedato e vai a cercarti una persona cretina, ma trovala cretina al tuo pari. Sui tuoi genitori non mi permetto di proferire parola, sono certa che loro stessi, sentendoti, sarebbero delusi.”

Ancora oggi si fanno troppe differenze stupide e pericolose (che alimentano le divisioni in categorie) e la mia massima è sempre la stessa: non sono concorde con gli uomini maschilisti, non lo sono con le donne femministe e sono per le persone ma, dipendesse da me, all’anagrafe civile dovrebbero cambiare il modo di stampare i documenti di identità.
Oltre al nome e al genere, al posto di “segni particolari”, dovrebbero stamparci il Q.I. della gente: almeno capiremmo subito se stiamo perdendo del tempo a discutere con chi non comprenderebbe mai un differente punto di vista!

Sono un genitore molto soddisfatto, ho cresciuto una figlia da sola e – se ho scelto di farlo – è solo perché, ad oggi, ritengo sia stata la decisione più meravigliosa mi potesse regalare questa vita. Ciò non esclude il mio immenso apprezzamento per le persone sensibili, soprattutto se sono figure maschili, perché di certo – avessi incrociato una figura così – non l’avrei congedata ma coccolata e trattata come merita una persona rara: con tutta la stima e l’amore di cui sarei stata capace.

Mimose, quote rosa e scarpette rosse? Rotte, rotte le scarpette: a furia di camminare per trovare l’uscita da questo labirinto nel quale ci siamo persi – invece che compenetrarci – dobbiamo consumarcele le scarpe.

Grazie ancora a @Libreriamo da @PaolaToogoodxme aka @UsateHashtag per il riguardo col quale è stata tenuta in considerazione l’idea che appartiene alla mia persona e grazie sempre alle oltre 17K persone che mi seguono su Twitter.

Un caro saluto, rigorosamente, in bianco e nero!

Paola Cingolani per #ImWoman 8/3/2017

 

 

 

 

 

 

 

 

La rete, soprattutto i Social, hanno un vantaggio sulla carta stampata (anche patinata) ed è il tempo flash con cui le notizie si diramano capillarmente.
Il guaio è che pochi distinguono fra cultura e informazione.
La cultura la si acquisisce sviscerando a fondo le tematiche, studiandole bene e mettendo anche in pratica quello che si è imparato.
L’informazione – sempre ammesso che sia corretta – veicola con più rapidità, è più superficiale e, con la facilità con la quale è stata acquisita, non essendo poi rielaborata né approfondita, sfuma.
Così, oggi, a troppa gente basta farsi un profilo Social per sentirsi automaticamente capace e qualificata: tanti utonti e una miriade di webeti – solo perché connessi – sono diventati sapienti e criticano tutto con una dietrologia spicciola che spaventa. Sono loro. Gli specializzati nel nulla: quelli che sanno sempre tutto ma, in verità, copiano come pappagalli spennati qualsiasi stupidaggine convinti di saper fare e di saper dire il meglio.
A leggerli, magari, viene persino l’orticaria.
Sono quelli che, anche nella vita reale, si investono di una superiorità che non hanno e che non esitano a servirsi di te finchè ti considerano addomesticabile.
Poi c’è l’epilogo e arriva il momento in cui ti ribelli perché il tuo cervello è avanti e rifiuta categoricamente di rimbecillirsi, di negare l’ovvio, di ignorare la realtà.
Gli eschimesi non comprano ghiaccio – siamo seri – ne hanno sin troppo a gratis!
E’ finita quell’era della comunicazione in cui si faceva solo propaganda: oggi non basta un bicchiere pieno d’amaro contro il logorio della vita moderna e se c’è ancora chi abbocca, beh, il carciofo è lui.
Solitamente sono bravissima a voltare le pagine (dei libri e non solo) ma faccio qui un distinguo importante: alcune non sono disposta a voltarle solamente, no! Le strappo, le accartoccio e ne faccio materiale per il cestino della differenziata.
Questo è accaduto il 17 febbraio 2017: ho strappato una pagina scritta male, una pagina della quale non sono più disposta ad essere neanche un personaggio marginale.
La realtà dei fatti non l’ho potuta esporre nella sua completezza ma – sebbene riassunta in percentuale minimale – c’è tutta, assolutamente. Ritengo sia giusto prendermi la responsabilità degli errori commessi da me stessa (che, in questo caso, non ci sono stati) ma non accetterò mai di prendere sulle mie spalle una responsabilità altrui: prima di tutto perché non sono masochista e poi perché penso sia giusto crescano anche coloro i quali sono stati remunerati ma non hanno soddisfatto le aspettative di un’azienda (e, questi immaturi remunerati, non si chiamano Paola). Poi, a coronare il tutto, ho visto degli altri immaturi sentirsi dei giganti soltanto perché passano del tempo rincorrendo like da Social senza aver compreso che un like non è affatto un cliente, anzi: le richieste squalificano!
Comunque, sentirsi più leggeri, è qualcosa che non ha prezzo.
Archiviati, anzi cestinati, alcuni rapporti divenuti ormai più dannosi che altro, sto rilassandomi e guardando da una prospettiva nuova anche la mia biopsia. Sono concentrata su di me e riesco, col mio training autogeno, ad aiutarmi meglio. Ho il totale controllo della paura. Roccia riemerge sempre, dopotutto, e ci riesce ancora da sola.

E’ necessario tu possegga ogni giorno
– da usarsi in caso d’emergenza –
un elemento che esalta il tuo spirito.

Se le cose sembrano scorrere beatamente
– sempre da usarsi in caso d’emergenza –
sii sereno solo quando hai un’àncora.

Quando l’esistere diventa più difficile
– da usarsi in caso d’emergenza –
l’àncora ti salverà vivificandoti ancóra.

Io so bene che mi sto salvando ancóra
– nelle emergenze getto l’àncora –
così non affondo ma aggancio un approdo.

Volto le spalle a tutte le dimensioni estranee
– mi rifugio altrove in caso d’emergenza –
mi lascio dietro ciò che non può galleggiare.

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Ph. M. Demiralay

Bisogna distanziarsi da quello che non ci somiglia: ci può costare tanto ma, una volta capito e fatto switch con la mente, si è già oltre ogni ostacolo.

 

 

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