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Monthly Archives: giugno 2016

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con_tiene

con_tieni_mi

Àncora, ancora!

cristina bove

fly - by criBo

 

Disgiungere gli effetti dalle cause
sperimentare dissolvenze alchemiche
_licenze di volatili_ nei fumi di metallo
l’anima non ha gesti e non fa ombra

chiedere ai passi dove c’è l’intoppo
alle omissioni il senso del non detto
al letto il dono dell’eutanasia
e uscire dalle case disattese
testimoniando d’essere vissuti
_impropria mente_
per scantonare in tempo dalle rampe

e riposare sotto gli zerbini
particelle di polvere
incluso un DNA da sospettare
_privato del soggetto_

starsene senza riferirsi al dunque
senza motivazioni da inferire
essere l’invisibile dis_tratto
da tutte le diaspore
da tutto quanto nomina e contiene
stanarsi da universi microscopici
e riapparire quando ogni figura
ha smesso di fare ombra
e può ridisegnarsi in altra luce

 

 

 

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lementelettriche

Chi sono io

solo una virgola

sulla parola

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Chi sono io

 

solo una virgola

 

sulla parola

Noi “gerundie del venerdì” – @PaolaToogoodxme & @redaelena – ci divertiamo con la #TL e, al contempo, ci troviamo dati oggettivi… a volte anche imprevisti. Con #taggando è stato esattamente così: lo abbiamo scelto provocatoriamente, è di certo un gerundio inconsueto perché collegato alla rete… ci siamo dette… ma così non è stato. Successo ne ha avuto, di sicuro, siamo finiti tutti  persino su Google:

http://www.breaking-news.it/trend/%23taggando

ma ciò che non avremmo (soprattutto io, Paola) previsto è il numero di significati attribuibili a quello che – di fatto – non è un neologismo.
“Tag” è un inglesismo, questo sì, e lo si usa non solo riferito alla rete, ai blog, ai Social Network: “Tag” ha diverse sfumature.

“Tag” si dice riferendosi ad un’aggiunta di versi personali o – comunque – di una chiusa sotto a dei versi già scritti.

“Tag” si dice di versi che non rimano esattamente.

“Tag” significa agnello di due anni d’età.

“Tag” significa luogo comune, discorso ovvio ed inutile.

“Tag” significa segnale, simbolo, richiamo.

“Tag” si chiama il contrassegno che applichiamo sui bagagli negli aeroporti.
“Tag” si usa per intendere l’estremità della coda di un animale.

“Tag” si dice di ogni etichetta.
“Tag” è quello che viene ad essere apposto su ogni pacchettino.
“Tag” è la targhetta che le nonne apponevano sui barattoli di conserve o di marmellate fatte in casa.

“Tag” si dice della punta d’una specie di iniezione con la quale si contrassegna sottopelle un pesce (o un animale) per compilarne – subito dopo – una scheda dati al fine di monitorarlo scientificamente.

Insomma “Tag” non è “Share” (condivisione) ma – spesse volte – siamo proprio noi che utilizziamo la rete a non conoscere la stessa. Questa volta, di certo, preparandomi per #gerundiDiversi posso dire di aver imparato molte cose che non conoscevo riguardo le declinazioni possibili del “Tag”. Soprattutto ho scoperto che “Tag” è un termine il quale esiste da prima che venisse anche solo immaginata ed inventata la rete!

Adesso vediamo e sentiamo la mia Socia @redaelena così da inventarci un nuovo gioco da condurre con voi e con #gerundiDiversi – venerdì prossimo – su Twitter!

 

Paola Cingolani & Elena Reda

 

 

 

 

La vita? L’esistenza? L’essere?
Mai chiesti ma tant’è, siamo qui:

ognuno di noi si sbatte

– ci si consuma fuori e dentro –

e, alla fine, il conto chi lo paga?

Le domande si riducono ad una?
Stringendo al minimo sindacale:

una sintesi è importante

– per capire come proseguire –

e, perché mai, il conto differisce?

S’applicano tariffe diseguali

– straordinarie o ordinarie –
senza osservare festivi o feriali.

 

 

 

 

lementelettriche

I termini – sopiti – sembra non sognino inchiostro:
neppure se simpatico.
Le parole – intorpidite – sono elenchi:
massima sorpresa un bugiardino medico,
una lista della spesa.
Poi, improvvisa-mente, si svegliano
– strane creature –
si fanno vivaci, squillanti, potenti.
Ridestate, nel loro dinamismo,
pretendono attenzione, acquisiscono di dimensione,
scelgono oculatamente che effetto fare alla gente.
Perfettamente lunatiche
– cambiano umore facilmente –
feriscono tanto o danno gioia con il niente.

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Sento parlare la gente, spesso d’amore, perchè tutti se ne intendono tanto da essere infelici e frustrati in coppia o scontenti e avvinti dopo essersi persi. Beh io ho idee differenti e trovo sia importante già l’essere soggetto non conforme. A dimostrazione di ciò c’è la mia vita: una vita nella quale ho sicuramente commesso errori (sono un essere umano) ma – di fatto – sono stata amata moltissimo ed ho amato così tanto da lasciare libertà assoluta a chi mi ha amata. Non è cosa comune, certo, però – la vita prende e la vita rende – se sei persona onesta, bisogna ricordarlo. Sono grata alla mia vita per avermi reso quel che, infondo, sento di non aver perso mai. Anche dopo vent’anni… e sono convinta che non ho sbagliato lasciando quel posto libero. Non tutte – a vent’anni di distanza – possono vantare l’immensa gioia di un simile responso. Non tutti – dopo vent’anni – ammettono ancora (senza mai averlo negato, soprattutto) il tuo valore di donna… non è un atteggiamento comune, specie fra gli uomini. Di questo ti ringrazierò sempre: mi stai volendo bene ancora oggi, come se vent’anni fossero stati solo venti giorni. Ho capito che – forse oggi è tardi – ma, quella volta, io sbagliai senza accorgermene e ti lasciai solo probabilmente quando avresti avuto più bisogno di me. Non era questione di libertà né di amore estinto la nostra perché abbandonandoti io ho reso schiavi entrambi di quelle scelte sbagliate che sono venute dopo. Avrei dovuto presidiare il mio posto e capire quanto grande fosse il mio valore per te. Pensare che mi sentii così sconfortata… il fatto è che non era una colpa da dover attribuire a te. Tu – e io sola me lo ricordo bene con te – non avevi il tempo di pensare a te stesso… vivevamo in emergenza, è vero, però vivevamo. Oggi siamo solo due sopravvissuti e – questo ci rende ancora belli a cinquant’anni come a ventisette – lo ammettiamo con la stessa tenerezza di prima e con più consapevolezza. Hai fatto bene a venire a trovarmi: io – più d’una telefonata – neanche avrei fatto ma è risaputo che fra i due sono la più orgogliosa. E’ bello, dopo vent’anni, guardare in faccia ad un affetto con tenerezza. Senza rimbalzarsi né essersi mai rimbalzati colpe o discussioni. Siamo stati bellissimi noi: una meravigliosa realtà da ragazzi e, ancora, lo siamo da adulti.

 

 

 

cristina bove

tempesta - Cristina Bove

Sapeva fare nodi alla marinara
cazzare rande e ripassare bugne
non sapendo di nuvole
quel tanto da imparare le tempeste
errava di bolina
per scontare miracoli
così da poter essere acclamata
santa dei giorni dispari.

Resse il fasciame ma la velatura
fu divelta coll’albero maestro
e le sirene
ebbero gambe a dipartire il mare

i pesci quando piangono
hanno lacrime d’aria

le polene si arrendono agli abissi
non sanno camminare.

(p.68 “Mi hanno detto di Ofelia” Smasher -2012)

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Da “Una per mille” a “Metà del silenzio”, dalla notte dei tempi ad oggi:
alcune vivono in un eterno e sofferto volo, altre percorrono tratti più o meno lunghi ma a rimorchio, con tanto di carrozza.

cristina bove

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Dovrebbe raccontare di lembi trattenuti
a un cornicione
o chapiteau di circo senza rete
se solo avesse appreso
d’essere in mille e più, a cadere.

Avvitandosi appare e poi scompare
il dicitore amabile
esibisce
numeri d’altra luce
a volte una catena di miracoli
in revisione illogica

ancora sto planando in quella notte
di trapassi infiniti
un qualunque battesimo di morte
dissimulato ad arte.

pg. 23 “Metà del silenzio” (Edizioni PiBuk – 2014)

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