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Monthly Archives: agosto 2017

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“La carriera degli italiani di successo si divide in tre fasi: brillante promessa, solito stronzo e venerabile maestro.”
(Alberto Arbasino)

Riflettendo potrei dire che così è stato anche per me, quando ho lavorato nelle telecomunicazioni.

Brillante promessa quando imparavo dai vecchi maestri della comunicazione aziendale.

Solita stronza quando, avendo imparato bene e applicando il metodo, producevo più di altri colleghi, e una “venerabile maestra” quando, a mia volta, affiancavo le nuove leve.

A darmi della solita stronza erano – caso strano – i colleghi con produzione più bassa o le nuove leve che, voglia d’imparare saltami addosso, ma poi fammi lavorare il meno che posso.

E giù col refrain  “La Cingolani, la solita stronza, piglia sempre tra le provvigioni più alte.”

Ovviamente “grazie” è stata la massima ricompensa donatami da pochissime di queste nuove leve, e mi bastava: molto prima di sapere che – oggi – tutti pagano la formazione.

[Mi bastava perché me lo diceva anche il mio titolare che mi trattava come persona di famiglia e mi ha voluto bene davvero. Mi bastava perché sentivo che, così come a me avevano donato tutta la loro esperienza i maestri del marketing, io, in pochi anni, stavo già donando la mia agli altri. Mi bastava perché potevo essere fiera di me stessa ed ero apposto con la mia coscienza. Stavo solo facendo il mio dovere.]

L’esempio mi serve a spiegare che è così anche nella vita, in tutto, non solo nella carriera lavorativa: cominci come una promessa, diventi stronza agli occhi di alcuni e brava agli occhi di altri (molto rari questi altri).
E intanto c’è la gente che, se a volte parla, altre sparla.

“Paola, scusami, mi meraviglio di una persona intelligente quale sei. Davvero, dimmi, chi è la gente? Che ti frega della gente? Che cosa conta la gente nella tua vita, dove ti sbatti solo tu? Scegli da sola, sei più capace di molti. Fregatene della gente. Stai tranquilla: tu puoi solo stare tranquilla.”
(Angelo Gabriele Cingolani – babbo Lele -)

Sono addolorata perché – con la prematura scomparsa di mio padre – cambiando la mia vita ho dovuto cambiare radicalmente tutto, anche le tante ore che dedicavo al mio lavoro. Ma sono anche soddisfatta: molti affetti, fra rari colleghi divenuti amici fraterni da allora, sono rimasti sempre con me.
Anche questo è uno dei colori dell’amore, una sfumatura che non ci potrebbe essere senza lealtà o senza fiducia né rispetto. Un principio che mio padre mi ha tramandato sin da quando ero piccola e che ho voluto, a mia volta, insegnare a mia figlia.

 

“La lealtà è un debito verso noi stessi, prima ancora che verso gli altri.”
(Luigi Pirandello)

 

La lealtà non è un’opinione: è una forma mentis, uno stato mentale.

 

 

[Segue illuminante chiacchierata confidenziale con mio padre.]
Caro Lele,
non eri un Nobel come Pirandello, però ti piaceva l’intelligenza e adoravi la raffinatezza negli individui. Eri uomo lungimirante, avanti rispetto al tuo tempo, mai autoritario ma tanto autorevole. Il più autorevole io abbia conosciuto. Sapevi parlare bene, parlavi poco ma scegliendo le parole corrette, cercando di non urtare per non essere urtato ma, principalmente, perché tu non volevi urtare. Trovavi greve la persona che lo fa, anche se potrebbe essere arrabbiata. Tu sapevi che la rabbia non giustifica nessuno se posto innanzi al tribunale della propria lucida coscienza.
Alibi – noi – mai voluti e sempre rifiutati. Anche quando abbiamo sbagliato.
Mi piace sapere che mi sei dentro perché sono come te: detesto i compromessi nella sfera personale, quelli si lasciano nella compravendita (oggi dicono marketing che farà anche più figo, sì, ma non circola più un soldo, babbo mio…).
Tua nipote – mia figlia – sembra la tua reincarnazione: inflessibile su certe cose, non si ammorbidisce neanche con mamma, devo fare da mediatore e spiegare, spiegare… convincere mamma che si è fatta pallosetta e convincere tua nipote che, sebbene sia adulta, non è poi un prezzo così alto da pagare quello di fare come noi.
Dire “Sì, va bene”. Poi magari agire come sarebbe d’uopo. Evitando discussioni.
Il fatto è che io, alla sua età, ero come lei. Poi si arriva a cinquant’anni e si scopre che non ci si può ammalare per questioni di principio, piuttosto si è dato molto, si cerca di sorridere e di dare importanza solo alle questioni che ne hanno. Cambia la scala delle priorità con cui si guarda alla vita. Perché un conto è cadere sapendo di aver fatto una battaglia giusta, altro è cadere e doversi autocondannare e non potersi concedere attenuante alcuna. Non potersi dare l’assoluzione. Cadrò, va bene, cadremo tutti e tutti sono caduti però, finchè mi rialzerò, vorrò stare così, con la coscienza pulita. Quando invece non mi rialzerò più avrò finito, sarò scomposta in tanti pixel di luce nello spazio dell’universo mondo.
Questo siamo: materia in divenire e future particelle di luce.
Secondo me tu stai bene, brilli e risplendi, pixel infiniti per i quali non hai alcuna bolletta. Rido, non ti incazzi più con le fatture, non stai più come un mastino a controllare i pagamenti. Dovrei – un giorno – potermi scomporre come te, intanto cerco di essere la solita brillante qui, dove si paga la fattura e dove (compravendita o marketing, ma chissenefrega) c’è ancora da fare parecchio. Mi ero un tantino spenta, forse non lo sai ma sono successe tante cose e Nicoletta dice che sono stata molto forte, “eccezionale” ha detto. Adesso smetto.
Ciao Lele, ci vediamo.
Va beh, insomma, ciao babbino.

 

 

 

 

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Dovremmo fermarci un attimo, rompere gli schemi e le convenzioni per farci alcune domande importanti. Spesso io, nel mio piccolo, penso che molti di noi si stiano confondendo sulle relazioni umane in genere. Il minimo che ci possiamo aspettare, data la giostra impazzita che siamo diventati, è quanto, quotidianamente, osserviamo: il dilagare violento ma inarrestabile del turpiloquio, dell’astio, della prepotenza, di ogni forma di sopraffazione.
L’ego di ognuno di noi è una limitazione, se non ha una molteplicità con la quale mettersi in discussione per un confronto corretto, ci abbaglia talmente tanto da indurci – il più delle volte – ad escludere il resto del mondo.
Magari strumentalizziamo compulsivamente persino l’affetto per gli animali. Tanto sono addestrati e dipendono completamente dalla nostra volontà per i loro bisogni primari.
Questo avviene ovunque. L’incomunicabilità è il nostro peggior male, ad oggi, ed è una malattia cronica e cronicizzata, dalla quale difficilmente guariremo se non facendo switch con la mente.
La diagnosi è presto fatta, ne vediamo reperti numerosi ovunque, da prima del Social.
La malattia c’è, è una piaga putrida, si diffonde ovunque in modo più che virale.
Sia in rete che altrove, intendiamoci.
Mi sono stancata di demonizzare (o di sentir demonizzare) lo webete di turno.
Chi non è portato a comunicare fuori dalla rete, ovviamente, non può essere un campione nel relazionarsi in rete. E, se solo è persona educata, resta un contatto virtuale, è bene escludere l’opzione di considerarla una probabile persona con la quale rapportarsi. Qui, spesso, cadiamo quasi tutti noi. Non basta essere educati e gentili per non essere malati patologici d’incomunicabilità perché, lo si ammetta, è una condizione davvero difficile da trattare questa dell’incomunicabilità.
La malattia è una patologia sociale ben più ampia e assai più complessa.

[…] Guardate com’è sempre efficiente,
come si mantiene in forma nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare. […]

(Wislawa Szymborska)

E, se lo capiva quel genio di Wislawa Szymborska, poetessa che ha ricevuto un Nobel,

donna pragmatica e che non conobbe i Social, io mi dico che ha ragione anche il

Professor Vittorino Andreoli, neuropsichiatra di fama mondiale, quando afferma che

siamo una popolazione di malati.

http://www.huffingtonpost.it/2013/08/06/vittorino-andreoli-intervista-italia-malato-psichiatrico_n_3712591.html

 

[Resta inteso che, di Andreoli, ho adorato più di tutti la saggistica sull’incomunicabilità e

credo di dovere a questa le mie idee.]

Il Social Network in mano a persone incapaci di comunicare? La via più facile da seguire.

Gente che si nasconde dietro Messenger con tutto il suo fadello di paure, gente che non si

accetta ma vorrebbe essere differente, gente che – sulla Timeline virtuale – proietta

un’immagine di sé altrettanto virtuale, per compiacere il proprio ego, per superare il

timore di non apparire piacevole, per tenersi a distanza, per non correre rischio alcuno.

Gente che (si) disegna raccontando a sé e agli altri un personaggio mai esistito nella

realtà.

Si è provato a discutere di questo con un post di Massimo Arcangeli:

“Due giovanissimi romani che smanettano sui loro smartphone.
– Ma perché scrivi ‘ste cose?
– Aoh, e me diverto. Si te odio è più figo.

L’odio come reazione alla noia. Terribile. Se fosse un virus mortale, al punto cui siamo arrivati, si ha l’impressione che potrebbe decimare l’umanità. In realtà, se ti sembra che ti odino perfino alcuni vicini di casa, e se non ti odiano ti guardano con sospetto o ti ignorano, e non ti salutano nemmeno più, o lo fanno solo quando è inevitabile, alla base di tutto sembra esserci una sostanziale incomunicabilità. Siamo un po’ tutti immersi in un mondo silenzioso in cui, sempre più chini sui nostri cellulari, dimentichiamo il resto, possibili interlocutori compresi (e mi ci metto anch’io). Comunicare costa, esige impegno, e se non comunico, alla fine, posso arrivare a odiarti anche mio malgrado. E trovarlo divertente.”

La mia risposta è stata, come prevedibile, quella di chi sposta l’attenzione: dal pc o dallo

smartphone, sono andata a coloro che lo usano. Noi, soggetto pensante, che abbiamo fra

le mani un oggetto e, dunque, la responsabilità piena senza giustificazione alcuna.

Provo a spostare le carte in tavola, non tutte.
L’incomunicabilità è il male vero e il mondo digitale rappresenta un ottimo palliativo.
A volte penso che l’umanità, negli ultimi decenni, si sia ammalata d’incomunicabilità per enne ed uno mila ragioni, gli smartphone o i pc sono solo una copertura. Massimo, chi vuole, si incontra e oltrepassa la timeline per approdare alla reallife: nonostante gli impegni, nonostante tutto.
La paura, la psicosi del rifiuto, il sentirsi inadeguati, il non riuscire ad accettare rischi nè responsabilità ci paralizza ogni possibile comunicazione.
Così fingiamo di non amare, nascondiamo gli affetti quasi fossero una debolezza, non salutiamo, non mostriamo alcuna partecipazione emotiva.
A lungo andare, a furia di nascondere le nostre emozioni e i nostri sentimenti, siamo diventati quasi prigionieri di noi stessi.
Gli smartphone sono cose per comunicare e – di fatto – veicolano la nostra patologica incomunicabilità attraverso l’uso sbagliato che ne facciamo, prendendoli e smanettandoci per proiettare l’immagine che vorremmo avere di noi. L’odio, il distacco per reagire alla noia che nasce e dilaga dalla nostra solitudine (una solitudine da numeri privi, non primi) ci porta a questo uso sbagliato e noi li trasformiamo in palliativi.
Il nostro io è una frontiera limitata sulla quale ci abbattiamo.
E, intanto, la moltitudine costituita dai più è sempre più priva di tutto.
L’umanità si sta disumanizzando perchè – se l’uomo è un animale sociale – non deve cadere nell’inganno di essere solo animale da social. Nel digitale manca il contatto, la voce, il sorriso, la spontaneità, l’immagine e chissà quante altre sfumature fondamentali. Tutto si riduce a un asettico scambio, nel caso migliore.
Chi ha voglia d’incontro, di confronto, di costruzione di rapporti prolifici e realistici, pagando il prezzo del mettersi in discussione e affrontandone il rischio (che è parte ineludibile) si ritrova fuori da qui e getta le basi per una comunicazione vera.
Alcuni di noi ci sono riusciti, almeno.
L’utilità dello smanettare c’è ed è l’abbattimento delle distanze, non la costruzione di altri muri.
(Qui ci stava un punto esclamativo ma non lo metto).”*

Ecco: la tecnologia come abbattimento spaziotemporale, sì, mi è utilissima.

Un pc o uno smartphone, se diventano un filtro attraverso il quale mi nascondo per

evitare la realtà, non mi piacciono più. Dopo mesi e mesi, almeno io, ho bisogno di

stringere un contatto non da malata, da ricoverata in camera sterile, non sono in

rianimazione. Ho bisogno di un contatto reale.

E che sia “cum tatto” – s. m. [dal lat. contactus -us, der. di contingĕre “toccare”]. – 1. [il toccare, il toccarsi di due cose o persone] ≈ accostamento, aderenza, unione. ‖ adiacenza, contiguità, vicinanza.

Le barriere si abbattono, non dobbiamo usare un Social per ergerne di più alte e per poi randomizzarle pericolosamente: a quel punto sarà una macchina ad aver vinto su di noi.
Sarà un marchingegno, usato male, attraverso il quale cadremo vinti, senza neanche aver capito, su un piccolo campo di battaglia che è il nostro io.

A fare la differenza siamo sempre noi, non lo dimenticherei.

Voglio sapere come sta qualcuno? Lo chiamo, ci metto anche la voce. Magari faccio pure prima, faccio anche una sorpresa piacevole, certamente più piacevole di un rifiuto e del diniego proprio perché tutti sono assillati da questa distanza.

Il coraggio di esprimersi è un gesto rivoluzionario, soprattutto in un mondo nel quale ci si lascia trasportare dalla corrente per i like e per il random col quale, questo aggeggio, funziona. Hanno un bel dire quelli che affermano “A me non interessa dei like” perché, di default, è così che si muove il sistema tecnicamente. Massifica, randomizza, generalizza.

Con la mia amata amica Cristina Bove, artista e poetessa straordinaria, esprimo spesso alcune considerazioni sull’umanità.
“La maggioranza dei numeri privi” è una delle sue battute più belle, parafrasando Paolo Giordano.

Siamo un gruppo di persone prive di valori, senza neanche più i numeri necessari.

[…] Come ci si sente stupidi a pensare a tutto il tempo che sprechiamo a desiderare di essere altrove. […] I numeri primi sono divisibili soltanto per uno e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari. […]
(Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi)

Eccoci, sospettosi e solitari, senza essere neanche numeri primi. Così siamo davvero da ricovero, ha ragione Andreoli.

* “La solitudine del punto esclamativo”, Massimo Arcangeli: chissà che, anche il punto esclamativo, non si senta solo in questa standardizzazione dell’umanità, non solo nel Social?

 

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Vaga_mente ripercorro col pensiero questo ultimo anno ed è proprio il caso che
lo ammetta: vaga, la mia mente vaga da un episodio all’altro, passa attraverso la demagogia e l’indifferenza dei più, si fa largo, prende distanza e s’arresta.
Di colpo di_vaga la mia mente e, senza alcun sotterfugio, non mente; concedetemi
il gioco di parole: in cambio vi concedo il beneficio del dubbio.

Un anno fa eravamo spauriti e letteralmente flagellati da un sisma che, ad oggi,
non ha solo devastato il centro Italia ma si è replicato in altre zone.
Eravamo preoccupati ma si sperava di rialzare la testa, nonostante disoccupazione,
migranti, pseudo politicanti, banche e chissà quali (e quanti) altri guai.

Ora abbiamo perso anche la forza di combattere e sembriamo annichiliti: siamo
una popolazione senza terra, senza futuro, senza gioventù, senza risorse e – peggio –
senza speranza. Siamo catatonici, neanche lo pensiamo più il domani, siamo talmente invischiati nella fanghiglia di un oggi che ci ha inghiottiti come sabbie mobili.

Il terrorismo e il business – in nome di qualsiasi credo – sono in netto vantaggio anche e soprattutto per l’ignoranza e per l’arroganza che, ahimè, ci ha resi miopi, vittime di
noi stessi; ciò avviene mentre giochiamo squalificandoci fra noi a figli di un dio minore.

Perché siamo abusivi – nel senso letterale, abusiamo – di tutto: di risorse e di umanità. Persino dei nostri limiti e di noi stessi siamo riusciti ad abusare come se, fregandoci da soli, avessimo dimostrato chissà quanta sapienza ma, ad ora, è prevalsa l’insipienza.

“Che strano: credevo ci fosse differenza fra reperibilità (retribuita ma stabilita), beneficenza (gratuita ma scelta) e arresti domiciliari (non graditi ma obbligati).
Devo rivedere io la lingua italiana, o mi confermate voi che sono tre condizioni completamente differenti?”

Questo scrivevo un anno fa, dopo alcune considerazioni personali su come certi scambiano la generosità altrui per qualcosa loro dovuto.
Risaputa la risposta, non si dovrebbe fare niente con delle aspettative precise, non se
impreparati all’ingratitudine, anzi si dovrebbe fare per essere sereni col proprio sé.
Però, la sola buona educazione, vorrebbe potessimo ricevere almeno la minima solidarietà.

Per questo, non senza soddisfazione, mi sono liberata da alcuni parassiti fautori dell’opportunismo più becero e meschino.
Mentre stiamo andando un po’ tutti alla deriva, prima che l’approdo certo scompaia del tutto, si avvisa i naviganti che – a me – s’è ristretto il mare.
Io nuoto bene, salvagente o no: gente, salvatevi voi che, a me, ci penso io.

“Io sono un maestro nel parlare tacendo,
ho parlato tacendo per tutta la mia vita
e ho vissuto delle vere tragedie dentro me stesso tacendo.”
– Fëdor M. Dostoevskij –

 

 

copertina Malaisi

C’è un tempo per tutto, c’è un luogo per qualsiasi cosa: anche se nessuno ci ha avvertiti.

Perché? Ma perché ogni individuo è un potenziale incontro e ogni incontro può rappresentare un regalo sorprendente, un privilegio.

Questa, in estrema sintesi, è una delle poche consapevolezze che, nei miei ormai quasi cinquant’anni, mi hanno convinta.

Ed è stato esattamente casuale il mio incontro con Barbara Malaisi, autrice di questa opera – ma non solo – avvenuto durante l’edizione di “Futura Festival 2017”, dove sono andata per rivedere l’amico e noto linguista Massimo Arcangeli.

Ascoltando Arcangeli, infatti, ho ascoltato anche Barbara Malaisi e, affascinata dalla presentazione del suo libro, l’ho comprato subito, seduta stante, scoprendo pure che siamo molto più vicine logisticamente di quanto non immaginassi.

Così è cominciato tutto: un “approccio” che il caso mi ha preparato come un dono.

– Buffa la definizione di approccio /a’p:rɔtʃ:o/ s. m. [dal fr. approche, der. di approcher “avvicinarsi”]. – 1. a. [tentativo di entrare in rapporto con una persona] ≈ abbordaggio, abbordo, avvicinamento, contatto. b. (estens.) [proposta amorosa] ≈ avance. 2. (estens.) [modo con cui si affronta lo studio di un problema e sim.] ≈ criterio, metodo, ottica, punto di vista. –

In verità il mio non è stato un “abbordaggio” militare, né una sorta di corteggiamento, ovvio, e – ancor meno – lo studio d’una problematica: è stato un “incontro”, un “trovarsi”, uno scoprire con gioia di condividere idee.

Perché gioco con le etimologie e coi lemmi? Perché mi è piaciuto il metodo della Malaisi.

Dopo una prima parte introduttiva, “La magia delle parole” elenca un lemmario e analizza alcuni termini proprio attraverso le relative etimologie.

Non ho la presunzione di spiegare niente, sia chiaro, ma sono ben contenta di contagiare chi non ha ancora letto questo libro col mio entusiasmo. Confesso, anche, che Barbara Malaisi non sa di questa mia piccola iniziativa: io ci provo, spero non le dispiaccia.

Nella vasta bibliografia cui l’autrice si è ispirata, ad esempio, ho trovato molti autori che anche io ho particolarmente apprezzato e comincio, non a caso, con questa citazione:
“Sì, ogni parola è un seme, e il cuore dell’uomo il luogo in cui si deve posare. E’ lì, dentro di noi, che deve mettere radici, spezzare il tegumento dell’indifferenza, crescere, innalzarsi verso il cielo, trasformandoci da pongidi in creature colme di sapienza.”

(S. Tamaro – Ogni parola è un seme)

[Non pensiate ad un  ordinario copia incolla, mi chiarisco, le altre citazioni qui riportate sono solamente delle mie scelte personali.]

Il seme della Tamaro mi ha ricordato anche questi versi:

“Mi hanno sepolto,
ma quello che non sapevano,
è che io sono un seme.”

(W. Maathai, aka M. Arbol)

Credo profondamente nelle parole. Penso – come l’autrice e come Benni – che dobbiamo assomigliare più possibile alle parole che diciamo. Credo che il linguaggio scritto sia più curato del linguaggio verbale, come ci ha insegnato la grande Oriana Fallaci.

“Sei tutti i libri che hai letto,
e tutte le parole che dici.”

(E. Hemingway)

Insomma, man mano che leggevo, viaggiavo attraverso la riscoperta di autori che amo.

“Un vero viaggio non è cercare nuove terre ma avere nuovi occhi.”
(M. Proust)

Da subito ho pensato a Montale, inizialmente la sua silloge “Le parole” mi si è accesa come un faro.

“Le parole
se si ridestano
rifiutano la sede
più propizia, la carta
di Fabriano, l’inchiostro
di china, la cartella
di cuoio o di velluto
che le tenga in segreto;
le parole
quando si svegliano
si adagiano sul retro
delle fatture, sui margini
dei bollettini del lotto,
sulle partecipazioni
matrimoniali o di lutto;
le parole
non chiedono di meglio
che l’imbroglio dei tasti
nell’Olivetti portatile,
che il buio dei taschini
del panciotto, che il fondo
del cestino, ridottevi
in pallottole;
le parole
non sono affatto felici
di essere buttate fuori
come zambrocche e accolte
con furore di plausi e
disonore;
le parole
preferiscono il sonno
nella bottiglia al ludibrio
di essere lette, vendute,
imbalsamate, ibernate;
le parole
sono di tutti e invano
si celano nei dizionari
perché c’è sempre il marrano
che dissotterra i tartufi
più puzzolenti e più rari;
le parole
dopo un’eterna attesa
rinunziano alla speranza
di essere pronunziate
una volta per tutte
e poi morire
con chi le ha possedute”

(E. Montale)

E, sempre con l’amato Montale, ho pensato all’evoluzione della terminologia nel tempo. Inevitabile non citare anche “La storia” da “Satura”.

“La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.

La storia è anche benevola: distrugge

quanto più può: se esagerasse, certo

sarebbe meglio, ma la storia è a corto

di notizie, non compie tutte le sue vendette.

La storia gratta il fondo

come una rete a strascico

con qualche strappo e più di un pesce sfugge.

Qualche volta s’incontra l’ectoplasma

d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.

Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.

Gli altri, nel sacco, si credono

più liberi di lui.”

(E. Montale)

Qui ci sarebbe tanto da dire ma, di vero cuore, condivido perchè mi piacerebbe che, l’alchimia da me vissuta con “La magia delle parole”, fosse una conquista anche un po’ vostra.

Ho amato anche l’andatura con la quale Barbara Malaisi scrive apprezzando, non per ultima, la sua intelligente ironia.

“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.”

(I. Calvino)

Perché, ricordiamocelo sempre, le parole sono davvero potenti ed importantissime: così, da murakamiana convinta, quale sono, ho spesso pensato anche a questo scritto:

Le parole sono molto pericolose. Possono diventare una vera e propria arma. A seconda dell’occasione puoi ferire l’avversario ma anche te stesso. Io sono un professionista della parola, ma a volte mi fanno paura.”

(H. Murakami)

Eccovi, più o meno, il mio misero racconto e alcune delle molte nozioni riemerse proprio leggendo Barbara Malaisi; facendo il mio percorso di etimologia evolutiva con lei ho anche scoperto una nuova e simpatica amicizia che, auspico, possa consolidarsi attraverso un ulteriore cammino comune, fatto di molti passi.

Farsi un regalo? Perché no, visto che è anche in sconto e potete trovarlo su questo link:

https://www.ilgiardinodeilibri.it/libri/__magia-parole-malaisi-libro.php

attingete anche voi da questa magia.

Paola Cingolani,
24/08/2017

 

 

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Se si potessero fare programmi, io ne avrei già alcuni pronti in questa testa.
Con la fantasia sarei già oltre fine settembre, avrei già fatto tappa da Nicoletta,
avrei già un biglietto per Roma dove andrò – fosse l’ultima cosa che faccio – alle
scuderie del Quirinale per la mostra di Picasso. Anche da sola mi sta bene: l’ultima
volta, infatti, m’è andata in fumo perché sono stata così gentile da aspettare un
amico beota che ha beccato l’influenza.
E cosa gli dici?
“Cavoli tuoi, io vado per conto mio”. Però sembra brutto e, allora, aspetti. Il caso vuole che io stia ancora aspettando ergo, sarebbe anche parso brutto, però avrei dovuto dire
un bel “Cavoli tuoi, io vado da me, la febbre puoi tenertela tu”.
Poi c’è il sogno di Santorini: già, la voglia di andarci per la prossima primavera – o anche fine estate – sta diventando sempre più forte. Sarà il fascino dell’isola mediterranea persa
fra vento e sole, sarà l’attrazione per quella luce speciale che emana, sarà che il paesaggio mi piace particolarmente e mi porta a sognare il suo bianco e il suo azzurro, ma io ho così tanta voglia di andarci… è già da un po’ che ci penso.
Guarda il caso , la mia storica collega, sta per partire.
Dove va? A Santorini!
Certo: una combinazione che ha veramente poco di casuale. Mi sento come se qualcuno mi stesse mettendo il sale sulla coda.
Lei parte col suo compagno e sono contenta per loro, davvero.
Io mi vedrei là da sola: se dovessi immaginare una persona, con me, in questo viaggio – certamente – non saprei neanche dargli un volto.
Fra le tante cose che vorrei fare, questa visita a Santorini, è forse una delle più desiderate. Anche perché non posso aspettare di incontrare un rospo, da trasformare in simpatico principe azzurro, per farmi poi prendere sotto braccio, o per mano… no, mi pare tempo buttato via. Infondo, negli appuntamenti più belli della mia vita, c’ero sempre e solo io con me e questa faccenda la desidero realmente, non è la storia di Cenerentola.
Ora faccio sì che parta la mia amica, diciamo che la mando in avanscoperta, poi mi farò raccontare tutto, e – prima possibile – mi porto in vacanza a Santorini.
Sempre come se si potessero fare i programmi.

 

 

Occhi

Ho visto facce buffe
stupite
anche un po’ stupide
_sembrano tutte uguali
e dicono parole uguali_
già invecchiate male
spaurite
anche molto tristi

le ho viste guardarmi
stupite
anche un po’ stupide
_sembrano dei fantasmi
e si chiedono il perché_
fissano i miei occhi
vividi
ancora accesi di luce

le ho sentite chiedermi
stupite
anche un po’ stupide
_com’è che io stia bene
e al contempo sia sola_
m’osservano inebetite
curiose
con palese invidia

le ho viste cominciare
stupite
anche un po’ stupide
_i conti con sé sono cari
specie a cinquant’anni_
io sorrido fiera
avanzata
con grande tempismo

alle vostre belle facce
stupite
anche un po’ stupide
_vorrei tanto domandare
dov’eravate quando io_
ma non conta
divenuta
quella che sono ora.

Avevo solo diciassette anni e mi comportavo
sin troppo bene: ero fidanzatissima, fedele,
innamorata e, come ogni altra brava ragazza,
credevo che quella fosse garanzia per ottenere
lo stesso rispetto.
Mi sbagliavo.
Il rispetto lo si ottiene anche se si è delle carogne.
Solo, la differenza, la può fare l’individuo.
Così, quando lo capii, lasciai il mio fidanzato:
mi tradiva perché le scappatelle a sfondo sessuale,
per lui, erano da non considerarsi. Ovviamente, se
solo fossero state mie, sarebbero state una grave
colpa.
Ecco, questo mi pesò più di tutto, il suo tradimento
morale – prima che fisico – mi obbligò a vederlo non
più come degno di me. Io, donna, dovevo avere un
valore di possesso. Lui, uomo, era detentore di un
oggetto e non il mio amante.
Mi costò molto ma lo cacciai da casa mia.
Mio padre non mi diede torto (come avrebbe mai
potuto?) solo disse, fieramente, che la dignità mi
rendeva assolutamente inflessibile.
Lui, che mi conosceva più di tutti, aveva capito
quanto fossimo simili.
“Non calpestare mai la mia dignità, chiunque tu
creda di essere, altrimenti ti annichilisco.”
Così è andata la mia prima cinquantina d’anni.
Grossomodo.
Oggi incontro amici coi quali si usciva allora:
mi sento chiamare, mi vedo osservare, li sento
dire “Paola, caspita, sembri persino più bella di
prima, ma che hai fatto, hai un uomo, vero?”
Eh, dopo il mio ex matrimonio – roba di ventisei
anni fa – si suppone, si crede, si pensa, si indaga.
Bene signori, sono passati oltre trent’anni e voi
sembrate vecchi: tristi, soli, senza i figli accanto,
senza fiducia e senza più luce, opacizzati.
Come arrugginiti.
Non io e sapete perché? Per le ragioni che mio
padre aveva capito: la mia dignità mi ha resa del
tutto inflessibile.
“Non calpestare mai la mia dignità, chiunque tu
creda di essere, altrimenti ti annichilisco.”
Io stessa ho rispetto di me, per prima, quindi
è tutto apposto.
Voi che non avete avuto rispetto, né di voi né di
chi vi è stato accanto, vi siete ridotti male.
Ora mi fate sorridere quando mi guardate con
quelle facce – stupite e stupide insieme – mentre
mi chiedete quale sia l’uomo che mi spinge ad
essere più bella di prima.
Non c’è alcun uomo e questo mi potrebbe anche
dispiacere ma, se dovessi prendermi sulle spalle
il primo mediocre che mi capita a tiro, beh allora,
rifarei quello che ho già fatto a diciassette anni.
Solo che adesso mi stuferei prima: ho meno spirito
di sacrifico e più maturità.
Chiunque, oggi, potrebbe essere da me portato alle
stelle: dovrebbe solo dimostrare di possedere una
tale grandezza di pensiero che – allora – farebbe sì
un notevole slargo, in questa massa uniformatasi a
sé stessa.
Nel frattempo meglio io mi conduca da sola. Come
ho sempre fatto, a sbagliare siamo più che bravi da
no stessi. E, anche questo, lo diceva mio padre. Per
non darmi imposizioni e per sospingermi a pensare
con la mia testa, senza subire alcuna influenza.

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A un certo punto non respiri
resti immobile
a bocca secca
_senz’aria e senza più fiato_
anche la satira s’è fatta satura
vasi pieni
misure colme
_traboccano di maremoti_
la fronte imperlata si fa madida
occhi vitrei
bocca serrata
_ma il tuo silenzio grida_

Pandora scoperchia il suo gran vaso
_troppi hanno inflazionato l’amore_
ne parlano gl’infelici
lo spiegano gli oratori
lo narrano le vestali
_pare sia stato e sia ancora di tutti_
ma tu immobile
a bocca secca
senz’aria
senza luce
_col tuo silenzio urlante_
ti scosti
t’allontani
li osservi
ti domandi
perché mai
sono soli
sono tristi
eppure cantano l’amore?

 

A distanza di due anni la ripropongo perché – neanche a dirlo – è andata esattamente così.
C’è stato quel naufragio e più d’un naufrago s’è disperso. Io non sono fra loro. Io – come sempre – dalle onde mi salvo.
Questo lemma – ossia «anra» – si accompagna con il lemma «àncora»: insieme stanno a significare che ad oggi, io, trovo approdo.
Provateci anche voi, navigando con lo stesso stile da polena, non da illusoria sirena.
Non fatevi ingannare da Scilla né da Cariddi: un capitano coraggioso le attraversa senza lasciarsi ipnotizzare.
Nella mia vita scelgo il lupo di mare capace di riprendere il viaggio, solcando i marosi, proprio come faccio io.

 

 

lementelettriche


“La comunicazione, legge universale della convenzione, annuncia che non è più possibile alcuna comunicazione.”
Theodor Adorno

A volte è bene tagliare le comunicazioni sbagliate.
Quelle dove – per buona educazione e senso eccessivo dell’altrui rispetto – non ci rispettiamo più da soli.
Quelle in cui serve una specie di licenza per uccidere, perché le parole sono capaci di uccidere.
Quelle in cui c’è sempre qualcuno che viene illuso con troppe frottole dette anche per convincere noi stessi.
Quelle in cui si continua ad apparire irreprensibili mentre, ancora, c’è chi grida una silente vendetta.
Quelle in cui si mente sapendo di mentire.
Quelle in cui c’è un istrione ad attrarre immeritate attenzioni.
Io credo che dovrete temere tutti, prima o poi paghiamo il conto e non vi vedo esentati.
Ho passato un quarto di secolo soffrendo da sola: i migliori anni della mia vita li ho dedicati a mia figlia, alle…

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Sembra la lista di Auschwitz e Birkenau questa
con quell’ennesimo nome da spuntare pure oggi
il passato, la bella infanzia, le case dei miei giochi
_ luoghi senza memoria dove vive solo il ricordo_
numeri e date che si aggiungono a volti e a nomi
affetti che mi sono appartenuti e che diventano vuoto
_vuoto cosmico o vuoto pneumatico, dilla come credi
chè tanto luce, elettroni e fotoni sembra più strano_

vuoto ch’è assenza e incombe su ognuno in tanti modi
_distanza siderale che a volte è liberazione e altre no_

“Prendimi la mano figlia mia e accompagnami tu”
_via da qui vorrei ci fossi ancora tu con me peccato_
e l’ambivalenza di queste parole è rara e immensa
“Non posso venire con te ma mandami dei segnali”
_ chessò io una notizia, un dispaccio, fammi cenno_

restiamo in contatto e telefoniamoci ancora oggi, sì
_un modo lo troveremo anche se i fili sono tronchi_
probabilmente è quello che mi piace pensare adesso
morire un po’ meglio per morire un po’ di meno noi
e non penso che ai numeri: pure le date combinano

i miei più grandi amori sono quasi tutti particelle ora
_qui mi resta quella luce viola che non posso dire_
con la lontananza sempre più allargata alla misura
come il mio mare che m’abbraccia e m’accoglie laggiù
con lui ho stretto un patto d’alleanza segreto nascendo

09/ 08/ 2017

A Decio, a Lucia, a Angelo, a Roberto, agli altri…
e “Ciao Saverio” anche a te.

Così, più o meno.

Tiziana Campodoni - Blue moon

Un silenzio sospeso gonfio di non argomenti, un silenzio duro di frasi morte sul nascere, un silenzio pesante che non sapeva più dove spostare e più lo spostava più era stanca. Aveva un bel dire quello che sa tutto e sta in ogni anfratto di grigiore e mediocrità “si può dialogare con chiunque”… E fallo te! Ci si può svenare a parlare con chi non ha orecchi. Era preoccupata per i pensieri. Ogni tanto dava ai suoi delle parole su cui viaggiare come su un trenino, ma dopo poche fermate non li riconosceva più tanto si erano trasformati. Come mandare in giro un figlio sano, ricciuto, vivace e vederlo tornare smagrito, pallido, spento, ridotto a un manichino privo di vita. I pensieri vanno, non si sa dove vadano, a volte ne fanno germogliare altri, con quelli lei stava bene come stava bene con quelli che lasciavano sempre uno spazio libero…

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