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Monthly Archives: ottobre 2015

Nulla è cambiato.
Il corpo prova dolore,
deve mangiare e respirare e dormire,
ha la pelle sottile, e subito sotto – sangue,
ha una buona scorta di denti e di unghie,
le ossa fragili, le giunture stirabili.
Nelle torture di tutto ciò si tiene conto.

Nulla è cambiato.
Il corpo trema, come tremava
prima e dopo la fondazione di Roma,
nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,
le torture c’erano e ci sono, solo la Terra è più piccola
e qualunque cosa accada, è come dietro la porta.

Nulla è cambiato.
C’è soltanto più gente,
alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove,
reali, fittizie, temporanee e inesistenti,
ma il grido con cui il corpo
ne risponde
era, è
e sarà un grido di innocenza,
secondo un registro e una scala eterni.

Nulla è cambiato.
Tranne forse i modi, le cerimonie, le danze.
Il gesto delle mani che proteggono il capo
è rimasto però lo stesso,
il corpo si torce, si dimena e si divincola,
fiaccato cade, raggomitola le ginocchia,
illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.

Nulla è cambiato.
Tranne il corso dei fiumi,
la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai.
Tra questi paesaggi l’anima vaga,
sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,
a se stessa estranea, inafferrabile,
ora certa, ora incerta della propria esistenza,
mentre il corpo c’è, e c’è, e c’è
e non trova riparo.

Eugenio Montale scriveva “Si slitta”.

Cristina Bove – la mia musa amica – anche
scrive ” Il circo desolato delle mie acrobazie”.

Io, che non credevo di chiedere la luna,
– volere o volare –
mi trovo qui, con me, quasi da sola.

Ma attraverso il fiume dei coccodrilli
– mi snodo fra i paradossi –
oltrepassando il vuoto cosmico…

e dovrebbero farmi paura le nullità?
Si slitta, inutile voltarsi.

Nel corso degli eventi si verifica per noi tutti qualcosa che ci accomuna.
E’ che – solitamente – siamo troppo presi dalla miopia quotidiana del nostro Ego e neanche ci accorgiamo di sbagli importanti che potremmo evitare o del fatto che, gli altri, si potrebbero anche meritare qualcosa in più.
Ad ogni modo – così misteriosamente come è cominciato – il passaggio terreno finisce e questa è la vita.
Attraversiamo un percorso, soffrendo, scavalcando accidenti vari, finchè ci fermiamo.
Dalla solita porta siamo entrati e dalla solita uscita ce ne andiamo. Fra le due porte il solito corridoio fatto di accidenti, di contatti mantenuti, perduti… la rotta della vita.
Avremo navigato (non ha importanza quanto ma “come”) e – quando ci fermeremo – quel che resterà di noi parlerà e i nostri affetti testimonieranno se siamo stati capaci d’essere abili capitani della nostra barca, attraversando le numerose tempeste. Quel “come” si svelerà poi, per chi ha nutrito dubbi prima.

(Stavolta penso d’aver fatto bene. Sono stata un’intera giornata in viaggio pur di abbracciarti e di dimostrarti che io ci sono.
Naturalmente da sola chè è la mia condizione durante ogni momento più difficile.
E’ ancor più triste una città grigia, piena di policlinici e camere ardenti, se si è soli: spero di non doverla rivedere quella città. Non adesso. Un viaggio nel paradosso, ecco cos’è stato. E – se c’è una brava ad attraversare i paradossi da sola – quella sono io).

Ma questo è esistere: capire d’essere entrati, ricordarsi sempre che usciremo e – nel mentre – mantenere i contatti per non perdersi perché sono l’unica bussola finchè navigheremo, vivi, nel paradosso.

Poi è semplicemente come stessi cercando di “intercettare” qualcosa che – comunque – arriverà. Purtroppo.
E’ inevitabile: scavalca la mia volontà.

Sono qui, con la mia tastiera, dopo l’ennesima notte trascorsa come una stordita persa in un labirinto: la vita da adulti è solo questo, un cupo labirinto.
Caffè, sigarette, attese infinite e terrore – al contempo. Buio – così tanto buio – la compagnia della gattona, libri e musica. Ho i brividi – anche – che vanno ad aggiungersi al resto e mi fa male la testa. Pioviggina, poco.

Che mi chiamino e dicano cosa succede prima che questa morsa mi schiacci.
Che lui dica “Mio padre ha smesso di soffrire.” – magari.
Che la mia amica si operi e vada tutto bene.
Che la ragazza – ha l’età di mia figlia, cielo – e mi parlano d’una agonia senza speranza… dov’è dio?

Fottuta divinità che si livella all’imperfetto essere umano: la scemenza d’un dio a nostra immagine e somiglianza, mascherato, neanche fosse carnevale, da assassino… è una burla!

Che il mio amico sopravviva.
Che mio zio – vivo miracolosamente – sopporti anche la radioterapia.
Che nonna lo possa rivedere, prima di chiudere gli occhi per sempre. E’ suo figlio!
Che possa trovare pace e prendere un filo di fiato, anche io, magari per effetto d’un caso fortuito.
Che i miei “affetti collaterali” (quelli che hanno ricevuto da me qualcosa di buono) capiscano come io non apra il becco ma stia danzando al ritmo e cercando i contatti.


Prometto che dopo potrete ricominciare a raccontarmi le vostre favole. Sarò brava.
Se mi aiutasse il destino a sciogliere questa matassa intricata… sarei molto brava e vi lascerei persino dire.
Poteri stupire – in un modo o nell’altro – ed è quello che vorrei di più al mondo. Sì!

O – forse – dovrei starmene ancora con le mani in mano, aspettando l’arrivo tardivo del flusso di marea?
Che altro c’è in serbo per me?

Tempo t’invoco. Per tutto l’amore dell’universo mondo, ho bisogno di “intercettare” i miei “affetti collaterali”.

Stupirovvi.
Amovi.

Morgana
Non so immaginare come la tua giovinezza si sia prolungata di tanto tempo (e quale!). Mi avevano accusato di abbandonare il branco quasi ch’io mi sentissi illustre, ex gregis o che diavolo altro. Invece avevo detto soltanto revenons à nos moutons (non pecore però) ma la torma pensò che la sventura di appartenere a un multiplo fosse indizio di un’anima distorta e di un cuore senza pietà. Ahimè figlia adorata, vera mia Regina della Notte, mia Cordelia, mia Brunilde, mia rondine alle prime luci, mia baby-sitter se il cervello vàgoli, mia spada e scudo, ahimè come si perdono le piste tracciate al nostro passo dai Mani che ci vegliarono, i più efferati che mai fossero a guardia di due umani. Hanno detto hanno scritto che ci mancò la fede. Forse ne abbiamo avuto un surrogato. La fede è un’altra. Così fu detto ma non è detto che il detto sia sicuro. Forse sarebbe bastata quella della Catastrofe, ma non per te che uscivi per ritornarvi dal grembo degli Dei.

Eugenio Montale

Mendicante: povero, indigente, questuante, accattone, barbone, bisognoso, pezzente. E ci sono altri sinonimi.
Ecco, quando devi mendicare la risposta semplicissima di una persona come te (dove sul “come te” c’è un abisso che si apre) direi che oramai non esistono più scuse.
Non c’è casualità, non può essere una combinazione: le combinazioni si chiamano così perché si verificano una tantum.
– Qualsiasi essere umano si permetta di (mal)-trattarti in questo modo merita… niente: di che stavo parlando?
Devo essermi distratta, solitamente non parlo del nulla.

Divento ferrea nelle situazioni come questa. Quando – cioè – qualcuno pretende di decidere al mio posto senza neppure darmi il diritto di replica o – peggio – se c’è chi crede di conoscere il mio pensiero.
I processi alle intenzioni mi indispongono così tanto che mi allontano, non ci posso fare niente, non potrei neanche volendo farci alcunché. E’ perfettamente inutile scrivere sull’acqua.
Nei S.N. – come nelle comunicazioni di piazza – è anche più facile svelare le tendenze umane a (mal)-trattarti o a (mal)-giudicarti. Ed è più semplice poiché scripta manent, cosa della quale si è soliti tenere poco conto.
L’estremo errore commesso dai più è la superficialità (Oscar Wilde resta sempre attuale).
Nella massa – fra i più – si intravedono le caratteristiche della gente.
– I semplici sono trasparenti e diretti, soprattutto sono costanti e non tendono a nascondersi. Sono diretti e puliti. Posseggono un chè di puro, di cristallino.
– I complessi non è detto non siano altrettanto limpidi.
– I contorti sono i più pericolosi. Si nascondono dietro ad un bon ton falso come le banconote del Monopoli.

Noblesse oblige è il concetto difficilmente condivisibile per chi si ritiene maestro di vita. I liberi docenti della polemica, della critica e del (mal)-giudizio sulle altrui faccende – soprattutto senza conoscerle – abbondano. Personaggi strani, non riescono a togliersi la maschera da supereroe e necessitano d’un trono su cui appollaiarsi comodamente.
Forse hanno bisogno di aggrapparsi a qualcosa disperatamente e non accettano gli altri, non c’è posto nel loro Ego, è il limite sul quale si fermano, è la frontiera dove cadono abbattuti. Il loro Sé.
E’ probabile, come è anche probabile io stia sbagliando analisi. Non posseggo sfere di cristallo ed è per questo che ritengo il dialogo la soluzione fondamentale, ancora. Ma il dialogo vede più d’un interlocutore così, quando non c’è chi dovrebbe rispondermi, mi scrivo addosso riflessioni come questa. Eppure.

 

e s’apre l’anima
ogni volta che può r-accogliere
– sente d’abbracciare l’universo mondo –
è lampo di felicità tradita
che svanisce
subito

 

 

Remo Bassini

L’ho vista che passava di fretta, la ragazza della mia età.
Non m’ha riconosciuto. Colpa anche mia: cuffia e occhiali da sole e barba lunga e sempre più bianca.
Cinquant’anni, elegante, guardava davanti a sè: nulla di buono all’orizzonte.
Avrei voluto dirle, Fermati, avrei volevo dirle, Guarda che oggi è una bella giornata,
avrei voluto dirti…

Ricordi?, era un sabato di tanti anni fa, ed era un giorno uguale uguale a oggi: d’inverno, ma che sa di primavera.
Uscimmo, s’era in cinque.
Fu un bel pomeriggio, tra i viali e le strade di periferia.
Tu e altre due compagne di scuola, ultimo anno delle superiori, a braccetto; dietro a voi e di fianco a voi, io e quel mio amico strano e distratto, che è , quel mio amico, un ricordo grigio, oggi. C’era, sì, era con noi, ma aveva altro per la testa, e non vedeva né voi né…

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_____sal-ti
__as-sal-ti e
_____sal-ti-nbanchi
ma non sempre
_____sal-tuaria-mente

_____sal-t-water
– mare o lacrima –
sono identici

chè il mare svela
come la parola
e la lacrima depura

è la lacrima salata
– la vita
che ti spoglia

come la parola
s-maschera
ogni rotta

ogni direzione
sveste la ciurma
della finzione

_____sal-ti mortali
l’esistere
finchè si naufraga

_____sal-t-are
con giusta continuità
_____sal-va l’umanità

La materia è luce
– dici –
m’illumini d’immenso
– dico –
sorridendo m’accendo

– percepisco –

infinito moto e divenire

lucciole e favole
a far ardere
l’universo mondo.

Sono stanca, più che stanca. E sono stanca pure di essere sempre stanca per qualsivoglia cavolo di cosa chè, alla fine, hanno sempre tutti ragione. Soprattutto chi non ne ha affatto. Quando è così pigliatevela, basta che siate contenti e ve ne andiate distanti. Possibilmente decidendovi in fretta e senza tornare. Ho bisogno d’aria. Mi avete quasi soffocata con le vostre lagne da quattro soldi, sì, quattro soldi valete. Non sapete neanche emulare i tradimenti di Giuda. Siete dei pivelli al suo cospetto: almeno – lui – s’è dato un valore pari a trenta. Voi vi siete svalutati. Ventisei denari in meno costate. Alla gratuità vi manca appena un capello. Che non sia mio! Non ho mai rinfacciato nulla ma sto cominciando a soppesare perché la pena è inevitabile ma la lucidità resta necessaria. Ballo al ritmo, senza perdermi. C’è chi sta attraversando guai ben peggiori e mi riserva un trattamento assai più dignitoso. Non si può essere così incoerenti. Quello che la gente mi fa è quello che io permetto. In sintesi – come disse nonna in una situazione analoga – per voi non c’è più permesso. Anche perché mi sento sporca e correa guardando le vostre nefandezze e onestamente non ho più voglia di giustificarvi. Fallimenti umani che io ho aiutato a tirarsi fuori dalla melma, dopo un anno, sguazzate ancora nella stessa fanghiglia beati e, scusate, voi dovreste valere più di me? No, neanche per idea. Giuda era più avanti di voi di almeno ventisei monete. Vince Giuda 26 a 4, credetemi.

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