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Monthly Archives: novembre 2017

Tiziana Campodoni - Blue moon

Fermasti l’azione tacendo

non ti piegasti alla domanda

era un inganno.

Togliesti lo sguardo da quegli occhi vogliosi

di regressione e di carpire l’intimità profonda

di un sentire integro, generoso, diverso

vogliosi di rubare quel che non si può prendere

attraverso un rigido responso: o sì o no.

O tu, o lei. Non c’era risposta possibile.

Ti chinasti sul silenzio che dilata gli assoluti,

che distende le domande stringenti

quel silenzio che aumenta lo spazio e allontana i predatori.

Lei ti guardava. Nei suoi occhi l’orrore muto.

Non poteva ribellarsi, urlare, piangere.

I saccenti avevano interpretata la rocciosa legge.

Era colpevole. Dicevano. D’amore. Lei sola.

Segni facevi per terra con il dito che non puntasti.

Larghi e lenti segni, attenti accurati ma dai fatti distolti,

scrivevi sulla terra, ripiegato nel silenzio

come un folle segue il suono di parole non dette

come un visionario segue

il linguaggio alato di un’umanità…

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D’istruzioni per l’uso e per il conseguente abuso della gente che s’incontra, di quelle persone disponibili, quelle che vengono scelte come foraggio per le personalità malate di narcisismo.
Complimenti, belle parole, falso interesse e un’immagine assolutamente irreprensibile (potendo anche altolocata ma intrisa di finta umiltà) et similia.

Chi non è in malafede corrisponde, soprattutto se empatico, ed è a questo punto che i narcisisti cominciano a incassare il guadagno del quale si arricchiscono, il nutrimento, la linfa vitale per il loro essere infelici e disturbati.
I narcisisti – uomini o donne che siano – attingono energie positive dagli altri per poi completarsi, fagocitano tutto quanto sia possibile ma tenendo comunque distanza costante e non concedendo mai niente. Mai.
Sono persone avare di emozioni (ne sono prive) ma prodighe di sceneggiate (anche molto iraconde, a volte) purché loro sia il centro dell’attenzione – nel bene e nel male – persone che misurano parole, opere e presenze, scomparendo per poi tornare, servendosi del tempo a mo’ di elastico.

Questo è il paradosso narcisistico: prendere tutto, non dare nulla e aumentare gradatamente le distanze, senza mai concedere ascolto né vicinanza. Senza neanche abbandonare: chi li crede resta una loro riserva costante e – di ciò – fanno tesoro.

Quando v’imbattete in tali personaggi, siate coraggiosi, non chiedete loro di tagliare per interrompere tutto questo: non accadrà mai. Non è nel loro interesse. Siate voi stessi la vostra sola ed unica motivazione. Chiedete aiuto se non riuscite (perché è la vostra fragilità su cui fanno leva) ma portatevi in salvo. Sciogliete quei fili, slegatevi, riprendetevi la libertà.

E, senza alcun dubbio, ricordatevi di essere colorati, di amarvi di più, di rafforzarvi l’autostima in quanto – dove c’è una personalità narcisistica – dev’esserci anche una personalità troppo disponibile al sacrificio. Imparate che la giusta misura è la maggiore delle virtù umane, fate una scelta che vi dia più consapevolezze, siate meno pronti ad accettare anche le cose che non vi piacciono.

[Essere meno accomodanti è un ottimo antidoto per tenere distanti tutti coloro che vagheggiano come Boccadoro ma pescano in stile Narciso. Che Hermann Hesse mi perdoni, ci conto.]

Per dire di saper amare il prossimo (solo amare non basta) – prima di tutto – bisogna saper amare se stessi: non c’è cosa più saggia del prendersi cura di sé nella giusta misura. Senza la smania di primeggiare ma anche senza sottovalutarsi.

Se c’è un ostacolo lo si supera, ma qui parliamo di un blocco e, in quanto tale, va rimosso.

Non si rimuove invece, né guarisce mai, una forma patologica conclamata e compulsiva: insomma, alla fine, la peggio tocca ai narcisisti.

Con buona pace di ogni loro vittima, precedentemente ben manipolata.

 

 

 

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Che il male sia banale, come concetto in sè, in quanto negativo e insulso, s’è detto a iosa.
Che farsi male è più semplice di quanto credessimo – probabilmente – va specificato bene.
Ci sono molte maniere di farsi del male: lasciare che ci si tratti per come non siamo, come non vogliamo, senza opporre resistenza alcuna, è una forma di masochismo.
Bisogna evitare categoricamente le energie negative e i portatori sani di influssi malefici.
Siano essi uomini o donne – per me – è irrilevante.

“Quello che ti do
me lo do
Quello che non ti do
me lo tolgo”
[Alejandro Jodorowsky]

 

Essere generosi, dare ascolto e supporto, è qualcosa che arricchisce sia chi riceve che chi elargisce.
Allo stesso modo, non prestare attenzione all’interlocutore, impoverisce di valore umano e dilapida completamente l’interesse verso noi stessi, svalutandoci su un doppio fronte: nessuno resterà accanto a chi lo priva di considerazione. Il masochismo è una patologia psichiatrica, è necessario lo si dica in modo lapalissiano.

 

Sopportare non serve a niente: a furia di reprimere si finisce per esondare causando irreparabili danni, come quando crollano le dighe dopo la piena, la tolleranza ha limiti ben precisi, bisogna ricordare di essere umani e non divinità.
Anzi, anche Achille, il dio della forza per eccellenza, quello decantato dalla mitologia, avrebbe avuto bisogno d’un bravo podologo poichè il suo tallone era fragilissimo e – solo questo – lo rendeva vulnerabile.
Figuriamoci quanto possiamo essere limitati noi che non rientriamo nell’archetipo dell’eroe.

Farsi (e fare) del male significa dare senso compiuto alla stupidità e alla cattiveria: io, per questo, non ci sto.

Non ci sto a questa meschina litania collettiva, dove si piange accorati per salvare le apparenze, mentre si è intenti a calpestarsi senza pietà: non m’appartiene, io esisto e sono altrove. A distanza siderale.

Non m’interessano gli uomini – intesi come persone, quindi anche le donne – stupidi, meschini, malvagi, falsi come i soldi del Monopoli: gente al cui cospetto impallidirebbe lo stesso Giuda.
La violenza è quella verbale, quella dove – con frecciate al vetriolo – si vuole colpoferire.
La violenza è quella morale, quella dove – arrogandosi diritti maggiori – si decide tutto.
La violenza è quella psicologica, quella dove – come la goccia cinese – si scava nell’altro.
La violenza è quella sottile, quella dove – insinuandosi lentamente – si avvelena la gente.
La violenza è quella di chi manipola l’altro piangendosi addosso e fingendosi vittima.
La violenza è quella di chi usa le mani e, forse, è la più stupida e la più palese da capire.
La violenza – in tutte le sue mille maschere – è quella che colpisce, alle spalle se fatta di cose taciute, in faccia, apertamente, se operata in modo palese.

 

A chiunque si vorrà sentire vittima con un paio di scarpette rosse, senza sapere di cosa sta esattamente parlando, descrivendo stati d’animo che – solo chi ha conosciuto quel dolore potrebbe raccontare – chiedo il favore di non fare del protagonismo: sarebbe come farsi del male rendendosi un individuo stupido, sarebbe come fare del male a chi tace dignitosamente.

Alle donne, accorato e forte, il mio personale invito: non vinceremo mai nessuna vera battaglia civile fino a quando ci comporteremo in modo sbagliato le une con le altre, predicando bene ma razzolando molto, molto male. Rotte, rotte sono le scarpe di chi non conosce solidarietà, inutile indossare o mostrare quelle rosse chè – un simbolo – non risolve ma la volontà è miracolosa, il carattere serve assai di più.

Io, le scarpe rosse e col tacco, solo se sono di moda e mai per piagnisteo: piuttosto vivo ogni giorno scegliendo e mettendomi in gioco, risultando più sgradita perchè più sincera, però – finchè crediamo di risolvere con un paio di scarpe il problema del farsi (o del lasciarsi fare) male – suppongo che non arriveremo da nessuna parte.

Donna o uomo che tu sia, non solo un giorno all’anno ma sempre, rispettami.
A condizione di reciprocità.

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La massa è ricettiva dell’immagine
poco più o poco meno
non certo del pensiero
dunque m’è negato tutto
anche l’opportunità di biasimarla

Il singolo percepisce scegliendo
non è detto nè scritto
segua il giusto criterio
de gustibus mi nega tutto
specie il diritto d’imporre volontà

La massa coglie ciò che proietta
_neanche sempre
e ancora meno bene_
infinite sembianze vaghe
che si mescolano confuse
rette parallele nello spazio
d’incontri mai contemplati

“Mille vecchiezze per una”
Paola Cingolani
21/11/2017

Sto emergendo dalla nebbia.

 

Stento a rintracciare un volto

_anche per me stessa latita_

al di qua del rimpianto

al di là del passato

oltre ogni più vivida immagine.

 

Resto come fossi spazzata via

in un altrove senza dimensioni

dove a fatica _la sopravvivenza

compie sporadici tentativi_

regolarmente tutti vanificati.

 

Sabbie mobili affamate _ora_

mi stanno fagocitando viva.

Arranco per poi aggrapparmi.

D’un tratto sento una mano

prima m’afferra  poi mi salva

_è come fossi fatta di gelo_

scivolosa ma tenace soluzione

e sono appesa alle mie braccia.

“Mille vecchiezze per una”
Paola Cingolani
20/11/2017

Io ho fatto il giro inverso
tutte le donne _vecchie_
camminavano stanche
verso una bambina che
s’è appena data alla luce.

Mi sono rimessa al mondo.

Ero sempre stata dura
_anticonvenzionale e
persino loricata_
per un’autodifesa
vana
oppure necessaria
ora
spiegare non lo so.

Qui c’è luce di luna viola.

Paola Cingolani
20/11/2017

Io ho fatto il giro inverso
tutte le donne _vecchie_
camminavano stanche
verso una bambina che
s’è appena data alla luce.

cristina bove

via dai  giardini dell'eden  wp - by CriBo

sono passate tutte
le bambine del mondo
e dentro me
stanno imparando l’arte d’invecchiare

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Paola 16 11 2017

Perchè io _la domanda rimbomba nella mente_

dove solo il pensiero diventa risposta alla prece

le ipotetiche riflessioni s’accavallano

ondate d’una gran tempesta marina

finchè afferro la mia probabile idea

voglio veramente sapere che c’è dopo il buio?

perchè io _non credo questa sia la soluzione_

i ciclici languori della replicante

susseguendosi come i cavalloni

ora s’infrangono sulla mia riva

perchè tu _sei vuoto cosmico e pneumatico_

un buco nero che mi stava per fagocitare

non avrai più il mio sorriso

nemmeno l’hai spento

e non conta se capirai.

Luglio2017

Cinque giorni fa ho detto che nella vita ci sono due grandi “P”.
Preziosa.
Precaria.
Ora ne aggiungo un’altra, di “P”.
Paradossale.
Posso – quindi devo – arrivare alla quarta “P” fondamentale nella mia esistenza: “Paola”.
La morte improvvisa della mia amica mi ha fatto arrivare a questo: la vita è preziosa perchè precaria. Spesso paradossale, tutto sembra un grande arcano ma – a guardarlo bene – è proprio quando ci sentiamo appesi a un filo che dobbiamo trovare la forza di guardare le cose diversamente.
La ricerca del senso della vita va condotta dentro di noi. Ed ecco che arrivo a Paola, la mia quarta lettera “P”.
Ho il dovere di dire con onestà le cose che penso, anche per questo – in molti – mi apprezzano. Non ho energie da spendere inutilmente, nel tentativo vano di convincere un altro di come sono o di come non sono. Che mi veda come vuole, ha il diritto di vedermi anche come il diavolo in persona e di evitarmi, è padrone del suo libero arbitrio.
Però non mi deve nuocere, non ha questo diritto.
Se decide che io sono una persona da evitare, mi deve evitare, e basta. Deve dirmi “Io non mi rapporto bene con te per questo e quest’altro”, ne prendo atto, saluto cordialmente e amici più di prima.
Non è che io debba arrivare a leggere nel pensiero e nei comportamenti – spendendo tempo dunque vita preziosa – ascoltando i giudizi di un individuo che mi attribuisce torti asseconda di quelle che sono le sue convenienze.
Non se è stato “parzialmente sincero”, non se è stato disonesto intellettualmente perchè – sia chiaro – accetto consigli o insegnamenti solo da chi è migliore di me.
A farmi etichettare malamente (da chi mi dovrebbe solo ringraziare per essere stata più onesta di lui?) non ci sto.
E – mi sembra sia giusto e lecito – io abbia il diritto di arrabbiarmi là dove si è offesa la mia intelligenza.
Questa dell’indignazione è la reazione più umana di chiunque scopra un affronto morale.
Ma, considerando come io non intenda campare male (dando liceità di ferirmi a chi è più scorretto di me) smetto anche di arrabbiarmi. Chiudo in credito, perchè sono in credito di verità.
Non si può condividere un ragionamento, anche minimo, con qualsiasi persona avvezza ad alzare muraglie: inutile dispendio di buona fede; ormai – le prove di cui dispongo a livello logico – sono schiaccianti.
Per non dire di quelle pratiche, inconfutabili.
Prove che mi sono procurata da sola, fingendo il nulla, come non avessi visto; invece ho visto, capito e atteso al varco.
Mi si è chiesto scusa per alcuni modi, si è fatto ricorso a giustificazioni umane, a un momento difficile.
Così – data la mia proverbiale bontà d’animo – mi sono detta di provarci.
La mia convinzione è che le scuse siano utili più a chi le concede che a chi le chiede.
Se chiedo scusa e m’impegno a non reiterare sono onesto.
Se chiedo scusa e non m’impegno affatto sono solo uno che punta a uscirne pulito: no – questo gioco – è misero.
Ho osservato e – dopo aver concesso – l’ennesima riprova:
concedere è un gesto di forza e non di debolezza.
Per-dono significa, nella mia scala di valori, ti concedo per dono, ti regalo la possibilità di dimostrarmi cosa sei realmente.
Ecco come mai dico che – se non ti scuso più – ho ragione.
Tu non hai che da fare mea culpa per esserti accostato a me con una verità scremata, certo, ma io sono talmente oltre, ormai, da percepirti come il falsario di te stesso.
Qualsiasi altro nanosecondo della mia vita è uno sperpero, di cui non mi voglio e non ti voglio più permettere il lusso.
Con dispiacere è a questo che sono giunta, ragionando.
E – a chi mi domandasse l’ovvio, perchè ci ho messo tanto – rispondo con altre due “P”.
Per Paola!
Perchè Paola, quando raramente gira le spalle e i tacchi, lo fa sempre in pace con il mondo e dicendo a se stessa “Bene, tu sei stata sincera, l’altra persona era chiaramente in malafede.”
Mi fa ridere pensare che qualcuno supponga di avermi apposto l’etichetta di sbagliata: mi fa ridere dal momento in cui non immagina neanche dove io sia arrivata, per chi e perchè.
La spiegazione? Due “P”: per Paola.
Per continuare a dirmi che sono in grado di confrontarmi e di mostrarmi de visu, senza nascondere l’ovvio, che nascondere le dita sporche di cioccolato – io – lo facevo solo ai tempi dell’asilo.

La “p” di prevedibile, a quasi mezzo secolo, non la contemplo: la respingo fortemente al mittente con la “m” di miseria.

Transitare in questa vita – senza la verità necessaria – toglie ogni dignità a chi si ostina nel vendere fumo a tutti.

La morte della mia amica Antonietta, come già non lo sapessi, mi ha sbattuto in faccia altri pezzetti di una verità tanto agognata quanto implacabile. Non posso perchè non è ciò che voglio e, ogni cosa vissuta come una costrizione, scatena reazioni di rifiuto.

Figurarsi se accetto la responsabilità non mia d’essere quella sbagliata: andate a vergognarvi con coloro che non sanno regalarvi altro che plausi e consensi.

Gente che non ha capito quanto siate piccolini. Ipocriti a noleggio di click. Pedine che muovete abilmente, per mostrarvi migliori di come siete. Per continuare la mattanza d’anime con cui vi state nutrendo attraverso strascico e cianciola amplificati dalla rete.

“Eppure resta che qualcosa è accaduto, forse un niente
che è tutto”.

[ Eugenio Montale – da “Satura” ]

 

Paola Cingolani Due

Irrimediabilmente, Antonietta è irrimediabilmente morta.

Neanche sapevo che stesse male: da qualche mese non ci siamo sentite e,

all’improvviso, ecco il messaggio di Betta con la notizia terribile.

Un dolore lancinante.

Anche qui c’è da sottolineare come Betta avrebbe potuto evitare di dirmelo.

Le è costato molto superare l’orgoglio ma l’ha fatto e mi ha cercata.

Non m’interessa niente: io sono questa e ho scavallato ogni posizione, ho

afferrato la sua mano tesa e – proprio io e lei – ci siamo dirette a casa della

nostra amica per l’ultimo, tardivo saluto.

Di tanti che avrebbero potuto esserci – guarda il caso – c’eravamo io e Betta:

ha il suo bel perchè anche questo.

Non m’interessano le recriminazioni, i torti e le ragioni ma ho fatto quello

che solo Paola avrebbe fatto perchè la scomparsa d’una donna come me,

mia amica, è paradossalmente una sberla che o ti rimbecillisce, o ti sveglia.

Ho scelto di fare il mio meglio e così è stato.

Betta ha avuto ancora me vicina. Io ho avuto – come sempre – me vicina.

Antonietta, invece, è morta irrimediabilmente.

Alla nostra età, con due meravigliose figlie, un marito innamorato, una

famiglia che ti adora, amici cari, è ingiusto morire.

Betta, nel suo dolore, mi ha detto più volte

“Pà, Antonietta non doveva farmi questo!”

Io, nel mio piccolo, le ho risposto

“Non dire cazzate: credi sia stata contenta? Lei era così piena di vita, era

una portatrice sana di ottimismo, intelligente, bella e amava le sue due

ragazze.

Chissà come avrà sofferto, piuttosto, quando ha capito che cosa le stava

succedendo. Chissà che ha provato…”

E Betta, imperterrita, ha risposto (a me e alla sorella di Antonietta)

“Questa non posso perdonargliela: non doveva farmi questo!”

La sorella ha aggiunto

“Certo che stavolta non s’è regolata a farmi questo scherzo”.

Io ho ribadito

“Posso dirvi cosa vi avrebbe detto ora Antonietta, secondo me? Ma andate

un pò a quel paese.”

Così ho sorriso e le ho abbracciate, cercando di dare coraggio a loro

e, anche, di razionalizzare il fatto per me. Ci siamo strette davanti alla bara.

Giorni fa parlavo della morte con un’amica che ha perso il compagno.

Anche lei la pensa come me.

Non è colpa loro se sono morti. Ci fanno soffrire ma è automatico come questo

sia il solo caso nel quale non possiamo attribuire loro alcuna responsabilità.

Irrimediabilmente colpevoli sono quelli che ci fanno soffrire da vivi.

Irrimediabilmente!

Irrimediabilmente correi siamo noi che lo permettiamo.

Non mi interessa di perdere la calma nè di concedere considerazione a chi

non si merita niente.

La mia vita è tanto preziosa quanto precaria e se la spreco concedendo le cure

e le attenzioni alle persone sbagliate commetto uno sperpero assurdo,

il peggiore che io possa commettere.

Poteva starci Paola in una bara, al posto di Antonietta e, questa volta,

la figlia di Paola avrebbe perso l’unico genitore – anche imperfetto – che ha.

Sarebbe poi rimasta senza una sorella, senza una cugina che l’adora e una

zia come la sorella della mia amica Antonietta. Ora, mi viene altro da dire?

No. Dico solo che la mia faccia – quella che ho messo qui, sotto ai miei occhi –

deve irrimediabilmente guardarsi per specchiarsi e dire a sè stessa di andare

avanti come solo lei è stata in grado di fare da sempre. Irrimediabilmente.

In una cosa Betta ha ragione

“Paola, la tua concezione d’uomo è legata a quello che è stato tuo padre, sappi

però che di signori come lui – miracoli a parte – non ne troverai”.

Irrimediabilmente c’è solo un Mare.

Oppure ci sono le pozzanghere piene di parameci e lordume.

Misere, sono la vera miseria.

 

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