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Monthly Archives: marzo 2016

Le mie sono convenzioni assolutamente vincenti

– dissero ad un certo momento, dimenticandoti –

senza sapere che c’è da essere elastici, furono drastici.

Rispetto a senso unico perché solo loro arrivi: ci sta

– era ormai previsto e prevedibile senza difficoltà –

su un verso di poesia pura, vuoi più del grande slam?

Snobbare è ritenersi sempre dalla parte giusta, più su

– a me viene la vertigine da trono, mi lascio cadere giù –

distanze siderali ch’io conosco, cui esprimo diniego.

Sono della convinzione che non si abbia solo ragione

– s_noblesse oblige vossignoria! dal mio angolo perso –

dato di fatto oggettivo: sto bene nel mio micro universo.

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La poesia e lo spirito

Croci
Oh mio Me!
Gridò scombussolato Dio
qual è quel testo che mi fa tiranno e
mi fa rabbioso con me stesso in quanto
io sono tutto e tutti e mi suicido così per farmi pasqua
di bomba in bomba
di tomba in tomba. Oh my man! Tu pure figlio
che ti ho fatto da me multicolore e non monocolo
e pianti chiodi a croci e corpi _li feci come gli alberi_
nascevano dalle mie radici
alcuni sono me che mi uccido

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La poesia e lo spirito

Porta

Ti dirò tutto quanto
di questi miei anni
perdenti
ti dirò perché preferirei esser morta
e non dismessa
perché vorrei che la mia assenza
ti ricordasse
all’incrocio dei tempi miei supplementari
ciò che non dissi mai
per non ferirmi da me stessa.
Voglio
indossare un burqa riguardoso
restarmene nascosta
e il vero addio
scriverlo adesso nella luce scarsa
che già mi adombra il corpo
e lo sottrae.
Posso
negare ogni costanza
lo stare alla finestra
quando s’accende il luogo della festa
quando obbligata dalla lontananza
apro le braccia a stringere parole
un rapido respiro e l’aria intorno
intanto che s’appressa la scadenza.
E mi allontano
sai
per non sentirti chiudere la porta.

***

[immagine tratta da qui]

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Che io sia stata molto amata dai miei nonni non è cosa nuova (non lo è neanche che – questa affinità elettiva particolarmente speciale – facesse rabbia a qualcuno). Così oggi, andando da mia nonna, ho notato che l’attuale Comandante in capo ha eliminato sia la foto mia che quella di mia cugina che nonna teneva sul comodino. Ora – passi per mia cugina che è sua figlia ed è là ogni giorno con la sua bimba, e della quale sono state messe in mostra nuove immagini – io vorrei tanto sapere che ne è di quella mia foto. Per prima cosa perché sono (quasi) certa d’essere finita nella spazzatura e – in tutta franchezza – ritengo che l’attuale matriarcato impostosi nella casa dove sono cresciuta non ha riservato stesso trattamento nemmeno alla mediocre bambolina di coccio appoggiata sul comò d’una donna anziana ed oggi inferma. Nonna mi diceva sempre “Figlia, quanto sei bella, su quella fotografia sei venuta proprio bene e tutte le notti prima d’addormentarmi ti guardo. Penso a quando sei nata – piccola che neanche sembrava potessi campare – poi penso che sei diventata la più alta, la più intelligente e la più bella di tutti. Sei tanto bella, amore di nonna, sei tanto bella”.

Diciamo anche che ogni scarrafone è bello a mamma sua, per carità, ma la foto di mia cugina non è andata a perdersi – anzi – ha preso posto nel mobile del salotto… e, oltre quella sua foto, ve ne sono altre. Insomma penso che mia zia mi abbia cestinata. Magari – m’avesse detto “Paola levo i portaritratti di tua nonna ora che nella sua stanza c’è allestito un semi ospedale: rivuoi la tua fotografia?” – avrei risposto “Zia grazie: non sono fotogenica ma in quella foto sono venuta bene. Ci tengo a conservarla, anche perché era cara pure a nonna”. Invece il matriarcato propone e dispone senza dire niente e io sono dubbiosa sul fatto d’essere stata messa da parte. Allora – nell’immondizia – la nuova Comandante in capo poteva, per quanto mi riguarda, buttarci una sua foto a caso perché se è vero (come è vero) che io non sono fotogenica, è anche vero che sono una bella donna e che mia nonna è ancora viva e nulla a fatto demente. Oggi ho provato, con un filo di voce, per non sembrare polemica, a dire “Qui c’era una foto mia che mi piaceva tanto” ma pare che non abbia fiatato nessuno e – questo – è segno che sono finita nel pattume. Amen. Sono scemenze, certo, ma sono gesti che io non avrei compiuto mai al suo posto: neanche sotto tortura. Spesso mi dico che io, alla fine, con la mia disponibilità e col mio essere così tanto accomodante per rispetto a mia madre e a mio zio, arrivo sempre per ultima e giusto se c’è da riempire un posto vuoto. E – la cosa – non mi scalfisce. Di scelta infima e d’altre porcherie, tutto frutto della mentalità di chi ha aspettato quarant’anni per tentare, senza riuscirci, di mettermi in ombra. Chissà poi  perché è tanto difficile comprendere una donna che mi ha cresciuta e che mi ha asciugato le lacrime quando, piccola piccola, piangevo spesso perché ero la sola bimba a vivere coi nonni materni e mi mancavano mio padre e mia madre, mah? Se lo ricorda persino la mia amica d’infanzia, quella che abitava nella casa di fianco, quante volte ho pianto perché volevo babbo e mamma mentre dei miliardi di giocattoli non mi interessavo alla stessa maniera! Ogni giorno un tradimento morale: se vedevo mamma due secondi mi illuminavo poi – non si capiva quale fosse l’arcano mistero – mamma si trasformava in un giocattolo nuovo e se ne andava senza dirmi niente, per non sentirmi piangere.  Di scelta infima e d’altre porcherie, anche qui, chè non fosse stata la madre di mamma (e la maturità maggiore di mio padre) io sarei stata solo un fastidioso incidente? Le rispetto per educazione ma non le perdono: né mamma, né le idiozie con cui si giustifica, né tanto meno le idiozie con cui giustifica sua cognata la matriarca. Me ne batto della foto perché la riprenderò da un file e la farò ristampare anche ingrandita – giusto per rompere le scatole meglio – ma soprattutto vorrei trovare una risposta alla domanda che mi pongo da sempre. Perché chi ha fatto più capricci di me, in questa vita, ha avuto più ascolto? Perché – sin da quando ho memoria di me – io rappresento la seconda, terza, l’infima scelta? Perché con la scusa che qualcosa è prioritario i miei sentimenti sono sempre stati quelli d’una clandestina? E’ pure banale io me lo chieda: ci sono talmente abituata che – se qualcuno mi regala un minimo di attenzione – mi sembra un’anomalia. Comincio a ringraziare e mi pare mi abbiano portata in trionfo… solo perché sono stata considerata o solo perché m’è stata evitata la pattumiera. E forse è per questo che chi m’è profondamente amico mi adora: perché io sono capace di volere un bene che i più non riconoscono. Di scelta infima e d’altre porcherie si può perdere un’occasione. Poi se ne può perdere un’altra. Poi un’altra ancora… senza aver mai capito “quanto” s’è perso nella quotidianità. Per anni ed anni. Finchè non sarò all’ospizio – e dubitando d’arrivarci – io sarò sempre lo scarto, la scelta infima, la cosa da accantonare, quella che serve solo per farsi grandi, una che può soffrire di contrabbando e basta perché le priorità – non sia mai – pattumiera inclusa vanno rispettate più dei miei sentimenti di essere umano.

“La parità, se ci fosse, non avrebbe bisogno di rivendicazioni, e tanto meno di festeggiamenti.
Se fosse un dato di fatto non staremmo qui a disquisire: sarebbe come celebrare la giornata del naso…
Ma se proprio vogliamo stigmatizzare la disparità, allora bisogna farlo da Donne e da Uomini, insieme, e per raggiunta consapevolezza mondiale del diritto all’Uguaglianza e dell’Uguaglianza dei diritti.”

Un messaggio che porta la firma di Cristina Bove, questo, e che – a mio avviso – dice tutto.

Stamane volevo scrivere ma ero in difetto di tempo anche se in abbondanza di idee e di dispiacere. Lo faccio adesso, prima di leggere, rubando tempo al sonno, un sonno che ormai mi incontra sempre più di rado, nonostante la mia  stanchezza.

Con Cristina mi sono sempre raccontata – anche quando non sono più riuscita a parlare – e la nostra amicizia è un grande privilegio, uno dei quali godo perché io (e qui viene il bello) mi sento una persona privilegiata.  Mi rendo conto della quantità di rispetto e di affetto che mi circonda: ho la grande ricchezza di avere tante amicizie belle, profonde, indissolubili e – anche – la ricchezza più grande che possa esistere m’è stata data ‘doppiamente’ perché sono un genitore fiero ed orgoglioso.  Notate che parlo di me senza dire “Sono una mamma”? – infatti, io non sono solo una mamma.

Io sono me: una che ha saputo fare anche il padre, una che è stata educata a puntare sulle persone e non sulla divisione netta Maschio – Femmina: qui non è l’Anagrafe Civile.

Qui, a casa mia, si punta sulle persone e quindi, alle volte, io sono molto distante dalla realtà quotidiana e dalle masse perché scelgo (almeno è quanto cerco di fare, anche commettendo errori umani di valutazione). Ora – se io scelgo – io individuo sono responsabile delle mie scelte. Io posso sbagliare ferendo, anche involontariamente, me stessa e gli altri – in questo caso specifico, la buona fede, non mi salva se l’altro non deciderà di salvarmi – perciò il minimo che io possa fare è chiedere scusa e dimostrare coi fatti chi sono veramente.

Chi sono veramente? Qui viene il bello due: chi mi vuole bene e mi conosce mi apprezza molto, segno che quella persona così apparentemente distaccata, distante e incapace di occupare il centro del mondo per egoismo non sono io. Vorrà dire che questa persona – la quale, fra gli altri, ha il difetto d’essere donna e quindi inferiore secondo i più – se ne batte beatamente dei più, del loro stigma, della loro mediocre* ottusità e del loro limitato senso d’appartenenza a questo Universo mondo.

*(Ai più volevo anche spiegare che non solo sono ottusi, no, ma posseggono un’ottusità mediocre, che neanche riesce ad essere una profonda deficienza… insomma è mediocre anche questa vostra prerogativa: sappiatelo!)

Ecco: in ogni giornata in cui c’è chi celebra – chi festeggia – dei diritti rinnegati, violati, calpestati (la parità, la malattia, la fame nel mondo, le cure mediche non garantite, il rispetto, i bambini cui viene negata l’infanzia e chi più ne ha più ne metta) per poi riprendere, l’indomani, come se nulla fosse io esprimo tutto il mio diniego.

Mi estraneo – e lo sottolineo – non vengo affatto a festeggiare con voi. Non sono tanto ipocrita né così conformista. Sono una persona discreta ma non sono stata mai mediocre e, mio malgrado, nel bene o nel male ho lasciato sempre il mio modesto segno.

#gerundiDiversi (un hashtag del quale mi occupo con @redaelena su Twitter) è – in realtà – un Twitgioco che ha avuto successo e grazie al quale, ogni venerdì, da ben due mesi esatti raggiungiamo la Top Trend. Innanzi tutto, per coloro che ancora non lo sapessero, mi preme spiegare come è nato questo # condiviso: infatti – sia io @PaolaTogoodxme che @redaelena – abbiamo entrambe un nostro personale #. Il mio è #UniversoVersi e si prefigge di raccogliere universalmente poesia o frasi da vari autori, senza porre limite alla scelta di ciascun utente. L’# di @redaelena è #gerundi e – variando quotidianamente – detta un gerundio al giorno col quale sbizzarrirsi e comporre una frase. Dalla reciproca simpatia fra me ed Elena – senza troppe pretese in verità – è nata la voglia di una giornata in pieno ‘share’ [condividendo] ed era l’inizio di gennaio, di venerdì. E’ stato così che – per prima cosa – abbiamo scelto il nome dell’# in maniera assolutamente democratica e facile: unendo ‘gerundi’ a ‘versi’, #gerundiDiversi. E’ andata bene – suppongo perché la prendiamo giocando ma anche pensando – rispettando le necessarie regole e le idee della TimeLine. Così, sempre consultandoci e mai prevaricandoci, ci siamo trovate ad abbinare ogni venerdì un nuovo gerundio scelto da noi due a #gerundiDiversi, da ben due mesi, riuscendo in modo piacevole a dare voce libera su Twitter.

L’ultima volta, ad esempio, abbiamo puntato su #gerundiDiversi + #twittando: questi i due # unici e necessari per il Twitgioco del venerdì che ha ormai compiuto due mesi facendosi sempre spazio accanto persino agli # di maggior successo in tendenza.

Perché questo articolo su #twittando? Perché raccogliere i tweet arrivati in una intera giornata di tendenza non è possibile e le varie App non ce lo permettono. A questo punto è necessario ringraziare ancora tutta la TimeLine e tutti coloro che, sempre più numerosi, hanno partecipato premiando la nostra idea di condivisione così come è giusto sappiate da dove ci è venuta la scelta settimanale. Dopo gli ultimi venerdì – #gerundiDiversi + #amando: successone – c’è venuto il desiderio di tentare – #gerundiDiversi + #odiando: altro successone – fino a tentare proprio #gerundiDiversi + #twittando: il migliore – perché è anche giusto porsi la domanda ‘Come mai siamo su Twitter?’

Così, fra tuttologi che malgiudicano il prossimo e account spiritosissimi, la risposta più gettonata è stata “Sono su Twitter perché migliora il mio grado di sintesi e consente di seguire l’informazione”.

Io ed Elena siamo certe che il Social non sia un videogame: dietro ogni account c’è un individuo e – l’umanità di ognuno – traspare più dal linguaggio scritto che dal linguaggio parlato. I vari tweets, sia quelli culturali che quelli ironici, sono tutti frutto di un’idea e se è vero che le persone passano è anche vero che le idee restano. Dietro un # c’è un lavoro immane e chi se ne occupa lo sa bene: sia esso a sfondo impegnato o meno è la collezione di più pensieri lanciati in una piattaforma a velocità flash.

Chi ne fosse interessato o catturato – per gli approfondimenti – ha poi modo di spaziare con blogs, libri e quanto di meglio c’è a disposizione della collettività. Giocando – per dire – io ed Elena ci siamo trovate a tastare il polso a tanti contatti, ad incontrarne di nuovi e a farci domande intriganti… con leggerezza, in rapidità, col sorriso ma anche con sincerità e rispettando le poche regole necessarie in qualsivoglia community.

Certo che sull’interfacciarsi Italo Calvino aveva capito veramente tutto. In ‘Lezioni americane’ aveva scritto già che – in questo millennio cosiddetto della comunicazione – essa sarebbe stata possibile e si sarebbe evoluta… solo (personalmente) mi soffermo spesso chiedendomi se ci rendiamo tutti conto che di virtuale esistono solo i differenti mezzi per comunicare. Noi individui non siamo mai dei videogiochi nemmeno coi nostri umani difetti e nonostante lo scottante tema socio- psicologico dell’incomunicabilità.

 

 

 

[…] Dissi ancora: forse attorno al mio cuore c’è una specie di guscio duro e sono veramente poche le cose che possono romperlo ed entrarci dentro. […]

[…] Io leggevo molti libri, è vero, ma non leggevo molti libri, perché a me piaceva leggere più volte quelli che amavo. […]

[…] Con gli altri il discorso sui libri faticava a ingranare, così io cominciai a leggere per conto mio in silenzio. Leggevo e rileggevo lo stesso libro molte volte, e a volte chiudevo gli occhi e mi riempivo i polmoni del suo odore. Il semplice annusare quel libro, scorrere le dita tra le pagine, per me era la felicità. […]

[…] Avevo preso l’abitudine, ogni volta che me ne veniva voglia, di prenderlo dallo scaffale, aprirne una pagina a caso e di leggere per un po’ a partire da quel punto, e devo dire che mai, nemmeno una volta, mi deluse. […]

[…] Se uno legge quello che leggono gli altri, finisce per pensare allo stesso modo. Queste cose lasciamole al mondo dei provinciali, alle mezze calzette. I tipi come si deve non fanno errori di gusto. […]

Haruki Murakami, da “Norwegian wood”

 

Lo zero ballerino si sposava,
e anche si spostava…
ah ma[che]tematica
– cara la mia amica Poesia –
chissà poi s’è vero?
I conti torneranno?
Pur s’è ingiusta l’attesa
come ogni luogo comune
insensata e vana – anche –
è tutto quel che resta
mentre ci aggrappiamo
alla logica non quantica.

cristina bove

alfanumerica - by criBo

Per dare i numeri
bisogna usare lettere
saper dedurre
calcolare tempi e relativi stacchi
sulla lavagna a vetri scriverne i risultati

Bisogna saper chiudere le porte
sopra numeri interi
sottrarre ed assommare
per la festa allestita in altro posto
con espressioni giuste
ed annullare
le cose che sembravano opportune
quando mancava il resto.

Si sposava lo zero
che si credeva cifra
salvo scusarsi dopo: non ricordo
però ci stavi bene dopo l’1
oggi ho di meglio
addendi e somme aggiunte
in luogo dell’assenza ma tematica.

In tutto questo
che la morte d’un numero è veniale
il silenzio è mortale.

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Intanto grazie perché ci sei e – soprattutto – per esserci esattamente così come sei. Io, nei miei sogni di bambina, ho sempre voluto diventare mamma e tante altre cose: la sola che s’è avverata, sembra buffo, è stata proprio d’esser diventata mamma. Tu sei stata molto meglio di come io stessa potessi immaginarti o dipingerti con la più rosea ed ottimistica fantasia: questo è un merito solo tuo.

Penso a venticinque anni fa quando ho scoperto che c’eri, penso che non ho mai esitato né avuto anche solo il minimo dubbio, penso che ho scelto la vita, penso che – subito – t’ho giurato che avrei sempre difeso la tua esistenza e penso alle mie lotte nere perché, di Satanassi, ne ho fronteggiati almeno un paio contemporaneamente.

Penso che venticinque anni – quasi dieci mesi t’ho riparata dentro di me e ventiquattro anni li hai vissuti mentre ti guardavo crescere – o chiamali cinque lustri, o un quarto di secolo… penso che io sono la persona che ha battuto due a zero la vita e i Satanassi insieme perché ho il privilegio d’essere tua madre. Penso che – da piccolina – ti cantavo la libertà mentre t’abbracciavo e tu – con quegli occhioni svegli, grandi come due riflettori puntati su di me e sul mondo – mi fissavi e mi ascoltavi. Penso che tu sia il più grande dei capolavori che io potessi mai sognare di realizzare. Penso, ricordo e mi sembra di sentire la tua vocina quando avevi appena imparato a parlare: “Noi siamo il mondo mamma, e non ci importa di niente e di nessuno!” – poi seguiva una delle tue meravigliose risate argentine, squillanti, belle – (risate che hai conservato anche oggi). Penso che quando ti sento ridere mi sento come in cielo, anche oggi. Penso che quando – raramente – ti sento arrabbiata darei un occhio perché se c’è una persona misurata sei proprio tu. Penso che nessuno mai dovrebbe arrogarsi il diritto d’offendere la tua dolcezza e la tua intelligenza, così neanche la tua grande bontà e la tua grande serietà. Ma questa è la vita vera: io non te lo posso impedire e soffrirai nella misura in cui sei intelligente e sensibile. Come tutti.

Penso che nessuno mai al mondo abbia il diritto di frapporsi in un amore così grande: neanche dio stesso potrebbe ostacolare i sentimenti d’una madre e d’una figlia come te. Penso dal giorno in cui sei nata d’aver compiuto un miracolo. Penso che ero giovanissima ma determinata – tanto quanto oggi – a fare sì che la tua fosse un’esistenza serena. Penso d’averti amata (qui pochi possono capire ma tu hai capito già) per due genitori da sola. Penso d’aver gioito come madre e come padre al contempo poiché questo sono da venticinque anni. Penso – nelle volte in cui t’ho vista soffrire – d’aver patito per due, fin quasi ad impazzire: sempre come madre e come padre. Penso a oggi, a come tu sola sai fare, al fatto che sarà una nuova gioia amplificata e dilatata quella che mi, ci e ti regalerai: io e la mia famiglia siamo fieri ed orgogliosi – tutti – di te.

Avevi solo dodici anni e – mentre tuo nonno Angelo Gabriele Cingolani pranzava – hai sentito il telegiornale parlare della possibilità di cambiarsi il cognome. Ti sei girata subito verso di lui e gli hai chiesto “Nonno io vorrei chiamarmi come te, ti dispiacerebbe? Come te e come mamma perché in questa famiglia solo io ho un cognome diverso e sconosciuto”.

Io ho sorriso piena di gioia, a te e a mio padre che – rapidamente – m’ha guardata: gli occhi di tuo nonno, io, poche volte (anzi quasi mai) li ho visti più felici. Lui, con la sua flemma, ti ha risposto subito “Certo che non mi dispiace Giulia, appena diventi maggiorenne lo puoi fare, devi solo compiere diciott’anni e scegli tu cosa preferisci. Io non sono certo contrariato, anzi, sono contento che ti piaccia il mio cognome”. E ti ha fatto un gran sorriso, come sempre.

Poi s’è girato verso me – gli occhi lucidi dalla felicità – ha sorriso anche a me come dire “Stai serena Paola, Giulia cresce più che bene”. Un altro Satanasso e solo un anno dopo lui s’è ammalato per morire rapidissimamente. Avevi poco più di tredici anni, hai sofferto e ancora oggi soffri: non è potuto arrivare a vederti cambiar nome. Neanche a vederti diventare la Dottoressa Giulia. Ma, prima di spirare, mi ha detto “Paola, Giulia… è brava, Giulia è brava, Giulia è tanto tanto brava!”

Io sento quelle sue ultime parole ogni giorno e sarò sempre la prima – come ho giurato venticinque anni fa – a darti la spalla. Una spalla che si deve ad una persona grande perché tu, oggi, sei una persona adulta. Sarò sempre quella che – in questo Universo mondo – t’ama più della sua vita stessa e non ti vorrebbe diversa.

Dottoressa Giulia, dammi retta, il più grande regalo tu debba farti è quello di rimanere esattamente così come sei. Anzi… di accorgerti che vali tantissimo, un tantissimo che – io stessa – non ho più parole per dire. Grazie esimia figlia: io, mamma, mia sorella e la famiglia di mamma siamo tutti tanto fieri di te.

Sei proprio la figlia d’una mentelettrica. Sei – come tuo nonno diceva quando ero piccola, per farmi arrabbiare – “la più migliore”, ed io, che ci cadevo sempre, lo sgridavo correggendolo mentre lui rideva come un matto.

Mi imbestialivo!

 

 

 

– Sei disperso nell’Universo mondo tu –

di te mi restano l’Anima e quelle foto

di te conservo ogni pensiero delicato

 

– Stasera t’ho viso ridere con allegria –

sì, ridevi con la gioia che solo per lei avevi

sì, ridevi come quand’era piccola e ci giocavi

 

 

– Oggi mi risuona solo la tua voce in testa –

tu che mi dici di lei, ch’è brava, ch’è buona

tu che mi dici e poi taci, senza fiato o parola

 

– Babbo io vorrei tanto che tu ci fossi domani –

è una distanza ingiusta quanto la tua fine questa

è una distanza triste ancor più della tua mancanza

 

– Mia figlia ha preso da te babbo e ti somiglia –

se avessi potuto vederla domani saresti stato fiero

se avessi potuto esserci sarebbe stato meno nero

 

 

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