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Monthly Archives: dicembre 2017

Impariamo a guardare al tempo in maniera circolare – come fosse una buona e soffice ciambella – non come se stessimo guardando il binario d’una ferrovia ad alta velocità, fatto di rette parallele che si estendono all’infinito ma non si toccano mai.
Proviamoci, almeno, è una grandissima conquista.

 

Ormai è l’ultimo giorno di questo anno: vero è che, per me, è stato sufficientemente difficile, ma sono sempre tanto onesta e lo ammetto, nonostante tutto, mi sono saputa donare qualcosa che mi ha cambiata in modo definitivo.

 

Una valida consapevolezza in più è da aggiungere alle altre e, non essendo stanziale l’umanità ma essendo mutamento continuo, col tempo che passa, coi giri di giostra, noi esseri pensanti impariamo come sia importante l’equilibrio.
Non sono solamente i codici a stabilire il giusto: a quasi cinquant’anni m’è ormai chiaro come il giusto e l’equilibrato debbano essere inscindibili.

 

Giusto è mettere sullo stesso identico piano il nostro corpo, la nostra mente e il nostro spirito: quelli con un grande cuore e con molta forza – alla fine – si lasciano sospingere dall’empatia fino a sacrificare troppo sè stessi per curarsi eccessivamente degli altri.
Qui manca l’equilibrio: non è giusto, non è corretto, anzi è completamente sbilanciato.
Io questo errore l’ho fatto spesso (vuoi perchè sola, vuoi perchè sin troppo forte) e, oramai, ho capito (dopo averci battuto il muso non solo metaforicamente) che le potenzialità elevate del mio strafare (e del mio pensare) non possono nè devono compensare il bisogno di cure spettanti anche alla mia persona.
Più sto meglio fisicamente e più mi risulta facile elargire il bene a chi mi è vicino.
Più ricevo emozionalmente e più sono capace di donare: insomma c’è una connessione stretta fra il mio spirito e la sua custodia, il mio corpo.

 
Questa sorta di trittico (mente – corpo – cuore) deve essere correttamente bilanciata nella gente. Come un’alchimia perfetta, sempre, devono essere in equilibrio le energie che ci fanno sentire bene con la testa, col fisico e con la sfera emozionale.
Perchè la ciambella del nostro tempo sia buona, soffice, gustosa e ben lievitata dobbiamo rispettare e calcolare il dosaggio di questi tre ingredienti.
Se – al contrario – ci lasciamo prendere dall’ansia, dalla fretta, dalla smania di strafare, allora, tanto vale andare alla stazione, pigliare la rincorsa e tentare di afferrare un treno che continuerà a sfuggirci all’infinito.

 

Ci sono cose che ho rivoluzionato in questo anno, sono anche moltissime: ad esempio ho smesso di essere inflessibile su alcuni aspetti perchè ho superato alcuni limiti.
Un pò mi stupisco (non ero certo una che si spaventa con poco) ma – a differenza di prima – non mi preoccupo più molto per me: mi sottraggo ancora meglio da chi pensa di utilizzarmi in modo strumentale. Sto al gioco finchè non mi stanco.

 

Ho capito che un anno non si misura in secondi, in minuti, in ore, in giorni e nemmeno in mesi. Queste sono solo convenzioni da calendario.
Un anno si misura in quanti limiti si riesce ad abbattere, in quanto bene ci vogliono ancora coloro che abbiamo amato e rifiutato, in quello che di buono abbiamo saputo trasmettere. Un anno si misura in quel che resta del nostro ricordo negli altri e può cambiare tutto in un attimo solo.

 

Sinceramente, se io non dovessi esistere più, oggi come oggi sono contenta di sapere che, chi mi ha amata, con me è stata una persona felice.

 

Sono qui che mordo la mia ciambella (sì, sono affamata di tempo e di vita, più di sempre)
e penso ai miei affetti con grande soddisfazione: gli amici possono dire che sono stata una specie di sorella, gli ex amori che sono ancora un punto fermo (me lo dicono spesso, sono belle soddisfazioni) e mia figlia sostiene una tesi più che favorevole nei miei confronti.
Per molti – stella fissa – brillo ancora e, per quel paio di individui dalla personalità disturbata, mio è l’onore di rappresentare l’incubo peggiore. (Inclusa la malattia.)

 

[“A nemico che fugge, ponti d’oro.” – Frontino assegna la paternità della locuzione a Scipione l’Africano – “Il nemico, quando scopre (Una salus victis, nullam sperare salutem) che non ha più nulla da perdere se non la propria vita, si rivolta col coraggio della disperazione contro l’inseguitore.”]

 

Adattandomi, in questo mezzo secolo ho imparato a fare la pontefice, costruisco ponti d’oro a chi mi sfugge per la disperazione. Io non sono mai scappata: è molto significativo non sia mai scappato neanche chi ho deciso di lasciare.

 

“In ogni caso, avevamo fame. Anzi, per l’esattezza, ci sembrava di aver inghiottito il vuoto cosmico, quella era la sensazione. All’inizio era un vuoto piccolo, delle dimensioni del buco di una ciambella, ma col passare dei giorni andava espandendosi all’interno del nostro corpo e prendeva le dimensioni di un abisso senza fondo. Un monumento alla fame, con tanto di musica solenne in sottofondo.”
[Da “Gli assalti alle panetterie” – Haruki Murakami]

 

Ecco, ho una fame pazzesca e so di aver saziato tutti ma sento d’aver mangiato troppa aria fritta.
Non è colpa di nessuno, sono state le circostanze ad essere sfavorevoli. Devo ammettere che c’è stato chi mi ha offerto banchetti gustosi. Solo non avevo ancora abbastanza fame o avevo già mangiato. Oppure – a causa della mia troppa severità con me stessa – m’ero messa a fare lo sciopero della fame e della sete. E persino senza una straccio di fisiologica. Ma succede: a venti, trenta, anche quarant’anni ci si sente meno elastici, si è più rigidi. Poi – crescendo – ci si riscopre diversi e man mano che si gusta la ciambella è come se, idealmente, anche l’appetito crescesse. Più si restringe il tempo, più si ha una sorta di fame atavica da colmare.

 

 

 

Paola Cingolani
31/12/2017

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F_autori
del dentro
e del fuori
siate_vi fedeli
re_state_ci

io sono
in di_venire
a di_stanza e
per quiet_anza
inutile con_tattare
venire o andare

là dentro
là fuori
voglia_te
re_stare
così
come fosse
un fa_vore

non a me dovuto
sem_mai
al vostro dire
chè è un attimo
a di_venire
un contrad_dire

Scusate: virtuale è reale, cominciamo a pensare che qui non scriviamo come se stessimo usando un videogame. Io sono uguale, identica – tanto qui quanto fuori – non è Pac Man questo.
Qui non ci sono solo “proiezioni”.
Di virtuale c’è soltanto uno spazio capace di contenerci tutti contemporaneamente.
Se scrivo solo stupidaggini sono idiota reale.
Se riesco a concepire pensieri più articolati ho una capacità vera.
Se credo d’essere quella che non sono ho un problema di percezione della realtà e vivo in un mio mondo parallelo rispetto alla logica. Sono io a non essere sufficientemente conforme all’immaginario collettivo e, a questo punto, mi servirebbe Freud ma non c’è più. Peccato.
Di fatto è vero il mio esistere.

Non so voi, io la penso così e mi batto per l’onestà intellettuale.

Virtuale è reale (fake news a parte ma neanche tanto) e lo ripeto perchè, altrimenti, da qui non si esce e si persevera con un equivoco che – in tutta sincerità – m’ammorba parecchio.

Persino le fake news hanno una loro specie di realtà: sono semplicemente degli specchietti per le allodole, pensati per catalizzare l’attenzione (sempre reale) di chi legge, per fare numero.
Basta guardare la gran parte del gossip on line: facciamo invidia persino ai migliori tabloid britannici con l’invenzione di notizie mirate solo ad alzare numeri per amore degli sponsor.
Che non sarebbero capaci di sfornare per il prezzo d’un banner pubblicitario?

Ma non allarghiamo il discorso e torniamo al concetto basico. La rete è vera, mettersi in rete significa mettersi in contatto, i nostri collegamenti – ancora – lo fanno solo su nostro imput e non attraverso delle intelligenze artificiali. Ciò sta a dire che di immaginifico c’è solo uno spazio capace di contenere milioni di persone con altrettanti milioni di idee. Alcune sovrapponibili, altre meno, ma – a regolare il flusso dei dati – restano sempre due cose d’importanza indiscussa: i nostri neuroni e la nostra educazione.
Chi è abituato a dire la verità non scriverà mai – per fare un esempio – che Penelope faceva i golfini ad un amante ipotetico: racconterà d’una donna capace di aspettare il ritorno del suo compagno, tessendo un ordito che guastava regolarmente pur di non tradirlo.
Chi non concorda sulla storia narrata potrà esprimere la sua idea personale, darà un’interpretazione differente, certo, ma se è una persona educata non si sognerà di dare dello sfigato a chi riporta fedelmente i versi dell’epopea epica.

A questo proposito mi preme un lemma preciso: “consenso”.
Sembra che l’essere umano – a meno che non sia malato di masochismo grave – sia portato ad avvicinarsi coloro coi quali sviluppa consensi. In rete e in piazza, su un social come andando in vacanza, su Facebook come quando sceglie il ristorante per andare a cena… il consenso muove l’essere umano! Ovviamente tutto va bilanciato seguendo delle proporzioni equilibrate (le ragioni le approfondiremo a breve).

Facendo l’etimologia si capisce già tutto: consènso s. m. [dal lat. consensus –us, der. di consentire «consentire»]. – 1. a. Conformità di voleri: agire di consenso, d’accordo.
/kon’sɛnso/ s. m. [dal lat. consensus -us, der. di consentire “consentire”]. – 1. [conformità di voleri: per consenso universale] ≈ accordo, concordia, (non com.) consentimento. ↔ disaccordo, dissenso. 2. a. [il consentire che un atto si compia…]

Consenso significa muovere scelte assecondando un sentire comune: sentire con, percepire insieme, essere in accordo. Fino a qui penso sia tutto chiarissimo. Quando io mi trovo in accordo coi gusti di qualcuno ci parlo volentieri, sia qui che de visu, ci vado anche in vacanza, mi ci diverto, ci mangio pure insieme perchè – magari – ordiniamo la stessa cosa. Dicesi equilibrio e fa bene ad ognuno di noi.
Non cerco numeri da pubblico plaudente che mi osanna, sono consapevole di come sia letteralmente impossibile far risate a crepapelle con milioni di persone nel mondo, magari attraverso il sistema del fare rete!

Non pretendo [chi mi credo di essere?] che tutti amino le verdure gratinate piuttosto che pastellate: nel caso in cui mi voglia trovare a pranzo con un’amica sono libera e lascio libera lei di ordinare quello che preferisce, non le posso dare l’appellativo di sfigata se vuole mangiarsi la cicoria bollita!
(Queste sono le famose ragioni di cui sopra, l’esempio rende tutto estremamente semplice a chiunque).

Veniamo al punto. Virtuale è assolutamente reale. Consenso significa muovere scelte assecondando un sentire comune: non significa elogio fasullo e neanche adorazione incondizionata, consenso è accordo ma non esistono al mondo due soli cervelli che siano in accordo totale e incondizionato su tutto. Anzi è dal confronto di idee divergenti che nascono le scoperte più belle. Non sapersi confrontare e usare parole troppo forti, spesso, ci restringe il campo e la visuale. Per questo, oltre ai neuroni, ci vuole l’educazione.

Gli scienziati, per fare scoperte nuove, partono proprio mettendo in dubbio tutto quanto è stato già ampiamente provato e dimostrato: consenso e – in giusta dose – confronto signorile, capacità d’essere anticonvenzionali senza elargire offese chè, le offese gratuite, rimbalzano facendoci terra bruciata attorno.

[N.B. Il termine “Fake News” – ad oggi 28/12/2017 – è in vetta all’elenco delle nuove parole che saranno inserite nello Zanichelli. L’articolo e la votazione sono su La Repubblica, come ogni anno.
Il termine “Amico” – sempre ad oggi – è già stato inserito nei dizionari con un altro significato più moderno, data l’evoluzione linguistica dovuta ai social. C’è scritto “Contatto di Facebook” insieme agli altri significati.
Penso sia doveroso digerire la realtà del cambiamento: la lingua si evolve in maniera rapida e – la lingua di questo millennio – si è evoluta molto anche su influenza della rete. Ora ditemi ancora che virtuale non è reale e mi permetto di rifare ex novo questa grande solfa per rispondere.]

“Quando qualcuno è sgarbato con te o ti tratta male, non prendertela sul personale. Non dice nulla su di te ma molto su di lui.”

(Albert Einstein – Quello molto “sveglio”)

 

 

Ci sono molti modi di fare rete: la condivisione è il minimo comune denominatore di tutti. Ogni persona cerca – e trova – quello che più gli piace: a randomizzarsi sono i gusti della gente, essenzialmente.
Così, sotto a un dato argomento, si trovano i like che gli corrispondono: se si ama la letteratura, ad esempio, si trovano spesso citazioni d’autore, riportate più o meno correttamente (e – già questo – è un primo sintomo significativo).

Riportare frasi d’autore senza citarne la paternità originaria, infatti, è un pò come tastare il terreno della altrui conoscenza per farvi leva.

Ho visto famosi aforismi, uno su tutti B. Brecht, riportati con tanto di “anonimo” accanto (fatto che proprio, diciamolo, non si può giustificare); o – per dirne una sulla quale ormai potrebbero ridere anche i ragazzi della scuola dell’obbligo – la rinomatissima poesia della giornalista Martha Medeiros erroneamente, regolarmente e continuamente attribuita a Pablo Neruda.

[ “Ode alla vita” e non “Lentamente muore” è qualcosa di veramente emblematico: quasi una donna non potesse lanciare un messaggio così poeticamente rivoluzionario e vero, coraggioso e diretto. Muore lentamente chi non ha la forza di ribellarsi per divenire anticonvenzionale e riscoprire sè stesso in relazione all’universo. ]

I limiti si scorgono dall’ostentazione, così come l’onestà intellettuale.

L’ostentazione è disonesta, perchè tende sempre ad allupire gli altri con belle cose, o – peggio – belle parole delle quali siamo capaci solo di riempirci la bocca.

Quando leggo una frase dall’effetto importante, io (che non penso d’essere la sola), se non la conosco la butto subito su Google: il più delle volte mi esce l’autore.
Già: è così che immagino quanto il “citante” (quant’è brutto “citante” ma rende molto bene) abbia necessità di un certo pubblico plaudente.

Immancabilmente segue la seconda fase: i like sotto alle foto di signore dalle pic poco raffinate ma molto pacchiane, il trionfo del kitsch, la quintessènza del cattivo gusto. Centinaia di like con frasi del tipo “Sei bellissima…………………” (e, a questo punto, viene un moto di ribellione per tre ragioni essenziali.
La prima perchè è stata trucidata la grammatica, i puntini di sospensione sono tre e non vanno all’infinito come le rette geometriche. La seconda perchè bisogna correre a misurarsi l’insulina anche se non era mai stato un problema prima. La terza perchè nasce il quesito spontaneo “Ma se questo ha messo un like anche a me, forse, mi vede con quell’ottica? Certo quella signora non è la Hepburn.”) Aiuto!

Ora, la sola mossa è una: controllare quello che mai vi sarebbe potuto interessare prima.
Le famose “Informazioni personali” dove troverete non sposato, non impegnato e neppure single – fortunatamente per la signora non sarà neanche vedovo – ma leggerete “Nessuna informazione sulla situazione sentimentale da mostrare”.

Il quadro delineatosi è ormai arrivato alla completezza, una completezza che verrà raggiunta di lì a poco, quando – via Messenger – si spingerà in una pseudo confessione riguardo l’interesse che voi suscitate in lui.
Però, c’è un però: sappiate che voi sarete molto eleganti, molto belle, molto attraenti.
Voi sarete delle donne minuscole per certe forme mentis: minuscole perchè secondo chi sviluppa questa tattica – sì, è una tattica subdola, tanto più subdola quanto più preparato è lo stratega – voi non sarete mai “Bellissima……………” con puntini di sospensione che tendono all’infinito.
Voi – per fortuna – sarete solo una donna molto piacevole.
E, la vostra piacevolezza, durerà per poco, pochissimo tempo: quando avrà messo qualche like e capito che non siete minuscole affatto, per magia, non direte più niente d’intelligente, non sarete più neanche piacevoli e scomparirete così, come siete comparse.
Roba che lo stesso Moravia scriverebbe “Gli indifferenti – Seconda edizione” se non fosse trapassato a miglior vita: ne verrebbe una saga che neanche Harry Potter potrebbe reggere al cospetto.

“I limiti si scorgono dall’ostentazione, così come l’onestà intellettuale.” [Mia!]

Chi usa la rete per andare a pesca – e non sto certo parlando di coloro che tirano la paranza – ha un limite: concepisce l’altro come un essere inferiore (ammesso che lo concepisca come essere e non come cosa).

Se cercate di nuovo, dicendo una preghierina a Santo Google, avrete la grazia: i suoi nome, cognome e indirizzo compariranno – meglio che all’anagrafe civile – su uno dei siti dove ci sono community di dating, già, i tanto famigerati incontri on line.
Incontri che ovviamente non saranno rimasti tutti solo on line.
Incontri che negheranno di aver fatto perchè questi personaggi – garanzia assoluta – si definiscono totalmente, condicio sine qua non, inesperti di rete e di internet.
Poi – vogliamo mettere – loro sono superiori, mica ne hanno bisogno: loro sono il principio ispiratore dell’uomo che non deve chiedere. Mai.

Non provate – per carità divina – a ragionare dell’argomento, se non volete incappare in una lite di proporzioni titaniche, con uno ascrivibile alla categoria uomo che non deve chiedere. Non è che non deve chiedere, neanche deve rispondere!
Egli negherà sempre l’evidenza: risponderà – bene che vada – “Tu sei una persona molto difficile, non so come abbia fatto chi è stato con te fino adesso”.

 

Ora, così, per ridacchiare un pò insieme, io ho una cartella sul mio PC ed è piena zeppa di screenshot. Mi sono servite poco, in verità, non m’interessa di complicare la vita nè di ricattare nessuno, m’abbasserei di livello.
Però vi confesso, pensarle e sapere che chi ostenta superiorità è disonesto intellettualmente, mi ha omaggiata d’una gratificazione discreta per l’autostima. Quella stessa autostima che nessuno è riuscito a lapidare, nemmeno con frasi al vetriolo (come quella sopra riportata), proprio grazie alla mia contraerea: se vi attaccano, difendetevi scrutando le loro debolezze ma non servendovene in modo bieco. Fermatevi alla ragione. Non si agisce mai per vendetta: è cosa da evitare, sempre.

Io ho avuto momenti bellissimi nella mia vita affettiva e non esibisco niente, per carità, però – a quarantanove anni – mi voglio togliere un sassolino dalla scarpa.
Non è detto che alcune relazioni possano durare, per enne ed uno mila motivi, ma pensare ai miei quarantanove anni mi rende una donna orgogliosa.
Perchè sono consapevole di non sapere, d’essere imperfetta alla stregua di tutta l’umanità eppure so anche di non essere stata dimenticata nè sostituita.
Quando rispondi con gioia a telefonate dove ascolti frasi come “Hai sempre quei bellissimi capelli, ti vedo, sai?” senti d’essere grata alla tua vita, nonostante gli eventi.

Capisci che l’America – molto probabilmente – l’avevi già trovata e hai fatto bene a non inseguirla per continuare a fare la donna maiuscola, il padre e la madre insieme.

Essere mediocri è un limite naturale e non si può colpevolizzare chi non brilla per acume. Pretendere d’essere al di sopra di tutti e non accettare come, anche una donna, possa giungere diretta a delle conclusioni semplicissime – che neanche s’è mai abbassata a svelarvi – equivale a scegliere di porre (e di porsi) un grande limite.

[…] A volte sei proprio la cosa più dolce. Come Natale, le vacanze estive, e un nuovo cucciolo insieme. […]

(Haruki Murakami – “La ragazza dello Sputnik”)

Ecco: io so benissimo, e qualcun altro con me ne è consapevole allo stesso modo, che questa sensazione è possibile.
La dolcezza del Natale, la gioia delle vacanze estive, la tenerezza d’un nuovo cucciolo tutto messo insieme… è davvero tanto.
Tanto da non osare chiedere di più.

Bisogna osannare la vita ogni giorno, senza imbrogliare, o non la si loda: la si insozza di lordume.

Ode alla vita

“Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente
chi fa della televisione il suo guru.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo
quando è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza
per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita,
di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore
chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente
chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce
o non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore
del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza
porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

(Martha Medeiros)

marta_medeiros1

Da un pò cercavo il tempo per scriverlo: è un pensiero che coltivo da parecchio.

 

 

 

 

 

E’ tutto un tale paradosso che io mi sento “in limine”.
Ai limiti dell’assurdo… e ci sono arrivata seriamente
all’estremo punto di rottura, dove – forse – sfocerà tutto
nel silenzio più sordo. Bevitelo, a sorsate, è tutto tuo.
Non saprai mai cosa m’è accaduto davvero, no, non tu.
Non dirò nulla che possa far trasparire qualcosa di me.
Questo – certamente – ti renderà soddisfatto: sii leggero.
Che razza d’umanità è la tua? Distante – opposta – a me.
E dicono che gli opposti si attraggono… forse è stato così?
No, non è stato così, lo sappiamo bene entrambi. Pensaci.
Non hai fatto che chiedere, pretendere e ricevere. Avendo.
Non ho fatto che dare, aspettare e guardare. Vuotandomi.
Io sono impavida: vivo “in limine” da così tanto che non
conosco più terrore. Chiamala abitudine – mi sta bene – è
tutto come sempre. Sono avvezza al vento forte della costa.
I nati sullo scoglio – come me – hanno questo dono speciale.
Una scogliera è imbattibile: pensaci bene. Persino i venti
possono sospingere le onde e sommergerla. La scogliera
resta là, bagnata, scivolosa, ferma e salda. Sommersa, sì,
ma impossibile da smuovere. Anche per le ondate peggiori.
Eccomi: sono l’onda – a volte – e m’infrango sulla spiaggia.
Guarda: sono lo scoglio – altre volte – e la marea mi copre.
Osserva: divento un granchio – mi spavento – scappo via.
Ricorda: sono sempre nel mio elemento – il mare – e vivo.
L’intero universo cospira a favore della vita in divenire…
tutto muta e nulla è stanziale, proprio come nulla accade
due volte, mai, io non sarò più quella di prima. Garantito.
L’oblio è terminato: puoi non crederci, già, però ora basta.
Io non ti ho mai meritato – e non per la tua grandezza – ma
per la mia dimensione, differente e non calcolabile, nulla
affatto avvicinabile alla tua misura. Merito un’entità pari
alla mia, almeno, d’una capacità più ampia, sovrapponibile.
Le tue manie di controllo su tutto m’hanno annoiata tanto.
Non può essere che – l’intero pianeta – debba girare per te:
vorrei annunciarti che, la terra, gira anche per tutti noi…
vorrei dirti che sei una sorta di buffa maschera caricaturale.
Hai pescato nella marea vasta con la tua rete a strascico, rido,
giocavi al Capitano tu: t’è capitato di incontrare la Capitana.
Una Capitana cerca sempre di rompere le maglie della rete
– non lo sapevi? – e, su quella scogliera, ti ci incaglia. T’affonda.
Una Capitana si deve difendere per non sprofondare – sa come –
si fa onda, si fa scoglio, si fa vento, si fa granchio e taglia le reti.
Che ti resta in mano? Francamente – a quanto vedo – hai poco:
da Comandante qual’eri, ora, sei diventato mozzo! Un consiglio.
Gira bene su quegli scalmi. Tira i tuoi remi in barca, molla tutto
– o, almeno, impara che le donne del mare sono solo d’amare –
così ti restano le altre, se lo permetteranno, gioca, vedi un pò tu.
Per me è possibile solo guardare avanti: mai sei stato, sei o sarai.

– Photography by Marc Lagrange – “Wall” – N. Y. Expo – 2013 –
Lagrange

 

 

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“Flower Girl” – Photography – By Marc Lagrange

          Atti di presenza [scenica]

            Atti di presenza
ne ho fatti in quantità industriale e
– in quantità ancor più esponenziale –
       ho collezionato atti d’assenza.

            Dire e non dire
    ma sarebbe molto meglio fare
– sappi che per gentile concessione –
      andando via ti darò ragione.

          Aspetta come Godot
  prima o poi potrei anche arrivare
– la strada è lunga e molto trafficata –
        è difficile vedere il mare.

Paola Cingolani
18/12/2017

La poetessa Cristina Bove incarna in sè tutte le anime che – in qualche modo – percepiscono, concepiscono e recepiscono la realtà…

Sorgente: Cristina Bove, un’Anima che scrive versi Poetica_Mente

Più attuale che mai…

lementelettriche

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Il mare
è il Lucifero dell’azzurro.
Il cielo caduto
per voler essere la luce.
Povero mare condannato
a eterno movimento
dopo aver conosciuto
la calma del firmamento!

Ma nella tua amarezza
ti redense l’amore.
[…]

Federico Garcia Lorca

C’è il mare, fortunata_mente!
Io non mi sento più in armonia con tanta gente: è triste ma è la mia verità più spicciola.
Tutti si impongono, hanno sempre ragione, usano metodi maldestri, maleducati e fanno della prepotenza il loro maggiore punto di forza.
Personalmente non mi sento debole, solo leggermente più accorta e sono solita usare una discrezione maggiore con il prossimo.

Non mi impongo né impongo i miei metodi. Non pronuncio parole che non posso mantenere.

Sono stata catapultata in questo caos dopo essere cresciuta con la protezione e gli insegnamenti di un padre elegante, discreto, mai autoritario e – proprio per questo – sempre autorevole.

Di lui mi resta solo…

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Lallaerre (Luciana Riommi) – ho visto solo adesso questa silloge – e mi piace moltissimo.
Lo scoglio, l’anfibio, l’acqua… moltissimi pensieri così bene scritti i quali, persino io, nella mia incapacità poetica ho abbozzato.

il giardino dei poeti

Luciana in poltrona

 Essere stanziali su uno scoglio

Le poesie della Riommi si caratterizzano per una forte contrattura sull’ossimoro: il titolo di queste poche riflessioni è un verso che ha in sé la solitudine e l’errabondo stare dello scoglio con la fissità che rassicura abbarbicati su di esso, sicurezza che trasmuta in fissità, immobilismo, quando la vita è sempre movimento, spostamento, ricollocazione.
La natura umana è erratica, ondivaga, contraddittoria e, contemporaneamente necessitata alla stasi, al riposo, al nido, alla sicurezza. Tale duplicità ossimorica della natura umana (e della poetessa) è anche nel riconoscersi “anfibia”, di aria e di acqua e extracomunitaria, straniera in cerca di un’altra comunità ma conscia dei rischio, dei dolori, degli abbandoni: vuole giungere al porto che rassicura e quindi toglie gli ostacoli alla chiglia della barca che la trasmigra. E lo stupore ospita la consapevolezza insana che mettiamo fra le persone tanta distanza, tanto mare. E siamo della stessa…

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S. Valadon interpretata da Angela Caldarulo col mio volto

Dicono… che sono molto contenti: poi – come niente fosse – prendono commiato e, forse, la cosa peggiore è che lo fanno senza curarsi neppure di dare una giustificazione, come non fosse doveroso nulla.
Dicono… come se m’interessasse, che sono a sciare piuttosto che in America: resta bene inteso che una persona educata aspetta e avverte prima (soprattutto se aveva preso una decisione con te) e – dunque – io lascio che siano tutti dove credono, ma li ho aspettati già e, adesso, non li aspetto più.

 

Chissà perchè io li attendo sempre tutti al varco? Sospetto d’essere avanti.

 

Dicono… che sarebbe bello ritrovarci – evviva – a qualcosa serviranno pure gli amici veri, e ben vengano, perché io li rivedo proprio volentieri quelli che non si tirano indietro né si danno un’importanza che non hanno.

 

Dicono… che alla fine dei giochi sono solo io a stabilire chi conta e chi no, ed è vero.
Dicono… che si credono quasi tutti così brillanti tanto da annichilirti la voglia di rivederli: meglio stare con i pochi riferimenti veri e andarmene per conto mio.
Dovevo farlo prima ma sarei stata maleducata, avevamo deciso insieme, sarei dovuta rimanere  – e sono rimasta – per poi tirarla alla lunga e partire comunque con me.

 
Non ero io a dover dire “Vai pure”. Anzi. Io ho chiamato per sentirmi dire sostanzialmente il nulla (è questo che dicono, il nulla) e finalmente mi sono svincolata, chè se fossi rimasta ad aspettare ci avrei potuto fare persino le ragnatele.

 
Dicono… ma non capiscono cosa io dico loro.
E’ qui che sbagliano. Stando in ascolto solo di sè stessi.

 

 

Dico… che la gente educata ha un gran vantaggio sui maleducati, almeno ai miei occhi.
Dico… che sono andata a spasso da sola per questo mondo fino a oggi e tanto basta a garantirmi la possibilità di farlo di nuovo, immantinente, senza perdere tempo.
Dico… che non si deve nemmeno supporre io resti qui aspettando la disponibilità – arrogata ma mancata – di chi non ha sufficiente buongusto per rispondere delle proprie defezioni.

 

Dico… che prendo distanza da tutte le distanze.

 

Dico… che voglio considerare le piacevoli presenze e non le scurrili assenze.
Dico… che non avrei dovuto chiamare per sapere l’ovvio, ma avrei dovuto essere avvisata perché ho una vita da vivere – con riguardo e correttezza – e in questa mia vita c’è posto solamente per chi ricambia.
Dico… che ne ha cancellati più una caduta di stile che uno tsunami, almeno dalla mia sfera di interazioni, e – quando dico così – non è certo al contatto virtuale che mi riferisco.
Le sensazioni, le corrispondenze sono vive, non virtuali. Esistono nel mondo reale.

 

 

Qui, nella mia maniera di concepire la vita, c’è solo la grande necessità di andare e di dimenticare d’averli anche solo conosciuti certi soggetti arroganti e presuntuosi.

 

 

Dicono… per quello che m’interessa, nulla.
Dico… perché di me mi interesso, molto.
Dico… perché – a questo punto – la risposta che ho ricevuto era esattamente quella che avrei voluto.
Io ne esco nel modo migliore, me ne vado dove e con chi mi pare, potrò sempre dire “Ti ricordi quando…” e – sinceramente – mi divertirò moltissimo.
Che cadano dagli scranni questi falsi miti perché, secondo me, è proprio l’ora.

[10/12/2016]

 

 

Dicono… che non mi sono fatta più sentire: esattamente come loro, li ho ricambiati.
Dico… che non mi sono mancati affatto.

 

Dico… che con quei biglietti per Roma, ho poi compiuto comunque un soggiorno ma molto più bello, è stato sufficiente postdatarli.

 

Dico… che ho trascorso quattro giorni a luglio come fossi su una nuvola: con amici splendidi, persone che mai al mondo cambierei e dalle quali non m’aspetto bassezze nè mancanze. Abbiamo sorriso, ci siamo goduti una fratellanza veramente solidale, un affetto che pochi legami possono vantare.

 

Dico… che le cose succedono non sempre per lasciare una scia d’amaro in bocca.
Le cose vanno come devono, non esiste la sfortuna come concetto negativo atto a perseguitarci.

 

Dico… che saper ribaltare le situazioni restando signorili è un dono di pochi e premia sempre, ogni volta in cui dimostri coi fatti quello che sei, senza ostentare niente.

 

Dico… che più sei educato e più ricevi, sempre che tu non sia limitato al tuo misero mondo, sempre che tu sappia tirarti indietro e aspettare l’occasione giusta, perchè la vita può anche riservarti cose belle, ma a condizione che tu sappia aspettare.

 

Dico… guardati sempre attorno e tieni conto silenziosamente delle presenze costanti.

[10/12/2017]

 

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