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Monthly Archives: marzo 2015

cristina bove

spicchi di sole - by criBo

sono rimasta qui_______lama del mio coltello

e sia

che mi sorprenda un graffio sulla pelle

o che sappia d’esistere a metà

nei giorni in cui l’indulgere  dei sensi

indotti all’immanenza___ _ e delle cose morte

farsi gioco per volontà di tradimento____vivo

consunta________  _sono soltanto un lembo

di me stessa

vedi

come la veste ci ricopre appena_____e come

sia risicato il rigo____________e la menzogna

insufficiente_______poi_______dimenticanza

oltre gli incastri temporali_____________oltre

la vanità__________________delle arroganze

un qualche dio senza dimora azzurra_ _ un dio

da bar__da catapecchia__da moncherini__da

violenze inferte

un dio che preghi l’uomo di salvarlo

dal suo trono di gloria

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cristina bove

Arriva e arpiona al centro
stravolge ogni progetto
ha misure di ghiaccio
fiamme nel petto e l’abbandono a dio
per questa notte

ero me stessa
il dio da supplicare per sottrarmi
ai respiri di pietra
ai corvi neri

ma poi ritorno qui
incapace di chiudere per sempre
e mi consegno alla viltà
di sopravvivere.

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Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Voglio venirti dentro,
dare un’occhiata,
respirarti come l’aria.

– Vattene – dice la pietra.
Sono ermeticamente chiusa.
Anche fatte a pezzi
saremo chiuse ermeticamente.
Anche ridotte in polvere
non faremo entrare nessuno.

Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Vengo per pura curiosità.
La vita è la sua unica occasione.
Vorrei girare per il tuo palazzo,
e visitare poi anche la foglia e la goccia d’acqua.
Ho poco tempo per farlo.
La mia mortalità dovrebbe commuoverti.
– Sono di pietra – dice la pietra
– E devo restare seria per forza.
Vattene via.
Non ho i muscoli per ridere.

Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Dicono che in te ci sono grandi sale vuote,
mai viste, belle invano,
sorde, senza l’eco di alcun passo.
Ammetti che tu stessa ne sai poco.

– Sale grandi e vuote – dice la pietra
ma in esse non c’è spazio.
Belle, può darsi, ma al di là del gusto
dei tuoi poveri sensi.
Puoi conoscermi, però mai fino in fondo.
Con tutta la superficie mi rivolgo a te,
ma tutto il mio interno è girato altrove.

Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Non cerco in te un rifugio per l’eternità.
Non sono infelice.
Non sono senza casa.
Il mio mondo è degno di ritorno.
Entrerò e uscirò a mani vuote.
E come prova d’esserci davvero stata
porterò solo parole,
a cui nessuno presterà fede.

– Non entrerai – dice la pietra.-
Ti manca il senso del partecipare.
Nessun senso ti sostituirà quello del partecipare.
Anche una vista affilata fino all’onniveggenza
a nulla ti servirà senza il senso del partecipare.
Non entrerai, non hai che un senso di quel senso,
appena un germe, solo una parvenza.

Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Non posso attendere duemila secoli
per entrare sotto il tuo tetto.

– Se non mi credi – dice la pietra-
rivolgiti alla foglia, dirà la stessa cosa.
Chiedi a una goccia d’acqua, dirà come la foglia.
Chiedi infine a un capello della tua testa.
Scoppio dal ridere, d’una immensa risata
che non so far scoppiare.

Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
– Non ho porta – dice la pietra.


essere e non esser-ci
– perché lei non c’è –
ormai s’è acclarato

girare il mondo a vuoto
come un servizio telefonico
a dar messaggi all’utenza:

– dear customer
no news available at the moment
but on going –

essere e non esser-ci
se da essere si perde l’umanità
diventando comune cosa

cosa pure dispettosa
che – non paga d’essere utile –
si arroga altra pretesa

cristina bove

fiorebianco - by criBo

                                     

La memoria degli uomini
ha buchi d’occasione
in offerte speciali programmate

l’anima mia ha ricordi che non sono
di questa terra
a prova di terrazzi e davanzali
ha le sequenze logiche dei quanti
stabilisce passaggi
e perdite non ha che non sia il cuore
a viverne riflessi.

il cuore stabilisce dei contatti
troppo suadenti, troppo imprigionati
in battiti che assegnano respiri
e sa che al rimanere immoto
sarà finito l’io dell’occorrenza

e quanto all’importanza
di un viso di una mano di un’azione
non sarà che
non sarà più
non sarà

Della memoria
unica identità che riconosco
è un grido infisso in me
l’urlare t’amo e temo
a quell’irraggiungibile divino
che schioda ogni residuo d’esistenza

Conosciamo le tenebre e la luce
oltre le indagini
del semplice pensiero.

E non sappiamo darci
nemmeno…

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Acrobati e giocolieri
– i pensieri –
ti riportano a certi ieri
e tu – per non sentirne i dolori –
ricorri a finte amnesie:
necessari buchi neri
come morfina
dei buoni cuori.

Solo la mente
– così potente –
può salvarti da tutto…
o anche da niente.

Martella il ricordo
– stillicidio sordo –
più forte urla la mancanza
a vincere ogni dimenticanza.

Cuori e menti – saltimbanchi stanchi –
battuti ogni volta
con colpi sotto ai fianchi.

Che il vivere, con le sue numerose implicazioni, sia difficile in percentuale al sentire è scontato. Più si hanno pensieri, idee e sentimenti e maggiore è la sofferenza dell’individuo. Lei – tuttavia – è più soddisfatta della sua sensibilità spiccata rispetto coloro che ne sono in difetto. Soffrirà anche di più, innegabilmente, però meglio avere una mente che essere persona demente.

I ricordi mai azzerati: posti nell’angolo, custoditi e analizzati, un bagaglio impegnativo ma fondamentale.
Certo non ha rimpianti e non crede di aver sbagliato: oggi rifarebbe la stessa cosa perché sa bene di aver sempre agito in maniera pulita e di aver strapagato tutto, è consapevole di essersi guadagnata ogni cosa e di valere. Non deve dire grazie a nessuno perché nessuno – mai – le ha regalato nulla. Ci sono momenti in cui si avverte il peso schiacciante del proprio sentire. Momenti nei quali – hanno un bel dire i fautori del “be positive” – è necessaria una bella amnesia. Lei che conosce meglio di altri i buchi neri, lei – che colleziona frazioni di tempo completamente buie e disgiunte dal ricordo – ha imparato una grande lezione ottimizzando la potenzialità d’un sonno indotto. I lati buoni delle amnesie – sembra un paradosso – ci sono. “Impari che, mentre non ti accorgi neanche di essere stata male pure fisicamente, ti stai salvando l’anima e riapri gli occhi più forte di prima” si è detta. Questo ormai lo ha stabilito da un tempo immemore ed è riuscita anche a trovare il solo lato positivo della sua ex sofferenza. Da piccola, a quattro anni, certe cose non avrebbe potuto immaginarle neanche ma c’era quel padre che era stato capace di non farla sentire una bambina diversa. Crescendo ha capito ed ha stabilito un punto di vantaggio sul mondo: lei non ha nulla in meno ma possiede un margine di percezione maggiore. Ciò ha il suo prezzo, come tutto, e alle volte pesa. Pesa perché i più la osservano e vedono solo una donna ipersensibile, alcuni dicono suscettibile, forse complessa, impegnativa e magari noiosa. Va bene anche così: prima o poi – chi non è sterile ma sa andare a fondo – si stacca dalla massa e prende distanza da quel genere di individui superficiali e scarsi che lei definisce i più.
Oggi era amareggiata quindi ha fatto ricorso al suo isolamento. Mi preoccupo moltissimo quando lei si comporta così io che la conosco abbastanza bene. E’ una donna pericolosa, molto pericolosa. Lei sa di poter resistere quindi non cede: tutti coloro che hanno oltrepassato un inferno sono consapevoli d’essere forti e di essere vivi comunque. Allora se lei si mette a letto, se dice no all’amica quando la invita a pranzo fuori, se allontana artificiosamente il mondo, lei che – bastava uno squillo a farla felice – sta elaborando qualcosa che l’addolora. Fuori il solito rumore di pioggia. Sorride e si dice “Fatti un caffè e accenditi la sigaretta: quando scrivi – chissà come mai – ti accompagnano sempre la notte, il caffè e le tue sigarette oltre alla pioggia che batte il ritmo”. Vivere è questione di arrangiamento pratico conservando, in sé, quanto di buono ci sia. Per non perdere tempo, perché nulla sia inutile. E’ più vano buttarsi via compiacendo situazioni assurde o lottare per le proprie idee? Non ha dubbi: quel galantuomo di suo padre le ha insegnato cosa – fino all’ultimo respiro – una personalità profonda scelga. “Tu sei sedotta ed attratta da un mix di intelligenza, profondità e sensibilità. Ti piace lo scoglio, la superficie, l’abisso, la capacità di avvolgerti e di farti spaziare libera ed inebriata dalla salsedine che solo il tuo Mare, ad oggi, ha avuto”. Mare, così chiama suo padre: è stato e resta il Mare. Una figlia del Mare, con lo stesso D.N.A. del padre, si lascia inevitabilmente sedurre solo da chi è come lei. Che poi – quando parliamo di sedurre – dobbiamo fare estrema attenzione all’etimologia corretta del termine. Condurre a sé [dal lat. sedŭcere, comp. di se] e non certo come, spesso, si intende scrivere o dire oggi: lei non è persona da trattenere legandola a sé con il fascino dell’esteriorità, inesperta, prima attratta e dopo abbandonata da chi è senza scrupoli. Aspetta chi è in grado di condurla a sé in modo intelligente, libero, senza costrizioni né secondi fini, nel pieno rispetto della sua mentalità. Ferma come scoglio su cui si infrangono le onde più potenti. Capace di restare in superficie quanto di scrutare l’abisso. Morbida ed avvolgente come l’abbraccio dell’acqua. Solo chi comprende tutto ciò ed ha gli stessi argomenti le rappresenta una necessaria intesa mentale con la quale corrispondere. Difetti e problemi: ne abbiamo tutti, siamo pari, sono carte da scartare. Riprendiamo la partita a carte scoperte perfavore. Queste sono le regole: prima le si impara tutti e meno tempo – quindi meno vita – perdiamo. Chi non le rispetta è pregato di giocare altro e di farlo oltre: restiamo cordiali amici. “Non riesco ad apprezzare chi non mi conosce per quella che sono io come individuo”. Pensa questo perché non è ipocrita, perché non le abbisognano alibi e soprattutto perché le scuse sono un bonus non contemplato nel suo modo di giocare a faccia scoperta e pulita.

Voler male? Sentimento che non le riesce di provare, dunque, in momenti come questi, è pericolosa perché sta scegliendo chi c’è e chi non c’è. Ieri, adesso e domani.


come una svista
come una vista già
come una evitata
come una vita fa
– o anche come adesso –

come se la nostra vita fosse
ancora nostra
come se i pirati degli anni
ci fossero stati
– oggi o mai –

come se quella melodia
non avesse stonato
– rumore sordo di vuoto cosmico –
ingoiato dalla spirale del tempo
e musica nuova

… già: è la resa.

cristina bove

Se gli occhi
svoltano l’insonnia
e un’orchestra sdraiata tra i capelli
suona di clavicembali e violini
finisce la parola

incomincia la resa
dei desideri mai rappresentati
perché troppo vicini al paradiso.

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Non ce l’ho con la primavera
perché è tornata.
Non la incolpo
perché adempie come ogni anno
ai suoi doveri.

Capisco che la mia tristezza
non fermerà il verde.
Il filo d’erba, se oscilla,
è solo al vento.

Non mi fa soffrire
che gli isolotti di ontani sulle acque
abbiano di nuovo con che stormire.

Prendo atto
che la riva di un certo lago
è rimasta – come se tu vivessi ancora –
bella come era.

Non ho rancore
contro la vista per la vista
sulla baia abbacinata dal sole.

Riesco perfino ad immaginare
che degli altri, non noi
siedano in questo momento
sul tronco rovesciato d’una betulla.

Rispetto il loro diritto
a sussurrare, ridere
e a tacere felici.

Suppongo perfino
che li unisca l’amore
e che lui la stringa
con il suo braccio vivo.

Qualche giovane ala
fruscia nei giuncheti.
Auguro loro sinceramente
di sentirla.
Non pretendo alcun cambiamento
dalle onde vicine alla riva,
ora leste, ora pigre
e non a me obbedienti.

Non pretendo nulla
dalle acque fonde accanto al bosco,
ora color smeraldo,
ora color zaffiro,
ora nere.

Una cosa non accetto.
Il mio ritorno là.
Il privilegio della presenza –
ci rinuncio.

Ti sono sopravvissuta solo
e soltanto quanto basta
per pensare da lontano.

Wisława Szymborska

Vive
e – con lei –
vivono altri che ricordano sempre
quanto possa addolorare
quella disgraziata dimenticanza.

cristina bove

DSC03606

                                     

E sono tutte qui
_memorizzazioni necessarie_
come allacciarsi scarpe
sbucciare un melograno
spifferare colori su un foglietto
certificare il marmo con le fotografie dei fu
quando non si capiva bene ogni passaggio
:le case ebbero il tempo di ciascuno
_il meglio e il peggio_
e solo per quel poco che non bastava ai mobili
abituarsi alle pareti

il tavolo da pranzo sempre pronto
i figli sul terrazzo o nel giardino
si piangeva e rideva
a tinte sfolgoranti, a volte oscure
_s’imparava la resa ed il coraggio_
il vuoto delle assenze
e tuttavia
lei progettava giorni di bellezza
per quattro volte quattro
fin quando le parole
avessero potuto contrastare
il non poter comprendere abbastanza
quanto potesse addolorare la
dimenticanza

adesso vive
in una casa disegnata a china
basta soltanto cancellare un tratto
nella…

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