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Monthly Archives: gennaio 2017

Se mi soffermo a pensare
– quasi non ricordassi di me stessa –
non so dire e neanche quantificare
da quanto non piango più?

Eppure piango intimamente
– avrò finito i vasetti lacrimali –
ma non posso permettermelo
soprattutto non voglio farlo

– sono lezioni imparate bene –
il pianto non è sempre bagnato
la vita insegna se la si vuol capire
e io non so frignare ma rialzarmi.

Che io faccia un po’ paura è ovvio
– sono differente così spavento –
ma è d’una grande utilità questo
tiene alla larga e seleziona molto.

Così della mia presunta stramberia
– non ch’io mi faccia vanto, no –
ma nemmeno lascio mi porti il vento
come strappata, in balia d’ogni folata.

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Gettare un ponte è una conquista, per tutti. Costruire un muro equivale al contrario: isola l’essere umano.

Ho pensato sempre che fosse necessario abbattere i limiti e il muro dell’ignoranza, così anche quello della prepotenza e della tracotanza. Ho creduto – fermamente – che la mia vita dovesse essere condotta gettando un ponte, là dove fosse possibile, fra me e gli altri.

Non mi sono mai piaciute le persone che inneggiano alla razza eletta, quale che sia, ma ho scelto sempre chi mi illumina con la sua saggezza senza scalfire chi mi ha solo abbagliata con una luce riflessa.

Mi trovo in un mondo strano e vivo giornate strane: il paradosso è che – ad arrivarci – c’è voluto un tempo flash e che, suppongo, sia tardi per tornare indietro.

Ad una sola settimana dall’insediamento di Trump, la civilissima America, vede inneggiare a muraglie, torture da inquisizione spagnola come il waterboarding da reintrodurre durante gli interrogatori della CIA ed altre assurdità che trasformeranno il sogno americano in un vero e proprio incubo mondiale.
Perché?

Perché si osserva tanto Trump? Perché – che ci piaccia o meno – il Presidente degli U.S.A. incide, con grandissimo peso, su tutte le questioni mondiali.
Ora, cari americani un tantino misogini e dai sonni disturbati, mi sta bene tutto ma avreste dovuto ricordarvi che se gli indiani vi avessero sbarrato la strada – oggi – non sareste là a turbarci tutti. Avreste dovuto pensarci votando.
Avrei ascoltato più volentieri – dopo solo una settimana – news che riguardano l’affermazione di un civile Stato di diritto senza regressi storici né tanto meno barbarici.
Come si può pensare di menzionare il termine progresso oggi?

Anche solo nel mio piccolo, per il poco che conta, la mia maniera è sempre stata quella del dialogo costruttivo e – se proprio mi trovo un muro d’ignoranza con cui interloquire – allora non getto né ponti né tanto meno improperi: lascio ai meschini simili modus operandi e passo oltre senza pensarci più.
Non che sia piacevole scoprire che si è stati tiranneggiati, capiamoci, ma neanche si può camminare sui campi minati e – l’essere umano imperfetto che sono io – sceglie d’essere altro, vuole essere altrove. Smette, quasi la mente fosse un flusso d’acqua, di scorrere e si sposta su differenti delta: il mio fiume del vivere continua ad esistere all’infinito, con tutte le sue mutazioni continue. Senza nuocere a nessuno.

Figurarsi, una così, cosa può pensare del vecchio e ormai sfumato sogno americano?
Mi spiace e mi addolora perché gli americani avrebbero dovuto essere più coscienti votando: non hanno compromesso solo loro stessi ma tutto il mondo.

 

Si avvicendano cose strampalate, giornate strane, situazioni paradossali. Si avverte un nodo in gola: il vuoto cosmico attorno e l’incapacità di cacciarlo via.
Il tumulto all’interno e l’impossibilità di conviverci.
Cosa dovrebbe fare una persona?
Come alleggerirsi, come respirare senza sentire quel male sul cuore?
Magari sfogandosi e piangendo, una bella catarsi e si potrebbe stare meglio. Magari.
Ma lei – testa alta – non piange.
Resta impassibile, almeno apparentemente, anche se vorrebbe tanto le si materializzasse una spalla sulla quale potersi appoggiare tirando un sospiro. Magari.
Però non è così – ovviamente – non per lei.

Chissà perché si sente addosso questo inferno?
Eh, lei lo sa bene, ma non lo dirà mai.

La vita è uno strano corridoio sul quale camminare in direzione obbligata e a senso unico.

Non si può: oggi scosse di terremoto, ancora questa terra che trema quasi ci voglia tartassare con uno sciame sismico infinito… riuscendoci, anche bene.
I nervi sono logori e, mentre pensiamo agli amici senza corrente elettrica e senza riscaldamento, col sisma, con metri di neve, ecco che ci chiamano per andare di corsa a scuola: qui si evacuano gli edifici scolastici.
E – in tutta onestà – già si era arrabbiati a sufficienza.
Poi arriva la ciliegina sulla torta, una blogger, scrittrice e medico che si sente Wonder Woman e decide di lottare, niente pò pò di meno che, contro la gaytudine (o diventerà la nuova razza ariana, scrive) perché quello all’omofobia sarebbe un diritto!

Intanto su Change.org c’è una petizione da firmare per espellerla dall’Ordine dei medici.

Io suppongo che un medico non si possa concedere il lusso delle pregiudiziali e questa esimia Dottoressa e scrittrice che inneggia all’omofobia mi terrorizza.
Fosse per me dovrebbe tornare al Medioevo così avrebbe una bella pira da accendere per i peccatori.

Spero mi legga e le dico col cuore che a me, come genitore, interessa avere un figlio felice e amato, anche da chi avrà accanto: amato e rispettato dalla società e da chi avrà vicino.
Sul fatto che sia etero o gay non mi pronuncio: quisquilie e pinzillacchere, la sua vita sessuale sarà pure sua e non mia!
Cominci lei a scusarsi perché non le riconosco il diritto di avere una fobia per l’umanità.
Io sarò mentelettrica ma leggo di tanti che sono proprio fulminati.

 

 

[…]

Quando due o più birbanti si trovano insieme la prima volta, facilmente e come per segni si conoscono tra loro per quello che sono; e subito si accordano; o se i loro interessi non patiscono questo, certamente provano inclinazione l’uno per l’altro, e si hanno gran rispetto. Se un birbante ha contrattazioni e negozi con altri birbanti, spessissimo accade che si porta con lealtà e che non gl’inganna, se con genti onorate, è impossibile che non manchi loro di fede, e dovunque gli torna comodo, non cerchi di rovinarle; ancorché sieno persone animose, e capaci di vendicarsi, perché ha speranza, come quasi sempre gli riesce, di vincere colle sue frodi la loro bravura.

[…]

Giacomo Leopardi – “Pensieri”, I

 

a-recanatifavolosa

Un giretto a Recanati (MC) e, mentre passeggio entusiasta, mia figlia mi fotografa.
Ormai sarà stato tre anni fa: mi ero messa in caccia di immagini da abbinare a dei versi scelti per partecipare a un contest su Giacomo Leopardi.
Ho riletto tutte le poesie, tutte. Non ho lasciato niente di intentato.
[Il contest l’ho anche vinto e non era proprio semplice, ad onore del vero. Eravamo in tanti ed era stato indetto dall’UNESCO ma io non volevo sfigurare, così puntavo almeno in un discreto piazzamento. Eppure è arrivata una vittoria strepitosa.]
Diciamo che mi sono riletta tutti i canti ma non soltanto: rivedere la filosofia leopardiana è stato fondamentale per capirne meglio anche la poetica.
Suppongo il suo fosse un grande genio e credo avesse capito assai più di quello che ci viene insegnato a scuola. Fortunatamente – chi lo ha compreso – lo ha sdoganato dal pessimismo cosmico che definirei più vicino ad altri letterati (Cioran è il primo nome che mi viene in mente).
Questa introduzione mi serve per dire che la sua elasticità mentale è di un’attualità sconvolgente e – lo si vede anche nei moderni attacchi in rete – la massa si orienta sempre facendosi beffe di chi non è reo, anzi, agisce coagulandosi subdolamente.
Non importa quel che è corretto: ad essere decisiva è la coesione che nasce e si sviluppa da qualsivoglia interesse.

In progressione possiamo anche dolerci di tutto questo ma resta un dato di fatto incontrovertibile, così è la psicologia umana, e il nostro dispiacere si sublima presto da sé se siamo supportati da una discreta intelligenza.
Che il web possa essere usato intelligentemente lo vediamo.
Così pure vediamo l’esatto contrario.
Insomma, ognuno di noi gestisce le cose per quelli che sono gli interessi suoi e si ferma abbattendosi sui limiti che ha.
Tutti siamo collegati (e tracciabili).
Alcuni insultano credendo di essere furbi ma sono solo webeti (il neologismo esatto è questo). Altri cercano di diffondere notizie, senza il vezzo di essere Mentana o la Fallaci, per carità. A volte ci si concede persino a degli scherzi fra amici senza pensare (o ignorando deliberatamente) che, dietro ai monitor dei Social, c’è una sorta di spionaggio che al cospetto Mata Hari sarebbe parsa una principiante!
Perché poi piaccia così tanto sapere?
Perché da sempre, farsi gli affari degli altri, aiuta a non vedere dentro alle proprie piccinerie. Come è vero che da sempre si scende in piazza con le proprie croci per poi riportarsele gelosamente a casa.
Insomma la rete non ha cambiato l’umanità se non contribuendo a diffondere capillarmente bufale e ciarle: pare facciano molto più share delle poche consapevolezze.
Siamo sempre più nerd ma con gli stessi limiti della gente zotica e villana.

Un pensiero ad un uomo che non amava gli zotici né i villani e tanto meno gli piaceva sentenziare: nonno Cingolani, che ha abbandonato la sua Recanati da ragazzo perché innamorato di una donna che – avanti con gli anni – si è rivelata zotica e villana.
Erano altri tempi e, da fidanzate, si fingeva perché collocarsi in società con tanto di marito era la sola alternativa ai conventi. Chissà che avrebbe pensato oggi di me mia nonna? Prima di morire sperava in un mio secondo matrimonio. Quasi non bastassi io a me stessa.
Nonno Cingolani, per quanto ricordo di lui, mi avrebbe amata anche libera: come i miei nonni materni.

cristina bove

notturno-in-giardino-c

Se ne vanno a metà
rimangono inquietanti nonpresenze
lievi come respiri sulla fronte
intermittenze in veli di penombra
_anche mia madre_
che ho smesso di chiamare
per dignitosa comprensione
ormai che le perdono ogni mancanza
e so quanto sia labile il confine
tra la follia dei santi
e la normalità presunta degli umani.
Altri di mille apparizioni
eludono i ripari della logica
e sono tutti qui _tra suolo e cielo_
interi e separati
interferenze che sparute luci
fanno sembrare un parlottio di stelle

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Quel guizzo
luce blu dagli occhi
– e t’amiamo.

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