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Monthly Archives: novembre 2015

Il mare è grigio: è arrivato l’inverno vero, tempo natalizio – questo dovrebbe essere – ed io non cerco più alberi da agghindare ma persone vere e pulite.
Una spianata d’arenile, lo sguardo all’orizzonte… ecco, c’è tutto il mio Universo mondo.
L’acqua è sempre una pagina di vita viva: non ci puoi scrivere sopra ma devi sforzarti di saperla leggere.
C’è già tutto, nessun attimo è mai uguale – mai – sebbene alcune volte possa confondersi con altri. E’ solo un’impressione fasulla.
Ricordi, stelle cadenti ingoiate dalla superfice, rubate al cielo con tutti i desideri del mondo, lacrime versate nuotando – per non dare spiegazioni neanche a te – sorrisi rimasti segretamente nascosti dietro alla scogliera… questo ed altro nel mio mare.
Anche adesso, arriva dicembre e va a finire così: una figlia del mare sta alla vita come l’onda sta alla scogliera. Diventa barriera.
A me non servono luminarie o addobbi, è sufficiente una passeggiata sulla battigia, col vento gelido come compagno fedele, per non sentirmi affatto perduta.
Una grandezza incontenibile, dove c’è tutto scritto, onda su onda, con la schiuma a fare da punteggiatura, con il rumore dei flutti a dar tono e musicalità meglio ancora di “Jingle bells”.
Una spianata d’arenile – come dice la cara amica Cristina Bove – e ritrovo persino l’amore che ho perduto.
E non ho alcun volto da attribuirgli, come negli ultimi anni, però lo sento accanto, ne percepisco il respiro odoroso attraverso la salsedine. Pelle a pelle. Ne vado solo fantasticando ma tant’è.
La verità è che amo assai più le mie radici ed il mio mare provinciale al cospetto della tua America.
La sola concretezza è che – come dieci anni fa – io non ti voglio affatto.
Sei migliore di tutti, è vero, ma non ti amo più da troppi anni e – anche solo risentirti – m’ha fatto capire come tu non sappia affatto coesistere con me. Ti sono stata vicina in un momento di dolore, nonostante tutto, però adesso vattene, te ne prego!
Come il mare io non sono mai la stessa: non resisto al peccato di voler conoscere ogni giorno qualcosa di nuovo. Non mi saprei formattare secondo il tuo sistema, resterei l’anarchica che sono perché l’amore – io – lo concepisco nella misura in cui mi rende libera.
Tu – al contrario – sei così statico che m’incateneresti per declinarmi soltanto secondo le tue esigenze.
M’intenerisce, come riguardasse un po’ anche me, la donna che ti è vicina: ignara dei tuoi continui passi all’indietro – per cercarmi e ricercarmi – non si accorge d’essere un ripiego.
Tu stai lontano, te ne scongiuro, tieniti il tuo amore palliativo e non voltarti mai più, almeno non verso di me.
Siete solamente una triste parodia: tu, solo un lui che si considera libero, mentre lei si sente prossima al matrimonio. Due illusi che s’avvicinano per esorcizzare la solitudine.
“Ha mai fatto i conti con la realtà?” mi chiedo, perché – francamente –
la sua fretta mi lascia perplessa.
Come conviverete con la mia presenza – se tu non mi dimentichi – non lo so e neanche voglio saperlo.
Io non so nemmeno cosa farò ma sono tanto più serena e sono pronta a vivere meglio ancora, anche solo accampata qui, sulla mia spianata d’arenile.
Con la brezza marina addosso.
E senza di te.
Perché – per raggiungere la serenità in solitudine – bisogna essere impavidi e abili a domare tanti coccodrilli, non solo il gatto.

 

cristina bove

A quelle donne di meraviglie e fiori
quelle che silenziose fanno andare
casupole e favelas, figli portati sulle
spalle chine, lana pungente sulla pelle
dita affondate negli inverni
donne dismesse a ricamare perle
e chatouches per quelle fortunate.

Donne dai pianti occulti per i figli perduti,
donne dalle carezze rassegnate
sulle deformità dei loro nati e quelli d’altre.
Vanno con passo celere
più avanti della vita
più pietose del quadro sugli altari
che spiega nel suo ebete sorriso
quanto non fu mai loro e di quei figli abnormi,
l’opposto dei bei riccioli dipinti
e lineamenti rosa.

Donne delle catene di montaggio
recluse per un tralcio di mimosa
donne dei mille passi nel deserto
per un una goccia d’acqua
donne a scacciare mosche dai sorrisi
dei loro figli condannati a sete.
Donne vendute
donne vilipese

Qui ci piangiamo addosso
per uno specchio rotto, una sedia tarlata
solitudine in versi che dovrebbe

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Velo di Donna

Come di certo saprete, oggi 25 novembre è la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Tanto ci sarebbe da scrivere in merito, ma a volte preferisco il silenzio e dedicare una pausa di riflessione a leggere, a documentarmi e a capire se, nel mio piccolo, sto facendo abbastanza e cosa posso fare di più, perché abbastanza non è mai.

Circa due settimane fa, in una di queste pause, mi è venuta l’idea di un contest di poesia su una delle mie pagine Facebook, Velo di donna, per riflettere e dare la possibilità di farlo con uno strumento che è innocuo, eppure potente: la poesia.

Davvero sono così ingenua da pensare di poter cambiare il mondo a suon di versi?

No, ma mi piacerebbe. Eppure, il giorno che smetterò di credere che le parole, la lettura, la ‘cultura’ possano rendere questo mondo un posto migliore, sarà il giorno in…

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Ho liquidato definitivamente una persona stupida. Non è più parte della mia esistenza, non avrebbe potuto. Per stupidità, appunto.
Non è possibile pensare che – una come me – si beva frottole.
Che le beva tutte chi gli si avvicina adesso: le lascio dose doppia perché un po’ deve essere stupida anche lei (non accorgersi che, mentre parla di matrimonio, lui organizza vacanze con la sua ex spacciandosi per libero…) insomma due tipi perfetti per il famoso “Dio li fa e poi li accoppia”.
Oh – da notare – lui continua a sostenere di essere single: come se questa donna, certamente troppo sicura di sé, non sospetti neanche che da ormai tre anni lui tenta di tradirla.
Io non mi sono mai prestata ma – mi gioco qualcosa volentieri – qualcuna c’è cascata. In tal caso, la poveraccia, se e quando capirà si ridimensionerà. Imparerà a darsi meno arie da tuttologa e magari gli mollerà un calcione dovuto sugli zebedei (seguito da uno ben assestato sulle gengive). E vissero sciocchini, infedeli e scontenti.
D’altronde se è un mio ex avrò ben ragione di far sì che resti tale… e certamente non lo seguirò nei suoi deliri. Non mi spiace neanche per lei. Si fosse posta diversamente sì, così – con quell’anelito di superiorità che pare evidente respiri – credo sia anche giusto impari la verità. E la verità è una sola: gli uomini sono dei cretini. Lei non ha niente più di altre per far sì che siano diventati geniali d’un solo colpo!

C’è che ti aspettavo da un po’ a quel varco. Dovevi cadere, lo avevo deciso più e più volte. E c’è che mi sono stancata di aspettarti.
Te lo dicevo – oltretutto – avresti dovuto ascoltarmi e – soprattutto – avresti dovuto credermi.
Io, uno come te, non volevo vederlo scivolare così in basso… speravo di poter salvaguardare questi dieci anni in cui ti ho sempre distinto dal resto del mondo. Ti ho amato – un tempo – e oggi mi trovo innanzi chi? Cosa? Una persona del tutto sgangherata, un uomo – che uomo non è – e che cerca di prendere tempo perché teme la mia intelligenza.
Uno che ha completamente perduto la sua spina dorsale. Uno che tace l’evidenza per paura.
Ricordati, mio caro, le cose – se nascoste o non dette – sono un colpo alle spalle.
Ok: prenditi tutto il tempo necessario – però scompari – e non farti mai più vivo. Non stavolta. Stop.
Hai imboccato la porta dell’uscita, da quella nessuno può né deve tornare. Vattene a giro per l’universo mondo e fottiti con tutta la tua dannata compagine italoamericana. Dal canto mio ho cancellato tutti i nostri messaggi: ti ho cancellato, sì, ed è stato anche molto bello. Catartico, veramente. Curioso è come ti sia dispiaciuto quando te l’ho detto… io starò bene e non mi strapperò i capelli. Vergognati. Non so se tuo padre sarebbe fiero di queste tue gesta da piccolo uomo qualsiasi: credo di no. Ti lasciai – dieci anni fa – per la stessa ragione: dicevi “Tu sei più forte di me” senza capire che, il coraggio, ha un costo.

Paola, la coraggiosa, quella che deve sempre comprendere le piccinerie altrui in sé: non sono una matrioska io! Il mio coraggio l’ho pagato cash – sempre – e non ho avuto mai sconti. Anche quando ne hai beneficiato tu. Così, non senza sincerità, ti lascio di nuovo. Senza strapparmi un solo capello e senza piangere neppure una sola lacrima. E’ curioso che, un grande uomo al pari tuo, sia riuscito a ridursi un microbo e a farsi mandare a quel paese ripetutamente dalla stessa donna… che ha continuato a rincorrere per ben dieci anni. Ti ho mollato, ancora, solo che – prima – ti stimavo anche se non ti amavo più. Oggi non ti amo e neanche ti stimo affatto.

In sintesi: fuck you very, very much, dear love!

Non ti perdonerò mai d’avermi fatto rivivere una camera ardente solo per debolezza. Non perdonerò mai la tua gentilezza inutile, nata dal tuo timore, io non sono un fantasma né uno spettro. Neanche saprai mai che ti ho tradito molto volentieri: tu pretendi d’essere il buon uomo, il bravo della situazione ma sei solo diventato uno dei tanti.
Consideravo opportuno tu lo sapessi.
Ed è stato molto bello dirtelo!
Una vera liberazione.
Goodbye!

Un’importante porzione de L’Allegria (1931) è costituita da ricordi della vita civile di Giuseppe Ungaretti, che però in qualche modo la guerra ha contribuito rievocare. La guerra è, dunque, il momento, l’occasione che induce alla meditazione sui grandi temi della vita e della morte, sui temi dell’amore e della trascendenza.

I versi che compongono In memoria (1916) sono incentrati proprio su un fatto riguardante la sfera personale dell’autore: la poesia rievoca la sfortunata vita dell’amico Moammed Sceab, suicida nel 1913, con cui il poeta aveva condiviso l’indirizzo di Parigi, all’albergo di rue des Carmes.

Ricordo che Ungaretti nacque in Egitto e migrò poi in Francia, in quella stessa pensioncina dove visse con l’amico Moammed Sceab. Entrambi soffrirono lo stesso “male di vivere” inevitabilmente causato dalla perdita d’identità e delle proprie radici. Erano – entrambi – dei “senza Patria” e Moammed si suicidò non riuscendo a con-tenere in sé il suo dolore.
La chiusa della lirica è struggente, come solo l’uomo di pena Ungaretti sapeva scrivere.

IN MEMORIA.
Locvizza il 30 settembre 1916.

Si chiamava
Moammed Sceab

Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome

Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono

L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.

Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera

E forse io solo
so ancora
che visse

Giuseppe Ungaretti

cristina bove

soggiorno riflesso nel giardino - 4 by Cristina Bove

per una strada parallela ai giorni
una strada di penna e di colori
dove lo spazio-tempo è una barriera
a chi si pone nella dirittura
di non ritorno
_asintotico verso all’infinito_
desiderio di volo e d’altri mondi
quelli sì, paralleli.
e ricapitolare le distanze
dagli atomi al pensiero

la bellezza concessa e la parola
la percezione misteriosa d’altro
_ogni misura è un artificio umano_
suggeriscono mille direzioni
:non si scorgono frecce né segnali
e spesso piove

procedo in uno stallo paradosso
mostrando in uno dei miei tanti volti
l’umano ch’è un murale estrapolato
dalla facciata dell’eternità
_un pellegrino evaso dai braccioli_

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Parole… ormai sono diventate una merce usurata, sono state deturpate d’ogni significato, svendute, abusate. E, forse, con esse anche i sentimenti. Una specie di coltre di ghiaccio s’è addensata sulla gente. Parole troppe, atte a dire niente: incomunicabilità. Solo e soltanto solitudini. Ecco: e lei s’è stancata ma – non riesce a capire da dove le venga quella speranza – aspetta. Aspetta consapevole di trovarsi collocata esattamente all’interno di un buco dove non esiste alcun riferimento spaziotemporale. Neanche a morire. Dunque cosa resta? Vivere: resta la vita, coi suoi paradossi. Come quel giorno in cui lui l’ha cercata per dirle che era appena mancato suo padre e lei, lei che solitamente legge i suoi messaggi in maniera solerte, stavolta l’ha guardato solo a notte inoltrata. Percezione. “Si naviga a vista” – dice lui ultimamente – e lei si adegua. S’è lanciata, senza dormire, in un viaggio infernale fino alla camera ardente. Lui non c’era e quindi non è riuscita ad abbracciarlo. Un inutile viaggio fra salme sconosciute quando – al contrario – voleva abbracciarlo e confortarlo. Un viaggio strano. Forse utile anche se inutile. Forse servirà presto a farla decidere – una buona volta – di guardarlo in modo differente. Dipende solo da lui. Ha promesso di venirla a trovare. Dovrebbe pensare che, se una donna ha fatto questo, a lui ci tiene. Dovrebbe venire presto – non fosse che per dimostrarle gratitudine – ma lei, spesso, sente come una sorta di distanza strana. Percepisce qualcosa di non ottimistico. E, lei, si sbaglia raramente. Così quella cortina di gelo la pietrifica. Roccia, lei è sempre Roccia… così l’ha soprannominata la sua migliore amica. Stanotte – Roccia – voleva leggere. Caso ha voluto che prendesse lo stesso libro che aveva in treno, durante quel viaggio maledetto. All’inferno e ritorno da sola, come ogni maledettissima volta. Ha lasciato i biglietti del treno usati dentro al libro, strano vizio, così – stanotte – girando pagina su pagina, ogni tanto i biglietti scivolavano fuori. Sembrava volessero ricordarle quel viaggio da delirio che la sua mente sta tentando di resettare. Come si potesse ripulire l’hard disk dai giga scaricati in sovrappiù. Ma lei – come il protagonista della novella – non è un PC: ha dei sentimenti. E’ stata profondamente ferita, come chissà quante altre volte. Non può neppure contare quante. Vuole rivederlo: solo così potrà risolvere il dubbio che le si è insinuato nella mente. E non è gelosia né invidia e nemmeno orgoglio, sia chiaro, perché questi restano i peggiori mali dell’umanità. E’ un dolore differente. Forse si potrebbe definirlo mancanza, amarezza e ciò nonostante, se ripensa a tutto, lei riesce ancora a dirsi “Si naviga a vista” in queste situazioni. Lei lo sa bene, le ha già provate quasi dieci anni prima, proprio quando lo conobbe. Ora sta giustificando lui: è una maniera infallibile per giustificare sé stessa, la verità è solo questa. S’è data un tempo. Sforzandosi di quantificare da quella sorta di labirinto in cui è precipitata. Forse arriverà presto a dirsi “Sì, mi ha ferita e non doveva”. Forse riuscirà persino a concedersi il lusso d’una discreta quantità di lacrime. Non troppe: quel tanto che basta da rendersi umana e da non diventare di nuovo Roccia. Nel frattempo, mentre scrive, le automobili dalla strada e l’apertura dei bar si fanno sentire: continuano a far rumore ricordandole che il mondo non si è ancora fermato. Comunque vada. Forse lei – stavolta – lo dimenticherà. Forse lo rivedrà altre volte, senza impararlo mai a memoria. Tutto potrebbe essere.

Quando torni tu

non parlo d’amore

non leggo d’amore

non scrivo d’amore.

Ti faccio l’amore.

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