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Monthly Archives: aprile 2018

Adrienne Rich è nata a Baltimora nel 1929 ed è deceduta nel 2012: un’insegnante, una saggista e una poetessa statunitense notevole…

Sorgente: La ‘mappatura’ poetica di Adrienne Rich

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Una conversazione inizia

con una bugia, e ogni

parlante della cosiddetta lingua comune sente

la spaccatura nel ghiaccio, la separazione

come assenza di potere, come se fosse contro

una forza della natura

Una poesia può iniziare

con una bugia. Per essere stracciata.

Una conversazione ha altre leggi

si ricarica della sua propria

falsa energia. Non può essere stracciata.

Infiltra il nostro sangue. Si ripete.

Con lo stilo incide irripetibilmente

l’isolamento che nega. […]

(da “Cartografie del silenzio” di Adrienne Rich)

 

 

Quando parliamo possiamo, cercando di essere maggiormente accettati dall’altro, enfatizzare un pò i toni della conversazione: solitamente è quello che facciamo poichè ci teniamo a ricevere l’approvazione altrui.

Credo sia un atteggiamento umano, se però si resta nei limiti dell’onestà intellettuale.
Certamente c’è un vizio di comunicazione se prima pronunciamo frasi toccanti, facciamo delle promesse e poi, senza proferire parola, decidiamo da soli di fare esattamente il contrario. Ravvedersi è lecito, è umano, ci sta: solo dobbiamo dirlo al nostro interlocutore perchè, se cambiamo idea su impegni comuni, è doveroso avvertire.

“Mi piacerebbe tanto che finalmente ci rivedessimo e passassimo un weekend insieme…”
Ci si accorda, si stabilisce tutto, prenoti e dopo soli 40 minuti arriva da WhatsApp la disdetta “Ho l’influenza.”
Tu, che sei disponibile e niente affatto egoista, sospendi i biglietti immediatamente dopo aver risposto “Fammi sapere come stai, cambiamo data, non ti preoccupare e rimettiti!”
“Certo, ti avviso.”

Un’altra avrebbe detto “Oh, come mi spiace per te, ma io – dato che ormai ho già quei biglietti – vado comunque, semmai ci si vede quando stai meglio.”

Poi nessuno ti dice più niente, tanto che – dopo oltre un mese – chiami domandando come va e ti si risponde candidamente “Sono in vacanza a sciare”.
Ora, una persona normale, ci avrebbe messo una pietra sopra non prima di aver risposto
“Beh, se sapevi che ti stavo aspettando per quel weekend, non potevi avvisare prima, come stabilito, educatamente? Sarei partita comunque con o senza la tua influenza: ho voluto aspettare per gentilezza. Avrei potuto muovermi!”  ma tu non sei una persona normale, no, sei sensibile e capisci che quella strana scusa deve pur avere un qualche motivo.

Dopo circa un anno ti chiama di nuovo, ti chiede scusa: tu ringrazi e sei contenta di non aver mai chiuso quella porta, è un’amicizia molto cara, ci tieni, ci hai sempre tenuto moltissimo e si decide ancora di rivedersi .

Ci si ritrova, poche ore e nel mentre ti si dicono cose importanti, ma succede che non puoi neanche mettere un abito elegante comprato appositamente (per delle esigenze sue, grossi imprevisti) insomma ti adegui, ti senti estremamente turbata eppure cerchi di essere quasi un’ombra, non vuoi aggiungere un altro peso sulle sue spalle oltre al grave problema sopraggiunto.

Sei là, annichilita, non ti senti certo sciolta, non fiati quasi ma fai la finta tonta: non vuoi certo indisporre nessuno in un momento critico, per rispetto, per educazione, ti dici di stare da parte.

Tanto entusiasmo prima per essere poi quasi il nulla e confidi, come si è detto, nella prossima volta.
Già: la prossima volta vedrai, sì, vedrai, certo che sì!

Tornando a casa, in pochi giorni, capisci che la prossima volta non esiste ma ti aspetti anche che, se è così, ti venga detto.
Poi pensi – rimproverandoti – di non chiedere, di non scocciare, alimenti dei simpatici saluti quotidiani fino a che percepisci fortissimo un insulto alla tua intelligenza.

Capisci che c’è di nuovo un inabissarsi, ma che non ti viene detto, proprio come la volta precedente.

 

A questo punto, fatti passare sin troppi giorni, decidi di fugare il dubbio e forzi un pò chiedendo chiarimenti:  dopo una ulteriore presa di tempo c’è l’ammissione. “Ho deciso che…” ma – a te – non è stato detto.
Già: tu sei solo un dettaglio insignificante, mica sei la parte in causa, che valore hai tu?

 

Tu sei quella che dice solo “Grazie!” e che viene sempre dopo, alla quale non si concede alcuna opportunità e che comunque si rende piccolissima, si mette nell’angolino, s’accontenta, sa comprendere… questa volta – però – sei troppo arrabbiata.

 

Intanto sei stanca di questo modus facendi e – fortemente convinta che le maniere fanno le persone – non ti sta più bene sentire scuse: il minimo sindacale vuole che, se ci si è misurati correttamente con te (cosa che non è successa per l’insorgere dei suoi imprevisti), a te sia detto almeno “Ti ho promesso qualcosa ma ci ho ripensato.”

Così, invece, solo dopo tua sollecitazione, ti si dice “Non capite, ho necessità di solitudine, è un momento oscuro per me…” e altre menate vittimistiche simili.

La realtà è che non si cerca affatto la solitudine, ma si vuole la tua temporanea esclusione, per dare ad altri opportunità che tu non hai mai avuto.

Menzogne, insomma, una dietro l’altra, tutte identiche nella matrice: stesso modus operandi e stessa bocca a contartele.
“Non capisco” tenta di dire
“Beh, mi sembra evidente, che tu abbia capito come stare al mondo è cosa da escludere”.

 

Dopo tanta fede riposta in questa persona, dopo la grande stima nei suoi confronti, dopo ben 12 anni, dopo aver riflettuto su te stessa, su chi sei e su quanto vali, la sola cosa che puoi fare è chiedergli di andarsene fra coloro che tu – da oggi in poi – collochi nel nulla.

 

Hai lasciato persone che ti amavano: hai spiegato loro che non eri più innamorata e non è stato bello ferirli ma sei stata sincera.
Non hai mai tradito moralmente e neanche fisicamente.
I rapporti – d’amicizia come d’amore – quando vengono avvelenati dal tradimento morale non possono più proseguire. Così – se avresti capito e accettato quando ti si fosse detta la verità – ora non puoi prenderti in giro anche da sola: è già troppo pensare alla cattiva fede altrui.

 

“Si può giudicare un uomo dicendo che è in malafede. Se abbiamo definito la condizione   dell’uomo come una libera scelta, senza scuse e senza aiuti, chiunque si rifugi dietro la   scusa delle sue passioni, chiunque inventi un determinismo è un uomo in malafede.”

J. P. Sartre

 

She

[…]
“Forse per il fatto che ho aspettato tanto a lungo, io cerco qualcosa di assolutamente perfetto. Perciò non è facile”.
“Un amore perfetto?”
“No, nemmeno io aspiro a tanto. Mi basterebbe poter fare i capricci. Questa perfetta libertà.”
[…]

(Haruki Murakami – da “Norwegian Wood”)

La perfezione non esiste, come non esistono gli amori perfetti.
A dirla tutta dubito fortemente esistano gli amori in questo momento della mia vita.
Solo non mi spiego perchè vedo gente che si concede qualsiasi pretesa e, ad ascoltarla, c’è il mondo. Capricci d’ogni genere e – molto spesso – vengono esauditi: basta pretendere e comportarsi male che si ottiene più di chi è disponibile e se ne sta, come me, nel suo angolino di mondo.

Non chiedo la luna, sia chiaro, lo dico onestamente: “Vorrei fare solo un capriccio ogni tanto!” – perchè no, che sarà mai?

Chi ha detto che io devo capire al volo e starmene sempre zitta?
Chi ha stabilito questa regola?
Non mi si poteva consultare?

Ieri sera sono stata a cena dalla mia amica e mi sono sentita dire le solite cose.
“Paola sei intelligente, colta, sei una persona per bene, tu spaventi. Oltretutto dici le cose in faccia e la gente rischia di sentirsi inadeguata.”

“Ah, quindi, se non sono stupida, mi devo sentire colpevole? Idem se sono onesta?”

“Ma no, dai, piuttosto sei magra, stai benissimo, devi mangiare di più, mi preoccupo così. Poi lasciati quei ricci sciolti: non andare dal parrucchiere a stirarteli, io chissà che darei per avere i tuoi capelli e tu te li fai stirare. Facciamo a cambio? Dammi i tuoi capelli, che darei… ma non si può stirarsi una testa così bella!”

“Questi sono i capelli di mio padre: la nonna di babbo aveva i capelli così, come lui e come me. Sono i capelli di babbo Lele. Comunque – se prima ero decisa – ora veramente sono confusa. Io non mi spiego certe cose, ti giuro, ci sono reazioni che mi trasformano dopo tanto tempo. Posso capire chi scappa se ha valutato ma non accetto le fughe basate sul nulla o sulle pregiudiziali. Io posso spaventare solo chi non mi conosce e tu lo sai.”

Insomma io risolvo le problematiche e consiglio gli altri, sono affidabile, disponibile, presente che nemmeno Fido scodinzolerebbe come me ma nessuno mai a lanciarmi un osso. Anzi, va a finire che – data la mia proverbiale pazienza – dopo tutto – neanche posso permettermi uno sbaglio o un capriccio ogni tanto. Fornirei l’alibi perfetto a chi fugge via. Sapete che c’è? Stando soli dovreste imparare a volervi bene, quel tanto che basta per sentirvi migliori e per presentarvi poi al resto del mondo con una gestione delle emozioni meno caotica.

C’è del caos in voi ma non vedo stelle danzanti.

Io non cerco l’amore perfetto, non diciamo stupidaggini, ho cinquant’anni: rivendico solo la libertà d’essere libera senza venire sempre crocefissa dai vostri giudizi o dalle solite vessazioni perchè, là dove non mi si offre alcuna possibilità, mi si è costretta in una forzatura che rigetto con tutta la mia dignità di essere umano.
E, anche questo, me lo ha trasmesso quel gran signore di babbo Lele.

Paola Cingolani Due

 

Un segnatempo impietoso a una felicità di pochi momenti, con la dovuta attenzione che mai riveli, complice la poesia, che non appartiene alle mani, alle orecchie, alla bocca, agli occhi, a una corporeità scontata. No, è altra cosa.
E può intimorire chi non riesce a percepirsi anche “altro”.
So che di un legame intenso ciò che appare può sembrare un risibile contatto; ma, dal mio vissuto, ho imparato che ogni avvenimento ha un suo senso. Altro.

cristina bove

ruderi  -  by criBo

            

A inargentarmi ho fatto presto, capelli bianchi già a trentacinque anni.
Da dopo la rivincita sul cancro. Erano però belli folti, spessi, ondulati.
Adesso sono fini come piume.
Vivere nel settimo decennio non era previsto, ma sono ancora qui, tra i redivivi, piena da traboccare di pensieri e versi e colori e tutto quello che d’intorno a cerchi si espande verso regioni ignote.
Quelle note sono fatte di figli e amori, di amicizia, di creatività e bellezza. Anche di ansie e amarezza: terrenità del mio-nostro consistere. Noi tutti, accomunati dal desiderio di capire, di esorcizzare, questa cosa che ci dà e ci toglie: l’esistenza.
Propendo per le filosofie orientali, tuttavia non coltivo codici o dottrine; ho esperienze di voli e di ristagni, di pranzi preparati per venti e di cene solitarie, di lutti e allegrie, di dolori miei e dolori di chi amo, che sono altrettanto miei.
Sono stata…

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Io non sarò perfetta (di fatti sono umana, anche io sbaglio in buona fede) ma provo un’avversione discreta verso coloro che – nella vita – si fanno sempre le leggi per conto proprio.
Ritengo sia esattamente questo malcostume, tipico dell’italiano medio, ad averci ridotti così tanto male.
Una nazione che si è completamente trasformata in peggio.
La ex culla della civiltà, oggi, è diventata una moltitudine di spelonche con tanti Polifemi ad abitarle.
Tutti scelgono di chiudere almeno un occhio e, successivamente, pretendono pure d’accecare quello di chi, ancora, riesce a tenerli aperti entrambi.
Tanti ciclopi guerci e chiacchieroni: ci siamo trasformati in un’Odissea!

La gente è sicuramente malata di solitudine, c’è tanta insoddisfazione e niente, nemmeno la politica risponde più ad una gestione della cosa pubblica.

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Il bene della polis è ormai solo territorio di scontro e – spesso – pullula il germe dell’odio da parte delle persone contro le persone: non sappiamo più praticare il confronto, l’arte oratoria è del tutto inesistente, la voglia di comprendere e di ascoltare è un ricordo lontano.
Resta soltanto lo scontro e – il più delle volte – nasce dalla banalità.

Il male, come concetto in sé, è di una banalità sconcertante.

Viene eseguito ed espletato regolarmente, quasi fosse una pratica d’ufficio, un modulo da riempire coi dati dell’altro per sbatterlo – successivamente – dentro quel muro che chiamano convenzionalmente TimeLine; il muro che tutti credono di loro esclusiva proprietà, dimenticando l’esistenza delle “Rules” ma che, in verità, delimita soltanto le proprie responsabilità.

Le regole della piattaforma, quale che sia, sono da rispettare e sono identiche per tutti.

Perchè non proviamo a ricordarcelo?

 

Col tempo e con la coscienza a posto è inevitabile prendersi un meritato riscatto sulla vita rispetto a delle esperienze non del tutto positive. Basta incassare con eleganza ed intelligenza, prendere distanza di sicurezza e continuare il proprio cammino.

Dalla vita ho avuto tanto. Tanto bene e tanto male, come tutti: mai mi sono sentita la vittima del mondo e mai mi sono comportata come tale. Sono stata anche molto rispettata ed amata, questo è il vero fattore importante.

Ho sbagliato e ho indovinato nel fare scelte che – giustamente – ho pagato io più di altri.

Non ho mai avuto cattiva fede e di questo vado molto fiera.

Oggi la vita sembra dirmi “Paola, tu non sei stata stupida. Sei solo onesta e decisa, esattamente come è successo in replica a chi è come te. Stesso copione, stesso identico inganno.”

 

Alle persone schiette succede inevitabilmente di imbattersi in chi è un tot più confuso.

Solo non bisogna mollare né sentirsi perdenti: col tempo anche il migliore degli inganni vede un’inesorabile fine.

 

Ed è a questo punto che la vita ci rende, con gli interessi, tutto l’amore che sembrava averci sottratto prima. Sono convinta che ciò rappresenti una bella indicazione anche per gli altri, non solo per me stessa.
Chi vuole ci rifletta e non mettetevi mai in galera da soli: sciogliete le catene, oltrepassate i vostri limiti – costi quello che costi – fatelo e sarete più leggeri.

Mai sia che – un giorno – dobbiate dirvi “Ne sono pienamente responsabile, avrei dovuto comprendere, avrei dovuto concedere il necessario spazio a me e agli altri.”

O, peggio ancora, mai sia che vi si accenda la lampadina dell’avrei dovuto dire le cose assai più chiaramente perchè lo sapevo.

 

Leggetevi “The last lecture” di Randy Pausch.

Oltre a sottolineare l’importanza della vita c’è la chiave di volta esatta per comprendere se e quanto è onesto il vostro interlocutore.

 

Quando sbagli chiedi scusa!
Una buona scusa è formata da tre parti:
“Mi dispiace”; “Era colpa mia”, “Cosa posso fare per rimediare”?
La maggior parte della gente salta la terza parte; è da questo che puoi capire chi è sincero.

 

Ecco che – se non cambia nulla – se l’interlocutore non vuole rimediare ma replica l’errore, la scusa è disonesta e s’invalida da sola.

(Che poi accada a causa d’un suo male compulsivo o per altre ragioni, dato di fatto oggettivo, accade: il vostro guaio è d’esservi interfacciati con quella persona. Il resto è riempimento inutile.)

 

 

“L’esperienza più dolorosa per un uomo è ricordare il futuro, specialmente il futuro che non si potrà mai avere.”

[Søren Aabye Kierkegaard]

 

Credo sia esattamente così: l’esperienza umana più dolorosa è ricordare – [lat. recŏrdari, der., col pref. re-, di cor cordis «cuore», perché il cuore era ritenuto la sede della memoria] (io ricòrdo, ecc.) – cioè tenere a cuore quello che non potrà essere mai.

Bisognerebbe praticarsi l’anestesia ai sentimenti, all’anima, alle idee: evitando di pensare a quello che avrebbe anche potuto essere ma a cui, purtroppo, non c’è modo di dare esistenza.

Si possono ricordare persone che non ci sono più – per tante ragioni – ed è doloroso: dai lutti veri e propri alle mancanze strategiche.

Soltanto c’è una differenza abissale, perchè i lutti si perdonano, nessuno  può ragionevolmente colpevolizzare chi è stato privato della vita.

Più complesso si fa il discorso sulle mancanze altrui, quelle dei vivi: come perdonare chi distrugge le possibilità, in nome di non si sa bene cosa?

Non è un periodo positivo.

Dovrei trovare il coraggio e la forza di abbonare e di condonare quelle leggerezze che mi sono state imposte, mi dovrei accollare il peso di una distanza che – dopo ben dodici anni – è tornata, senza il mio richiamo, a fare del male sotto forma di rifiuto. E lo sapeva!

Mi devo sacrificare perchè non ho avuto ancora oggi modo d’essere o di farmi vivere, conoscere, ascoltare per quella che sono in realtà: devo sacrificare il dato di fatto oggettivo del mio esistere.

Magari sono stata bravissima a farmi detestare in due sole ore? No, non credo: era un giorno maledetto, nel quale le cose prendevano una piega triste, dietro un’accezione del tutto negativa che non è dipesa affatto da me.

Oppure – e questo davvero non lo scoprirò mai – sarebbe stato così comunque, in quanto deciso a monte dall’altra parte in causa? Chi me lo dirà? Soprattutto perchè, in nome di quale ingiustizia mi si costringe a pagare il prezzo più alto, senza poter sapere cosa è esattamente accaduto?

Così, per volere altrui, sono costretta all’esperienza umana più disastrosa: al silenzio, alla clandestinità imposta.
Ricorderò sempre con infinita amarezza l’opportunità che mi è stata negata e mi sarà difficile superare questa vessazione. Spero di farcela, soprattutto per me, al fine di  abbassare la soglia della mia sofferenza.

Altro male che non merito, ma sì, tanto per cambiare.

Perdòno i morti, ma m’è difficile giustificare tutto ciò ai vivi perchè, se non dev’esistere altro che il nulla, allora, neppure si dovrebbe scappare al buio, come in una vera assenza di vita. Prima di dire bestialità è necessario usare la ragione.

Sono tutti bravi a parlare d’affetti ma pretendono li si riduca in tempo record e li si dica – magari – compiuti già prima che possano iniziare: ma che razza di amore per la vita è questo?
Dovrebbero solo tacere. Sono più salme di chi è venuto a mancare. Oltretutto seminano morti e feriti, tanto quanto tutti i radicalizzati dentro un ideale assurdo.

Forse ci vorrebbe un Deus ex machina a resettarmi le cose perchè stavolta non so se ci riuscirò da sola: avevo fede e mi è stata distrutta senza pietà alcuna.
Credevo in chi mi avrebbe dovuto concedere un’opzione minimale, almeno.

 

Aveva ragione Goya: “Il sonno della ragione genera mostri”.

 

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“La saggezza è lasciar crescere ciò che nasce, gustare ciò che è maturo e lasciar perdere ciò che è morto.”

[Keshavjee S.]

Mi chiedo quanto possa essere saggio colui che non lascia neanche modo di nascere alle cose.
Se le situazioni non hanno il loro tempo per verificarsi, è lampante, nulla può venire alla luce e tanto meno maturare.

Uccidere le cose è da criminali.


S’ammazzano così i sentimenti delle persone coinvolte, solo perchè si è già calcolato – con somma perfidia – di giocare anzichè relazionarsi correttamente?


Tutto mi appare molto squallido.


Il genere umano mi repelle, a volte. Ad esempio se non vengono rispettate le persone, i tempi, le maniere, il buonsenso.


Sarebbe sufficiente dire “Sto giocando, sappilo!”, pensare che io ho sempre sostenuto di dover donare opportunità, se di riceverne è quanto m’aspetto.


Non c’è niente da fare: è una forma di pregiudiziale anche questa e, in quanto tale, è d’una bruttura indicibile.

Poi, questo “Trattamento del silenzio” col quale si pretende di vittimizzare l’altro, è realmente indice di una forma tacita, subdola, passiva ma incontrastabile di coercizione.
Una dinamica disfunzionale dei ruoli che vede – minimo – due soggetti ben precisi.
Da un lato c’è una persona “passiva aggressiva” che non risponde, che tronca del tutto ogni argomento mentre, dall’altro lato, c’è una persona che rimane confusa e che – se solo tenta una richiesta di spiegazioni [Ma cosa ti ho fatto?] – riceve risposte che la umiliano e la sminuiscono del tutto.

Le persone che praticano il “Trattamento del silenzio” [magari parlano ma non forniscono spiegazione alcuna] esercitano comunque una grande violenza sulle altre:
non c’è modo alcuno di venire a patti con chi è solito interrompere la comunicazione, solo se tocca all’altro e non è il proprio sè a decidere.

A me sta molto bene parlare e riesco ancora a sostenere un contraddittorio senza timori.
Non ho la necessità di tagliare le comunicazioni, se non dopo aver riconosciuto un caso patologico che si sta interfacciando con me.

Io sono quella che dice [e si dice] “Lascia che sia: un seme produce germogli.”
Poi c’è chi dice [e mi dice] “Non lascio nulla: getto ovunque ettolitri di diserbante.”

 

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Se mettersi in relazione all’altro ha una precisa data di scadenza, allora, si corre e si lascia che tutto passi sfuggendo.

Non si perde tempo nell’averne cura, neppure nel giudicare, nel fornire opzioni, elementi, varie opportunità: non serve, anzi, guai a farlo, è controproducente.

Ci si gode nell’immediato il lato buono e tutta la disponibilità dell’interlocutore – con tanta di quella malafede e poca di quell’astuzia – che realmente, al solo pensiero, c’è ancora chi rabbrividisce. Tipo me.

Un approccio stile “prodotto in offerta speciale”, come quando mamma compra lo yogurt al supermarket e mi dice “Consuma subito questo che è in offerta perchè scade prima”.

Poca astuzia, dicevo: già, pochissima.
Se poi ti piace, che fai, con che faccia ti azzardi a chiederne ancora?

Non avessi già dettato la tempistica da solo, decretando la morte prematura d’una possibilità, questa si rivelerebbe – per bella o brutta – attraverso altre tappe e con più ampio respiro. La valutazione sarebbe obiettiva e logica.

Invece no: tu sai già che tutto morirà e così sia, questo solo vuoi.
Neanche stessi scrivendo il remake di “C’era una volta in America”.

Il prodotto – quando è scaduto – è scaduto: non ci sono più dilazioni possibili nel tempo.
Correresti solo dei rischi inutili.

Bisogna essere dei grandissimi sciocchi per trasformare in dispiacere la fede che altri hanno riposto in te.

In questa situazione preferisco – scegliendo – di restare dalla parte dell’acidulo perchè sinceramente, a tradire, pretendo di non essere io.

L’amarezza passa, non è cosa mia la responsabilità, ma il dispiacere di aver ferito chi non lo meritava resta (sempre se si ha un minimo d’anima, sia chiaro, e io ne ho).

A questo punto lo dico dal più profondo: non ti vedrò nè parlerò più con te – che neppure mi domanderai scusa – ma (soprattutto) non vorrei passare dalla tua parte scoprendo d’essere un individuo tanto inaffidabile.

 

1gennaio

 

 

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