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Monthly Archives: luglio 2015

[…]
Sfoggiano documenti i patentati
io che non guido e mai comprai una macchina
percorro a piedi il mondo in una stanza
immersa in un colloquio senza tempo
_sembro appoggiata alle parole _
invece
ascolto qualche nota e sopravvivo

Cristina Bove

– Ma come, tu non guidi?
– No.
– Dai, non ci credo: una come te non ha la patente?
[ e già qui domanderesti “Perché, ci sono requisiti fisici tipo altezza, occhi due, naso uno, orecchie due etc. per guidare o posso farmi gli affari miei senza dover spiegare a te vita, morte e miracoli…” ma – loro – infieriscono ed insistono ]

– Come mai? Hai paura?

– No, affatto…

– Allora perché?

[ed è in questo preciso momento che, a volte, io ho risposto duramente ]

– Ascolta, io avrò anche quattro ruote meno di te sotto al sedere ma stai certo che, in testa, ne ho molte di più e se dovessero – al posto dei Segni Particolari – scrivere il Q.I. sui documenti… a te non darebbero più neanche un triciclo.

Giuro: mille volte l’ho pensato e alcune volte l’ho detto sul serio.

Sapessero come circolo con la mia mente mi arresterebbero i neuroni per eccesso di velocità cronica.

Nuvolari – per dire – mi spiccia la scrivania!

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E’ destino: non mi sento in accordo né in armonia con chi si lamenta senza ragione, col solo scopo di sollevare problematiche inesistenti tanto per svilire il lavoro del prossimo. Non nascondo il mio totale diniego per questo clan che boicotta ogni messaggio – anche se dato per tempo e correttamente – piuttosto io, al cospetto, mi sento individuo clan-destino. E va benone così, visto quello che penso.
Da tempo (quasi) non scrivo, ho avuto impegni e il pc dal tecnico ma – se alcuni usi e costumi mi sono mancati – certamente non sento nostalgia delle lagne.

Sono sovraccarica di cose da sbrigare, organizzare, gestire e ho necessità di non perdere neanche un solo giorno. Eppure devo rispondere a richieste insulse cui non segue neanche un misero ‘grazie’ perché, quelli come me, appartengono allo sparuto gruppo: il clan-destino della sofferenza, sempre piegato da un giogo invisibile e pesante fatto solo di ignoranza.

Dico no, dico basta! Con preghiera – per chi non approva – di cancellarmi dai suoi contatti chè perdere costoro è grande guadagno.

Fatta chiarezza su questo concetto possiamo andare avanti con argomenti di spessore.

Prenderò tempo per ciò che ho lungamente trascurato, dovrò – una buona volta – fare i conti con dei sospesi e con degli errori. Involontari, certo, ma pur sempre errori dettati dal mio assoluto bisogno di voltare pagina e ricostruirmi un’esistenza decente da sola.

Ci sono riuscita quindi – adesso che mia figlia è adulta – che valuti in totale autonomia e, con lei, chi voglia può accompagnarci in un percorso a ostacoli che – oggi – dovrebbe andare solo ad appianarsi. 

Ci sarò poco per chi deve discutere del nulla, molto per chi ha cose da dire e si vuol sentire un essere appartenente alla mia idea di clan-destino. Senza sofferenza adesso, si sappia.

E’ duro essere (del) clan-destino, ancora più duro è riuscire ad esserlo riducendo ai minimi termini quello che dispiace ma bisogna sforzarsi costantemente.

cristina bove

nebbia - by criBo

Scrittori e poeti veicolano attraverso la parola gli aspetti dell’esistenza, registrano eventi e stati emozionali, elaborandoli in maniera personale, tuttavia universalmente riconoscibili.
La cognizione della realtà è la risultanza di schemi culturali che conformano le contestualità in una distorsione rappresentativa che si sovrappone alla percezione istintuale fino a farne perdere la naturale specificità, fino a trasformarla in un complesso di informazioni esteticamente plausibili e consolatorie.
Ed ecco che tutto ciò che riporterebbe la mente a stadi primari di percezione, viene reso evanescente, fissato in un lirismo poetico o in una esposizione narrativa che in qualche modo, anche quando è descrizione di bruttura, lo rivesta del fascino intellettuale socialmente e storicamente convenzionato.
Le nozioni accumulate dalla nascita alla morte, condizionano i rapporti, li cristallizzano in schemi dai quali è difficile liberarsi: la vecchiaia, ad esempio, viene temuta, derisa, esorcizzata, quasi apparentata con la malattia e la deformità fisica e mentale.
Gli…

View original post 206 altre parole

Si è arrivati a questo: siedo sotto un albero,
sulla sponda d’un fiume
in un mattino assolato.
E’ un evento futile
e non passerà alla storia.
Non si tratta di battaglie e patti
di cui si studiano le cause,
né di tirannicidi pieni di memoria.

Tuttavia siedo su questa sponda, è un fatto.
E se sono qui,
da una qualche parte devo pur essere venuta,
e in precedenza
devo essere stata in molti altri posti,
proprio come i conquistatori di terre lontane
prima di salire a bordo.

Anche l’attimo fuggente ha un ricco passato,
il suo venerdì prima di sabato,
il suo maggio prima di giugno.
Ha i suoi orizzonti non meno reali
di quelli nel cannocchiale dei capitani.

Quest’albero è un pioppo radicato da anni.
Il fiume è la Raba, che scorre non da ieri.
Il sentiero è tracciato fra i cespugli
non dall’altro ieri.

Il vento per soffiare via le nuvole
ha dovuto prima spingerle qui.

E anche se nulla di rilevante accade intorno,
non per questo il mondo è più povero di particolari,
peggio fondato meno definito
di quando lo invadevano i popoli migranti.

Il silenzio non accompagna solo i complotti,
né il corteo delle cause solo le incoronazioni.
Possono essere tondi gli anniversari delle insurrezioni,
ma anche i sassolini in parata sulla sponda.

Intricato e fitto è il ricamo delle circostanze.
Il punto della formica nell’erba.
L’erba cucita alla terra.
Il disegno dell’onda in cui s’infila un fuscello.

Si dà il caso che io sia qui e guardi.
Sopra di me una farfalla bianca sbatte nell’aria
ali che sono soltanto sue
e sulle mani mi vola un’ombra,
non un‘altra, non d’un altro, ma solo sua.

A tale vista mi abbandona sempre la certezza
che ciò che è importante
sia più importante di ciò che non lo è.


Ha consumato tastiere e l’ha fatto di nascosto
– scritture di contrabbando –
perchè agli scogli è vietata la comunicazione e pure l’emozione.

Loro, quegli scogli là, servono al prossimo – hanno precisa utilità –
e non è dato a sapere chi abbia preso tale decisione,
solamente dev’esserci incondizionata accettazione.

Col passare del tempo, però, c’è stato il risveglio
– imprevedibile è accaduto il guaio –
s’è destato e s’è revitalizzato libero lo scoglio.

Libero – senza percepire urti né ondate –
ha abbandonato persino le cose che gli stavano attaccate.

S’è svincolato dall’altre pietre senza draga, galleggiando,
– fattosi solo pensiero vivo – ha preso il largo nuotando.

Chissà se adesso – dopo tanta, troppa gente –
potrà finalmente scivolare fino all’orizzonte?

Da macigno a gabbiano – strana e difficile alchimia –
il fatto è che, se questa avviene, si può solo volare via.

cristina bove

écrite - by criBo

Scrisse con la matita
tanto da farne un foglio stropicciato
le sue storie di bianca consistenza
monologhi talmente scoloriti
che non restava traccia.

Un po’di Mercatore
sul limite interrotto d’una pagina
per mille rotte ancora

La sua nave sicura vira al largo
dalle tempeste piccole da bar
dagli albatri caduti sui pontili
dagli occhi duri delle marionette
di penne contraffatte.

Le rotte vanno tutte all’ancoraggio
segnato già da tempo
vela maestra non si piega al vanto
né avanza per un’aria di libeccio
schiva marosi e squali
attenta ai morsi e a non finire in mare.

luglio 2012

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miglieruolo

Immagine dell'artista Anna SilvonchikImmagine dell’artista Anna Silvonchik

 

Vi toccherò
con le mie braccia d’infinito
con la mia parola fatta spada
vi toccherò
perchè sia solo brivido il pensare
o l’amare
o
qualunque altra cosa

ed io per voi
non posso più racchiudermi
in respiri
o piccole illazioni
o
qualunque altra cosa

ho dalla mia la voce dell’ignoto
che sento e vi ridico
questo il mio tocco
o una preghiera giunta da chissà
o
forse un lamento attrito
a pugnalare spazi
e
cuori disarmati

*

Possiamo solo commentare con un grazie: grazie di cuore! per questo tuo volerci toccare. Ci sei riuscita.

Mauro Antonio Miglieruolo

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Credo che la vita sia esattamente a metà fra sogni e bisogni.
Senza qualcosa da raggiungere e da realizzare è impossibile starci ma – per muoverci – dobbiamo sentire degli stimoli precisi.
Ho sempre ambito, sin da piccola, a riempire qualcosa: riempivo bottiglie vuote d’acqua, riempivo formine di sabbia, riempivo secchielli di sassolini… ho sempre voluto sapere.
Mi affascinava l’idea di riuscire – prima o poi – a riempire anche il mare. Non mi potevo capacitare del fatto che fosse infinita vastità. Ero certa che, insistendo, giorno dopo giorno l’avrei spuntata.
E’ mai possibile che esista un’immensità tale? – mi dicevo.
E’ possibile, mi rispondo. Non siamo che piccole particelle dell’universo.
D’un tratto mi raggela il silenzio.
Avanti al cosmo prima annichilisco, poi reagisco.
E ricolmo il mio vuoto di parole insensate, ma è una specie di voragine perché – alla fine – non si riempie mai. Come se volessi inutilmente riempire il mare. Oggi come quando ero bambina.
Non ci sono parole – ad un certo punto – perché si è esattamente a metà fra sogni e bisogni.

cristina bove

lampada di aladino

Come una lampada votiva
sul poggiolo degli ultimi dei
contaminati dai malanni
_numi di lontananze siderali
morti già da millenni_
vacilla fioca la sapienza umana
in fil di vita

un viso che galleggia sulla nebbia
pensiero ricorrente che attanaglia
_ah! il gelo che risale! sale sale
sale dai piedi in cerca del suo cuore
_lei replicava storiche ragioni
per farne barricate_ e sugli spalti
tra le ghirlande e i passamani neri
un suono di ghironda
a fare antico il tempo e la dimora

e delle note fuori coro
che ci si amava nelle retrovie
discettando di genti e istituzioni
_la penombra pareva suggerire_
si ritornava mille volte insieme

ma nella teca della sua persona
era da sola a farsi compagnia

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E l’amore guardò il tempo e rise,

perchè sapeva di non averne bisogno.

Finse di morire per un giorno,

e di rifiorire alla sera,

senza leggi da rispettare.

Si addormentò in un angolo di cuore

per un tempo che non esisteva.

Fuggì senza allontanarsi,

ritornò senza essere partito,

il tempo moriva e lui restava.

Luigi Pirandello