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Monthly Archives: aprile 2016

– Fossi una donna come le altre? –

  Forse potrei piangere io

  dovrei solo averne diritto

  ma non ho questa concessione.

 

– Danzo nella pioggia viola! –

  E addomestico i coccodrilli

  sono persino molto impavida

  chè posseggo notevole destrezza.

 

– Una vita guadando paludi! –

  Fiumane colme di gente nera

  volti digrignati o mascherati

  collage di presenze e vuoti.

 

– Io stessa c’ero o non c’ero in me! –

  Ma non sapevo né mai lo saprò

  però non ha rilevanza alcuna:

  non sono una donna come le altre.

 

– Lacrime, pioggia, coccodrilli? –

  Le lacrime fanno contrabbando: ho

  una licenza a consentire scrosci

  oppure i caimani viola.

 

 

 

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Pioggia, notte e caffè: le tre credenziali migliori per un pezzo di blog che mi riguarda ci sono tutte.  Ormai aspetto una telefonata e – recuperato alla grandissima il lavoro del gruppo – si prosegue. Non mi lamento, anzi, mi è piaciuta la risalita che abbiamo fatto: da che mondo è mondo nessuno ha vinto mai col meteo e certamente non mi aspettavo potessimo ipotecare il sole noi.

 

Vengo a me, sorseggiando il caffè e accendendo anche una sigaretta. La piccineria – dunque – quell’essere microscopici, quel modo insulso e irragionevole d’atteggiarsi. Quella maniera di sentirsi giganti ma con le idee altrui: quell’essere massa o popolo bue. Grandi di stazza e limitati di pensiero, fasulli, aridi, incapaci di giudicare sé stessi reiterando gli errori che sono alla base dell’essere soli ma prontissimi nel cercare di sembrare forti esprimendo malgiudizi su chi non conoscete nemmeno. Me, per dire.

 

La piccineria è roba neanche da picciotti. Questi, anche se in negativo, hanno un loro codice da seguire ed un credo da rispettare. Se tradiscono si giocano la vita. Il popolo bue, al contrario, si sente potente, si crede grande ma con le idee vecchie e stantie degli altri. In più si fa beffa di chi ha avuto la forza e la capacità di far valere un’idea propria riuscendoci. E (sempre il piccino ma non il picciotto) si muove solamente senza correre mai alcun rischio o non si sbilancerebbe neanche a morire.

Sono persone che – reiette, per me – hanno bisogno d’essere accolte.

Non rappresentano una buona compagnia neppure per loro stesse.

Individui che respingono i portatori sani di coraggio, si circondano delle persone che dicono solo “Sì padrone!” – neanche la schiava Isaura. Magari evitando, da perfetti ipocriti, di dire che fino a poco fa la povera Isaura di turno veniva criticata puntualmente.

Prego, fate (i) bovis, siate popolo bue, siate perbenisti dalla laurea appesa al chiodo: resto dell’idea che l’intelligenza è una cosa, l’elasticità mentale anche, la cultura puramente accademica è differente.

Ho conosciuto laureati e laureate cretini come pochi: gente gonfia di boria. Ho conosciuto diplomati dall’acume e dall’ingegno fervido, gente forte come… sì, come la roccia più piccina, come il mitico granello di sabbia. Mi spiego?

Pigliate uno spillo ed esso può distruggere un pallone gonfiato ma non può minare un granello di sabbia. Allo stesso modo una carica di tritolo può ridurre in sabbia la roccia ma non può nulla col granello singolo.

Da un paio di giorni noto – mio malgrado – la piccineria in qualcuno che neanche comprende d’essere stato da me difeso. Che avesse ragione chi lo definiva stolto per antonomasia ma che, ancora adesso, gli recita grandi salamelecchi? Fate, fate pure cari bovis: vi menano per il naso e non lo sapete. Però il mostro – chissà come mai – è sempre quello che parla in faccia. Quello come me.

E m’indisponete – come se la vostra inutilità mi riguardasse – perché mi state ancora addosso come le zecche!

Ve ne dovete andare e – per una volta nella vita – dovreste farlo da soli. Considerando questo come una sorta di mio ultimo avviso. Oppure, facendoci del male, potrei sempre girare le vostre conversazioni. Certo, Isaura magari ne soffrirebbe, ma voi avreste giusto una piccolissima, minima percentuale di quanto meritate.

Meschinità è approfittare della gente che non nuocerebbe mai a nessuno, come me, come Isaura stessa. Meschini – siete meschini – e nessuno fra voi ha mai prodotto alcunché di positivo: non solo per gli altri ma per sé stesso. Non ho mai visto una persona meschina provare felicità ed amore di sé. Questo è incontrovertibile. Proprio come la mia sveglia appena suonata. Mi farò un bagno, un impacco d’olio profumato, mi truccherò e via: verso le mie avventure, felice d’essere me e non un’altra. Avevo fatto dei plannings positivi ma non è roba per voi. Io ci sono ancora dentro – questo è l’importante – e non sono affatto sola né dispiaciuta: la scrematura affiora sempre in superficie da sè e, mentre io navigo, voi galleggiate appena senza poter prendere il largo. Senza consapevolezza. Senza vergogna. Senza rotta. Senza forma. Senza niente.

Senza.

 

La prima cosa che voglio dire è – “Scusatemi!” – e lo dico a tutti, indistintamente. Io mi vedevo già seduta sul treno a fare #RT ad ognuno di voi mentre eravamo partiti direttamente dalla pole position. Non è andata così.

Per problematiche impreviste è saltato l’intero lavoro di uno staff di persone (del quale faccio parte) che durava da mesi e mesi. Ma – questi – sono affaracci miei. Quindi il mio telefono è stato impegnato, conferme per comunicati stampa che non potevo dare – sono sprovvista di sfera di cristallo – e attesa d’una decisione da parte del Direttivo.

Benone (si fa per dire) ma vi ho lasciato con una Top Trend che parlava già da sé: primi da sei ore nonostante la triste morte di Prince… ora, racimolato un briciolo di tempo e uno di lucidità (speriamo), vengo all’hashtag. Perché #messaggiando? Semplicemente perché è uno dei gesti senza età, il gesto che fanno tutti – grandi e meno grandi – coloro che posseggono un telefono.
SMS è un acronimo: significa Short Message Service – servizio messaggi brevi – appunto. Io ed Elena, fra il serio ed il faceto (a volte fa un po’ aceto, veramente, ma noi ci ridiamo tantissimo) ci poniamo domande e le poniamo a voi. E’ un modo per interrogarci tutti sulle dinamiche della nostra epoca cosiddetta evoluta. Alcuni hanno twittato sul messaggio pubblico o privato di Twitter, altri su WhatsApp e sui vari servizi di messaggistica, altri ancora – e io mi metto fra questi – sull’utilità del messaggio quando si deve abbattere la barriera spaziotemporale perché, le distanze, gli impegni o le voci non le troviamo sempre accanto a noi. Neanche quelle delle persone che ci sono a cuore. Io sono una che ha amicizie sparse, logisticamente parlando, e – se non usassimo la comunicazione smart – nessuno di noi saprebbe d’essere nel cuore dell’altro costantemente.
Alcuni hanno dirottato simpaticamente da #messaggiando a #massaggiando ma senza superare i toni e forse era il nostro unico, piccolo timore: devo dire che è stata una scelta brillante! Molti hanno evidenziato l’abuso della messaggistica ma, come ogni servizio, c’è chi lo usa in maniera misurata e c’è chi ne abusa. Io non giudico, raccolgo l’opinione di tutti in modo democratico, così anche la mia socia Elena: azzeccando un’azione che si compie regolarmente e declinandola o in un verso o comunque sintetizzandola nel gerundio del venerdì ci mettiamo in sfida, è una sfida che presentiamo a noi stesse, un gioco impegnativo ma divertente perché ormai – la nostra Community, voi tutti – ripone in noi aspettative notevoli. Noi siamo felici di essere con voi e di riuscire – fra le varie peripezie della Real Life, ben oltre quelle della Time Line – a smuovere il vostro interesse.
C’è una cosa che voglio dire, tuttavia, ed è quella di non demonizzare troppo il messaggio né chi si manda messaggi – quasi fosse un fenomeno nuovo – perché nel secolo scorso, senza SMS e senza internet, la gente si scriveva e si sposava per procura mandandosi fotografie.
Cosa cambia, alla fine? Cambia che oggi – se decidiamo di non chiamare più qualcuno – possiamo farlo perché non abbiamo vincoli. Poi, per i compulsivi, sta a chi risponde loro… e sempre sulla libertà individuale va a parare il mio concetto. Grazie a tutti: se potessi anche solo stringervi forte le mani lo farei molto volentieri!

Paola Cingolani & Elena Reda

 

– “Grazie, a leggere la tua mail vengono i brividi, sei un fenomeno. Ciao, un abbraccio e a prestissimo!” – ed io resto felice.

Tanto felice da dimenticare le nottate al PC, la stanchezza, le cose aspre… è bello sentire una gratificazione sincera quando hai fatto tutto con passione e cuore. Rigenera.

Poi quella sensazione di vuoto cosmico si riprende ogni cosa, me compresa. Quasi mi stesse risucchiando – terrificante – mi fagocita completamente, sì che neanche sono piccola.

Con chi dovrei condividere ora il mio entusiasmo?

La gioia incontenibile deve svanire?

Perchè, a raccontarlo, sembrerei solo una fanatica. Insomma è come quando soffro: silenzio e guai a dire anche solo una sillaba. Pazienza.

Racconterò tutto a me stessa e mi ascolterò da sola. Poi, anziché compiacermi, mi dirò che doveva esserci mio padre per capire e cercherò di non piangere, neanche di nascosto, come sempre.

Io sono nata per stare sola, ormai è acclarato, sono qui per camminare sui miei tacchi a spillo o sulle mie Converse da sola, senza cadere, è un lusso che non m’è permesso. Una specie di concessione che non m’è stata fatta. Guai appoggiarsi ed io non l’ho fatto mai anche se ho retto tanti altri prima che cadessero. Non c’è nessuno ad essere fiero dei miei traguardi. Tranne me. Nessuno a dispiacersi delle mie amarezze. Tranne me.

Ora io sapevo già di cosa fossi capace – non è per dire – dunque non dovevo fare niente per dimostrare qualcosa, sia chiaro.

Beh – dato che io ci sono – facciamo che sorrido e vado dal parrucchiere: posso mica partire scompigliata. Non sta mica bene. Dopotutto sono una signora. Ecco sono una che s’ignora: devo calcolare meglio l’apostrofo ed evitare incidenti umoral_diplomatico_grammaticali.

Forse non merito nessuno e niente. Può anche essere così, chi dice di no?

E’ accaduto di nuovo.
Non posso vivere difendendoti dai tuoi errori.
Sei sempre là che dai per scontata ogni cosa e ci resti fregato – la mia colpa è quella di capire subito – così, dopo diciotto anni, ho addosso una persona immatura che reitera. Sono stanca di ogni tua leggerezza. Sono venuta via da casa nostra – una casa che ho amato profondamente – lasciandoci il cuore ma seguendo la mia mente. Me ne tornai a casa mia con un senso notevole di sconfitta: non essere riuscita a farti capire che – una come me – si aspetta un uomo e non un figlio! Ancora adesso, dopo diciotto anni, sei così sprovveduto… lasci la nostra vita scritta in mano a una persona senza scrupoli che si sta fingendo te e mi tormenta. Tesoro mio, che bambino sei, non crescerai mai, mai. Se avessi avuto nostalgia o rimpianto – credi – mi avresti aiutata nel farmeli passare. Sei così grande in certe cose ma – la sola in cui sei piccolo – contamina tutto e tutti.

Ho parlato con tua madre stasera: ad oggi l’unica che la chiama sono io. Sei fuggito ancora all’estero e (Dimmi, ti senti uno sconfitto, vero?) con la scusa del lavoro stai cercando di dimenticare. L’hai cacciata in malomodo la donna con cui stavi: tu, abituato a me, come potevi stare con lei?

Perdonati se ho lasciato un segno. Io ti ho perdonato subito. Cerca tua madre. Cambia ottica. Stai continuando a sbagliare perché stai ancora ricominciando lo stesso circuito chiuso, quello che non ti porterà mai da nessuna parte. Spezzalo, rompi una maglia nella rete, apriti un varco e sii libero. Liberati anche tu da te stesso proprio come feci io.

lementelettriche


L’ho vista.
Non è un’icona d’acume il suo sguardo: parliamoci chiari.
Mi evoca una bambola ormai rotta.
Tu sei un po’ buffo e un po’ patetico.
Più patetico, per mia fortuna.
Hai persino detto “Siamo sempre in guerra e non la amo”.
Mi vergogno per voi, dato che non ne siete capaci.

Del nostro gran palazzo
niente si è conservato: adesso ci sono solo cocci e distruzione.
Non so lei, però, come riesca a vivere l’ombra mia ora.
Non ha ancora capito?
Lo sa che mi cerchi?
Si è accorta che mi chiami?
Capisce che invochi come sempre me?
Non sente che olezzo di marciume hanno i vostri ambienti?
Magari anche lei cerca qualcuno che non sei tu.
Vi sopravvivete e mi sopravvivete
mentre io, a differenza vostra, vivo.
Speriamo solo tu non lo faccia.
Non venirmi a vedere, ti faresti del male.
Mi hai amata tantissimo senza riuscire quasi…

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E’ vero: il tempo scorre veloce e solo io so cosa devo fare in quattro giorni. Eppure mi ero organizzata. Il fatto è che la gente non è snella e rapida nel fare – neppure se gli poni tutto su un vassoio d’argento – così sfoggio un sorrisone dei miei, continuo, produco ma… dove arrivo metto un segno. E ci metto anche un sogno, chè non è detto. Sì, il tempo scappa, ma dipende tutto da come lo hai vissuto e – sono certa – io non mi posso che compiacere.

Andrea Lerario

Un grande spazio bianco, poi il vuoto.
Anzi no.
Un grande spazio bianco, quello si.
Poi tutto il resto.
Che vuoto non è, se non per la sensazione di nullità che lo pervade.
Una sensazione di vuoto cosi enorme da inibire l’importanza che il grande spazio bianco vorrebbe, a sua volta, reclamare a gran voce.

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#GerundiDiversi – il nostro Twitgioco del venerdì – è un successo da condividere e da celebrare insieme a voi. Io ed Elena, ogni settimana, ci prepariamo un gerundio cercando di coniugare un’esigenza umana con voi anche per capirci di più: alla fine ognuno è rappresentato dalle parole che sceglie di scrivere. Stavolta non è possibile uno Storify: le App come quella si fermano a 1000 Tweet raccolti… Deo gratias ce ne sarebbe servita una con potenzialità quadruplicata. E’ significativo, vuol dire che con l’hashtag immaginando abbiamo centrato un obiettivo importante: dare fiato ed un anelito di voce a migliaia di persone in tutta Italia che si sono liberamente espresse sull’importanza fondamentale dell’immaginario – personale e collettivo – oggi e sempre. Ragionando insieme attraverso un gioco, una citazione, un quote, un’immagine – e tutto in 140 caratteri – può non sembrare semplice ma è realmente possibile, basta solo cominciare senza prendersi troppo seriamente, senza vederla come una gara, solo essendo presenti per il piacere di dare vita – insieme – ad una community che ormai, di virtuale, ha solo un mega spazio per contenitore ma tante anime a tenerla viva e vegeta. Io ed Elena, alla fine, siamo solo le vostre ‘operatrici di hashtag’ perché #GerundiDiversi ormai – in soli 4 mesi – siete tutti voi. Un ringraziamento speciale a tutti, se non ci foste ci manchereste!

 

Paola Cingolani & Elena Reda

 

Il passato di ognuno di noi può diventare pericoloso, è qualcosa che bisogna gestire oculatamente perchè è là che abitano i nostri ricordi.
Tutte le cose sono destinate ad un inizio e ad una fine: anche i nostri corpi. Ciò che si sfiora, ciò che si tocca, può essere incasellato nella linea del tempo ma solo occupandone un segmento della retta infinita. Alcuni, come me, sono portati a sforzarsi. Ci sforziamo per gestire intelligentemente tutto questo, per non dimenticare ma – al contempo – per vivere (non mai per sopravvivere) prigionieri del passato. Ci sforziamo per mettere i ricordi nel cassetto giusto della nostra mente e non per farci abbruttire la vita o per finire che loro chiudano noi nel baule, rendendoci prigionieri.
La mente umana è piena di bauli e di cassetti: il solo riflettere su quante cose inutili contempliamo col pensiero fa spavento.
Paradossalmente, quello che non possiamo nè dobbiamo (in alcuni casi dovremmo, ahimè) reprimere mai sono i sentimenti.
Ci sforziamo perchè è necessario credere che – il bene – veda il suo giusto trionfo. Ci sforziamo perchè – spesso, anzi, il più delle volte – pur essendo nel giusto siamo costretti a batterci strenuamente rivendicando ideali che dovrebbero trionfare in quanto nobili. Ci sforziamo perchè essere intellettualmente onesti è scomodo e – di schiaffi in faccia – ne prendiamo all’infinito.
La schiettezza e la sincerità sono impoplari mentre le bugie sono contemplate perchè – i mentitori – sono artisti sopraffini.
Questo ciclo si ripeterà per tutta la durata della nostra passeggiata lungo il corridoio chiamato vita, finchè non ci comparirà all’improvviso la porta d’uscita, proprio come all’improvviso ci è comparsa la porta d’ingresso. Per ogni segmento sulla retta infinita del tempo queste sono state, sono e continueranno ad essere le regole. Quindi non sprechiamo l’oggi nè condizioniamo negativamente il domani accecati da inutili lacrime per ciò che è successo ieri. Gestiamo intelligentemente il nostro passato altrimenti sarebbe trascorso inutilmente, senza che noi fossimo nemmeno riusciti a coglierne un senso. Facciamolo per avere un futuro migliore – almeno – emozionalmente parlando.

Essere figlia del Mare
_è spostarsi da un’as_senza
a una pre_senza_ al limite
navigando per l’universo
immersa nella vita.

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