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Monthly Archives: gennaio 2018

Ci sono faccende sulle quali la mia logica si rifiuta, al passo con la mia dignità e col mio amor proprio, di soffermarsi. Oramai – a cinquant’anni – non m’interessa più alcuna pseudo speculazione di pensiero se la percepisco inutile o troppo distante da me.
Le distanze – per essere colmate – necessitano d’un dialogo schietto da ambo le parti.
Ci sono assenze che reclamano giustizia.
Ci sono domande mai poste, alle quali è stata comunque data risposta, piaggeria pura.
Ci sono richieste d’aiuto volutamente inascoltate.
Ci sono posizioni di comodo e atteggiamenti d’una superiorità umana inaccettabile.
Ci sono amicizie distaccate (contraddizione in termini) e conoscenze dove – una delle due parti in causa – ha sicuramente, in totale buona fede, riposto troppo. Ma si è sempre in tempo: per chiarirsi, se davvero lo si vuole, o per non riporre più fiducia incondizionata nell’altro, quando si comprende che non ne è affatto valsa la pena.
C’è di tutto, a questo mondo, perchè le persone non si relazionano sempre nella stessa maniera fra loro. Si cambia, si cresce Deo gratias.
L’essere umano non è stanziale. Si evolve (o involve) nel tempo.
La reale quaestio è “Come limitare le umane limitazioni” – considerando che tutti siamo imperfetti – perchè la via d’uscita principale è dentro di noi e non all’esterno.
Dunque non mi piace perdere il mio tempo prezioso relazionandomi con chi si posiziona su uno scranno che – per principio – non gli riconosco.
Vogliamo dibattere? Parliamone, come due individui alla pari, sediamoci insieme, vicini, da interlocutori educati, confrontiamoci e diamo vita a una mediazione.
Non salirò sul tuo trespolo come fossi una cocorita e nemmeno voglio tu mi venga a prendere per ammaestrarmi: l’asilo Mariuccia non lo frequento e tu non sei un domatore nè un maestro di vita.
Aspetti arrivi un Deus ex machina a sistemare le cose?
T’informo, non viviamo una storia mitologica, siamo nella vita vera e questo è il tuo paradosso narcisistico. Non m’appartiene.

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Cos’è l’amicizia vera, quella “solidale” con altre donne (o con altre persone) in genere?
È sapere che – anche quando tu non sei presente – chi c’è sta bene, si diverte ma ci si pensa a vicenda, non senza sorriso.

Questa volta non ci sono per più ragioni però progetto di potermi aggregare ancora al gruppo il prima possibile.

Stare bene senza sentirsi sgridare, cazziare, giudicare, unendo le differenze ma mantenendo la propria singolare essenza in totale libertà è una tale rarità che, prima o poi, auguro a tutti nella vita.
Parlare con sincerità ma senza sminuire né condizionare gli altri significa saper scegliere con cura le cose da dire e i tempi nei quali vanno dette. È un equilibrio difficile da raggiungere e non basta l’intelligenza perché bisogna condividere le stesse esigenze: almeno provare a capirle o ci si pone dalla parte di chi  – in modo più o meno esplicito – condiziona l’altro.

Io sono ormai navigata alla mia età – non troppo, ma quel tanto che basta a capire me stessa e qualcosa del mondo – e, con l’aumento del tempo vissuto, scema proporzionalmente sia quello da vivere che la mia disponibilità a condividerlo con chi tende a limitarmi.

Insomma vorrei parlare con chi si sente donna, perché è esattamente una donna che sono.

Allo stesso modo vorrei potermi interfacciare con un interlocutore che si sente uomo, che – in qualche modo – sappia dare un senso a questo percepirsi nell’universo.

Troppo spesso, fino ad oggi, mi è mancato questo tipo di confronto. O sono stata solo presa da consigliera saggia, o (quasi) da stupida che periodicamente si è concessa un debole per qualcuno (che – sarà un caso? – veniva prontamente deriso con la solita frase “Quello è un imbecille, lascialo stare”) e, di seguito, altro argomento.

Poi mi sono fatta una domanda.

Ho chiesto a me stessa “È mai possibile che tu, nella tua vita, abbia perso tempo solo ad ascoltare degli imbecilli?”

E mi sono immediatamente risposta.

Ho detto onestamente a me stessa che, per quanto imbecilli, parlo di gente che ha una o due lauree, una vita più che dignitosa, il massimo rispetto della comunità e – nonostante siano passati anche due decenni – sono persone che mi vogliono ancora bene. È gente che sento regolarmente, che con me è veramente carina anche se, nel frattempo, si è costruita saldamente la propria carriera pure dopo il mio abbandono. E magari c’è un’altra donna con loro, una per la quale non provo rabbia alcuna, una che non penso mi abbia rubato niente, una che sarei disposta a conoscere in tutta tranquillità ma che – loro – non vogliono io conosca. Una che, a detta loro, non saprebbe capire perché non è come me.

(Chissà io come sono?)

– Una di queste, a dire il vero, dopo aver ascoltato racconti su di me mi ha anche cercata fingendosi il mio ex (ma non  ci sono caduta) e dando il meglio di sé stessa, con ingiurie di ogni tipo, sostenendo che io fossi ancora amante di chi avevo lasciato due decenni prima. –

Ora, visto che non mi pento delle mie scelte e le rifarei altre mille volte, è anche vero che sono rimasta bene impressa nella mente di chi c’è stato. Da un lato ho ancora il suo affetto. Dall’altro ci sono le persone pronte a dargli dell’idiota solo perché io non lo ho più voluto con me e – dulcis infondo – ci sono le nuove compagne che, anche solo sentendo raccontare di me, s’avvelenano l’esistenza.

In qualcosa – probabilmente – devo aver sbagliato, perché tutta questa gente addosso mi pare troppa.

Certo sono stati giudici eccessivamente severi i miei amici (e, forse, sono stata io troppo condiscendente?) ma – oggi come oggi – non rinnego nulla. Forse cambierei solo il mio modo di dire le cose, però direi quelle stesse cose.

Avrei comunque più consapevolezze e mi lascerei andare meno all’orgoglio, sarei la stessa ma con qualche difetto in meno: e grazie tante, sono cresciuta.

Mi aprirei meno e lo farei con persone che, come me, non si permettono mai di dare dell’idiota a nessuno credendo di farmi cosa gradita: se io ci sono stata con quell’uomo – tu mi dovresti dire solo di riflettere bene – o è come dirmi che sono idiota anche io. E invece – guarda il caso – per troppo affetto o per ricevere il mio consenso, se io entravo in crisi e mi confidavo ero – a prescindere – la depositaria della verità. È una cosa tremenda: io, oggi, mi sento umana, imperfetta, esattamente come allora nutrivo dubbi. Ed è per questo che sarebbe stata migliore una risposta come quelle che mio padre mi sapeva dare.

“Paola, pensaci bene e valuta da sola cosa è più corretto fare. Sei molto intelligente. Soprattutto pensa bene a te stessa senza dimenticare per un secondo solo se stai facendo male a qualcuno. Perché stare con qualcuno e non essere completamente soddisfatti significa solo perdere tempo, sprecare vita e nessuno di voi due merita questo. Sei infelice? Non fargli scappare le occasioni perché sta con chi non lo ama più: infondo è una brava persona e, di certo, non è giusto fargli questo.”

Ecco, io – se vengo chiamata in causa – cerco di fare così: non di dare subito la mazzata finale dicendo “È un imbecille!” e, molto probabilmente, sarà questa la ragione per la quale ho conservato l’altrui rispetto (e – chi di loro ha conosciuto mio padre – lo stima ancora oggi).

L’affetto è un sole anche d’inverno: non solo non ci sono stagioni, ma si consolida con gli anni.

Non prescinde dalle varie relazioni se è sano ma può alterarsi solo se è egoistico.

Un amico che, pur di avere più attenzione, è pronto ad appoggiare il vostro naufragio di coppia non vi sta rispettando e, forse, neanche se ne accorge. È una compulsione.

Un amante che, pur di farvi felice, arriva a negare sé stesso non ha carattere e diventerà una persona insoddisfatta senza rendersi conto. È anche questa compulsione.

Per essere persone che si completano ci vuole equilibrio e serve anche una notevole dose d’intelletto, di autonomia, di intesa, di fiducia senza dimenticare il collante che unisce tutto. Dell’ottimo sesso.

Ecco: se c’era questo mi mancava la fiducia, e ho chiuso; se c’era fiducia mi mancava del buon sesso e ho chiuso.

Probabilmente, discuterne prima, non sarebbe servito. È anche vero che, col passare del tempo, ho evidenziato le mancanze di cui soffrivo: percependone l’esigenza, crescendo. Se sono stata onesta? Accidenti, certo che lo sono stata. Se sono pentita di qualcosa? Certo non nei confronti di chi mi è stato vicino. Se penso siano degli imbecilli? Proprio no: anzi ho collezionato delle belle persone vicino a me. Allora? Semplice: belle, ma non abbastanza belle perché – appunto – mi mancava qualcosa. Tanto che, a chiudere con loro, sono stata sempre io.

Di imbecilli ne ho conosciuti un paio, ma non hanno mai meritato di diventare argomento delle mie riflessioni: sono grata a me stessa anche per aver saputo gestire tutto ciò.

Potevo risolvere tutto prima? Certo che sì, non è sicuramente una cosa che scopro oggi ma è anche vero che, se non mi bastava quel che avevo quando ho avuto tanto, non mi sarei potuta certo accontentare avendo meno.

 

 

 

 

 

 

Siamo sempre on line: circondati di fake news, di persone che strumentalizzano l’ignoranza della massa, di analfabeti funzionali, di webeti e – categoria peggiore – di Torquemada della rete.

Questi ultimi rappresentano, agli occhi miei, la peggiore delle umane tipologie perché se l’ignoranza potrebbe essere curata (difficilmente, ma con uno sforzo notevole il limite si supera) è anche vero che il moralista non lo si guarisce.

Mi capita di leggere parole inferte, che trafiggono come spade, scritte – pensate o esposte – tanto per dire.

Si vuole affermare una inconsistente presenza con idee del tutto effimere, prive di valore, tanto per dire.

Si scrive per fare numero, magari si condanna oggi questo e domani quello, tanto per.

Spesse volte leggiamo e ci teniamo a distanza: perché si resta con un pugno nello stomaco e con un pugno di mosche in mano.

La moda che trionfa è l’arroganza e supera la sostanza di tanto, di troppo: suppongo che ormai sia imprendibile.

Ci fosse almeno una ragione valida, oltre al deficit di una comunicazione ormai estinta, potrei farmene una ragione. Il guaio è che così – tanto per dire – non è neppure giustificabile tutto questo nulla.

Nelle librerie, spesso, c’è scritto “Leggo per legittima difesa” ed è una citazione attribuita a Woody Allen.
Nelle persone che vogliono imparare per crescere ogni giorno e arricchirsi c’è  – dietro – la lettura e la scrittura.
In chi demonizza tutto ciò dicendo “Non fare l’intellettuale” c’è l’inconsapevolezza e la palese condanna per chi ha imparato qualcosa in più. C’è il detto tanto per dire.
Ricordiamoci, però, coloro che hanno imparato qualcosa non potranno mai più disimparare nè saranno mai disposti a scendere: dovranno salire gli altri – inclusi i Torquemada vari – o non se ne farà nulla.

 

 

 

 

 

 

TELEGRAPH AVENUE - LIBRI E RECENSIONI

stoner

Nel 2013 una prodigiosa ristampa riporta in vita un romanzo sconosciuto, trasformandolo nel caso editoriale dell’anno. Sul New Yorker il critico Tim Kreider lo definisce “Il più  grande romanzoamericano di cui non avete mai sentito parlare“, e tre anni dopo il biografo Chrles J. Shields ne celebra la bellezza e le doti narrative dell’autore con un saggio intitolato: L’uomo che scrisse il romanzo perfetto. Ma andiamo con ordine. Siamo nel 1965 quando lo scrittore texano John Williams pubblica Stoner, suo terzo romanzo dopo Nothing But the Night, uscito nel 1948, e Butcher’s Crossing nel 1960. I dati sulle vendite non sono entusiasmanti: il libro vende appena duemila copie, poco più di quattromila con una successiva ristampa. Il grande successo arriva solo nel 2011, grazie a una popolare scrittrice francese, Anna Gavalda, che legge il romanzo in inglese, decide di acquistarne i diritti e lo…

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