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Monthly Archives: ottobre 2017

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Contengo me stessa
che non è piccola cosa
è come contenere
-senza saperlo-
vastità 
moltitudini
e l’universo mondo
da scoprire
da imparare
da conoscere.

***

Scavo in me stessa
che non è piccola cosa
è come sciogliere
-a mani nude-
ghiacciai
iceberg
e l’universo mondo
da capire
da scaldare
da abbracciare.

***

Cerco in me stessa
che non è piccola cosa
è come perdersi
-restando fermi-
immobili
marmorizzati
e l’universo mondo
che si fa specchio
che mi racconta
che mi risponde.

 

 

 

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“Non è amore desiderare una giornata in più con una persona appena conosciuta, desiderare ardentemente di restare solo con lei, di sentirsi scelto?
Non è amore aspettare giorni la telefonata di un figlio, e sentirsi felice solo perché si sente la sua voce, e ricordare tutti i momenti passati insieme?”

(Stefano Benni – “Di tutte le ricchezze”)

***

(Non) è amore carezzare un cucciolo e prendersene cura, quasi come fosse un neonato?

(Non) è amore mandare un cuore virgolettato a un’amica?

(Non) è amore mettersi a scrivere versi sciolti, facendolo sempre con la tua idea in testa?

(Non) è amore cercare di rivivere un bel momento condiviso prima, almeno col ricordo?

(Non) è amore aspettare un messaggio quando, chiunque, farebbe una telefonata?

(Non) è amore quando senti addosso il peso della mortificazione per parole che non avresti mai voluto dire, né tanto meno sentire?

Io non lo so, ma credo che un bel po’ d’amore ci sia, perchè se ciò non basta per dire che

è amore dell’altro, di fatto, avanza a garantire amore di sé.

(Non) è amore se non è corrisposto?

Semmai non è un amore felice e, per questo, viene distrutto: se è amore deve morire.

L’amore non deve fare male.

L’amore, io, lo voglio diverso.

Questo amore è una disgrazia, lo voglio differente.

Questo amore, di cui tutti parlano, lo rispedisco come un pacco al mittente.

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Sì, certo
probabilmente
se non ci fossimo trovati
è vero che non ci sarebbe stata sorpresa.
Sì, certo
probabilmente
se non ci fossimo trovati
è vero che non ci sarebbe stata discussione.
Sì, certo
probabilmente
se non ci fossimo trovati
è vero che non ci sarebbe stata tanta rabbia.
Sì, certo
probabilmente
è tutto vero
però non è andata così
inutile dire se – adesso –
inutile anche parlare dei forse e dei ma.

***

Mi mancano
la tua faccia
le tue parole
le tue premure
i tuoi mi manchi
mi mancano
misti
ai tuoi ti penso.

Di questo voglio dire
o non dire mai più
che forse è meglio
come se una nuvola
fatta solo d’oblio
ci piovesse addosso
sulla mancanza
con la dimenticanza.

25/ottobre/2017

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C’è mareggiata qui
e, se c’è mareggiata,
è tutto più romantico sulla riviera:
sembra che il vento la carezzi dolcemente.
***
C’è vento forte qui
e, se c’è vento forte,
è tutto più profumato sulla riviera:
sembra che la salsedine inebria attorno.
***
C’è aria pulita qui
e, se c’è aria pulita,
è tutto un altro sospirare sulla riviera:
sembra che il cielo faccia l’amore col mare.
***
Mi sono messa un altro cappello
e, mentre lo tengo con una mano,
cammino allegramente controvento.
***
Ho delle scarpe nuove oggi
e, indossando questi tacchi alti,
passeggio fino alla via del lungomare.
***
Se il vento e la mareggiata
soffiando forte sulla spiaggia
ripulissero ogni mio pensiero dalle ombre:
vorrei – e lo dico di cuore – portassero con loro
ogni ricordo vivo che, ancora adesso, mi riconduce a te.

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LA SIRENA FERITA
T’ha pretesa, come una cosa.
Una cosa che il denaro non ha pagato.
T’ha posseduta, come un’amante.
Un’amante che non ha mai fatto l’amore.
T’ha costruita, come un baluardo.
Una estrema difesa che l’ha pure coperto.
Intanto la tua vita è trascorsa: e tu
– Penelope di quest’epoca neoantica –
tessevi tela mentre lui tramava.
Ma non ti amava, no: ti picchiava.
Penelope: mani stanche, mani strette,
– tese a tessere e intessere –
finchè c’è un filo di fiato, di respiro
donna e acrobata su quello stesso filo.
Una volta – prima di adesso – eri sirena
il canto tuo ammaliava l’universo mondo,
declinavi amore e non mai tradimento:
poi, d’un colpo, la violenza e lo sgomento.
Penelope che senza voce gridavi invano
e, fra bianco e nero, ti sei coperta piano,
il caleidoscopio della tua vita?
Rosso sangue, è l’ennesima ferita.
Agli altri colori – apparentemente sbiaditi –
vai coi ricordi, ma sai bene che è tardi,
come un omaggio dovuto, un condono,
pioverà ora il candeggio del tuo perdono.
Tessi Penelope, prendere e comprendere:
– anche le sue pene toccheranno solo a te –
scomposta in particelle infinitesimali, tu,
ti sarai rialzata, per i figli tuoi, e continuerai.
Solo un gran gomitolo per rattoppar brandelli,
– districando mille e più nodi – è tutta la tua vita.
La cattiveria, il sacrificio: la ferocia è inaudita.
©lementelettriche

 

Su richiesta di @brigi1969 pubblico la poesia con la quale ho vinto il contest, concorrendo con lei, che ha votato per me.
La posto volentieri poiché oggi – a distanza di due anni – dichiaro morto ufficialmente
l’oblio di Penelope, dichiaro distrutto il telaio e annuncio che è più viva che mai.

Sorgente: No alla violenza sulle donne e Contest di poesia Riflesso di Donna

Sorgente: Il capitano del fischio

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Succede
che con le parole ci si possa fare molto male
– allora più o meno consapevolmente
il detto e lo scritto diventano proiettili –
e ci scappa il morto.

Succede
che armando le invettive qualcuno ci colpisca
– e a nostra volta rispondiamo al fuoco
con una contraerea fatta di parole –
morti e feriti senza onore.

Succede
che come in ogni guerra ci voglia una ragione
– e a nostra discolpa non c’è nulla
tranne il terrore per bombe come queste –
troppi soldati e pochi diplomatici.

Succede
che pure la diplomazia sia inutile in dei casi
– anch’essa è fatta di parole d’altronde
e dove s’è colpito d’intenzione è fallace –
non paga tentare mediazioni.

Succede
che le modalità d’attacco siano sempre decisive
– se s’è parlato male involontariamente
ci si impegnerà per spiegarsi dopo –
ecco la tregua e il compromesso storico.

 

Paola Cingolani – 21/10/2017

 

 

 

Posso dire di aver scelto – consapevolmente – tante volte.
Tre settimane fa (sfido chiunque) è venuto a prendere il caffè a casa mia il mio ex convivente. Ho bellissimi rapporti con chi è stato con me, anche con quelli che ho scelto di lasciar andare quando non ero più contenta.
La differenza è questa: io ho avuto sempre il coraggio di dire basta, anche se l’altro, in quel momento, non era affatto concorde.
Ma non potevo nè volevo prendere in giro nessuno: non l’ho fatto con loro come con me stessa.
C’è solo una persona con cui non ho più rapporti ma, si sa, è l’unica di cui non è necessario neanche parlare. Uno cui, anche mio padre, tolse la parola e non concesse perdono.
M’è costato 23 anni di giudiziale riavere la libertà che – contumace – avrebbe dovuto rendermi immediatamente.
Meglio è fuggito all’estero ma, alla fine, la legge arriva e, sebbene sia lenta, “A nemico che fugge ponti d’oro”, dura lex, sed lex.
(Ora, se crepo, casa mia la lascio solo a mia figlia e non a lui).
Quattro giorni fa è stato l’anniversario della mia libertà civile: tre anni fa, solo tre anni fa, uscivo dal Tribunale di Fermo, con il mio divorzio in mano.
Di quel giorno ho un ricordo forte: un cammino che ho cominciato col supporto di mio padre e che, purtroppo, ho concluso da sola.
Vicino a me la mia immancabile amica fraterna Laura, col solito appoggio morale anche di suo marito Benedetto.
Naturalmente è a conoscenza di tutto anche Felice come pure suo padre, il Comandante dei Carabinieri, elemento chiave nella mia causa testimoniale.
Una schiera di persone e di amici s’è mobilitata con me, ogni volta.
Quello che la gente non sa, loro sanno.
Quello che più mi fa male però – ancora oggi che mi dicono di non sentirmi in colpa – è che babbo è morto senza poter vedere la fine di questo film horror. Perchè, se c’era uno solo al mondo che più di tutti meritava di starmi vicino quel giorno, era proprio mio padre, il signor Cingolani, l’unico che mi sapeva dire e dare senza sbagliare mai. L’unico, ad oggi, che non mi ha mai alzato la voce.
L’unico, ad oggi, che insieme a nonno e a zio (il fratello di mamma) ha fatto vedere a mia figlia come si comporta un padre.
L’unico che, quando non si trovava il fuggiasco, sarebbe stato disposto a comprargli davvero un biglietto di sola andata per Cape Horn, a patto che firmasse quelle benedette carte.
Quel giorno – uscendo dal Tribunale – pensavo che era già morto da 8 anni e quel giorno, per me, la mia libertà è stata una conquista tutta dedicata a lui.
Qui, sui social, a volte scherzo, sdrammatizzo, chè per tante ragioni (come mi disse nonno Ferranti prima di morire) “Non piangere cocca pure per nonno: tu hai pianto già tanto che avanza per una vita intera”.
Ma, pure questo, la gente, non lo sa. Voi avete visto tutti “la figlia di Lelle” che s’è separata prima ancora di far nascere Giulia. Incinta di sette mesi e sposata da meno di due! Quasi fosse stato un vezzo e non un gesto di coraggio enorme.
Quindi, oggi, se mi consentite, vi dico che sono una persona libera da sempre, per la legge lo sono solo da poco, a chi vorrà capire che io non so stare vicino a un mediocre e non so proprio stare con chi mi alza i toni, allora, forse, potrei ancora dare tanto.
Ma certamente non sarà la carta bollata a sancire dove andrà la mia anima.
Perchè la mia prigione più grande, e mi sembra sia il limite di molti, è venuta proprio da una carta da bollo.
Che io neanche avrei voluto firmare, a dirla tutta.
Ora potrei discutere con voi delle solitudini vissute in due, di quelle vissute in tre o condominiali, potremmo tenerci su un simposio, potremmo fare e disfare tutto ed il suo contrario: non importa.

A me interessa poco della gente e della facciata esteriore.

Ciò che conta è quello che sento veramente.

E, quello che sento veramente, è così intimo ma potente al contempo che neanche la distanza me lo annichilisce.

Oltre la distanza, attraversando il silenzio, interpretando il “non detto” (un linguaggio a me ostico) ho rivisto una forma di vita.

O imparo quella lingua, o cerco d’interpretare, o aspetto pazientemente che le cose cambino di nuovo.

Così sono confusa ma, almeno, sono viva.

Un passo l’ho fatto: quello decisivo, poco non è.

 

C’è tanta solitudine in questo mondo: dilaga fra la gente, serpeggia fra le persone rovinando qualsiasi comunicazione. Come quando qualche sconosciuto e mortifero virus contamina qualcuno, ci si ammala e – all’improvviso – anche le parole diventano veicoli d’un male dal quale non si può guarire più. Pur nuocendo per primi a noi stessi, feriamo chi ci capita a tiro. Io, quand’è così, non mi lascio coinvolgere dalla banalità del male come concetto. Divento lucida e, piuttosto, mi metto al riparo. Mi spiace ma se il male lo conosci lo rifuggi. E non parlo di malattie: non è colpevole chi sta male, anzi, è la priorità e merita rispetto.
A sbagliare sono quelli che si lasciano abbruttire dal concetto, perchè non solo nessuno è colpevole, ma bisogna fare appello a tutta la propria gentilezza per non dire cose dalle quali non si torna più indietro.
Io pago persino quando sbagliano gli altri, figurarsi, e come può cavarsela chi capisce solo il proprio ego?
Qualcosa non mi torna.
E, se qualcosa non torna, si cerca la cura palliativa.
Posso stroncare il virus letale? Forse no, ma posso scegliere di non farmi contagiare.
Mi metto in salvo. Il non detto è la scelta più umiliante che si possa compiere nei confronti di un essere umano senziente col quale s’ha a che fare.
Nel mio caso ho a che fare con chi – del non detto – ha fatto regolarmente uso.
Un professionista del non detto.
Non ho mai apprezzato chi custodisce misteri: siamo esseri umani, non pietre filosofali.
Basta un attimo, una parola e si perde tutto. Un’imprecazione da cialtrone ti degrada e non sei più il signore che volevi sembrare.
Diventi qualcosa che non ha forma nè definizione. Il niente. Scompari, ti squalifichi, e non è colpa dell’altra persona ma di come tu ti sei posto innanzi all’altra persona che – diciamolo – ha dato molto, molto più di te.
Quando s’è raggiunto il punto di non ritorno, il re dell’incomunicabilità emerge tuonando, dall’alto del suo trono, che t’ha concesso udienza telefonica per venti minuti, udite udite, vestito col suo mantello di narcisista patologico, rinchiuso nella sua lorica oramai arrugginita.
Tu, lucidamente, osservi e vedi questo spettacolo. Utile, anzi utilissimo: a non soffrirci neanche più.
La conferma?
Te la darà dopo un messaggio.
Un dispaccio di Sua Maestà che si scusa (vorrebbe uscirne diplomaticamente pulito) ma no, dai, se non ci fossi dentro scoppieresti a ridere.
Così non si può perdonare una persona: è un rapporto che non c’è già più. Un tradimento sulla fiducia non merita perdono. Piuttosto andrebbe messo alla gogna ma si salva solo perchè è la tua dignità che intendi salvare.

E, onestamente, ti spieghi tante cose, oltre a volerti più bene che mai, perchè tu non sei così meschina. Deo gratias.
C’è perdono e perdono. Ho scelto di salvare me stessa perché ho agito in buona fede e, soprattutto, ho avuto una immensa difficoltà con questi sotterfugi, dall’inizio.

 

 

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