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Monthly Archives: dicembre 2018

gattotopo

 

Una precisazione è necessaria prima di cominciare a scrivere: Dostoevskij descrisse così il nucleo poetico del romanzo “L’idiota”, a cui stava lavorando, in una sua lettera.

« Da tempo mi tormentava un’idea, ma avevo paura di farne un romanzo, perché è un’idea troppo difficile e non ci sono preparato, anche se è estremamente seducente e la amo. Quest’idea è raffigurare un uomo assolutamente buono. Niente, secondo me, può essere più difficile di questo, al giorno d’oggi soprattutto. »

(Fëdor Michailovič Dostoevskij)

Santo Dosto, ora pro nobis, aveva ragione: la bontà viene spesso trattata – specie da chi non la contempla – quale forma di idiozia. Anche se idiozia non è.

Mi è capitato di argomentare sulla pagina di un tizio, apparentemente colto, ma rivelatosi a tutti gli effetti un narcisista inguaribile.
Nel suo smisurato bisogno di primeggiare, non è riuscito a tollerare la mia capacità di approfondimento: gli rubavo spazio prezioso. Così, credendo di offendermi e di riuscire a ferirmi, mi ha redarguita pubblicamente, come fanno tutti coloro che vogliono mostrarsi assolutamente più valorosi di quanto non siano, sgraziatamente e disgraziatamente, senza la minima parvenza di gentilezza.
“Se volevo leggere “I fratelli Karamazov” non avrei scritto qui” – ha postato – dopo aver tenuto una sorta di conferenza on line che, solo la metà, bastava.

Santo Dosto, ora pro nobis, ho pensato: nell’immediato, non avessi conosciuto l’autore, avrei potuto rispondere “Ha parlato “L’idiota”, complimenti”.

Il fatto è che non si disimpara mai, fortunatamente, quindi mi sono venute in mente altre opere di Dosto, m’è venuta in mente una sua foto – di bianco vestito – dove s’atteggiava (l’individuo non sa neanche mi sia arrivata quella fotografia, immagine che si è guardato bene dal pubblicare), mi è venuto in mente che tutto potrebbe essere tranne che “buono e giusto”.
Allora, sempre facendo riferimento a Dosto, gli ho risposto fra me e me (che è cosa più signorile): “L’idiota non sei tu, per ovvie ragioni e – anche se lo nascondi ai fratelli Karamazov – sei dedito alle notti bianche, da solo coi tuoi demoni: più che al delitto mi somigli al castigo.”
Ho sorriso.
Ho riflettuto sulle persone che mi vogliono bene davvero.
Gli ho scritto in privato – sintetizzando un paio di motivazioni sensate – che non m’arriva.
Non solo d’altezza: proprio non m’arriva di livello spirituale, ragion per cui neanche mi dispiace l’averci speso tempo.

« Conoscerai un grande dolore e nel dolore sarai felice. Eccoti il mio insegnamentonel dolore cerca la felicità. »

(Fëdor Michailovič Dostoevskij)

Probabilmente questa è la frase più significativa dell’opera “I fratelli Karamazov” e, esattamente a questo inciso, ho fatto riferimento: sapevo che mi stavo per scontrare con una perdita incolmabile, l’ennesima in un anno nefasto. Nel mio dolore c’è dignità, c’è la gioia immensa per aver ricevuto un’infinità di amore e di rispetto.
Tutto ciò trascende persino la delusione ed è completamente avulso dalle persone che non ne sono all’altezza.

Non so chi sia il gatto e chi sia il topo. Quanto so di me stessa è che non mostro mai completamente ciò che riesco a capire. Almeno non subito, a nessuno. Ci sono cose – la buona fede e l’intelligenza, per citarne un paio – che non si svelano se non col tempo e attraverso le occasioni: sono immateriali e non sempre possono diventare tangibili.
Non per tutti.

Chissà quanti sapranno che i demoni di Dosto non erano diavoli? Me lo domando spesso: persino la critica ci è quasi sempre cascata.

 

 

 

 

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Pare che sia Natale, nel mondo del verosimile. Non lo è nel mio, non percepisco altro che la sensazione di un anno che si sta concludendo, nel modo peggiore, e che si è – di fatto – presentato come nefasto. Non ho voglia di niente se non di tregua, non sento mancanze riconducibili a persone specifiche e, chi mi manca perché distante logisticamente, è un pensiero tenero, m’acquieta, so che potrò rivederlo presto.
Chi c’è è parte dello splendido gruppo dei soliti noti che non vacilla, mai, da oltre mezzo secolo. Chi non c’è più è qualcuno che – per ovvie ragioni di spessore – non avrebbe potuto che vivermi male, appesantendo notevolmente anche me. Ho sempre fatto una scrupolosa analisi dei costi in rapporto ai benefici, distinguendo in base ai miei valori, senza imporre le mie regole e lasciando libera scelta al mio prossimo. Preferisco essere la scelta di pochi piuttosto che l’ambizione della folla. Essere messa da parte da chi ha avuto, francamente, trovo sia motivo d’orgoglio: meglio così. Confermano una delle mie poche doti umane, la generosità.
Pare che sia Natale, almeno stando al calendario, e il mio unico desiderio è quello di rivedere un bilancio, il mio, per correggermi – eventualmente sbagliassi – e ricominciare.
L’unico senso natalizio che provo è questo, il bisogno di concludere per archiviare tutto.
Se potessi mi regalerei una vacanza nell’oblio: meglio che ai Caraibi.
Nella mia lucida e spietata analisi su questo mezzo secolo di vita, di anni e di tempo che scorre all’insegna delle tre “P” – prezioso, paradossale, precario – il mio augurio per me e per tutti è lo stesso che scrissi sei mesi fa, la notte del mio cinquantesimo compleanno.
Lo ripropongo perché “sto”, un po’ alla Ungaretti, un po’ come un giocatore d’azzardo, quasi come Esenin e il suo “Uomo nero”.

“Ogni cosa ha il suo peso, specie le parole dette con leggerezza: quelli sono i macigni che non riuscirò mai a sollevare.”

Paola Cingolani (28/06/2018)

“Sono arrivata sin qui da sola: non si avvicini nessuno a dettare nuove regole, è cosa che non m’aggrada e – alla mia età – suppongo sia anche l’ora di fare basta.
Non starò più ad alcuna dipendenza morale (già non mi riusciva prima, figuriamoci) e non osserverò pedissequamente le altrui volontà se queste escludono aprioristicamente la mia. Quanto ho dato posso riprendere, si sappia, perché così è e così sarà.

Ho giocato a giochi che mi hanno divertita e adesso, alcuni di questi, non mi divertono più. La soluzione si trova: è facilissimo.

Ho fatto cose da poco ma – in quel momento – mi era sufficiente anche accontentarmi.

Tutto ha avuto un senso solo, riscoprirmi, risvegliarmi, ricominciare a sentirmi vitale: ora non posso addormentarmi di nuovo, non voglio perdere altro tempo, tutto corre ed è giusto scelga anche io.

Sono fiera di chi ha capito senza che io spiegassi nulla e terrò questo patrimonio umano sempre in grandissima considerazione.
Trovo poco edificanti coloro che si attribuiscono valori che non hanno e decidono, quasi fosse ovvio, per conto mio.

Non avreste dovuto sottovalutare nessuno, in genere, ma è per me che faccio da portavoce: con voi anche la leggerezza è diventata un macigno.
Io non sono una draga di professione, neanche di vocazione: ho spostato intere scogliere, certo, ma voi non siete che sabbia. Per scansarvi non è necessaria una draga.

Cinquant’anni e tanta consapevolezza: la forza costa cara e non si misura dall’esterno.
All’interno non ci sapete andare: siete troppo innamorati della vostra figura, così tanto presi dal vostro Sé che continuate a giocare alla fuga, temete che qualcuno possa mettervi la catena. Paure ancestrali degli spiriti non liberi.
Io l’ho oltrepassato da decenni questo limite: mi è distante anni luce.

Il mondo è pieno di leggerezze inconsistenti: guardatevi attorno e siate liberi.
Io, per conto mio, mi riservo quella leggerezza calviniana che voi non conoscete.

Non avrei mai pensato di essere tanto solida anni fa: oggi conosco aspetti che ignoravo e mi piace il modo nel quale il tempo m’è passato sopra. Non mi ha scalfita ma mi ha fatto dei gran regali.
Così grazie a tutti: a chi c’è e a chi non c’è – certo, alcuni non si sentano nemmeno sfiorati perché non li penso, oppure ci rido – io continuo a camminare a mio modo.

L’abbraccio più stretto è dedicato a chi mi vuole bene: da mia figlia ai miei amici, passando per chi mi ha amata tanto e – oggi – abita la dimensione dell’infinito.”

Pa’

21/12/2018

Natale 2018

 

 

Evaporata

Dal 2000 in base alla legge 248: ”…tutti i testi che vengono pubblicati in internet sono automaticamente protetti dal diritto d’autore. L’art. 6 della Legge 633/41 stabilisce che ogni opera appartiene moralmente ed economicamente a chi l’ha creata. Pertanto è illegale (Legge 22 aprile 1941 N° 633 – Legge 18 agosto 2000 N° 248), copiare, riprodurre (anche in altri formati o supporti diversi), pubblicare parti di essi se non dietro esplicita autorizzazione. La violazione di tali norme comporta sanzioni anche penali.”
L’autore titolare di questo sito: Nadia Mogni, intende avvalersi di tale Legge per eventuali furti di racconti, post o stralci di essi.

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Abitiamo per lo più luoghi mentali
nel mondo platonico del verosimile
perché _a cercare il vero_ non riusciamo
e sono le cose piccole _quelle impercettibili_
che contengono infiniti universi.
A perdere il senso del reale
con fenomeni che ci cambiano volto
quasi eventi sincronistici
di fili _il più delle volte_ invisibili
insieme alla speranza e alla memoria.

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Ho fatto molti omaggi
_sono ditta generosa_
e ognuno è servito
prima a farmi capire
poi a chi ne ha goduto
ma facendo il bilancio
preferisco essere me
parlando con parole mie
pensando con idee mie
sbagliando da sola
o azzeccando le cose
senza dire né dare
sapendo meglio quanto
avrei dovuto avere.

 

A tutti gli sciocchi
dono ogni progetto
futile quanto loro
e poi rilancio
con ipoteche varie
secondo il calendario
_potete tenerle voi_

non ci sono certezze
solo una cosa capisco
d’ora in avanti cambio
percorrendo altre vie
decidendo all’istante
inseguendo il mio istinto
sempre senza rivendicare.

 

Sarebbero state giornate di festa e avremmo potuto gioire, proprio come facevamo sempre.
Invece siamo qui, nessun compleanno per nonna Lucia, nessun compleanno per te che sei – non so dire dove né come – e non riesco a pensare che succederà, nemmeno nell’immediato. Viaggiamo tutti a lume di naso, attraversiamo l’indefinito: la situazione più logorante per qualsiasi essere umano.
Mi sto preparando dignitosamente, come è nostro solito, ma mi sento mancare la grinta che avevo e non ho più le energie di qualche anno fa. Sono stanca, emotivamente stanca. A volte sembro persino spazientita per le cose più stupide, quelle evitabili. Tu avresti riso e mi avresti detto di non prendermela, mi avresti spiegato che non tutti sono fatti come noi, che non devo niente a nessuno e tante altre cose riassumibili in “Bella di zio, a te, che te ne frega? Ricordati sempre chi sei e prendili anche un po’ in giro, falli contenti, dì loro di sì: non ti fanno ridere?” – e, a questo punto, sarebbero partiti l’abbraccio, il pizzico sulla guancia e la pacca sulla schiena.
Sarebbe, sarebbero… ma non sono e non saranno mai più al contrario di me che, ancora, sono la solita. E, dato che sono sempre io, farò la mia parte. Non per provarci, no, ma per riuscirci. Mi suscitano una certa nausea le esistenze inutili. Mi è necessario distanziarmi anche da quelle tronfie e piene di ego.
Buon compleanno, anche se non mi senti più ridere né borbottare diventando, come dicevi compiaciuto, l’avvocato di casa. Adesso, le mie arringhe, si sono messe in stand by e aspettano te, con tutti noi.
Sei il mio unico zio, lo sei stato sempre, alla faccia dell’anagrafe: perché zio è una parola importante e, onestamente, è un titolo che meriti solo tu. Io ti ho scelto e – se dicono ce ne sia un altro – lascio che dicano. Per me è indifferente, è l’inesistenza, la nullità.
Vedi, trasformandolo nel nulla, gli ho tolto la facoltà di farci ancora del male. Grazie di tutto, zio, questo mezzo secolo insieme è stato proprio bello e non so quanto ci sarai ancora, almeno così dicono anche i medici, ma per me ci sei da sempre e mi piace pensare che fra poco, quando andrai via, resterai comunque con me.

 

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Un po’ alla s_volta

guadagna di_stanza

ma poi s_compare:

non ti pre_occupare

dopo ti ri_guarda.

 

Non ci im_porta

volendo si ri_esce

ma mi ri_guarda:

non è in_differente

tu sei in_esistente.

 

 

 

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Guai a contraddire Sua Maestà
_lesa o illesa non lo saprei dire_
m’è impossibile poterlo valutare
com’è inutile volerlo specificare.

 

Difficile capire dove si va a stare
_abitiamo diversi luoghi mentali_
m’è negato misurare ogni distanza
com’è assurdo doverla raccontare.

M’avresti rimpinzata di parole _tu_
inutili
fasulle
tronfie
barocche
ridondanti
_abbuffata cosmica di menzogne_
guerriero caduto imbelle
geniale svelato sciocco
e non ti vedo troppo bene _litote_
se ci sei
se ci sei
se ci sei io non vedo più _anafora_
niente altro che una scialba figura
retorica _o figuraccia_ a tua scelta.

L’allegoria e l’allegria
del tuo naufragio
lo dico con gioia
sono io.

 

 

 

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Calcoli strani.
C’è che
per alcuni
_e sono tanti_
si deve smembrare
s’ha da fare divisione
spezzettamenti operati
con chirurgica attitudine
trasformano l’intero
in particelle infinitesimali
polverizzandolo.

 
Conteggi differenti.
C’è che
per altri
_e sono rari_
si deve riunire
va fatta condivisione
sommatorie ed aggiunte
con ricercata costruzione
elevano il singolo
in vastità universali
moltiplicandolo.

 

Ipotesi stravaganti
concetti vani
_tutto è corrivo
e quasi non c’è_
disunità d’intenti
ambiguità di tanti
eppure
ancora desidero
contenere moltitudini.

 

 

 

 

 

 

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