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Monthly Archives: gennaio 2016

Dopo tutto ci son le papere nell’arca
– ne prendo atto malvolentieri –
e, si sa, con le papere non si ragiona.

Poi io che vedo un cigno faccio fatica
– vogliamo paragonarlo alle papere? –
così divento pietra e mi chiudo l’antro.

Una magia la posso fare, ne ho potere
– coccodrilli papere cigni e il domatore –
perchè seguire mogia patriarca ed arca?

E’ ch’io sola son me e il mio pensiero
– la ménte non mente, abracadabra –
mancava solo uscisse una gran capra!

Era degli inferi gran ninfa, Ade l’amava
– per gelosia di Persefone Mente fu menta –
ma la mia piantina non è menzognera.

La capretta ignorante è priva di valore
– s’è accaparrata storia senza onore –
e il cigno, testa alta, impavido alla ribalta.

Roccia ancestrale, pietra dura a levigare
— nella vita nostra non si dà vòto, se non
quando la ménte per qualsivoglia causa
intermette l’uso del pensiero —
scrisse Leopardi, e non fu solo un caso.

Ménte, mentecatto, mente locale, mente chiusa
– mente quantica, riecco la logica dei quanti –
non si contano, son troppi, quanti sono i quanti?

Mentelettrica – chè così si chiama la pietra –
ha meritato, come poche, passaporto per la nave:
la chiglia rolla sulle onde che non si curan di oche.

Ed è scritto, nero su bianco, che anche il suo mare
– lassù, oltre l’orizzonte – è veramente assai stanco
si dia lettura al cigno, ha aperto del giusto lo scrigno!

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Qui c’è merce altamente deperibile
– siamo frutto d’un dio imperfetto –
e forse qualcuno, grazie ad un talento,
restando impresso sfugge alla media.

Qui ci sono pietre levigate dall’acqua
– di mare o di ruscello poco conta –
e forse qualcuno, impavido e forte,
come sasso nel fiume s’è pur distinto.

Mi piace chi non ha data di scadenza
– rifugge ogni schema ed è universale –
è la pietra levigata dall’acqua che vive.

Oggi l’ho detto ad una mia amica, già,
– che ci tolgano frattaglie non conta –
e m’ha risposto una delle cose più belle…

non avere data di scadenza, cara amica mia, è il passaporto per l’infinito…
e tu ce l’hai!

Una figlia del mare appartiene all’universo
– ha un passaporto per l’infinito vidimato –
deve perdonarsi per non aver capito prima.

Però meglio così perché gli autoproclami
– ommadonnasanta come il della Robbia –
sono tristissimi e degli altamente deperibili.

A volte, l’assistente pensiero, sembra andare in stand by.
Si tira dietro la compagna logica.
Che siano due assenteisti?
– Vedere la data m’è stato di conforto: mi sembrava d’aver già letto questa cosa meravigliosa.
Il fatto è che tu – amica mia – non hai scadenza.
Emozioni sempre, come la prima lettura.
Sei avulsa dalla dicitura “Consumarsi preferibilmente entro…”

cristina bove

verso una nuova era - by criBo

i contorni
prima d’essere limiti sono cavità madri
poi diventano moire e ci espellono
nel frattempo ci siamo fatti un io palliativo
____________ quiddità variabile
estroflesso inizio di virgola
protratto per questioni di tempo
menti adeguate agli orologi
erano meridiane all’inizio e gli gnomoni
facevano la loro significante ombra
___________in assenza di sole si moriva
a sollevare il mondo basterebbe una leva
a seppellirlo una puleggia rotta
_____________ ecco lo temo
il logorio di cinghia, il flettersi di brane
in questo spazio di rimandi e chiose
assistiti soltanto dal pensiero
a volte no

ottobre 2011

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L’arroganza mista all’incompetenza fanno di un medico un individuo privo di dignità. Poi c’è l’outsider – il paziente che non deglutisce l’affronto e ne sa qualcosina – il quale chiama al telefono chi è in grado di confermare come stanno realmente le cose e, il medico arrogante, viene messo all’angolo.
Tutto avanti agli occhi d’un primario incredulo che – ragionevole, intelligente e umano – fra un pò costruisce un altarino all’outsider.
Dopo tutto ciò si va alla cassa per il ticket e l’impiegato non sa calcolare un importo. L’outsider gli dice “Se alza gli occhi ha alla sua destra ha il foglio con la legge scritta ed evidenziata in giallo”. Il cassiere blatera ancora. Il paziente dice “Va bene, non discuto, o lei mi fa il ticket o io chiamo” – e tira fuori il cellulare. Gesto più magico di un abracadabra. Improvvisamente, in tempo flash, il ticket viene calcolato per l’importo che l’outsider aveva suggerito.

Ora il primario – siamo diventate amiche strette – chiama un altro medico cui dice “Nel caso io mancassi, tu ti prenderai cura di questa persona come fosse mia sorella”.

 

Perchè il vero stigma comincia qui, fra i medici incompetenti, fra coloro che dicono emerite minchiate con arroganza coprendosi dietro alla frase “E’ la legge” senza sapere che quella che hanno di fronte ha una copia della Circolare Ministeriale. Una Circolare Ministeriale in vigore da agosto 2015 che, ancora oggi, loro non hanno decifrato.
Credono che le persone siano intimidite da quel camice bianco e si spaventino, lo vestono come indossassero dei paramenti sacri ma il paziente intelligente potrebbe anche essere ateo o – se deve inginocchiarsi credendo al Mistero Divino – va in Chiesa, magari.
“Signora – e non la chiamo dottoressa perchè un medico rispetta deontologia ed umanità – lei ha un camice indosso ma io non tollero affronti alla mia intelligenza, mi lasci stare. Oggi sono qui con tanto di mail inviata all’ospedale regionale e cellulare di chi mi ha subito risposto. Ora che ha sentito e le ho dimostrato che io so quello che dico mentre lei ancora non ha capito, mi scusi, stavo parlando col primario. Io quì parlo solo con lei. Non si intrometta e – piuttosto – si aggiorni.”
Ma, dico io, ti sbatto una mail sotto il muso, la mia copia della Circolare Ministeriale e stai ancora, non interrogata, a rompere le scatole?
Avevo voglia di strapparle quel camice e farne stracci per spolverarle il cervello. Secondo me ha gli ingranaggi intasati dalla polvere sedimentata in qualche anno.
In due parole, dopo essermi morsa la lingua ed aver snocciolato termini concisi, precisi ed educatissimi, ora posso almeno dirlo scrivendo: “Ma vaffanculo!”

Mi domando cosa abbiamo fatto di male per meritarci le signorine acide dei call center… una delle tante domande che mi faccio senza trovare risposte esaustive, sia chiaro.
Detto da me che ero responsabile della comunicazione in una struttura Telecom (prima) e H3g (poi) – contrattualizzando anche grossi clienti business ai quali facevo persino l’Unbundling Local Loop – è tutto un programma.
La verità è che, coi contratti attuali, si piglia gente impreparata e la si tiene per tre mesi di prova: poi si cambia.
Io la comunicazione e la mia preparazione anche tecnica sulla rete la aggiornavo e la approfondivo costantemente con gli ingegneri della struttura e coi maestri della vecchia scuola: le nuove leve venivano affidate a me per l’affiancamento, così anche gli agenti, e io gli insegnavo come porgersi alle persone che chiamavano il numero verde. Fino a che non imparavano… niente e – anche dopo – ordine di scuderia era “Passatemi le comunicazioni con cui vi mettono a disagio, le risolvo io!”
La comunicazione è una scienza esatta, si studia all’università. Non è opinabile e – se faccio un numero neanche verde – mi aspetto si risponda ad una domanda precisa.
Vengo al dunque: segnalo a IBS che attendo un loro pacco ma che non riesco a visualizzare dal portale dello spedizioniere a che punto è il mio ordine. La numerazione data da loro è una, sul portale dello spedizioniere, al link fornitomi, non riesco ad inserire il numero. Quindi non visualizzo. Quindi non so se muovermi o no di casa. Quindi vorrei capire.
Risponde una tizia che mi sembrava Franca Valeri quando faceva le sue mitiche gags “Prooonto mammà?” – a farle un complimento. Mi tratta come una che non ha mai toccato un pc in vita sua e non risponde alla mia domanda. Replico educatamente con una metafora, sorridendo, e le dico che la nuova maschera del loro spedizioniere è complessa neanche fosse uno degli schermi della Nasa… mi sfancula e mi chiude il telefono in faccia. Mentre io resto prima basita, poi reagisco incazzata suona il citofono: erano i miei libri! Sì, era il mio pacco con dentro un Kafka, due Murakami (li voglio tutti!) e l’ultimo della Allende.
Voi non ci crederete ma a me, guardando i miei dieci Murakami (forse undici o dodici?), è spuntato il sorriso.
Mi sono detta “Poveraccia quella, acida e infelice oltre che maleducata: se leggesse un po’ – dato che lavora per IBS – potrebbe vivere una vita parallela, più felice, potrebbe addolcirsi e completarsi!
Comunque vadano le cose il mio shopping è poco esoso:
ultimamente mi concedo lo tsundoku e accatasto libri che mi servirebbero giornate di ore infinite per riuscire a leggerli tutti. Però mi tengo allenata, questo sempre.
Oltre lo tsundoku – fa molto Japan style – mi sono perfezionata negli Haiku: ho idee in testa e vorrei poterle realizzare. Il fatto è che il pragmatismo della vita quotidiana mi limita… ma che importa? Ogni giorno sono un vulcano di pensieri e credo che – finchè non torna l’astronave a riprendermi – sarò sempre così. Non ho tempo né voglia per lagnarmi o per essere inconcludente.
Io devo ancora apprendere così tanto!
(Certo “It takes a fool to remain sane” ma – se i matti sono come me – io sono contenta d’essere una pazza scatenata. Guardandomi attorno me ne convinco sempre di più).
Oggi ho parlato con un’amica di tanti anni fa… ho ammesso una cosa che a venticinque anni non capivo. Mi sono anche accorta che mio padre, caro babbo, la aveva capita al posto mio e tentava persino di incoraggiarmi mentre io – spaventata dopo un matrimonio miseramente naufragato e con una bimba da crescere – non volli capire.
La paura di fallire o di non essere all’altezza di qualcuno che ti ama è terribile: ti rinchiudi e lo posizioni, come una pedina sulla scacchiera, fra gli amici. Gli dici “Tu, per me, sei un fratello maggiore” – facendogli male. Poi elabori tutto, mandi al diavolo la paura e, solo venti minuti appena dopo che ti muore tuo padre in mano, ti raggiunge quell’uomo, a tredici anni di distanza. Un uomo che s’è accontentato d’esserti amico e che ancora oggi, dopo oltre vent’anni, è là, su quella posizione dove tu l’hai costretto.
Ed è troppo tardi perché ora non puoi sconvolgergli la vita dicendogli “Sai, ero cotta di te ma avevo paura”.
Non puoi o ti risponderebbe che, ormai, sembreremmo solo due ridicoli e – soprattutto – la attuale compagna dove la metterebbe?
Mah, meglio rimorsi o rimpianti? Non lo so: io ero presa da mia figlia e dovevo farle da padre e da madre. Una nuova delusione mi avrebbe annichilita perché un conto è mollare io una nullità umana quale s’è rivelato il mio ex marito, tanto che sono tornata a casa mia incinta e da sola ho messo al mondo mia figlia rinascendo con lei a soli ventitré anni, e altra cosa sarebbe stata sbagliare con un uomo che io vedevo come una persona unica, non rara.
Io sono stata innamoratissima di lui e mi sono lasciata carcerare dalla paura di sbagliare. Sbagliando. Forse sarebbe stato meglio se mio padre si fosse fidato meno di superpaola, tsè, e mi avesse detto “Paolè, buttati, provaci. Una quantità di rischio dovrai pur correrla. E’ parte del gioco.” O forse sarei stata infelice con lui? Chissà… indietro non si torna ma non dimenticherò mai l’urlo che ho lanciato qualche mese fa leggendo da una rassegna stampa sul pc “Noto professionista accoltellato per rapina” – le iniziali erano sue e la cittadina anche. Ho chiamato in ospedale ed era in coma. L’ho poi visto qualche giorno dopo, sotto morfina, ma ormai fuori pericolo. Ecco, io – in quella giornata – potevo anche impazzire. Mi sono disperata più della sua compagna.
Se ho un rimpianto solo nella mia vita è questo. Io ho guastato tutto perché ero ancora prigioniera della paura dopo un matrimonio che m’ha lasciata apparentemente viva ma psicologicamente – se sono vissuta – è solo perché ho promesso alla mia creatura “Nascerai e ti difenderò io, da sola!” – chè, a volte, sarebbe facile dire voglio morire e m’ammazzo prima che ci riesca tu.
Ma se ti trovi come mi sono trovata io – persino morire – è un lusso che non t’è concesso. Ora ci rido. Ci scrivo persino e, non fosse stata Cinzia oggi, mi ero costretta a perdonarmi tanto da non pensarci più. Una come me, intellettualmente onesta, si mette per prima sul banco degli imputati e non si assolve. Un bluff con me stessa per coprire uno sbaglio del quale non mi sono resa conto che dopo, quando ho esorcizzato ogni timore e ammaestrato ogni coccodrillo. Bene, il rettilario è aperto e il biglietto è gratis, venghino siorre e siorri!

Cos’è che conta, alla fine, che un concetto sia giusto?
E’ forse più importante non esprimerne uno sbagliato?
Magari – a qualcuno – interessa invece che venga capito.

Nel mio piccolo sono per la comprensione delle cose:
– trovo inutile puntare dritta al giusto – io non sono mai stata infallibile. Chi mi garantisce che becco il giusto?

Allo stesso modo ritengo di non dovermi curare dell’altrui opinione: non mi espongo cercando il consenso degli altri se, prima, non ottengo il mio stesso consenso.

Qual è – allora – l’obiettivo prioritario di un individuo dalla mente aperta? Essere capito!

Non c’è nulla che sia solo giusto o solo sbagliato, nulla.
C’è bisogno che – ogni interlocutore – possa esporre il proprio pensiero venendo ascoltato e, magari, capito.

C’è l’Universo mondo che deve essere capito: le menti libere, elastiche, aperte si occupano di abbattere le pregiudiziali, di acquisire consapevolezze e non di azzeccare risposte o di compiacere.

Vivere non è un telequiz con tanto di audience e di montepremi.

Lungo e assai impervio è il cammino per avvicinarsi all’essenza delle cose e, nonostante ciò, a me pare non ci sia arrivato ancora nessun demiurgo. Nemmeno le divinità posseggono spiegazioni e si supportano col mistero. Menti illuminate si interrogano sul mistero dell’esistere, su ciò che è giusto, su ciò che è sbagliato. Il guaio è che non c’è – ancora oggi, dopo millenni – un sapere condiviso: questo la dice lunga.

Io mi distacco orgogliosamente da chi espone le proprie conoscenze col baluardo del vanto. Credo – ahimè sono testona – abbiano dato troppo valore al sapere accademico (che è gran cosa) rispetto al sapere umano.

Il privilegio è nell’anima di ognuno di noi e andrebbe coltivata con una grande cura perché – alla fine di tutto – il prendere con sé, il capire, il condividere, l’intelligere e l’umanità non si studiano né si studieranno mai.

In aridità – al contrario – c’è chi sembra aver conseguito veri e propri Masters.

 

E mi torna la docile (quanto? – a forza!) fibra dell’Universo, quella raccontata dall’uomo di pena Ungaretti.
Cristina: il mio faro nella nebbia.

cristina bove

punto e parabola -  by criBo

microscopico
al centro della pietra
un seme di matrioska
l’io che non sa _ma sa_ che tutto intorno
esiste per finire

l‘io generato al buio dell’innocenza
che inventa il bene e il male
e s’arrovella sulla cose instabili
per inventarsi luoghi d’oltreluce
mentre gli dei spietati
dai cieli delle ipotesi
partoriscono guizzi di fotoni
ignari della luce
terribili e grandiosi
vivi nella fulminea apparizione
e subito eclissati

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Si tratta di un dio terribile per una vicenda piccola

Per la ragazza con i capelli color topo

Ma sua madre sta gridando “no!”

E suo padre le ha detto di andare

Ma il suo amico non è nemmeno in vista

Ora cammina nel suo sogno sommerso

Verso il posto con la vista migliore

E lei ha un ossessione per il grande schermo


Ma il film è tristemente noioso

Perché lei lo ha già vissuto dieci volte o più

Lei potrebbe sputare negli occhi dei matti

Perché loro le han chiesto di concentrarsi


Marinai che fanno la lotta in un salone da ballo

Oh, gente! Guardate quegli uomini primitivi che se ne vanno

È lo show più bizzarro di tutti

Dà un’occhiata all’avvocato

Che si accanisce sulla persona sbagliata

Oh gente! Mi domando se se ne renderà mai conto

Che è nello spettacolo più venduto

C’è vita su Marte?


È sulla fronte torturata dell’America

Topolino ha allevato una mucca

Ora i lavoratori hanno scioperato per la fama

Perché Lennon è di nuovo in vendita,

Guarda i topi nelle loro milioni di orde

Ma da Ibiza fino a Norfolk

“Rule Britannia” è stato messo fuori legge

Per mia madre, per il mio cane, e per i clown


Ma il film è tristemente noioso

Perché lo ho scritto dieci volte o più

Bisognerebbe riscriverlo

Mentre ti chiedo di concertrarti


Marinai che fanno la lotta in un salone da ballo

Oh, gente! Guardate quegli uomini primitivi che se ne vanno

È lo show più bizzarro di tutti

Dà un’occhiata all’avvocato

Che si accanisce sulla persona sbagliata

Oh gente! Mi domando se se ne renderà mai conto

Che è nello spettacolo più venduto

C’è vita su Marte?

1971, David Bowie

Per comunicare non basta pralare o scrivere.
E’ necessario possedere l’intelletto d’un sentire comune, che nasce dall’anima e dal cervello.
Il più delle volte – nota buffa e beffarda al contempo – si dicono cose che vengono comprese da chi non è parte in causa.
I più convinti restano all’esterno, separati da una cortina di miserabili incapacità, continuando a perpetuare – non invano – il pensiero in chi ne ha facoltà. Senza avvedersene.

Ho una musa per amica: sono una donna fortunata, l’ho sempre pensato.
Non tutti coloro che leggono e scrivono – anche più e meglio di me – sono così tanto ricchi da possedere un tesoro simile. L’affetto e l’Anima di alcune persone è dono incommensurabile.
A me sta bene essere quella che sono e mi piace immensamente quello che ho. Per semplificarmi l’esistenza ho capito che è meglio farmi piacere quanto non mi è dato cambiare, qui non c’è l’ufficio resi e niente è in garanzia.
Apprezzo molto chi mi conosce nell’anima e nei pensieri e – dopo, solo dopo – decide di volermi bene senza apportare mutazioni genetiche alla mia idea d’esistere. Io sono questa persona qui e non mi avvalgo di alcuna pregiudiziale – mai – anzi mi concedo un solo vanto: apprezzo la gente com’è e lascio che sia. Se mi fa stare bene, tanto meglio, ma se mi fa stare male (qui viene il bello) ringrazio. Perché mi stimola l’elettricità già accelerata a livello dei neuroni, me li mantiene belli attivi. Chi giudica senza conoscere è il mio elettroshock. Mi scuote fino a sfibrarmi per poi lasciarmi alleggerita da tensioni nocive. Andrebbero ringraziati – non fosse che contribuirei ad alimentare il loro ego – il quale già di suo fagocita tutti e tutto con l’intento, più o meno compulsivo, di annichilire.

Torno alla mia amica musa – merita d’essere citata e ringraziata – che non si alimenta delle altrui debolezze ma, al contrario, sfama l’intelletto di chi ha in sé un briciolo di pensiero e lo trasforma in pane quotidiano. Un pane più sacro di quanto si pensi. E, a voce bassa, sussurrando, comunica e custodisce ragione e poesia infondendo e diffondendo musica per chi è sintonico sulle frequenze giuste.

Si prenda distanza dalle distanze – siderali – di chi si autoincorona imperatore o imperatrice del nulla seguendo la logica dei quanti. Una logica appartenente ai tanti componenti delle associazioni a qualunquere.
Si allontanino i paguri – parassiti – che s’intrufolano indebitamente ad abitare case e conchiglie non di loro proprietà, alimentandosi degli altrui sacrifici. Si dismettano i proclami fasulli e si abbandonino le rotte oceaniche: avvalendoci del nostro libero arbitrio ci fregiamo d’una navigazione meno turbolenta per mari più piccoli perchè – alla fine – lo sguardo all’orizzonte è sempre infinito. Dopotutto siamo esperte nel guadare le foci melmose d’un Acheronte pieno di coccodrilli e ci soffermiamo volentieri sui nostri piccoli ormeggi. Non ci interessa l’utopica traversata della storia e già conosciamo esperienze titaniche.
Aspettiamo qui, col fiato corto, pazientemente.
A voi – smaniosi di grandezze inutili – lasciamo liceità d’impattarvi, se volete. Siete liberi ed avvisati: ricordate di munirvi di carta nautica e di salvagente paradosso ma – pure voi – non vi salverete.
La cosa non ci riguarda – non ci rende più o meno contente –  e neanche possiamo salvarvi noi. Del resto, se non ci prestate attenzione e preferite Scilla o Cariddi, siamo disarmate: l’amore – in tutte le sue forme – necessita d’intelletto. Possiamo liberamente amare ma non siamo affatto libere di pretendere alcuna contropartita. Possiamo cercare di capire ma se non ci accomuna una certa forma d’esperanto – le nostre – restano comunicazioni inutili.
Dal canto mio mi dispiaccio maggiormente quando – proprio all’interno dell’altra metà del silenzio – si verifica lo scontro fra un sussurro e un grido, fra una domanda posta con onestà intellettuale e una risposta volutamente omessa.

Grazie amica mia, il mio ironico Alfa primitivo ti è e ti sarà sempre riconoscente. E tu sola sai, tu e poche altre come te. Tutta colpa della mia mentelettrica che – spesso – si percepisce assai elettroshoccata dai quanti.
Ed è vero, sono proprio tanti. Sono troppi e talmente presuntuosi da decidere persino per conto terzi.

Mi avvalgo del diritto di pensare: a me ci penso io, del resto.
Vorrei almeno immaginare come sarebbe stata, una serata come questa, senza l’amarezza che mi lasciano certi gesti.
[…] L’eternità dei morti dura
finché con la memoria viene pagata.
Valuta instabile. Non passa ora
che qualcuno non l’abbia perduta. […]
Questa quartina di Wislawa Szymborska mi sta facendo riflettere da oggi.
E – da un bel pò di tempo, non da oggi – sono giunta alla conclusione che ai morti devo concedere tutto.
La mia valuta è stabile per loro e li ho nell’anima.
E’ ai vivi che non ho concessioni da fare: a coloro che – sprofondati nell’oblio della dimenticanza per responsabilità non mie – si sono svalutati da soli.
Non passa ora che qualche sopravvissuto non scompaia. Con che valuta mi considerava? Con che valuta dovrei considerarlo io?
La vera valuta instabile è solo nostra, di noi che paghiamo il dazio dell’essere vivi.
Restate nella vostra distanza. Io non ho disprezzo sufficiente della mia vita per sperperarla considerandovi. Non perderò neanche tempo seduta sul greto del fiume. Ho già oltrepassato la foce, attraversato ogni delta, ogni estuario e ho preso il largo, libera, verso il mio orizzonte.
Io sto alla vita come una foglia d’autunno sta al suo ramo e non ho paura della verità. Non ho paura di pensare che – fosse per me – potrei morire anche stanotte. Uscirei dalla mia porta sorridendo perchè sono serena. Ho concesso più di quanto mi sia stato concesso.
Mi sono anche data l’opportunità di chiarire e di capire, sempre, perchè non ho mai fatto male a nessuno e – anzi – ho domandato scusa.
Mi sono procurata il coraggio persino di perdonare gli imperdonabili: giusto perchè replicassero i loro errori confortando la mia tesi. Peggio per loro.
Ma la mia vita ha un’ipoteca che non riscatterò mai: sono una madre. Io sono vita e io ho generato la vita!
Quindi – serena e lucida – non commetterò neanche il gesto di chiudere quel contatto nè di rendermi invisibile.
Dico a te, a te che non mi conosci, a te che non sai niente eppure credi di poter emettere sentenze interpretando il ruolo da protagonista nel Giudizio Universale… rendendomi viva o morta a tuo piacimento.
Stai attento, prega i tuoi dei, vai in crociera, in pellegrinaggio, vai in gita facendo tappa in tutti i santuari della terra, alza gli occhi al cielo e – se ti senti figlio prediletto del tuo dio – raccomandati al padre tuo.
Fallo tu perchè io non ne ho bisogno.
Fallo tu perchè sei altrettanto foglia d’autunno quanto me anche se troppo vile per ricordartelo.
Arriva un momento in cui – tutto ciò che bisogna fare – è niente, assolutamente mai più niente e bisogna anche saperlo fare bene. Ecco: è il mio momento.
Io non farò più niente, meno che meno ricordarmi che sei esistito.
Ora, ammesso che abbia capito, cedo il posto all’indolente che ti fa da tramite: tocca a lui riportarti il messaggio, da brava comare qual’è.
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