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Monthly Archives: Mag 2016

Preti e gente che adoperano frasi senza misura parlano, alle volte, della sofferenza come d’un mistero. Invece essa é una rivelazione. Fa distinguere delle cose che non si erano mai vedute prima e permette di considerare l’insieme della storia da un punto di vista tutt’affatto diverso.”

Oscar Wilde – “De Profundis” –

Credo che questa frase mi somigli molto: coi suoi come e coi suoi perché. Questo è il mio personale concetto di #liberando e così ho sempre vissuto le mie proprie sofferenze.

Inutile dire che – fra i moltissimi Tweet ricevuti venerdì con Elena – la maggioranza degli account ha sottolineato la necessità di andar #liberando espressione, creatività ma soprattutto la propria anima da ogni giogo. Tutti siamo come schiacciati da un peso e, alcune volte, rifletterci, anche solo attraverso un #Tweetgioco, è utile. Per capirci e per capire. Per non sentirci isolati. Perché un Tweet sia anche la catarsi profonda di stati d’animo che definiscono il nostro essere e la nostra sensibilità.

E’ sempre una meravigliosa esperienza questa di noi “gerundie” insieme a voi tutti: ci tastiamo il polso, sorridiamo e – volendo – ci carezziamo anche l’anima.

Da @redaelena & @PaolaToogoodxme un abbraccio all’intera Community di #gerundiDiversi su Twitter e… forse è già pronto l’hashtag per venerdì prossimo: stay in touch!

 

Elena Reda e Paola Cingolani

 

Vorrei capire (quasi quasi lo chiedo al Web) chi ha sentenziato, quale oracolo imbecille può essersi mai arrogato il diritto di affermare che la felicità è prerogativa dei non intelligenti?

Io – che non sono nessuno – non mi permetto di postare “Le persone intelligenti sono le più tristi” firmato Il Web (nome e cognome, mah?) – spacchiamoci la testa, rompiamocela, un bel trauma cranico e diventiamo felici e coglioni.

Facciamoci del male. Facciamoci del male fisico per farci del bene psicologico e per essere felici. Può essere una nuova trovata. Un nuovo modus vivendi affascinante!

L’assioma intelligente uguale triste è come l’assioma stupido uguale felice: ma sì, voglio vivere con_fusa e felice, come la canzone.

Quando penso che ho avuto – fra le altre cose – un triplo trauma cranico e ho ancora un Q. I. superiore mi domando perché? Perché – nella mia vita –  rappresento l’eccezione mentre – i più – sono la regola?

Immediatamente mi dico che questa è la mia spanna di vantaggio dal gregge e francamente sono lieta di non somigliare loro. Sollevata.

E, se non ci credete, interrogate pure Il Web: de aruspicis.

“Dimmi, ti piaci?” – Sì, io mi piaccio. Anche molto, dopotutto. Mi piaccio perché riesco ancora a fare tante cose da sola. Perché non ho mai avuto tempo neanche per me. Perché conosco il sacrificio più alto, la più alta forma di rinuncia, il dolore – quello lacerante – e, soprattutto, perché l’ho gestito da sola. Tutto questo non mi ha spento il sorriso. Io so chi sono, quello che ho fatto agli altri e quello che è stato fatto a me… punto. Non vorrei mai fare a nessuno nulla del genere. Non ho più voglia di dare spiegazioni ma – prioritariamente – sono consapevole di dover ricevere moltissime risposte (che non arriveranno mai). Quindi va bene così – il processo alle intenzioni fatemelo – ma sappiate che dovrete assumervi responsabilità non mie… solo vostre. Che prosopopea avete… da fare spavento. Sì, io mi piaccio. Siete voi a non piacere a me col vostro pretendere ragioni che non avete.

discutere
di·scù·te·re/
transitivo
  1. 1.
    Analizzare con un dialogo in cui ogni interlocutore possa portare un proprio contributo alla impostazione o alla soluzione del problema (anche + con, tra ).
    “stiamo discutendo un progetto col direttore”
    • Discutere la tesi, sostenere l’esame di laurea.
  2. 2.
    Contestare esprimendo riserve o obiezioni, criticare.
    “non discuto il tuo diritto”
intransitivo
  1. 1.
    Conversare più o meno animatamente su un argomento, dibattere (anche + di, su ): d. di politica, di sport; d. su un problema; + con, anche + di, su : a d. con lui non si conclude nulla; d. con gli amici di (o su) un film.
  2. 2.
    estens.
    Avere un polemico scambio di vedute, litigare (anche + con ).
    “ho discusso con il capufficio e sono stata licenziata”.
    Una sorta di provocazione: mi sono sempre chiesta perché – dato che discutere significa sostenere un dialogo con più interlocutori – la prima cosa che ci balena in mente è il riferimento all’obiezione o alla polemica. Suppongo che, alla fine, ogni persona veda le cose per come le percepisce. Chi ha uno spirito meno accomodante – nel #discutendo – ci vedrà in primis litigando. Chi è più mite -nel #discutendo – ci vedrà un comparando, confrontando più idee quindi acquisendo consapevolezze nuove, provando a crescere. Perché è di questo che si parla, alla fine, di crescita e di maturazione: è un infinito processo evolutivo a nascere dal confronto. Così, con la mia Socia @redaelena, l’# lanciato da accoppiare a #gerundiDiversi è stato proprio #discutendo. Mi è piaciuto leggere i tweet che – in buona percentuale – hanno colto la mia idea e condiviso il mio pensiero. Mi ha arricchito l’interscambio, come ogni volta, ma mi sono resa conto che – se discutere insieme una o più idee è evolversi – c’è chi proprio non afferra il concetto di “insieme”… quindi non solo non si evolve ma ti trascina a fondo. Conseguenza ovvia è la presa di distanza necessaria da chi non vive “insieme” come tu credevi. Era solo un’idea tua, la realtà dei fatti testimonia che la proiezione della faccenda che ti eri fatto differisce da quanto accade in verità. Che ti piaccia o meno – dignità in pole position – prendi il tuo fagotto e saluti. In sintesi estrema la vedo alla Voltaire. C’è da dire che mi aspettavo persino maggiore influenza da parte del #SalTo16 e che non ho potuto fare molti RT né altri tweet dal cellulare: un Account solo – dopo x interazioni – viene bloccato. Da qui, la posizione numero 3 nella TT del mattino, mi sembra valere oro colato (avevo il PC smontato e un hard disk da sostituire sperando di non perdere dati). Certo – un errore nell’avere aspettative l’ho commesso – perché l’errore mio c’è. Ho creduto che altri, sapendo del mio potenziale ridotto, mi rendessero un minimo di quanto ricevuto ma è evidente il mio aver sbagliato la valutazione. Piuttosto che dire “se Tizio” o “se Caio” dico “Paola, un account solo aperto, Elena idem – entrambe dal cellulare – e un 3°… ottimo fiuto, ci metto la firma”.  Ecco – #discutendo insieme e confrontando le mie idee con le vostre – soprattutto ringraziando tutti perché i veri #gerundiDiversi e la reale differenza non è il mio PC a farla ma siete voi Community del venerdì! Abbraccione circolare.
    Paola Cingolani & Elena Reda
    – aka le “gerundie” del venerdì –

E qui suonerà la sveglia

ma di dormire nessuna voglia:

               – nottate piene zeppe di noi,

               succede dato che non te ne vai –

 

Posso escluderti nella sostanza

ricorrendo alla resilienza:

               – non sei tu cui penso davvero,

               sei solamente un buco nero –

Venerdì scorso, #gerundiDiversi, ha scelto l’hashtag #navigando perché – se siamo qui – stiamo certamente #navigando nel mare del web e perché anche chi non è qui, in altre maniere, ama andar #navigando. Che abbia una barca, che faccia una traversata semplicissima con un traghetto, che circoli in estate con un pattino… insomma c’è sembrato che #navigando potesse essere non solo un gerundio affascinante ed usuale: l’idea che ci ha spinte è stata quella di vedere #navigando come qualcosa di aperto a 360° e – crediamo – la nostra scelta sia stata premiata da tutti voi e dal counter di Tiwtter. Navigando con lo Shuttle, per lo spazio o sulla rete, una nazione che ha l’80% di coste e diverse isole non può limitarsi solo alle connessioni internet.

Noi – e questo lo dico sempre – ci misuriamo soltanto su una scommessa con noi stesse: io ed Elena, “le gerundie del venerdì”, fra un impegno e l’altro, abbiamo ormai consolidato un sodalizio coi nostri contatti e – #navigando in rete – ci divertiamo con loro.

Suppongo sia uno dei segreti che ci porta avanti, il più significativo. Come detto altre volte, noi “gerundie” (ci siamo anche soprannominate così con tanta autoironia), scegliamo un verbo da accostare al nostro #gerundiDiversi un po’ giocando e un po’ interrogandoci in maniera leggera ma diretta su quelle che sono le altrui sfumature di pensiero.

Probabilmente è anche positivo il nostro appuntamento settimanale o saremmo noiose.

Durante la settimana io mi occupo di #UniversoVersi e quindi curo un hashtag di poesia. @redaelena si occupa di #gerundi ma il venerdì è il giorno del nostro Twitgioco #gerundiDiversi – evidente e lapalissiano – figlio dei due hashtag.

Con @redaelena io mi trovo benissimo: non c’è mai prevaricazione, decidiamo insieme buttando là un semplice “Pà – Elè – che facciamo venerdì prossimo così intanto mi organizzo”?

Spesso mi è successo di lavorare con degli # condivisi ma mai mi sono sentita serena così: per quanto stessi bene avevo – ogni volta – il senso di responsabilità che mi incombeva addosso… cosa che ho anche adesso (sono una di quelle per cui la parola è sacra) ma che non vivo più come un peso, piuttosto come un gioco piacevole.

Ci stiamo organizzando per venerdì, state tutti pronti, il 13 maggio 2016 c’è già un nuovo #gerundiDiversi con tanto di # appena scelto.

E’ un hashtag sul quale – nemmeno a dirlo – siamo di nuovo pronte a scommettere perché ha un significato sempre aperto a 360° ed è qualcosa che ci riguarda tutti, nessuno ne è esentato!

Una cosa intendiamo precisare: le regole del gioco – dopo ben cinque mesi – sono sempre le stesse.
Due soli gli hashtag da usare: #gerundiDiversi  con aggiunta fondamentale dell’hashtag che – in quel determinato venerdì – s’è scelto di usare tutti insieme.

Personalmente mi domando le ragioni sulla pessima tendenza di mescolare più hashtag (forse per prendere più #RT?) ma, ciò, ha meno senso che mai: dato l’alto numero di Tweet corretti – giustamente – questi avranno sempre ogni priorità. Continueremo il giovedì a lanciare l’accoppiata di hashtag, ringrazieremo sempre tutti coloro che si adoperano con noi gioiosamente – @paolaxmi del #Lipogiro, @Libreriamo che si è affezionato a noi – ma soprattutto voi amici e contatti di Twitter senza i quali nulla avrebbe senso alcuno perché, i veri #gerundiDiversi siete voi Community superlativa!

Grazie e un bacione a tutti.

 

@PaolaToogoodxme & Socia @redaelena

cristina bove

indecifrabile - by criBo

. mettere un punto
per solidificare la parola estinta
_il suo vissuto termina sul foglio_
magari farle un monumento
solo di interpunzioni
dedicarlo ai poeti che non scrivono

mi ci metto
perché non ho mai scritto un bel silenzio
perché non ho saputo eliminare
una vita di sillabe

mi arrendo nel mimare un’esistenza
_tra due trattini stesi_

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E_le_menti brillanti a confronto? No, semplici elementi previsti e prevedibili, nessuna mente brillante. Solo tu – tu che io lo sapevo e lo sentivo – torni in Italia per due giorni e mi cerchi. Scemo. Il solito scemo di vent’anni fa. Tenero, affettuoso, abbracci tua madre, scopri che ci siamo sentite e mi cerchi… sei un pazzo – già – e sono una pazza io a non tagliare tutto subito. Il guaio è che non potrei mai tagliare i ponti con la mia vita e tu sei stato la mia vita per quattro anni nei quali, noi due, facevamo davvero invidia al mondo. Ti ho lasciato, m’hai dovuta perdonare, nel frattempo però ti sei incasinato l’esistenza, hai distrutto un’azienda che gestivo con te, ti sei fatto rubare tutto quello che avevamo costruito e quello che ti avevo donato con tanto sacrificio. Cui prodest? Perché ancora tu nel mio presente? A volte penso che è un po’ come se tu non te ne fossi andato mai. Se la mia è stata una mente brillante nel fuggire prima che una delle tue contabili (da me strapagata) m’incastrasse, è anche vero che la tua mente è stata altrettanto brillante nel sostenere – ancora adesso, dopo vent’anni – che io ero e resto il tuo più grande amore, ad oggi.

Eh, sono la tua perdita maggiore. Cosa credevi? Te lo dicevo io vent’anni fa di non farmi arrabbiare, del resto.

Mi ricordo spesso quando facevamo l’amore. Tu mi dicevi sempre “Non ti libererai mai di me, mai, io non ti lascerò mai andare via”. Invece  sei rimasto inebetito, non mi hai ascoltata, io me ne sono andata e sento ancora il fragore di quella pila di cristalli infranti Boch & Villeroy sui quali ti ho lasciato a camminare, incazzata nera. Una parte di me non ti perdonerà mai – vita natural durante – ed è la parte che conta maggiormente. Nulla a tua discolpa per aver infranto – proprio come quel servizio lussuoso di piatti – il nostro mondo. Una vita che mi ero ricostruita come piaceva a me e che tu, col tuo non capire, hai annientato. Poco conta se – i piatti – ho avuto il coraggio di romperli io! Oggi sai che, esattamente come ti dissi, l’errore è tuo e stai ancora scontando. Oggi è ancora con me che ti confidi e che ragioni. Oggi hai capito – e le menti brillanti – si distinguono: nessuna donna, neanche la madre dei tuoi figli, poi, ha più ricevuto l’amore che provavi per me.

Basta dire che continuavi a venire, di nascosto da lei, a trovare mio padre fino a che era vivo… facevi le imboscate, piombavi da babbo sperando di vedermi ma io lavoravo fuori (sai lui, il Mare, mi raccontava tutto).

Sei buffo quando cerchi di rassicurarmi: in verità sei sempre il solito bambino – almeno con me – e diventi così tenero, anche solo parlando, che se fossi qui mi lascerei abbracciare. In tutto questo – me lo sentivo, sei come la storia infinita, un rompiballe cosmico, una persecuzione – la fortuna più grande è che riparti.

E_le_menti brillanti a confronto? No, semplici elementi previsti e prevedibili, nessuna mente brillante. Solo ci siamo voluti troppo bene per non continuare a volercene. Saresti dovuto riuscire ad innamorarti di nuovo, perché fra i due, quello più vulnerabile, sei tu. Alla soglia del mezzo secolo d’età, ti scongiuro, dimenticami e sii libero. Io ti avrei voluto come ti vedevo all’inizio e non certo come ti ho visto dopo o saremmo ancora insieme, non lo capisci? Io sono cresciuta, tu sei rimasto com’eri: ti riconosco l’affetto ma – fra noi due – c’è un abisso.

Ah, amore, ti perdono. Sai perché? Perché se anche mi hai rovinato l’esistenza – come sempre ho fatto – me ne sono ricostruita una ancora più bella e ce l’ho fatta da sola. Quello che mi fa tenerezza, che continua a rimbalzare pensando a me, sei solo tu. Anche io mi mancherei tanto, dopotutto, però me ne farei una ragione o m’inventerei qualcosa di nuovo da raccontarmi.

Vedi che non sbaglio quando dico che – il perdono – serve più al perdonante che non al perdonato? Io vivo bene. Tu sopravvivi e cerchi ancora me nelle donne con cui sei andato a letto. Ma – io e te – non facciamo più l’amore da vent’anni e l’incantesimo è insanabilmente rotto. Il sogno – quel sogno che per quattro anni abbiamo trasformato in realtà ogni giorno e ogni notte – è ormai un ricordo davvero distante, completamente perso nella notte dei tempi.

Festa della mamma: “Nessuna nuova, buona nuova” (e cattiva consuetudine popolana). Per carità – io sono contenta che mia figlia mi abbia portato rose rosse – ma, quando sarà più grande e più esperta della vita, spero non mi porti nulla. Ogni cosa simile è discutibile. Ho partecipato alla campagna social #CaraMamma più per ripagare @Libreriamo del supporto e della stima che ha per i #gerundiDiversi miei e di @redaelena che per altro. Il fatto è che – se c’è una cosa che fai ogni giorno della tua esistenza, in parallelo a tutto il resto – è proprio la madre. Essere genitore è un’ipoteca sulla tua vita che non potrai mai estinguere. Neanche nei casi peggiori, scegliendo l’abbandono, perché avresti sempre addosso il rimorso a sbranarti peggio d’un giaguaro famelico. Quindi cos’è che festeggio oggi? Faccio festa e fiera da quando avevo appena ventitré anni, come madre e come padre: datemi una risposta. Ma vi prego e vi scongiuro, convincetemi, siatene all’altezza. Siate all’altezza di dirmi – soprattutto – se, per un giorno all’anno, le donne che non possono avere figli (per enne ed uno mila ragioni ma senza la minima colpa) meritano d’essere stigmatizzate o di passare in secondo piano. Non credo valgano meno di chi ha avuto la mia fortuna. Magari sarebbero state anche migliori di me o di altre, chi può dirlo? E ancora, per rompere le scatole di più, chi si è torturata pur di adottarlo un figlio dobbiamo portarla in trionfo? Forse sì… a pensarci bene – un parto – non è niente. Stargli accanto è fare la differenza. Quelle poi che – consapevolmente – hanno scelto di non avere figli, ditemi, chi sono io per processarne le intenzioni? Buona festa – tutti i giorni – e basta con le date annuali, come se un solo giorno all’anno fosse sufficiente in una intera vita.

Una giusta equidistanza

_non sarà mai la soluzione

nè dal male guarigione_

 

però mi renderà quel fiato

_sprecato invano dicendo di me

a chi non sente più ragioni_

 

chè non si può aver sempre torto

_la statistica m’è favorevole

per sbaglio o per caso almeno_

 

e mi sta bene esser nell’errore

_ma basta con il solito orrore

tifo per chi non fa mai rumore_

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