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Monthly Archives: febbraio 2016

L’esperienza con l’ # dei ‘gerundiDiversi’ – condivisa con la mia spalla Elena – mi sta dando esattamente una specie di termometro attraverso il quale misurare me, gli altri e capire le idee dei miei simili. La volta scorsa – ad esempio – abbiamo scelto ‘amando’ ed è nato tutto per gioco. Molta è stata la rispondenza e sono emersi tantissimi tweets che identificano l’amore come ‘il’ problema: ci sta, tutti siamo stati anche delusi, pochi vivono rose e fiori (ammesso esistano quei pochi che vedono realmente il mondo rosa).

A distanza d’una settimana da ‘amando’ – sempre con l’accordo di Elena e non mai con un secondo scopo personale – ho buttato là, secco, ‘odiando’.

Nessuna mira se non quella di leggere le idee della gente, nessun secondo fine, nulla di personale: solamente una grande fame di capire cos’è che muove gli animi dell’umanità.

Infondo o il Social ha una sua dinamica fatta di gente che si pone domande o il Social sarebbe solo un videogame: io penso non sia un videogame e disdegno chi lo critica ma lo usa per fare dating o altro.

Allora, per non perdersi la ciliegina sulla torta, ‘odiando’ è stato molto più accolto di ‘amando’ e già nella fase di lancio dell’# ha iniziato a collezionare tweets. Poteva anche essere un buco nell’acqua: avendo già sviscerato ‘amando’ sarebbe potuto apparire inutile. Odiare però, ci siamo dette, può essere anche inteso non riferito alla gente ma alle cose e certamente era qui che io ed Elena volevamo arrivare a parare!

Io odio il caffè dolce ma non riesco ad odiare chi lo zucchera, al massimo non lo bevo lasciando molto amorevolmente libero chiunque di metterci tutto il barattolo di dolcificante dentro: sempre il mio esempio per capirci e per capire.

Ebbene più tweets di sempre, moltissimi nei quali s’è specificato come ‘odiando’ ci si faccia solo male, una marea di persone che – a quanto pare – ha condannato l’odio come concetto ed è tutta concorde nell’affidarsi e nel confidare su… su quello stesso ‘amando’ che, la settimana prima, poteva sembrare troppo smielato.

Ed è a questo punto che la mia riflessione è andata ben oltre Twitter per farsi spazio nel mio vissuto. Così ora io vorrei dire la mia, tanto per non sentirmi ipocrita e moralmente disonesta.

Io non so litigare (dato di fatto) e non sono capace di odiare la gente, neanche ci riuscirei col mio peggior nemico. Però sono un essere umano pensante e sin troppo sensibile quindi percepisco tutte le emozioni quasi fossero doppie, tanto le belle – sono capace di una gioia contagiosa – quanto le brutte – soffro da matti cercando di non implodere o starei male – e allora sublimo attraverso qualcosa.

Intanto provo una grandissima rabbia, umana, lecita, e – come tutte le persone intelligenti – cerco fino allo spasimo una civile spiegazione. Questo perché, chiunque provi rispetto per sé e per il prossimo, non venga a raccontarmi la balla secondo cui la sola risposta è il gelo dell’indifferenza.
Anzi, mi sale la rabbia in proporzione all’indifferenza che mi può capitare di ricevere come unica risposta.

E – signore e signori – non s’ignori mai la vera leva della mente pulita: una persona che cerca di chiarire, che ha anche la civiltà ed il rispetto per scusarsi (pur sapendo di avere maledettamente ragione) è una persona che – comunque – sta maturando la consapevolezza di aver fatto qualsiasi tentativo, per sé e per l’altro, ponendosi in un riparo che costituirà la sua vera pace. Ci si può scegliere o anche rifiutare ma dev’esserci una ragione. Le persone non sono un videogioco, come suddetto, e non sono perfette: l’indifferenza e la distanza devono nascere dopo che l’altro ci ha fatto un torto per il quale – inizialmente – avremmo dovuto esprimerci.

Nella misura in cui ci viene alzata la cortina senza ragione mentre noi ci stiamo dispiacendo – questo è il bello – si leverà la nostra difesa: più ci ignorano e più dimostrano quanto fosse finto il loro promuoversi ‘brava gente’ di prima. Più ci gelano d’indifferenza e prima cresceranno i nostri anticorpi a difesa strenua dal virus del menefreghismo umano perché, a volte, è più tollerabile un sano “Vaffa” per poi riprendere a sorridere al prossimo rispetto ad un insano (ed illogico) “Basta!” – se poi siamo anche rei d’aver ostentato una triste affermazione.

E non s’ignori mai quanto – questo processo – possa dare pace come null’altro. Più ci viene inferto questo gelo e più – sapendo di avere la coscienza pulita oltre ad esserci persino spesi per fare reset – arriverà veloce la nostra libertà. Io, se devo litigare, evito. O non mi interessa l’individuo (e allora non esiste neanche rapporto né ragione per discutere) oppure non mi alzo al mattino scattando come una sorta di molla impazzita che – armatasi di calcestruzzo, asfalti e bitumi – comincia a costruire muraglie ostacolando la gente con cui stava parlando fino a due secondi prima.

Lo scrivo ‘odiando’ questo atteggiarsi di chi ha sempre ragione e, con gli altri, per far dispetto, accentua gentilezze che magari prima, confidandosi con te, proprio non aveva.

Tutto il mio diniego più profondo per chi ha sempre la presunzione di aver assunto il comportamento più giusto, di esser salito sul gradino più alto, di aver capito quel che tu neanche avevi mai pensato…

fate la cortesia: scendete da quel trono e siate liberi da ogni pregiudiziale, dagli schemi che vi stanno rovinando l’esistenza così – magari – qualcosa può cambiare in meglio! Ed è al vostro meglio che mi riferisco perché io ho la serenità di poter affermare sempre come sia rapida la mia capacità di farmi gli anticorpi.

 

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Lei, quella che da sempre è stata chiamata ad essere forte, quella che senza aiuti esterni c’è riuscita, ultimamente – da qualche giorno – si è sentita terrorizzata.

Sì: parlo di lei, di quella che – nella sua vita – s’è guadagnata il soprannome di Roccia per il coraggio che l’ha accompagnata.  Già: chi la conosce a memoria e le vuole bene (un bene pazzesco) la chiama Roccia. Chi conosce il suo modo di fare le dice che lei è “Una per mille” [ l’amica Cristina Bove le ha persino dedicato il suo libro e, esattamente stasera, percependo il suo momentaneo stato di dolore acuto interiore, le ha scritto “Paola è che a volte si è fortemente scompensati…
ma poi un colpo di tallone e si riemerge.” ]

Ora, lei sa bene una cosa: nella sua vita, in tutto il suo esistere, solo due volte si è sentita terrorizzata. Una volta le capitò quando aveva venticinque anni. Annichilita dalla paura commise un errore di valutazione che – ancora adesso – le duole. Fortunatamente la persona che lei non seppe capire appieno è tutt’ora uno dei suoi migliori amici e si rese conto benissimo che lei – in realtà – aveva solo paura. Questa persona – se solo le chiedeste un giudizio su di lei – pronuncerebbe le parole più belle che si possano dire. Sono passati oltre vent’anni ma c’è una stima fra loro di cui sono fieri. Anche il padre di lei, quando era vivo, ne era orgoglioso. Così anche la madre del suo caro amico le ha voluto, finchè visse, un bene veramente grande… a lei e anche alla ragazza (allora bimba) che lei si è cresciuta da sola.

Lei capì e imparò sulla sua pelle che la paura annichilisce e induce persino l’individuo migliore a commettere errori imperdonabili. Ne fece il suo comandamento numero uno imponendo a sé stessa il coraggio necessario per andare avanti senza perdere una condotta di vita che avrebbe reso orgogliosi di lei, in ogni occasione, tutti coloro che le vogliono bene e – soprattutto – sé stessa.

C’è riuscita per ben vent’anni, attraversando al meglio grossi dolori, scavalcando da sola qualsiasi montagna.
C’è riuscita professionalmente, umanamente, onestamente – sempre – con le sue forze che s’è impegnata a moltiplicare alla potenza ennesima, c’è riuscita guardando in faccia la paura e sfidandola ogni volta. Si è sobbarcata da sola tutto e se ne parlava – coi suoi  amici fraterni – diceva “Mi piacerebbe poter possedere il diritto alla fragilità. Magari una tantum, giusto il tempo per respirare, ma io non posso permettermelo perché so bene di non avere una spalla accanto sufficientemente forte per farmi prendere tempo e fiato. La sola spalla che ho, forte e lucida abbastanza per capire i miei timori, è mia nonna. Non posso più appoggiarmi su di lei: è da tutelare ormai, anche se è tanto acuta ed intelligente da capirmi e da scoprire tutto di me perché io non mento”. Le rispose una sua amicizia dalla voce per lei molto autorevole: “Paola, hai ragione. Io non so come tu riesca a fare ma ti auguro di non mollare perché quelle persone come te – ascrivibili alla categoria scoglio – sono sempre là, pronte ad arginare qualsiasi ondata, senza mai spostarsi e senza dire mai la parola sbagliata. Se sbaglia uno scoglio e dice di essere stanco gli si risponde che non ha diritti in quanto scoglio. Ormai ha acquisito solo il dovere di difendere la spiaggia dai marosi. Oppure ha il dovere di lasciare che gli altri gli camminino sopra e ci si siedano prendendo il sole… perché lo scoglio è scoglio, diamine, cos’altro vuole? Ha sopportato fino ad ora e adesso cos’è, impazzisce che chiede di essere sopportato lui?”

Passano gli anni e con essi muoiono tragicamente amici fraterni in giovanissima età, muore suo padre, cambia la sua vita: come una giostra impazzita che va sempre più veloce ma Roccia resta Roccia.

Roccia di fuori e crema morbida dentro (per carità – lei lo nasconde – non sia mai lo scoprano degli estranei e ne approfittino) ma lei vede anche la morte in faccia almeno tre volte e, col coraggio che la contraddistingue, punta sul potere della sua mente superando tutto da sola e in modo esemplare.
Da un triplo trauma cranico, maxillofacciale e orbitale fino a un intervento chirurgico dove – costituendo esempio per tanti – chiede di farsi chiudere la morfina e si rialza perché sua figlia non si spaventi.

Arriva però – imprevisto – il suo secondo momento di terrore. Arriva costringendola su un letto e lei, stanca, nonostante gli sforzi per tutelare chi le vuole bene, sente di avere meno potenzialità per tutelare sé stessa.

Si vede all’improvviso un mostro, si accorge di aver esagerato perché sta vivendo un dolore amplificato, non può più parlare con sua nonna (in croce sul suo letto di morte) e non dice nulla a nessuno: la figlia guai, va protetta, la madre guai, va protetta, la sorella… idem e persino il suo unico ‘uomo di casa’ – adesso – è la priorità perché lui, suo zio, sta rinascendo dopo una magia dei medici.

Insomma Roccia si è persa di nuovo dopo vent’anni. Roccia non lo voleva neanche ammettere: ha perso le staffe ma adesso è passata.
Si era spaventata ma – quella volta, circa venti giorni fa, lei si è scusata e aveva creduto di essersi rimessa in corsa.

 

S’è sbagliata – meglio – non si è concessa il diritto d’essere fragile lei stessa! Ora – da questa camera e da questo letto odiato forse più di quanto si possa odiare una cella d’isolamento – sente di essere tornata a battagliare.

Roccia ha finalmente pianto dopo anni che non si concedeva più neanche questo.

Roccia, che fino a due giorni fa si mancava terribilmente, si sente di poter affermare che – fra una settimana – starà dritta, coi suoi tacchi e col suo sorriso. Soprattutto con la sua gioia e col suo coraggio, col suo amore e con la sua ironia, con la sua energia e con la sua dolcezza proverbiale.

Roccia è arrivata a rifiutare fortemente la condizione in cui s’è ridotta stando male e – persino nelle cose che le venivano dette carinamente – lei ci leggeva tutta l’avversione del mondo che (in vero solo lei) provava per sé stessa e per una fragilità che non le appartiene. Ha fatto un lucido calcolo e ha spento tutto per almeno venti ore. Telefoni, Social… tutto.

S’è ripresa per mano e adesso sa bene di aver scacciato il terrore di nuovo.

 

Una giornata sfogandosi fra lacrime e specchio: lei c’è!

 

Credo che, un paio di volte in quarant’anni, siano accettabili.

Credo di essere umana e non eroica. Sono certa di aver preteso troppo da me stessa. Credo di aver ricevuto un’altra proposta – dimostrazione gigante di stima da chi mi conosce bene.  Credo fortemente che saprò ancora elargire il mio entusiasmo in mille modi a chi me ne darà maniera.

Credo che perdermi mi abbia ricordato la sola cosa che mio padre mi rimproverava “Paola non è uno sbaglio alla tua portata: cazzo sei tanto intelligente e tanto capace… pensa, sì, tu pensi meglio anche di tanta gente ma ci sono parole che ti si possono ritorcere contro. Sono proprio quelle che nascono dal tuo stesso dolore. E sai perché? Perché la gente non lo sa. Gli altri non capiscono che stai solo gridando aiuto o tendendo loro una mano perché sei orgogliosa quasi quanto me.” Io ho ricevuto questo come unico rimprovero in trentotto anni di vita per sole due volte. Questa volta sono io a parlare con lei, con Paola, e a dirle “Cazzo non è uno sbaglio alla tua altezza, è troppo idiota per essere tuo. Riprenditi”.

Provo una gioia crescente che – sento – mi aiuterà a dimostrare, là dove ho sbagliato, se mi venisse concessa anche solo una piccola opportunità, “Paola è che a volte si è fortemente scompensati… ma poi un colpo di tallone e si riemerge.”

Riemergo per essere quella che ero un mese fa. Chi volesse nuotare con me è più che benvoluto!

 

 

– Si annoti a margine la seguente declinazione di pensiero –

non si distingua mai più fra falso o vero

non ci si tuteli nemmeno dall’ingiusto

si faccia com’è che si vuole con gusto.

 

– Si proclami alla pubblica piazza l’intenzione brillante –

non si distingua affatto fra la tanta gente

non si abbiano solo due pesi e due misure

si abbondi anche nel così è perché mi pare.

 

– Crepi l’avarizia per questa annotazione e si colpisca senza esitazione –

non si calcoli mai più azione e reazione

non si segua più nemmeno un’emozione

si usi pure la tecnologia e ognuno vada via.

 

 – Sia apposto un tasto rapido accensione e spegnimento –

a qualunque vecchio umano turbamento

a qualunque obsoleto sorridere e sentire

si faccia solo click e quel che più ci pare.

 

– Che l’aggiornamento valga seduta stante in modalità attiva e retroattiva –

non ci si esponga senza il nuovo pulsante

non ci si curi più del rispetto per la gente

basti un tasto a fare bene così si conviene.

 

 

– Nota a margine mia scritta nero su nero –

per me auspico non sia mai mai mai vero

per me io vi cedo immantinente il bottone

nulla ha più fascino d’una viva sensazione

e se nelle vene non mi scorresse più sangue

sarei morta almeno essendo stata vivente.

 

Cosa scelgo fra pensare e com_pensare? Io – personalmente – scelgo com_pensare. Pensare è già complesso ma si ferma su di sé (almeno il più delle volte). Com_pensare – al contrario – nella sua accezione corretta significa “pensare con, stabilendo un metro di misura ed un corrispettivo adeguato secondo tutti, gesto che implica un insieme”.

Chiunque pensa, a meno che non sia una medusa, la quale vive da milioni di anni senza encefalo.

Pochissimi com_pensano correttamente: alcuni poi credono di aver com_pensato solo perché ti hanno dedicato due minuti di tempo. Un tempo che stavano già dedicando ad altri, senza un minimo di reale attenzione, gettandoti nella matassa gigante dei minuti sfuggiti quasi tu fossi un nodo.

Altri credono di aver com_pensato attraverso un simbolico dono (come se la tua condivisione abbia un listino prezzi) e – non lo sanno – ma stanno solo e solamente ri_com_pensando, seguendo un unico corrispettivo, il loro corrispettivo, senza porsi neppure la domanda sull’esistenza di un altro corrispettivo, il tuo.

E’ brutto parlare di corrispettivo: nel mondo odierno sembra si stia qui mercificando anche la condivisione. Credo che userò un sinonimo. Lo voglio chiamare valore comune e, per valore, intendo solamente menzionare uno o più valori morali condivisi. Neanche mi basta dire idea comune: la mia idea di caffè è quella d’una bevanda aromatica da assaporare amara e ristretta… ma potrei condividere alti valori (non con la Zecca di Stato eh!) con altri individui che bevono caffè lungo e molto zuccherato (viva la libertà!) – soggetti coi quali riesco a compensare la mia onestà morale ed intellettuale – non sulle cose, prive d’importanza e frivole, di per sé, bensì sui principi di vita.

Per mia scelta personale (scelta assai ragionata e della quale vado fiera) cerco di mostrare meno possibile ciò che ha fatto Paola e quelle che sono le sue idee – passate presenti e future – anche per il semplice motivo che, sempre come dice Paola, “La mia sola certezza in questa vita terrena è l’incerto”.

Ho dalla mia un buon gruppo di affetti, un filo di neuroni che – al contrario di quanto io lasci intendere – si vanno rigenerando ancora a ciclo continuo, un sorriso che ha saputo farsi gli anticorpi grossi come le bombe a mano (riuscendo a tenere vivido uno sguardo comunque brillante).

Sui miliardi di teoretici dell’amore rido a crepapelle: tutti siamo capaci di scrivere belle parole ma – ancora oggi – vedo i più che, col solo obiettivo superficiale di catturare l’attenzione attraverso un Tweet o un Post, seguono la ricetta più facile che c’è. I figli di MasterChèf accoppiatosi con RealLove.

– “Un pizzico d’ironia, due etti abbondanti di simpatia, allusioni varie ed eventuali (a piacere), rivisitazione traslata in parole proprie di aforismi d’autore e/o di poesie (minimo otto etti). Un chilo di immagini a sfondo passionale, due chili di immagini a sfondo erotico (naturalmente quella in primo piano è la figura femminile).
Mescolare il tutto con cura e riporre, preferibilmente, in freezer.
Eccipiente essenziale: evitare di metterci la faccia poichè – è lapalissiano – se la bellezza è evocativa… il mistero lo è ancor di più. (Più gravi sono i casi di coloro che la faccia ce la mettono ma, sbagliando con lo zoom, evidenziano soprattutto un paio di terga o cos’altro: tanto al femminile quanto al maschile)”. –

Così, stavo com_pensando alcune cosette prive di valore con me, deve pur passare una notte insonne!

La vita non è sempre danza: anzi.
Spaventa – e spaventa chi pensa – comunque.

Io non ho visto mai un superficiale preoccuparsi.

cristina bove

per timore di
trattenere immagini reali
o la parola scritta
il tratto
il corpo nello spazio
acciottolata Kore prigioniera
della sua mente peregrina che
se ne sta immota
nell’inventario della trascendenza
tutto
perché la vita non è sempre danza
e fa paura
con la sua immanenza

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Sono un tranquillante.
Agisco in casa.
Funziono in ufficio,
affronto gli esami,
mi presento all’udienza,
incollo con cura le tazze rotte –
devi solo prendermi,
farmi sciogliere sotto la lingua,
devi solo mandarmi giù
con un sorso d’acqua.

So come trattare l’infelicità,
come sopportare una cattiva notizia,
ridurre l’ingiustizia,
rischiarare l’assenza di Dio,
scegliere un bel cappellino da lutto.
Che cosa aspetti –
fidati della pietà chimica.

Sei un uomo (una donna) ancora giovane,
dovresti sistemarti in qualche modo.
Chi ha detto
che la vita va vissuta con coraggio?

Consegnami il tuo abisso –
lo imbottirò di sonno.
Mi sarai grato (grata)
per la caduta in piedi.

Vendimi la tua anima.
Un altro acquirente non capiterà.

Un altro diavolo non c’è più.

Wislawa Szimborska

cristina bove

la mente appollaiata nel cervello
si ritrova smistata in parallele
tra blocchi di convogli
e l’ipomea fiorita di turchino
abbarbicata ai pali.
I trasformisti di parole
han tratto pietre e corvi dalle mani
scrivono falsi giochi
per le giurie di parte
donne dai cappellini di ciniglia
acclamano chi mente.
Le pagine innevate sono chiuse
ora i supporti hanno colori oscuri.

Ma c’è un riparo dietro le tempeste
parole assicurate
testimonianze certe.
Non ci sarà pietà per chi dispone
carte falsificate nella storia.

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Ho due zii: anzi – diciamo le cose giuste – ne ho solo uno. Io considero mio zio solo il fratello di mamma. Mio padre ha subito di tutto da suo fratello finchè decise di non parlarci più se non tramite missive legali quando morì la loro madre. Non lo volle con sé neanche in punto di morte. Chiese lucidamente che lo lasciasse morire in pace, dato che gli aveva reso infernale la vita.
Io non lo perdonerò mai – ovviamente – e ho fatto scrivere solo il nome della famiglia di mamma, oltre i nostri, sul suo manifesto funebre. Non ho potuto estrometterlo dal funerale dov’è venuto fingendo d’essere così tanto addolorato… ma non lo ha calcolato nessuno, neanche l’ex moglie né le figlie.
Un Satanasso che – quando lo vedo – guardo dritto negli occhi per poi ignorarlo solamente dopo che lui, al mio cospetto, ha abbassato la testa.

Deve solo vergognarsi d’essere venuto ad ammazzarmi mio padre per la seconda volta, anche da morto, pur di farsi notare dalla gente. E quando gli ricapita una simile occasione? Certo – lui – sarà pianto da pochi e lascerà tutto quel che ha accumulato truffando anche suo fratello senza tirarsi dietro i suoi conti bancari.

Si faranno vivi anche gli illegittimi chè nessuno accetta di starsene una vita intera in disparte se non per interesse. E, la ragazza (bella) dai capelli rossi, come ci ha guadagnato finora! Credo abbia percepito un vitalizio in cambio del suo silenzio ma – una volta finito lo show – c’è molto altro da dibattere.
Bene: zio è una parola grande e non è detto che si debba dirla ad un idiota qualsiasi.
Io la dico solamente – e con immenso orgoglio – all’unico che la merita, il fratello di mia madre, un uomo che ha adorato mio padre e che stimo per la sua bontà.
La dico solo a lui da sempre.
Figurarsi ora che è vivo per miracolo, dopo due gravissimi interventi di neurochirurgia, dopo oltre quattro mesi di coma, dopo una riabilitazione che non è ancora terminata, dopo un ciclo di oltre trenta radioterapie.
Ecco – lui – il mio unico zio, il miracolo vivente, stasera ha detto a mia figlia proprio le stesse cose che le ho detto io.

“Non deve interessarti l’opinione di chi non vale nulla ma ti devi ricordare chi sei tu e che – a casa nostra – sei stata educata bene.
Sei e resti al di sopra: chi sono loro, anche solo per commentare te?”

La bella di zio io, mille volte più bella di zio la mia grandissima ragazza!

Non viviamo in una metropoli ma in un piccolo paese sul mare. Qui ci conoscono tutti, da generazioni, e qui io ero – prima d’essere Paola – “La figlia di Lele”.
Da piccola mi scocciava un po’ mentre, da adulta, ho capito che era solo un onore.
Lui – mio padre – non s’è mai dato importanza ma era consapevolissimo di quelle che erano le sue maniere e le sue capacità. Solo le teneva per sé e detestava gli sbruffoni. La nipote – mia figlia – gli somiglia molto in questo. Così come io, da piccola, venivo spesso lodata (a mia insaputa) perché Paoletta di Lele era brava, sorridente, simpatica, educata, salutava… beh oggi tutto questo paese viene a dirmi
“Paola tua figlia Giulia è bravissima! Saluta per prima, sorride, è sempre caruccia, semplice, mai altezzosa come tanti della sua età… hai proprio una figlia che vale più di quanto pesa Paolè!”
Ora – considerando il fatto che io sono stata molto fortunata – e considerando anche il fatto che ho cercato di fare del mio meglio facendo da padre e da madre sempre da sola, considerando che amo mia figlia per due anche se cerco di non soffocarla, considerando quanto sono fiera di lei che è la mia più grande complice, la mia vittoria sulla vita, la soddisfazione più grande che io potessi ricevere mai… qualcuno dovrebbe fornirmi una spiegazione molto convincente per non mandare agli inferi uno pseudo fratello del ‘padre’ (che non conosce) il quale si presenta casualmente dopo un quarto di secolo e – invece che andarle incontro – si permette di risponderle male.
Starò zitta perché sarà lei a parlare se e quando dovrà, infondo ha ormai ventiquattro anni, ma una cosa è certa: zio è una parola grande e – se in sei mesi – ancora non lo ha capito, io non ci metto molto a fare un funerale virtuale anche con lui. Proprio come feci col fratello. Perché nella nostra famiglia – è lampante – c’è una regola basilare che è quella secondo la quale mia figlia non si tocca.
Da considerarsi più sacrosanta dello stesso Verbo.
Amen.

 

E – dal labirinto – alla fine escono tutti?
Educatamente una ragazza, tua nipote, ti telefona e si sente aggredire.
Ovviamente non ti chiamerà più.
L’hai persa.
Per la seconda volta nella tua vita – la tua superficialità – ti porta sull’orlo.
Prima di tutto l’educazione e la gentilezza che la contraddistinguono le impongono di essere com’è, di non esporsi troppo, di essere riservata. Volevi cambiarla?
Comunque – dato di fatto – ti cerca e tu la ignori (prima) per poi alzarle la voce (poi).
Bene: io conosco quella ragazza molto profondamente – è mia figlia – e sono dalla sua parte. La sua dignità le impone di alzare la barriera che ti sei cercato con questo gesto triviale. Qui nessuno alza i toni e – non sia mai – nessuno alza i toni a lei.
Tuo fratello le ha sorriso, per dire, e tu sei stato greve, rozzo, spaccone. Ti avevo avvisato… mia figlia è come suo nonno.
La pratica verrà avviata prima possibile.
Cambierà ancor più volentieri il suo cognome col mio e – quel che mi pone in alto – è che io non ho mai fatto nulla per dire una sola parola contro di voi.

C’è chi nasce per girare nelle rotatorie senza capire, c’è chi resta nel labirinto dell’ignoranza fino a che non si troverà avanti al muso la porta d’uscita e, anche là, non credo avrà capito.
Ciao gente: l’intelligenza non si compra né si studia. Men che meno la signorilità.

 

Tu – che hai un oceano di dolore tuo – e osservi la gente mentre ti tratta come fossi un paramecio in una micro pozzanghera, non puoi neppure liberamente pensare ad un attracco. No, escono fuori anche finti piangitoi adesso, nei quali ti coinvolgono, perché è normale ti guastino il sabato con l’annuncio d’una morte che non ti riguarda.
Ma – rispetto, non sia mai – chiedi, chiami, fai la tua parte mentre lucidamente ti domandi – “Se fossi morta io, a chi di loro sarebbe interessato, nonostante io non abbia 92 anni? E, forse, c’erano quando mio padre morì giovanissimo?” – puah. Ma sei educata tu e fai la tua parte, ti distingui: tu sei tu. Si accoltelleranno per la casa o no? Riso amaro: che si esibiscano nel loro Far West, a te serve solo di stare in pace.

Di solito le persone cambiano. Nessuno di noi è così com’era da bambino. Anima e pensiero si evolvono ed è come se – dentro di noi – abitassero infinite persone, non solo una. Durante il nostro cammino nel famoso corridoio – quello di cui sappiamo che ormai c’è rimasta soltanto la porta d’uscita – assumiamo più spesso di quanto potessimo pensare una veste nuova. Noi non siamo così com’eravamo ieri – prima di uno scontro forte con la realtà – e, riflettendo, ci siamo come trasformati in tante altre persone nuove. Immagini esteriormente simili ma interiormente cambiate dalle consapevolezze che incrociamo lungo il nostro cammino. Un po’ come se – il famoso corridoio dentro al quale ci hanno catapultati quando abbiamo cominciato la strada della vita – avesse tante rotatorie. Dopo ogni rotatoria – nuovo giro nuova corsa – si diventa diversi. Credo si dica così crescere ed acquisire consapevolezze nuove.
Noi non siamo mai uno solo. Siamo una miriade di persone che – col tempo – ci abitano e delle quali non ci possiamo disfare affatto. Chissà perché non ce lo dice nessuno quando siamo piccoli? Perché ci dicono che siamo uno solo? E’ anche difficile rapportarci col nostro nuovo essere: sembra che una notte – dormendo – qualcuno si sia impossessato di noi e non voglia uscirne più. E’ come dover combattere un estraneo che, al contrario, non è affatto tale. E’ solo un altro nuovo io.
Un pezzo in aggiunta al precedente. Così spendiamo molte energie in più perché non siamo preparati. – “Io non mi riconosco più!” – mentre, magari, chi ci vuole bene e ha già fatto un sacco di rotatorie ha già anche capito. Noi ci amplifichiamo la sofferenza perché ci sentiamo indefiniti: nulla di peggio per l’animo umano. Io sono tante Paole oggi e, magari vent’anni fa, non avrei neppure sospettato tutto questo.

Vivere non è solo attraversare il famoso corridoio. Vivere è anche comprendere molto rapidamente come – quel corridoio – sia in realtà un labirinto. Perderci è cosa che fa parte del gioco e ci ritroviamo, poi, con un’altra ombra accanto che ha le nostre sembianze.

L’uscita dal labirinto? Spero – per me – avvenga prima di quanto non sia avvenuta per la donna di cui parlavo sopra. Io non voglio stare a girovagare per 92 anni di squallore. A lei è andata così. Ed è lo squallore ricevuto in eredità dal marito che consegnerà ai nipoti ed ai figli. Io, per me, non sarò così ipocrita da piangerne. Neanche Kafka sarebbe stato capace di romanzare una simile esistenza. Persone che hanno fatto del denaro e del tradimento le sole ragioni della loro vita.
Questa donna, pur di non regalarle una caramella, da ricchi milionari (lei ed il marito) ha scelto di morire senza mai vedere una sola volta nella sua vita sua nipote. Mia figlia. Scusate ma io chi dovrei piangere?

 

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