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Monthly Archives: novembre 2013

Ma come fare?

Il quesito non è certamente dei più semplici.

(E)Vitare accuratamente qualsiasi livore.
(E)Vitare sistematicamente ogni rancore.
Poi?
Poi ci si accorge che tutto ritorna al suo posto, come per magia… anche se le cose accadute segneranno in modo indelebile l’evento.

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Ciro Paglia ricordato da Paride Leporace.

[…] Per aiutare, bisogna anzitutto averne il diritto. […]

Recita così Fëdor Dostoevskij in una delle sue magnifiche opere, “Delitto e castigo”.
Lei – come in ognuna delle sfide più importanti con la vita – è partita a razzo e certamente,
trasformatasi in una scheggia impazzita, ancora prosegue diretta attraverso la traiettoria che le si è man mano delineata. L’obiettivo da perseguire è riuscire ad aiutare lui, pur potendolo toccare solo con le parole scritte. Ma, come per ogni scheggia impazzita, la velocità aumenta in corsa… e più lunga è la corsa, maggiore sarà l’impatto nel momento in cui entrerà in collisione con l’obiettivo.
In buona sostanza le nasce il quesito: “Ho il diritto di invadergli la vita, l’esistenza tutta proprio così come sta facendo la malattia? Posso io pretendere di sapere tutto perché è mio desiderio e diletto mentre lui – per sopravvivere al meglio – si è creato attorno una sorta di bolla d’aria che possa aiutarlo ancora a galleggiare in questo mare di sofferenza?”
Ancora: “Nel momento in cui una persona a noi cara soffre viviamo, di riflesso, un dispiacere.
Per ovviare a questo dispiacere ci mettiamo in mezzo, convinti di essere quella ‘helping hand’ che, il più delle volte, non potremmo divenire neanche a volerlo.
Insomma c’è una facciata apparentemente solo altruistica in tutto ciò ma il bisogno di essere risolutori è essenzialmente nostro, appaga moltissimo il nostro ego. Voler diventare ‘la’ soluzione è anche questione di egoismo (!)” si dice lei.
E’ stata protetta e quindi fortunata. La maggior parte degli individui avrebbe scelto subito di chiedere tutto.
Oppure, se non la avesse degnata di considerazione, non le avrebbe detto niente, l’avrebbe esclusa.
Non lui che possiede moltissima dignità: lui è sempre stato quello che ha pagato i costi maggiori per tutti e per tutto, è avvezzo ad un livello molto più alto di qualsiasi mediocrità. Non ha mai chiesto né preteso nulla lui, neanche quando avrebbe dovuto. Anche adesso – che poteva essere l’ultima volta – si è curato di ‘donare’ a lei prendendola per mano, con grazia estrema, salutando e chiedendo solo […] se puoi, per cortesia, una piccola preghiera, se puoi e se vuoi. […]
Lei: è arrivata a pensare di tutto, a crearsi qualsiasi scenario verosimile con la fervida immaginazione di cui è dotata e certamente propedeutico le è stato quell’ego inconsapevole che, come tutti, le appartiene.
Più si ha a cuore qualcuno e più si è paghi se lo si vede stare bene.
Ci si diletta nel sogno di vivere la soluzione per l’altro e – lo ammette – per sé.
Ne abbiamo il diritto, come scrive Dostoevskij, o ci fermiamo solo al diletto, evitando una sofferenza che contamina anche noi?
Il paradosso – vivendo – è sempre lo stesso. Per realizzare la nostra realtà individuale e soggettiva dobbiamo comunque superare, distruggere ed uccidere la realtà oggettiva, costretti a passare attraverso quella pena che non sempre ne è giusta ed equilibrata espiazione.
“Se riusciamo, insieme, a desiderare la stessa cosa, a sognare lo stesso sogno – allora – sì: abbiamo il diritto di aiutare l’altro. Altrimenti, venendo meno il nostro diritto, resta solo un egoistico diletto.”
A questa conclusione è giunta, lei che tanto ha riflettuto, che tanto è stata a lambiccarsi il cervello e a spremersi le meningi.
Ha il sapore di caffè in bocca, sbircia le notifiche dei messaggi sul suo iPhone, si accende una sigaretta e aspira forte gustandosela. Fuori è grigio, è una di quelle domeniche atone, afone ed insignificanti. Una di quelle sue domeniche prive di qualsiasi colore nelle quali i suoi pensieri più intimi – come pugili – fanno a cazzotti con la realtà delle cose. Accende il suo tablet e ascolta una delle canzoni che le piacciono.
“Ma pensa che bella è la musica! Sembra quasi che il tuo artista preferito abbia musicato un tuo stato d’animo profondo” si dice, spegnendo la sigaretta già finita. Sorride ora: in questa sua lotta sa di essere praticamente imbattibile lei perché quarantadue anni fa arrivò la notte in cui la pugile, alla fine, imparò a ballare! Accadde anche per Dosto così.
Quella notte che d’improvviso e senza avvertire la investe, la fa sobbalzare e la percuote, quel trance, quel semi coma, quel distacco dalla vita dal quale, poi, si risveglia ormai pronta a riprendere la sua danza di ogni giorno…

[…] Ye swing to the left, ye swing to the right,
Keep your eyes on your partner, more or less like a fight,
Ye just follow the rhythm, and ye keep to the beat,
The important thing’s never to look at your feet,
Then a miracle happens, your mind’s in a trance,
Though the strategy’s subtle, retreat and advance,
It’s all about attitude, all in your stance,
Attention to detail, leaving nothing to chance,
Which explains how the pugilist finally learned how to dance. […]

Le è accaduto nella vita, si è rotta il naso ed altro ma ha sempre vinto ogni incontro con la forza dell’amore che nutre per la vita stessa, sta comunque bene e si sente piena di potenzialità.
Ecco, buon elettroshock, lei ha spiegato ancora come il pugile abbia imparato a danzare.