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Monthly Archives: aprile 2017

Che bella Crì…

miglieruolo

ES-TEMPORANEA

Se vi dicessi come sono deserta
nei miei voli di notte
quando le ore sfatte danno tregua
ai piedi
e mi trovo nei punti più impensati
dei cieli
__________________________da dormirci accanto
senza sapere tutto
se all’improvviso avessi freddo e pronunciassi un’ala
forse
uno spiraglio d’infinito
diventerebbe fiamma

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Sono mortificata.
Ed è mortificante non solo la morte ma – ancora di più – lo è la perdita di ogni riferimento ad una forma d’amore intelligente.
Una promessa disattesa, un’amicizia violata, una qualsiasi forma di rispetto negata.

– Tu non capisci d’esser prediletta –
– Ah sì? Non me ne sono accorta e mi perdoni Dio –

Si ragionava in maniera semiseria con l’amica Cristina Bove e, questa battuta, mi ha ricordato quando mio padre stava morendo e nonna mi voleva consolare.
Anche io le risposi una cosa simile.

Poverina, ero diventata d’acciaio nel giro di due settimane e – aprendo la bocca – davo sprangate.
[A volte temo di essere rimasta ancora così: per autodifesa e per paura.]
Nonna però sapeva capire e, cercando di tenermi testa, tentava di ribattere:

– Figlia mia cara, oltre che orfana di padre, non mi diventerai pure miscredente? –
– Certo nonna, facciamo le cose in grande. Due al prezzo di uno. Io, nella mia vita, o tanto o niente –

La misi a tacere ed ebbe tanto rispetto per la mia sofferenza.
Mi è stata sempre vicina, mi ha raccontato le cose più belle del mondo.
Di mio padre – suo genero – ho scoperto quello che neanche mamma – sua figlia –  ha mai saputo.
Un segreto fra suocera e genero durato trentotto anni e riguardante la mia vita.

Erano giovani, mamma era davvero giovanissima e mi aspettava: diciamo che sono arrivata in netto anticipo, ecco.
Babbo, serio e protettivo, chiese a nonna di fare particolare attenzione a mamma perché
“Vede signora Lucia, se solo sua figlia prendesse un’Aspirina incautamente o qualcosa che potrebbe nuocere a questa creatura mi dispiacerebbe proprio tanto. Io non so se sarà un bambino o una bambina ma so la cosa più importante. Sarà una persona molto amata.”

Sono stata concepita persona da un padre rispettoso della mia esistenza.

– Beati i sofferenti –
– Ma beati i sofferenti cosa? –
– Tu non capisci d’esser prediletta –
– Ah sì? Non me ne sono accorta e mi perdoni Dio –

– Figlia mia cara, oltre che orfana di padre, non mi diventerai pure miscredente? –
– Certo nonna, facciamo le cose in grande. Due al prezzo di uno. Io, nella mia vita, o tanto o niente –

 

E’ sempre prevalso il niente, mi sembra persino inutile a dirsi.

 

The other side of the Moon

Questa notte ci dedicheremo agli haiku, brevi componimenti poetici tipici del Giappone. Sono splendide poesie che, in pochissimi versi, racchiudono grandi significati. Sono leggeri come la pioggia d’estate, e ognuno di noi ha una chiave di lettura tutta personale: ognuno comprende una “lezione di vita” dagli haiku, ed il tutto è molto soggettivo. Non si arriverà spesso ad una “conclusione unanime”. Credo che dipenda tutto dal nostro “animo”; dallo stato d’animo in cui ci troviamo mentre leggiamo, dal carattere, dalla formazione psicologica di una persona, dai nostri sogni, dalle nostre aspirazioni, dai nostri progetti… e dalla nostra vita stessa. Ne stavo leggendo uno con mia sorella questa sera, ed entrambe siamo giunte a conclusioni totalmente diverse. Questo perché abbiamo affrontato l’haiku con animo diverso. Questo perché io e lei siamo completamente diverse l’una dall’altra.
L’haiku è pura poesia dettata dal cuore, dal nostro spirito. Le mani scivolano, come la penna…

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La parola non si adegua
alla circo_stanza

rivela
divide

gente nella stanza
pagliacci al circo
mancanze presunte
presenze assenti
e altre imbecillità
d’im_patto

a patto che
cavalchino l’onda
polene alla deriva
nel vuoto
del nulla

 

Epilepsynow Immagine

Un documento prodotto sul vecchio sito Epilepsynow da chi curava “Epilessia e gravidanza” (io) e datato 2004, materiale fornitomi dall’allora Presidente ILAE (International League Against Epilepsy), Leader for Chemists, Prof. Avanzini.

 

Per dire come – secondo me – questo “attuale” studio* francese, secondo il quale il Depakin (valproato di sodio) è teratogeno, è solo paragonabile alla scoperta dell’acqua tiepida.

 

Perchè facciamo tanto inutile allarmismo ancora adesso se lo sapevamo già?
Forse perché, chi avrebbe dovuto saperlo, non lo sapeva ancora.
Non tutti sono preparati: qui sta la differenza fra i bravi epilettologi e alcuni neurologi.

Sappiamo da tanti anni che il sodio valproato – efficacissimo e assai diffuso nella cura delle epilessie – causa diversi problemi ed elevati rischi fetali alle donne in età fertile (e non solo, ma nell’apparato riproduttore femminile in genere).

 

Io sto benissimo grazie ad un mix di farmaci alla cui base c’è proprio il sodio valproato e ho una figlia sanissima: durante la gravidanza (gravidanza avuta con un ovaio già recisomi a diciotto anni) ho sostituito il Depakin, ho azzerato i rischi fetali pur stando molto, molto peggio io e non ho allattato.

Ho ripreso dopo la nascita di mia figlia il Depakin ricominciando a stare bene (ciò non toglie che, negli anni, mi sono sottoposta a diversi interventi chirurgici: tre grandi fibromi, mega cisti varie e un’isterectomia totale con plastica a soli quarantadue anni).

 

Oggi, dopo oltre un quarto di secolo, c’è anche da parlare dei benefici dell’acido folico somministrato prima della gravidanza e – invece – non ne sento mai accennare da nessuno.

 

Troppa disinformazione, ancora, sulle epilessie, troppa informazione completamente vaga sulle poche certezze riguardanti questa malattia neurologica niente affatto rara.

 

Questa vaghezza potrebbe avvantaggiare soltanto le case farmaceutiche (quelle senza scrupoli) che continuerebbero indisturbate a provare – necessitando di casistica e di letteratura medica – anche sulla pelle di chi non è farmacoresistente nè è sufficientemente consapevole.

 

Suppongo che l’esempio eclatante sia, ad oggi, il VNS1**** e il suo fallimento totale.

Quante famiglie e/o quante persone erano realmente consapevoli che i rischi e le possibili controindicazioni fossero ancora maggiori dei benefici? Però (forse) era necessario smaltirli? Ormai si era acquistata una notevole quantità di vecchi VNS1 dalla nazione che li produceva (ma non li impiantava già più). Andavano usati, e andava fatto anche promettendo guarigioni semi impossibili, pur di imparare a gestire un certo tipo di interventi neurochirurgici. Così si è peggiorata la situazione già drammatica per alcuni di coloro che erano all’ultima spiaggia. Gente sopraffatta da un numero elevato di crisi o, a volte, persone cui la patologia è esplosa improvvisamente. Non mi si dica il contrario perché ho sentito con le mie orecchie il racconto di casi in merito, così pure mi è successo di sentire medici consultarsi dicendo “Tu quanti ne hai da mandare a Venafro? Io, almeno tre o quattro, posso rimediarne”.

Molti, magari, stanno bene oggi: di fatto – prima di un intervento simile – ai tempi del vecchio VNS1 c’erano ancora tanti, troppi quesiti.

Appoggio e comprendo i medici che sottopongono i pazienti a dei particolari protocolli.
Con la trasparenza dovuta, ovvio.

Li comprendo e li appoggio in toto, così come appoggio coloro che consapevolmente li firmano e li accettano: se la medicina compie passi avanti è dovuto non solo agli studiosi ma anche a chi decide, giunto ormai ad una certa irreversibilità del proprio male, di condividere la sua sofferenza affinché almeno altri ne traggano beneficio.
Due miei amici hanno firmato protocolli simili prima di cure sperimentali e prima di morire. (Non erano epilettici, sia chiaro). Probabilmente sono vissuti più a lungo , non saprei dire, ma con certezza posso solo affermare che hanno aiutato chi, oggi, si ammala di quella loro orribile, assurda e inguaribile malattia.
Se io devo comunque morire accetto di provare, fino alla fine, una cura sperimentale: non perché io possa salvarmi ma perché, in un domani più vicino possibile, altri ci riescano, soffrendo meno di me.

Mio padre sosteneva che donare gli organi sarebbe dovuto diventare un dovere civico perché essi sono del tutto inutili per chi non è più vivo: immediatamente, io e la mia famiglia, abbiamo donato quello che il cadavere di mio padre poteva donare. Non voglio una medaglia da nessuno, sia chiaro. Credo si chiami amore per la vita!

Ora non chiedo nulla di impossibile ma mi ringrazio per essere come sono, per quello che ho scelto di sapere a vantaggio mio, per quanto ho condiviso e donato, per aver avuto dei genitori che hanno voluto un Professore che – quando ero piccolina – ha fatto la storia della neuroscienza italiana e non solo: Franco Angeleri.

Mi ringrazio tanto perché, da sempre, ho avuto la netta consapevolezza che il concetto del sapere non mi serve abbastanza se non lo posso, successivamente, condividere con chi ne ha il mio stesso bisogno. (Non tutti si potevano permettere le parcelle di Angeleri).
Mi ringrazio tanto perché, col tempo, ho imparato sempre meglio a domare il mio coccodrillo viola (così chiamo la mia malattia neurologica).
Mi ringrazio tanto perché, persino quando Angeleri credeva io dovessi guarire**, ebbi tanto coraggio e tanta forza per proseguire da sola, riuscendo a capire prima di lui che – è stata la fase più dura della mia esistenza – io non sarei mai più guarita in tutta la mia vita.
Mi ringrazio tanto perché, accompagnata solo dal mio Q.I. più elevato della media, ho preso un fagotto, ci ho messo dentro le mie pillole e la mia frusta da domatrice di coccodrilli, la mia forza e la mia voglia di vivere, poi ho ri_cominciato a camminare, stavolta ero realmente da sola.

Sono cresciuta ancora, d’un botto.

Sono diventata ancora più grande il giorno in cui ho guardato dentro uno specchio viola.
C’ero io: una donna viola*****.
C’ero io: una madre viola.
C’ero io: una figlia viola.
C’ero io: un padre viola.
C’ero io: una paziente viola.
C’ero io: una domatrice di coccodrilli viola.
C’ero io: una persona integra e viola, chi avrebbe potuto impedirmi qualcosa se non io soltanto? Lo stigma sociale? Sarei stata più forte, ormai ero già allenata a batterlo.
C’ero io: una che vive la vita completamente, come e più degli altri, ma con una grande ricchezza ulteriore costituita da tanta consapevolezza.
Oggi mi ringrazio tanto: i miei EEG sono puliti, nulla mi ha impedito di essere madre, nessun rischio corso da mia figlia per un possibile (eventuale) mio atto d’egoismo, una gravidanza seguita – e parlo di un quarto di secolo fa – da ben tre specialisti in sinergia con Angeleri.
Tre esimi Professori che mi fecero qualsiasi esame possibile nonostante non prendessi (lo avevo sospeso) il sodio valproato mentre ero incinta: mancava solo mi esaminassero anche eventuali doppie punte e avrebbero controllato l’imponderabile!

Siamo nel 2017 oggi e, francamente, leggere sulla pagina FIE (Federazione Italiana Epilessie) che i francesi attribuiscono al Depakin (valproato di sodio), uno degli antiepilettici più funzionanti e con tanto di casistica più longeva, eventuali problemi con la maternità mi tocca per aprirmi, immantinente, inquietanti interrogativi.

Terrò monitorata questa cosa perché io, fortunatamente, adesso come allora ho una persona che mi cura e mi ha portata, dopo oltre un ventennio, a stare benissimo così (proprio come quand’ero piccolina con Angeleri): prove alternative? No, grazie!

Fortuna ho dalla mia quintali di esami che parlano chiaro: nessuna lesione, nessun focolaio, niente di niente, nessuna ereditarietà, nessuna tara, ottimo Q.I. e perfetti sono anche gli esami di laboratorio.
Devo solo evitare di arrabbiarmi, di appesantirmi dentro, di abusare (cosa che invece faccio spesso) delle mie energie. Ho persino imparato, negli ultimi due anni, a cogliere e a decriptare il segnale che il mio fisico lancia prima di una eventuale insorgenza critica!
Ergo non c’è alcuna ragione perché io alteri la mia terapia.

A meno che.
Ed è questo a farmi riflettere, non l’etica o la preparazione della mia epilettologa.

Spero vivamente mi stia sfuggendo il nesso di tutta questa faccenda perché altrimenti non vedo una ragione logica a giustificare questa pubblicazione francese: un medico specialista (Presidente della Lega Internazionale) lo scrisse nel suo famoso Bureau*** blu almeno quindici anni fa. Di cosa stiamo parlando, in sintesi?

Ad ogni modo riporto una frase tratta dal bugiardino ufficiale del farmaco in questione:

 

“Tutte le donne con epilessia e in età fertile devono essere informate in modo adeguato riguardo ai rischi associati alla gravidanza.”
Tratto da http://www.my-personaltrainer.it/Foglietti-illustrativi/Depakin.html

Ci tengo comunque a dire come, queste mie parole, non intendono scalfire minimamente l’operato – efficacissimo anzi fondamentale – della FIE, il grande impegno della Presidente Avvocato Rosa Cervellione (che conobbi personalmente con l’Ingegner Cesare Bevilacqua ai tempi della nascita della FIE stessa, da me appoggiata in toto) e che, anzi, merita il plauso di noi tutti perché, se ancora oggi l’Italia emerge rispetto ad altre nazioni, è grazie alla costanza infaticabile e continuativa sia dei ricercatori LICE ma anche all’operato della Presidente FIE.Prima della FIE, le associazioni regionali o locali, non essendo confederate, non rappresentavano un numero sufficientemente importante da essere ascoltato.
Oggi, grazie alla Cervellione, abbiamo univoca voce anche noi pazienti: laici, non medici ma soggetti senzienti.

Un decennio fondamentale, quindi, nel quale la LICE e la FIE hanno lavorato insieme a nostro beneficio. Un decennio in cui – anche la presidenza internazionale – ha visto solo specialisti italiani.

E’ corretto riportare gli esiti di una casistica francese ma è ancora più corretto e signorile il modo in cui lo sta facendo la FIE: senza dire che, infondo, non è affatto una news tanto che, quegli stessi effetti del sodio valproato sono stampati bene in vista sulle sue controindicazioni praticamente da sempre!

Una donna viola.

[ Attuale studio* francese ] https://www.facebook.com/saved/?cref=53
[ A. credeva io dovessi guarire** ] Non avendo io alcuna lesione, il Prof. era certo guarissi: credo di aver incarnato uno dei suoi fallimenti umani maggiori.
[ Bureau*** ] Pubblicazione medica internazionale del Prof. Avanzini, Leader for Chemists, sulle epilessie.
[ VNS1**** ] Stimolatore del Nervo Vago: una sorta di transistor da impiantare con interventi di neurochirurgia.
[ Una donna viola***** ] Viola è il colore con cui si rappresenta, nel mondo intero, l’epilessia.

Editoria Precaria (ma non solo)

i_want_you_to_use_grammar_by_scnal-d3r9vhyA volte non ce ne accorgiamo, ormai sono entrati (purtroppo) nella “scrittura corrente” e quando li leggiamo è come se scivolassero tra le righe dell’italiano “correggiuto” che fa parte del nostro quotidiano. Gli errori da evitare quando si scrive (ma anche quando si parla), in verità, vivono tra noi come clandestini e spesso li condoniamo.

Ma se teniamo alla nostra lingua almeno un po’, più di quanto teniamo alla nostra patria, diciamo, ecco che cosa potremmo correggere quando scriviamo (o parliamo o leggiamo…).

1. Qual è: no, non ci va l’apostrofo, anche se il vostro migliore amico lo usa sempre su Facebook.

2. Ad, ed, od: la deufonica serve per separare la congiunzione a o e dalla parola che la segue, ma solo quando questa inizia con la stessa vocale. Non è un errore se la si utilizza anche in altri casi, tuttavia la…

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– “Amo i tuoi capelli: loro fanno tutto quello che vogliono e vanno dove vogliono. Sono un’espressione di libertà.”-

Mi dicevi così, carezzando i tanti ricci che incorniciano il mio viso, steso sul letto accanto a me. Era estate e credo fosse stata la nostra prima volta insieme.

-“Nessuno mi pettina bene come il vento.”-
Risposi sorridendo e citando Alda Merini con una frase che sembra davvero scritta per una criniera come la mia.

Tu rimanesti in silenzio.
E’ stato qui che capii quanto la mia indole libera ti potesse infastidire.
Parlavi di libertà ma non saresti mai stato disposto a lasciarmene.

Dopo un po’, mentre mi abbracciavi forte, quasi a lasciarmi il segno, ne hai detta un’altra delle tue.
-“Ricordati sempre che non riuscirai mai a liberarti di me, neanche quando lo vorrai. Io sarò sempre qui. Tu starai sempre con me. Noi siamo inseparabili. Non potrai mai liberarti di me.”-

Inizialmente non avevo capito quanta idiozia ci fosse in quella frase. Anzi.

Tentai persino di replicare con qualcosa tipo -“Io non ho mai pensato di liberarmi di te!”-

 

E, in parte, era anche vero: fino a quel momento non ci avevo pensato ancora.
Dopo – forse tu stesso mi hai fatto svegliare il demone della libertà? – ho capito tutto.

Ho capito che con te non mi sarei mai sentita del tutto libera.
Mi sono accorta che stavo vivendo sempre in emergenza.
Ho cominciato a capire che l’amore non è possesso e che, una donna, deve sentirsi libera di scegliere ogni giorno il suo compagno per la vita.
Ogni persona che si dica compiuta deve scegliere tutti i giorni.
Così – all’alba – mi svegliavo e ti guardavo: dormivi soddisfatto mentre io ero infelice.
Ogni santissima mattina mi domandavo -“Chi è quest’uomo che ti dorme vicino?”- e non sapevo darmi una risposta. Non la avevo, non c’era.
-“Paola chi è quell’uomo accanto a te?”- continuavo a domandarmi, senza riconoscerti.
Non eri più l’uomo che amavo. Ovvio.

Ti ho svegliato e ti ho chiesto -“Chi sono io?”- per vederti trasecolare mentre rispondevi -“Tu sei la mia donna, sarai mica impazzita?”- e capii che non ti saresti mai più arreso.

 

Così è stato.

 

Io non so davvero come tu possa aver proseguito col mio fantasma accanto, fingendo, e riuscendo a giocare con la verità mentre hai sempre continuato a cercarmi.

Proprio non lo so… ma di una cosa sono certa. Sono certa che a te, della mia libertà, non freghi niente. A te interessa solo io voglia tornare nel tuo letto quasi a renderti un possesso del quale ti senti ancora defraudato dopo tanti anni.

Questo – solo questo la tua piccolezza concepiva – quando mi dicevi -“Non ti libererai mai di me”.

 

Peccato tu non abbia capito: io mi sono liberata e sono libera.

Ad essere legato ancora, purtroppo, sei soltanto tu!

Sono libera perché racconto tutto col distacco dovuto, quasi a raccontare una storia non mia. Sei clandestino perché continui a cercarmi facendoti solo del male.

 

Ogni volta che si comincia una storia si deve evitare di ipotecare il tempo e la vita altrui. Tutto può succedere. Le risposte sono solo nel vento. E’ nel vento che scompagina tutto, come i temporali estivi, che si svela il giorno a venire.
Viviamo l’adesso. Chissà domani come saremo spettinati? E chissà se ci verrà da piangere o da ridere domani? Chissà con chi staremo? A dirla tutta – io – non so se ci sarò domani.

Posso avere una sana progettualità, anzi la devo a chi mi dona la sua presenza, certo. Suppongo sia questa la fiducia da riporre nell’altro in modo vicendevole.
Però non posso fare niente di più. Siamo solo progetti in comune e questo ci rende assai vulnerabili.

 

 

 

 

 

PerLucy

Tu Tieni_mi

Prendi la mia mano

-Io ci sono

 

Tu Guarda_mi

Osserviamo noi

– Mai lontane

E Tu Trova_mi

Anche se non mi vedi

-Io ci sarò

Per sor_ridere

Non sarà difficile

-Lo sai bene

Per piangere

Come sempre sì

-Io ci sarò

 

Non c’è un costo

Il prezzo è l’as_senza

-Io ci sarò

Tu Tieni_mi

Perché in due noi

-Ci trovi_amo

E ci ri_provi_amo

Finchè respiri_amo

 

Lù Tieni_mi

Posso darti solo me

-Ma di cuore

 

11/04/2017

auguri ad un’amica speciale

 

 

Marc_Lagrange_Cultura_Inquieta21
– Photo by Marc Lagrange –

Alle volte ti spareresti piuttosto che sentire certe parole e ricevere certe bordate.
Cos’hai fatto di male per meritarle? Domanda senza risposta.
Forse è la tua sensibilità che ha acquisito una sorta di profondità e di autonomia per cui senti più male. La ferita brucia di più. Parte da sé e – non puoi arginarla – è come un’onda anomala che rischia di far traballare l’intera barca e l’orizzonte tutto.
Non ti spari perché ti ami e sei perfettamente consapevole che bisognerebbe eliminare la gentaglia, piuttosto.

«Le anime hanno un loro particolar modo d’intendersi, d’entrare in intimità, fino a darsi del tu, mentre le nostre persone sono tuttavia impacciate nel commercio delle parole comuni, nella schiavitù delle esigenze sociali».

Luigi Pirandello – “Il fu Mattia Pascal” –

Già: l’intimità fra anime, la cosiddetta empatia, il meccanismo della compenetrazione e dei “neuroni specchio”, tutto anche semplice da spiegare ma così raro a verificarsi… va a finire che siamo noi – attraverso una sola parola sbagliata – a guastare l’intimità delle anime, così fragile e delicata di suo.

Per questo ci affidiamo alle affinità elettive che, col passare del tempo, diventano sempre più selettive.
La vita è rapida, affascinante ma paradossale.
Il suo scorrere è essenzialmente binario: passato e futuro sembrano vicinissimi ma non si toccheranno mai e noi? Ma noi restiamo al centro del binario, aspettando di saltare al volo su di un treno che – se non siamo agili – perderemo o ci schiaccerà.
Non credo di potermi concedere ulteriori attese né credo possano farlo gli altri.

Suppongo tutte le anime vive e palpitanti abbiano sete di vita, di intesa e debbano scontrarsi con una parola che è, anch’essa, in perenne mutamento.

Ma, se tutto si trasforma, siamo cosa?
Forse il paradigma del nulla eterno, forse.

Chi mai potrà saperlo con certezza?

Intanto continuiamo – almeno io continuo – a farmi spazio nell’altrove, senza dimenticare le mie affinità s_elettive.

Per tentare di ferirmi mi è stato detto che sono una donna fuori standard.
Non ha capito che, del suo standard pari al nulla, non avrei saputo che farci.

Io sono una donna piena di as_senza: come potrei essere standard?
As_senza non è mai pre_senza mentre, uno standard, impone parametri.

Qui, nella luce viola, noi siamo libere dai parametri dei comuni mortali.
Noi anime illuminate di viola siamo as_senti giustificate.

 

 

Ci sono infiniti capitoli nel libro della nostra esistenza, capitoli essenzialmente di due specie. Una è quella dei capitoli scritti, letti e ormai capiti, dai quali si è imparato e che – ogni tanto – amiamo ricordare pur andando avanti. L’altra specie (più brutta in assoluto) è quella dei capitoli scritti, successivamente stracciati, poi appallottolati e infine gettati nel cestino delle cartacce. I capitoli – per intenderci – da maestra cattiva e da scolaretto balordo, come quando – la paginetta di aste malfatte – veniva impietosamente strappata costringendo l’alunno ad impegnarsi maggiormente.

Tutto è un susseguirsi di capitoli che, a volte, rileggiamo con piacere o che, se raccontano qualcosa che ci ha feriti, non solo chiudiamo ma strappiamo via dal libro della nostra memoria. Unica a registrarne tracce resta l’amigdala ma – sebbene registri e memorizzi tutto ciò che il nostro cervello elabora nell’arco di una intera vita – ci salva dai dettagli inutili, restando il più perfetto dei software ad oggi conosciuto.

Io di pagine ne ho girate un’infinità in questi miei anni: perché ho passato tante fasi, perché ho superato tanti dispiaceri, perché ho cercato di mettermi in discussione… anche perché ho tanto letto e, qualche volta, anche scritto. Pagine che non rinnego neanche nei casi in cui sono state strappate, poiché la mia buonafede c’era tutta così come pure le mie intenzioni costruttive, anche quando sono state completamente annientate dalle pregiudiziali o dalle prese di posizione altrui.

Chiudendo un ciclo, una fase, un capitolo – per quanto negativo – si impara sempre qualcosa se lo si vuole. Questo è positivo comunque.
Strappando un capitolo da adulti, rinunciando a qualcosa in cui si è riposto tanto impegno, ci si deve sentire per forza trattati come scolaretti da chi si elegge a maestrina metodo non Montessori: è una violenza morale inaccettabile e non giustificabile. Non fra persone intelligenti: la maestrina salita a predicare il suo Verbo sul pulpito (che giustamente non le riconosciamo) deve essere lasciata a casa sua. Che predichi per chi è disposto a farle da seguito, per chi si sente gregario, ma si taccia per chi propone e quindi dispone (in teoria e per logica) della responsabilità in merito a ciò che fà coi propri sforzi. Se poi parla di ciò che non conosce, tanto meglio: distinti saluti dato che a gentile richiesta risponde imponendo la sua volontà che è contrapposta alle regole di una intera comunità.

Questa presunzione mi indispone nella misura in cui m’infastidisce chi non vede quanto possa ferire l’atteggiamento di detta maestrina: fate a casa vostra la scolaresca, l’asilo Mariuccia, quel che volete, io mi sottraggo a questo gruppo che m’è divenuto estraneo.

Mi è successo nel lavoro e non l’ho permesso: ho detto basta. Sì che mi pagavano.
Figurarsi se concedo liceità allo stesso atteggiamento nei rapporti interpersonali.
E’ un “no” assoluto: prendo distanza da questa “moltitudine di numeri privi” (citando l’amica Cristina Bove).
Finirà che la cattiva sono io e non mi interessa: sono cosciente di non esserlo, anzi, sono pienamente convinta di dover difendere le mie posizioni – per quel briciolo di coerenza – perché con me stessa non ho mai mentito né sono disposta ad attuare adesso la politica del “Fattene una ragione anziché farti il fegato amaro”.

Io, il fegato amaro, me lo farei se fossi accondiscendente con chi m’insegna la lezione che io conosco meglio. Una ragione di cose irragionevoli, io, non posso farmene.
Gli altri sono liberi, è vero.
Com’è vero che lo sono anche io però!

Chiudendo una pagina dovremmo sempre domandarci se siamo andati udendo tutti gli interlocutori sufficientemente: chiudendo o udendo (solo) chi ci pare?

Io un solo interlocutore dovevo udire e l’ho udito (non una ma due volte) sottolineare qualcosa in cui non solo non credo, ma qualcosa che – i numeri – riscontrano: suppongo di non essere stata ingenerosa.
Se non mi fossi sentita additare, probabilmente, sarebbe stato diverso ma mi sono sentita malgiudicata e non lo permetto, non è giusto per ennemila ragioni ma – una su tutte – perché io non ho mai avuto la presunzione di giudicare il prossimo come fossi una maestra di vita. Non lo sono, proprio come non lo è chi giudica me.

Mi domando se sia realmente possibile capire perfettamente un’altra persona. Anche quando ci sforziamo di conoscere qualcuno mettendoci tutto il tempo e la buona volontà possibili, in che misura possiamo cogliere la sua vera natura? Sappiamo ciò che è veramente essenziale riguardo a quell’altro che siamo convinti di comprendere tanto bene?

Haruki Murakami – da “L’uccello che girava le viti del mondo”

Io sto chiudendo un capitolo ma, certamente, nel mio essere imperfetta (esattamente come gli altri lo sono) ho udito, ho ascoltato, ho dato tanto impegno e tanta sincerità senza assurgere né a maestra di vita, né a maestra di altro (pur sapendo di sapere).
Tanto mi basta.

Mi sono sentita dire “Ti voglio bene” o anche “Sei intelligente” ma – scuserete tutti se ho questo vezzo – delle parole non seguite da dimostrazioni pratiche né da comportamenti lineari, oggi, me ne batto più di ieri.
Perché ieri è trascorso e, coi miei perdoni regalati a chiunque, ci ho guadagnato solamente tradimenti morali che fanno assai più male delle botte.
La vita scappa, di domani non ho certezze ma solo supposizioni, di ieri conservo – come tutti – solo capitoli vecchi. Adesso è il momento da vivere al meglio: l’oggi mi interessa e, nel mio presente, non voglio più “Farmi una ragione” che non condivido solo perché piace a chi ne trae giovamento.

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