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Monthly Archives: febbraio 2012

“Quando pubblichi qualcosa in Rete lo fai – spesso inconsapevolmente – per due motivi: per piacere al maggior numero di persone, oppure per trovare le persone che piacciono a te. Io sono sempre stata spinta dalla seconda motivazione, anche se me ne sono resa conto molto, molto dopo: quello che scrivo è un’esca per qualcuno che mi assomiglia e che in altri modi non saprei come trovare.

Funziona? Funziona.”

Così scriveva la De Baggis già un anno fa… e la mentelettrica adora la perspicacia di questa donna.

We are social” è il nocciolo della questione.
Il posto della Rete più adatto per cercare similitudini è certamente il social. Basta vedere come, oggi, persino i programmi Tv hanno il loro spazio su Facebook o su Twitter, i giornali, le case editrici, i media… tutti ruotano attorno al social. Si servono del social. Persino le nuove piattaforme vengono costruite su immagine e somiglianza dei social più in voga. I blog, ad esempio, anche loro hanno tutti l’opzione per postare ed interagire coi social.

La ricerca di chi comunica un messaggio è diretta verso chi lo può raccogliere in modo espresso grazie al social.

La mentelettrica ritiene che l’e-book non possa sostituire la carta stampata: non per chi ama leggere. Tuttavia l’e-reader può scegliere fra una quantità infinita di messaggi e trovare ciò che preferisce per poi approfondirlo con la carta stampata. Insomma bisogna essere bravi a captare il messaggio con una sorta di e-radar: prima arriva l’eco del social con la sua velocità e dopo – solo dopo – viene la carta stampata (più o meno patinata).

Viviamo la società dell’espresso, il business si sviluppa alla velocità del pensiero (Bill Gates, circa 15 anni fa), figurarsi se non è ormai ovvio il “We are social”.
Un buon elettroshock a chi mentelettrica non è e – anche per questo – percepisce tardi e male i messaggi.

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Sarà perchè è stato il loro lavoro. Può anche essere. Tuttavia a loro non serve diventare la De Baggis per capire un concetto ovvio: il funzionamento odierno della rete.
Il concetto è insito in una sola parola. Questa parola è “social”.
Basta avere i numeri, d’altronde, ma di quelli qualitativamente importanti. Cento inutilità non farebbero ciò che fanno dieci utilità in ogni sistema.

 

 

Almeno quarant’anni di vita in comune e, fino a poco più di dieci anni fa, nemmeno lo sapevano.
Finalmente l’occasione giusta arriva però e si incrociano su di un blog dove scoprono di condividere molto più di quanto loro stesse credano. Due vite diverse ma simili, due donne distinte ma, per tanti aspetti, uguali. Si scelgono, si vogliono bene, si sentono “Sister”, si raccontano, si capiscono, si percepiscono, si dicono tutto – anche dei sani “non credo” – se serve.
Venti anni: venti anni fa erano, entrambe, ricoverate in ospedale, ad esempio. Come al solito vicine anche logisticamente ma ancora non lo sapevano.

Comunque oggi, alla vigilia del 19 febbraio 2012, sanno benissimo che anche venti anni prima stavano condividendo qualcosa e lo ricordano insieme.
Una di loro avrebbe dato alla luce sua figlia, una figlia che pure l’altra ama come fosse quasi sua nipote. Nasceva Giulia, la sola cosa bella di quel 19 febbraio 1992.
Oggi loro sono unite più che mai e, insieme, sono fiere di quella ragazza che compie venti anni.

– “Auguri Giulia, sei speciale, che la vita ti sia sempre amica.” –

Spegne la sigaretta e pensa che se le facessero adesso un elettroencefalogramma sarebbe capace di fulminare gli elettrodi tanto è arrabbiata. Deve sfogarsi ma non può strillare nè vuole ammettere che, probabilmente, non fosse tanto lottatrice, piangerebbe. Così scrive. Seria, tanto seria lei che – sempre – dell’ironia e dell’autoironia è una portatrice sana. Vuole contenersi e non ha neanche voglia di parlare pur di non far capire a nessuno che rischia di sentirsi impotente. Eppure un rospo da sputare lo ha, eccome.
Aspettava dei documenti importanti oltre un anno fa: non le furono recapitati. Dopo pochi mesi accadde persino che, alcune analisi cliniche importantissime, speditele dall’ospedale regionale, non le arrivarono… o, più precisamente, non furono recapitate a lei ma ad un cespuglio della piazza in paese. Sì: le trovò un uomo e, leggendo il mittente, le portò al farmacista chiedendo se conoscesse il destinatario. Fortuna volle che il farmacista – che abita a cento metri da lei da generazioni ed è amico di famiglia – le consegnò a sua madre. Stavolta dei documenti importanti le sono stati spediti ma, dopo una trafila lunga più di una quaresima, sono stati rimandati al mittente con tanto di scritta “Destinatario inesistente”. Lei sarebbe inesistente. Che cosa strana… abita in un paese talmente piccolo, ma così piccolo dove ci si conosce tutti e dove non c’è niente. Un paese in cui sono così pochi che si danno i turni anche per chi fa lo scemo del villaggio tanto son poche anime. Pochi: è chiaro no ?
Lei, poi, è figlia di una famiglia che abita esattamente al centro, sopra ad un negozio che esiste da tre generazioni almeno: la conoscono e riconoscono da ben quarantatre anni. Quasi quarantaquattro.
Però, da un pò di tempo, da quando le Poste hanno smesso di funzionare, le sue lettere non arrivano più. Arrivano dentro ad una aiuola dei giardini pubblici, buttate là, oppure ritornano all’ufficio postale con scritto “Destinatario inesistente”.
Sicuramente il postino suona mica due volte: il postino non suona affatto poichè lei, ogni santo giorno (o ogni maledetto giorno) è a casa, su quella scrivania, con quel portatile con cui fa le sue cose. Aspettando i suoi documenti invano. Waiting for Godot. La commedia dell’assurdo.
Oggi ha saputo tutto questo grazie ad un suo amico che ha delle conoscenze con gli uffici di competenza in merito a quei documenti di fondamentale importanza che aspettava da ben nove mesi, un parto. A questo suo amico hanno spiegato di essersi visti riportare la documentazione indietro con scritto “Destinatario inesistente”. Lei, insomma, per i suoi diritti di cittadina non esiste. Lei è impotente perchè non esiste – secondo loro – quindi o denuncia le Poste italiane (a questo punto) oppure lascia che continuino a gettare nelle siepi anche le sue analisi cliniche oltre che le notifiche inviatele dall’Imps, notifiche senza le quali non può usufruire della legge specifica di cui – è stato certificato – ha diritto.
E’ arrabbiata, ovvio. Cosa deve fare, tacere ancora, denunciare, cosa ?
Si è fatta l’ennesimo caffè, si è infilata in una vasca d’acqua bollente, ha parlato con la sua gatta nera che la segue sempre ogni volta che va a farsi il bagno: salta sul bordo della vasca e si accovaccia vicino a lei, propio come ogni notte la segue nel letto.
Trova sia assolutamente più intelligente parlare con quella gatta che è la sua ombra ormai da quattordici anni.
Trova che siano stipendi rubati quelli dei postini che lavorano nel suo paese.
Magari non tutti, certo, non si può colpevolizzare il mondo intero ma come è possibile mai che nell’epoca in cui vive sia ancora da rimpiangere il piccione viaggiatore ?
Oggi non ride. Trema di rabbia e le fa male lo stomaco: si sente avvelenata. Le tremano persino le mani e fa fatica anche a scrivere.
Potrebbe prendere un calmante, una comune benzodiazepina, starebbe meglio, non avrebbe il fianco scoperto. No, non lo fa, non cede. Si limita a sopportare: è bravissima nel sopportare. Prende solo un blando analgesico perchè la testa le rimbomba come se dentro ci fosse un amplificatore e le gira veloce anche, sembra un tagadan.
Però sopporta perchè lei sa di essere una roccia: difficilmente scalfibile, e pensa piuttosto, pensa.
Lucidamente arrabbiata, lei, pensa a come deve fare per non cedere ad una crisi di nervi perchè, piuttosto che piagnucolare e lasciarsi schiacciare da un sistema di cose che non funziona, lei vuole e deve trovare una soluzione.
Le mentelettriche, quelle come lei, restano fermamente e saldamente lucide, soprattutto quando gli altri perdono la ragione.
Un elettroshock agli idioti comuni, quello ci sarebbe da fare, non l’elettroencefalogramma a lei: sa già che i picchi di punte e polipunte onda oggi sarebbero altissimi. Oggi il suo cervello sprigiona la scossa ma lei è troppo decisa e non lascerà che una sola lacrima di disperazione la possa rendere fragile. Oggi è bene non trovarsi in rotta di collisione con lei perchè ha sfoderato il suo coltello invisibile e lo tiene stretto fra i denti. Si sforza di riporlo, piuttosto.
Meglio per il poveraccio che si trovasse a capitarle di strada intralciandole il cammino, in questa ottusa società sessista e bigotta in cui una persona pulita come lei sa di essere ha subito persino la condanna di un prete ottuso che non le diede l’assoluzione, quasi venti anni prima, perchè si era separata e la definì “Non in grazia di Dio”.
Oggi si ricorda persino di lui e ammette di non averlo mai perdonato, anche.
Oggi, come fosse il circo dei burattini, le sfilano personaggi avanti agli occhi che avrebbe preferito non incontrare mai nella sua vita. Così lo scrive. Se qualcuno li riconoscesse – adesso che lei li racconterà man mano – non le piacerebbe: perciò si limita a un paio di postini sfaticati e ad un frate che era già una vecchia cariatide quasi venti anni fa e che si sentiva ancora influenzato dal medio evo.
Ora un pensiero buffo la fa sorridere, finalmente.
Lei col marchio scarlatto addosso sa già di comico.
Dovrebbe commettere qualche peccato vero per meritarsi la condanna che le è stata data gratuitamente, accipicchia, troppa virtù annoia. Va anche detto che lei sostiene la meritocrazia perciò, prima o poi, un qualche peccato se lo dovrà scegliere seriamente.

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