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Monthly Archives: novembre 2016

Scattata dal fotografo canadese David Burdeny nel 2007, questa foto incredibile di un iceberg che sorge a picco sul mare di Weddell, sembra dividere il mondo in quattro quadranti ordinati.

Quattro sfumature di un azzurro che gela: l’ombra, il ghiaccio, il profondo e l’infinità.

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Avrei voluto scrivere così tante cose, chissà quante parole avevo nella mente, e invece…
la parola, il solo genere di conforto per la fame dell’anima, può causare persino brutte indigestioni. Così sintetizzo il mio stato d’animo con alcuni aspetti del Mare, quel Mare che mi ispira ancora adesso la vita e sembra rispondere a tutte le mie domande, esattamente nella misura in cui lo avrebbe fatto mio padre.

L’ombra – probabilmente se c’è ombra dev’esserci anche luce – quindi non è mai completamente buio: segui quella luce, arriva al sole!
Coloro che vogliono restare nell’ombra avranno enne ed uno mila ragioni e magari zero voglia di spiegarle, proprio come te. Non è detto siano vigliacchi, non giudicarli, cerca di non farlo perché sei intelligente, anche se ti fanno male, vai verso la luce da sola.

Il ghiaccio – certo che spacca, gela, secca, ferisce fino ad uccidere – ma, fino a prova del contrario, sei così lucida da saper distinguere chiaramente cosa ti può davvero ferire!
Sai benissimo che la sofferenza comunque insegna, le delusioni diventano grosse ovvietà, e tutto ti ferisce soltanto nella misura in cui tu lo permetti. Non permettere mai, a nessuno, di farti del male. Se fossi stata così vulnerabile – ad ora – non saresti viva e – sempre ad ora – neppure sei risorta. Dunque nulla ti ha uccisa. Pensa solo che hai sempre gettato corpo ed anima oltre ogni ostacolo sciogliendoli, i ghiacci.

Il profondo – una dimensione della quale hai sempre bisogno – non perché giochi alla sirena, anzi, solchi gli abissi come una vecchia ed affidabile polena!
Ti resta stretta la superficie, ti ci potresti solo arenare, hai sempre voluto l’acqua alta, anche solo per nuotare quand’eri una bambina. Vai sempre oltre, sei fatta così, anche se non lo dici e cerchi di non farlo pesare devi spingerti, col pensiero, oltre la superficialità.
Non hai mai consentito a nessuno un posto nella tua sfera affettiva se non è risultato pratico dei tuoi amati fondali. Dopo, solamente dopo, ti concedi giochi e slanci in superficie, anche con grande autoironia.

L’infinità – il tuo sentirti solo una minimale fibra nell’universo mondo – ti ha permesso di crescere e di acquisire consapevolezze elucubrando grandi dolori!
Hai elaborato senza aiuti situazioni che tu sola sai e anche quattro giorni fa ti sei sentita dire che hai il dono di dare il massimo quando devi affrontare le prove più difficili. E, a pensarci bene, tu stessa non ci volevi credere. Fino all’ultimo hai conservato la speranza mentre, adesso, l’hai presa e riposta solamente su te stessa. Consapevole più che mai di essere maturata, non ti basta comunque niente. Hai compreso che tutto e niente, alla fine, si somigliano e vuoi ancora navigare, superando altre tempeste, senza curarti dell’utopia chiamata approdo certo. La lasci agli altri, come ogni pia illusione.

Quattro sfumature di un azzurro che può gelare – è vero – ma tu le hai messe bene a fuoco.

Tu sei forte
ma la forza si paga
– quanto costa?

 

 

 

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Succede: è inevitabile.

Ad un certo punto della propria vita succede che ci si stanchi.
Poi? Poi ci si stanca pure di stancarsi.
Ed è così che si va avanti, d’inerzia – a momenti – e da soli – in altri momenti – ancora.
Vorrei nascondermi dietro un fascio di fiori, respirarne l’odore, camminare su di un prato senza essere mai stata vista… e senza vedere gli altri. Al massimo potrei rotolare sull’erba.

 

Non guardarmi
lascia ch’io sia
– invisibile.

Come un’ape
tu mi ronzi attorno
– sulla corolla.

Non ti voglio
così come sei tu
– m’inaridisci.

C’è un profumo
come fra i fiori
– inebriante.

Ti direi sì
se fossi differente
– ma non capisci.

Sarebbe bello
un grande abbraccio
– senza parole.

Ma ci si stanca
e ci si stanca pure
– d’essere stanchi.

Sei distante
anni luce non metri
– tre pianeti.

Un buco nero
è quel che vorrei
– per nascondermi.

Che odore c’è
nel mentre i fiori
– l’unica cosa.

Dietro di me
il tutto e il nulla
– si espandono.

Ho l’erba viva
sotto ai piedi
– mi solletica.

La nuda terra
si apre per i semi
– germogliando.

Vado pensando
anche se non consola
– son radice.

 

 

 

 

cristina bove

stalattiti - by criBo

A confrontare fatti universali
con le minuzie del pianeta
_gente che va che viene uccide muore_
un io-relitto non ha mai risposte
viene dal punto e non conosce il largo
spiaggiato tra le poche suppellettili
scrive di voli e di attraversamenti
senza capirci un’acca
annota fiori fulmini e tempeste
nel vano della propria inconsistenza
_l‘amore a tener banco_

il mare assente non ha spiegazioni
per trombe d’aria o piccoli naufragi
e quattro muri sono la distanza
tra la follia del rematore
e la ragione d’una chiglia
sopravvissuta ad un tranello d’acqua

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La sigaretta, perché una boccata di veleno, soprattutto in certe nottate, non manca. Mai.

C’è, e resta accanto a quella tazza di caffè – binomio inscindibile – che t’accompagna.
Poi ci sei tu, anche tu, che fra una spirale di fumo e un sorso di caffè nero sei semi orizzontale. Non resti sdraiata e t’affacci al mondo con chissà quanti “perché” in testa.

Perché?

D’orizzonti incupiti si colora il mondo e – intanto – tu pensi, e ti ci affacci con tutte le tue domande atroci e con tutta la rabbia di cui sei capace. Tanta. Ma non serve.
Tinteggi la scena come se volessi entrarci dentro per cambiarne le sorti: non è possibile, lo sai, è tutto perfettamente inutile ma tu sei là – affacciata dalla tua balaustra – e nel frattempo ti lasci divorare da quelle domande irrisolvibili che ti lacerano dentro. Cui prodest?

Basta!

Finiamola con questa farsa – un’insopportabile tarantella – e cominciamo a risolvere il groviglio, pensi, già… esattamente un gran bel groviglio.
Cominciamo da te, per esempio, da te stessa: è giusto farti carico di tutto ciò? No, lo sai.

Quindi?

Quindi dovresti lasciare che gli eventi facciano il loro corso, ma non sei così vile da sottrarti a quelle che ritieni essere delle chiare implicazioni morali. Puoi fare la differenza? Falla. Prendi in mano quel telefono, chiama, prendi quegli appuntamenti, supera ogni timore e sii quella che tu sai di poter essere.
Fine della lettera a te stessa. E – si spera – anche di questi orizzonti cupi: stenditi, anche.
Pigliati un altro caffè e fumati un’altra sigaretta, magari. Però – stavolta – sii eretta mentre t’affacci all’alba del nuovo giorno. Testa alta come sempre, te lo meriti.

 

hopper-2

cristina bove

2013-10-12-12-45-01

uno squillo al cervello
_essere che non si può non essere_
sulla comune strada che conduce i vivi
tutti alla stessa meta, nel frattempo
locuzioni graziose
infiorettano strade e veleni corporei
la crudeltà degli uomini in odore di sangue
inferni e voragini
_se ne scrolla il pianeta: gli inermi
sempre i più bastonati_

gli allegri osservatori da terrazze
fatui assertori di bellezza (che pure c’è)
sono come regine: a chi manca del pane
consigliano brioches

io stessa
che me ne sto a dipingere sul retro
mentre nell’atrio si coltiva il pianto
sono una portatrice d’illusioni
una che fa il mestiere di distogliere
sapendo che non basta
distanziarsi da onorificenze e applausi
per ritenersi assolta

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