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Monthly Archives: Mag 2013

“Io voglio più vita, Padre!”

Lei – questa volta – è veramente degna di quel suo soprannome: Roccia. Non a caso si sente come dentro di lei tutte le cave del marmo di Carrara.
Pesano, pesano veramente tanto… un peso dentro al cuore che sembra schiacciarla ma va dritta, va avanti, non molla.
Adesso è là: scrivania, pc, tazza di caffè e pioggia fuori dalla finestra. Tutte le componenti ci sono: può cercare sollievo nel suo blog la mentelettrica, può scrivere quasi producesse il suo dramma in modo seriato nel tempo.
“Controlli seriati nel tempo” lo scriveva persino quando refertava: quanti anni fa? Tanti, crede siano diciassette anni. Dall’anno prima in cui morì suo nonno.
Si, ne è certa, sono esattamente diciotto anni perché sua figlia ne aveva solo tre… “Bene, l’incontro sgradito col cancro è diventato maggiorenne” pensa finendo la tazza di caffè amaro.
Pensa a chi ha amato e l’ha amata, pensa che ha perso – nel giro di sei mesi – il suo migliore amico di appena quarantadue anni e suo padre persino, di appena sessantacinque. Ricorda bene quanto sia stata forte, con che dignità si è presa le sue croci in spalla e sa di non avere alcun rimorso con loro. Nonno, Roberto, babbo: le sue stelle che brillano nel cielo rischiarando qualsiasi buio, rendendo ogni notte meno cupa.
E adesso che succede?
Succede che scopre un nuovo guaio da affrontare, qualcosa che – certamente – la ferisce più di quando lei stessa è stata isterectomizzata un anno e mezza prima.
Certo: lei sapeva di essere nei tempi e di non aver corso rischi, almeno non fino ad oggi. Da domani può anche succedere dell’altro, ovvio, adesso regolarizzerà anche la sua piaga più grande: pare il suo divorzio sia arrivato, come manna dal cielo, a chiudere un corso di storia da film horror durato ben ventidue anni.
Presto si va in tribunale e si mette la parola fine al film e – proprio come quando si è operata – ci andrà da sola perché sua madre non se la sente affatto di rivedere quell’individuo. Come sempre, nei momenti più importanti della sua vita, sarà da sola ma lei si chiama Roccia… che importa? A chi importa?
E, con lei, qualcuno – seppure per un periodo breve – ha camminato dentro alla sua solitudine e l’ha tenuta per mano, l’ha accompagnata.
Continua a passeggiare nel tempo: erano circa quattro o cinque anni fa, pensa.
Lui, Blade Runner, l’ha accompagnata tenendola per mano e le ha voluto anche bene. Ci si era affezionata lei ma – come fosse destino – tutte le persone cui si affeziona maggiormente sono distanti logisticamente. Così è stato impossibile capire fino a che non le era sembrato addirittura il contrario… alle volte si era detta che Blade Runner la volesse tenere in disparte. Aveva avvertito qualcosa, era preso da altro… e, in questi quattro anni, più che saluti giunti da lui sul suo profilo facebook lei non ha ricevuto.
E’ sempre sul suo profilo facebook che le è arrivato il messaggio privato di lui, l’ultimo, il più accorato.
Forse lui ha sconfitto la malattia ma – di fatto – lei non sapeva nulla né immaginava stesse lottando per difendere la sua vita!
Le ha scritto poche ore prima di operarsi, lui, le ha raccontato in modo concreto e succinto che sta correndo un rischio. Le ha chiesto una preghiera, le ha scritto […] se puoi […] addirittura.
Lei non ha potuto fare a meno di cercar di sapere come stesse proseguendo: spera e non vuole disperare lei!
Spera che l’intervento dia risoluzione a questa storia e che – più avanti – ci si possa riavvicinare senza porsi domande né condizioni, senza ‘ma’ e senza ‘se’… solo vivendo.
Ha preso il vecchio Nokia: ha riletto gli ultimi due SMS di Blade Runner. Certo non la avrebbe mai coinvolta in una faccenda di dolore, troppo signore lui, troppo altero, troppo rispettoso. Così tanto da proteggerla e da attraversare dignitosamente da solo quantità inenarrabili di chemio e di radio.
Così signore persino da avvisarla adesso e da salutarla, nel caso qualcosa dovesse finire come nel suo film preferito.

– “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi, navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannoiser, e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. E’ tempo di morire.”
– “Io non so perché mi salvò la vita. Forse in quegli ultimi momenti amava la vita più di quanto la avesse mai amata. Non solo la sua vita, la vita di chiunque, la mia vita. Tutto ciò che voleva erano le stesse risposte che noi tutti vogliamo.
‘Da dove vengo?’ ‘Dove vado?’ ‘Quanto altro mi resta ancora?’
Non ho potuto fare altro che star lì e guardarlo morire.”

No, di certo lei vuole modificare il finale di Blade Runner: così non le aggrada e – dato che è Roccia – sarà dura farle cambiare idea, sarà molto, molto dura. Lei è in sfida col coraggio e nelle sfide non ha mai perso, va ricordato.
Non vuole perdere adesso.


Hey, Jude, don’t make it bad
Take a sad song and make it better
Remember to let her into your heart
Then you can start to make it better

Hey, Jude, don’t be afraid
You were made to go out and get her
The minute you let her under your skin
Then you begin to make it better.

And any time you feel the pain, hey, Jude, refrain
Don’t carry the world upon your shoulders
Well don’t you know that its a fool who plays it cool
By making his world a little colder

Hey, Jude! Don’t let her down
You have found her, now go and get her
Remember, to let her into your heart
Then you can start to make it better.

So let it out and let it in, hey, Jude, begin
You’re waiting for someone to perform with
And don’t you know that it’s just you, hey, Jude,
You’ll do, the movement you need is on your shoulder

Hey, Jude, don’t make it bad
Take a sad song and make it better
Remember to let her into your heart
Then you can start to make it better


Coraggio e sorriso: lei è mentelettrica quindi di coraggio ne ha!
Un elettroshock potrebbe farlo agli altri, solo con lo sguardo, volendo, così come si sente ora.
Adesso si fa un nuovo caffè, passa un po’ di tempo e magari – più tardi – recupera un po’ di sonno.
Ora, invece di piangere, si è sfogata.
Non ha pianto lei perché non le va di piagnucolare, anzi, vuole crederci perché non è detto.

– “No, ma chi l’ha detto?
Andrà bene!
E se avessi voluto un sogno, ora lo ho.
E’ un sogno ambizioso e, per dirla alla De Andrè, va in direzione ostinata e contraria: è proprio una disperata preghiera.” –

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