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Monthly Archives: dicembre 2015

cristina bove

blueWoman - by criBo

senza cornici
esposte negli spazi delle trame
le scritture invisibili
non prevedono salmi per violini
o versi mammole
tendono le imboscate alle parole
sconfinano dai quadri belle époque
dimostrano sui muri e sulle strade
equazioni cruente: in segni ripidi
nascosti nel cloruro di cobalto
_si leggono al calore delle lampade_
sono per chi non teme il tramontare
né i battiti del cuore sulla porta
in procinto di uscire

scritture senza voli
mimetiche malate terminali
traverseranno l’acheronte
e pagheranno il transito
con l’obolo del tempo già vissuto
alla bellezza che lusinga il foglio
e poi lo uccide

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Cinquecentoventicinquemilaseicento minuti.
Cinquecentoventicinquemila momenti preziosi.
Come lo misuri un anno?
In giorni, in tramonti, in notti, in tazzine di caffè?
In centimetri, in kilometri, in risate, in battaglie?
Come lo misuri un anno vissuto?
Perchè non con l’amore?
Misura la tua vita, misura la tua vita con l’amore.

-LARSON JONATHAN-

 

cristina bove

la chiave del caos - by criBo

Si nasce innocenti
si diventa colpevoli vivendo
prigionieri tutti della terra
dai primordi alle giungle di cemento
esposti alle catastrofi
costretti a ripararsi da ogni male
prede dei propri impulsi
vessati dal potere dei più forti

non si nasce malvagi
è poi la sorte a condannare gli uomini
terrorizzati dagli inferni postumi
costretti ad inventarsi paradisi
immemori che sotto ogni parvenza
si è tutti fatti d’ossa
e fingitori che non esista il tempo
né la condanna a morte.

Sulla comune vacuità l‘immenso zero
presente tra deserti e grattacieli
l‘implosione del sacro e del profano
compresi panorami ed invenzioni
discettazioni di filosofia, l’arte impostura
sotto gli occhi di tutti
si è circondati dalla fine esplicita
ma nella cecità saramaghiana
assecondando le necessità coatte
ci s’improvvisa a vivere
sconoscendo la fine

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Non mi dire che è ora di [mangiare, dormire, uscire…]
lasciami l’illusione della libera scelta.

Non mi chiedere perché [penso, dico, non dico…]
rispetta il mio spazio vitale.

E’ entro quello spazio che abito.
Uno spazio fatto di assenze, difese ad oltranza, solitudini in compagnia di me stessa, ideali, sogni, desideri e tempo infinito, lungo un’esistenza intera, la mia.

Potrei chiederti anche io dov’eri, perché mi hai lasciata sola con me, cosa facevi e con chi.

Però non te lo chiederò, sarebbe completamente insensato.

Non è colpa mia se viviamo in mondi paralleli.

Non è colpa tua se non ci siamo mai incontrati.

Non abbiamo colpe ma esistiamo in distanze siderali.

Sappiamo solo che – ad oggi – non ci conosciamo e che – forse – non ci incontreremo mai.

Siamo prigionieri d’una libertà che – certamente – non avremmo mai voluto concepire così.

Tutto è precario e lo siamo anche noi.

Io – adesso – sono clandestina e intendo continuare a vivere clandestinamente ogni mia pena, non voglio più dare spiegazioni né sentire giustificazioni.

運 命 の 赤 い 糸 Unmei no akai ito – ancora saggezza orientale – che si affaccia prepotentemente: in questa frase c’è la famosa leggenda del filo rosso del Destino, un filo che collega le anime degli amanti.
La leggenda narra che – chi è fatto per amarci – esiste ed è legato a noi da una sorta di filo rosso invisibile, lunghissimo ed intricato, un filo che ci portiamo legato al mignolo senza nemmeno saperlo.
Ho appreso di questa leggenda grazie al nuovo libro di Elisabetta Barbara De Sanctis: un incontro nato dalla mia time line e volutamente approfondito nella real life.
Coincidenze: infinite sono le coincidenze che ci legano e – in sintesi – potrei citarne alcune.
Paola è il mio nome ma è il nome della co-protagonista del romanzo.
Laura è il nome della protagonista ma è anche il nome della mia migliore amica sin dalla prima infanzia.
Ci sono ben tre mesi di coma post traumatico raccontati nel libro: io conosco – purtroppo – lo stato d’animo delle persone che hanno un affetto caro in coma per diversi mesi.
A primavera ci siamo incrociate on line, il periodo della cookie law, e lei – con una gentilezza che si può usare solo verso un’amica – si presta ad ascoltarmi dettandomi on line la procedura per salvaguardare il mio blog (questa è cosa che mi riempie di gioia e che non dimentico ancora né dimenticherò, mai).
Stesso carattere noi due: dolce ma deciso e per coloro che non ci conoscono è rischioso.
Si indice un concorso nel suo blog Velo di donna: partecipo con uno pseudonimo e una poesia la quale – giudicata da una critica da me sconosciuta totalmente – vince anche se non la pubblicizzo e non chiedo alcun like sui Social.
Dopo ormai sei mesi è il momento di incontrarci: prendo un treno e ci troviamo a Pescara – altra coincidenza, si parla della città nel libro ma io non lo so ancora – e trascorriamo ore meravigliose.
Salgo sul treno per tornare a casa: mai avrei immaginato una tale commozione reciproca per questo momentaneo distacco fisico
!
Siamo – io ed Elibibì – oltre ogni aspettativa più rosea.

“Sempre è adesso e adesso è molto piccolo. E’ un soffio. A volte è solo una folata di vento.” Dall’incipit di “Oltre il buio il tuo respiro” di Elisabetta Barbara De Sanctis.

“E a te, sì proprio a te che in questo momento stai leggendo queste righe, anche a te dico grazie: questa è la mia creatura e tu l’hai presa per mano; ora giocherete insieme, forse piangerete, mano nella mano condividerete una parte del cammino”. Dall’explicit di “Oltre il buio il tuo respiro” di Elisabetta Barbara De Sanctis.

Io vi consiglio di riflettere sulla grazia che c’è in questo commiato e – già solo per questo – la tenerezza di Elibibì deve essere premiata con più e più ristampe: molti si dichiarano autori ma pochi si meritano il loro pubblico. Alcuni ricorrono ai Ghostwriters, altri a vere e proprie operazioni di marketing pianificate con gli Editors, altri ancora a chissà quale diavoleria pubblicitaria. Elisabetta Barbara De Sanctis no: ha la trasparenza di chi si affaccia al mondo incasinato dell’editoria senza spintoni ma con tanta voglia di coinvolgere e di raccontare chissà quante altre cose ancora!

運 命 の 赤 い 糸 Unmei no akai ito – perché io, intanto, al dito mi sono legata un’amica – e, se tanto mi da tanto, chi mi impedisce di credere al resto della leggenda?

http://insaziabililetture.blogspot.it/2015/12/uscita-oltre-il-buio-il-tuo-respiro-di.html?spref=fb

Dal blog di Brigi “Hai mai provato a pettinare il vento” questo bellissimo collegamento multimediale sempre riguardo il libro di Elisabetta Barbara De Sanctis – blogtour!

https://haimaiprovatoapettinareilvento.wordpress.com/2015/12/09/oltre-il-buio-il-tuo-respiro-blogtour/

 

In camera caritatis rilascio confessione
– il più delle volte –
hanno tutti ragione
e mi genufletto alla prevedibilità
non sia mai pecchi di lesa maestà!
– guai a smentire –
neppure col gergo

il sommo lume di chi predica il Verbo!

ossequio lor signori, saluto tutti quanti
– magno cum gaudio –
accolgo i sacri canti!

ai sensi della legge…
è necessario #non si trovi un inganno!

cristina bove

teatro - by criBo

Mi distanzio da sotto il mio balcone
mi faccio uno sberleffo
e giù il cappello m’inchino all’ovvietà
_la piuma cade ai piedi di Cyrano_
ai sensi della legge la risposta
è ancora una domanda

d’altronde non ho più necessità
d’essere al centro
recitando la parte di Rossana
_potrei precipitare in un bicchiere_
quasi una mosca
sull’angolo più angusto del proscenio

attori e capocomico
imparano a girare finte scene
come pupazzi di cartone
hanno cartelli con su scritto io
e sono tutti sopra il palcoscenico
nella platea c’è un solo spettatore
che assiste alla sua vita contraffatta
e sa che morirà sulla poltrona
quando si spegneranno i riflettori
e calerà il sipario dal loggione.

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Cercando una ragione che non c’è
– dopo chissà quante domande –
approdi al vuoto cosmico morente

sei solo una richiesta mai ascoltata
– sì che hai provato anche con l’eco –
tutto è niente se chi deve non sente

perduto hai sonno-fiato-speranza
– pie illusioni divenute delusioni –
si cancelli l’obbligo alla resilienza

vadano alla rinfusa tutti i perché
– finchè vaneggi e vagheggi solo –
cercando una ragione che non c’è.

Oltre alcuni schizzi e qualche verso abbozzato, in fase del tutto gestazionale – manca la parola magica alla chiusa – posso dire che è stata una settimana discreta, con sfumature orientaleggianti.

Non sono ancora una maestra di filosofia Zen: temo che non lo sarò mai. Però ci sono esattamente tre concetti che mi riguardano – una triade tutta nipponica – la quale mi appare affascinante e vicina alla mia persona.

“Tsundoku”, termine giapponese che indica la mania di accatastare libri nuovi, i quali restano impilati rispetto al tempo oggettivo disponibile per leggerli tutti. E – lo dico – è uno sport che sto abilmente praticando con risultati eccellenti. Compro assai più di quanto possa leggere. [Murakami Haruki – autore delle meraviglie – è ormai un mio chiodo fisso e intendo avere copia d’ogni sua opera. Tanto per restare sul tema made in Japan. Ma compro anche altro, ovvio.]

“Bokeh”, altro termine di origine giapponese, usato nell’arte fotografica. Sta ad indicare le sfumature di luce ed i riflessi che questa provoca nelle immagini. Devo dire ho molto apprezzato l’idea di Alessandra Coscino #DonneInArte che ha lanciato una splendida raccolta ispirata alla Bokeh art e, alla quale, ho partecipato con piacere.
[Avendo più tempo potrei contribuire di più ma la convenzione vuole che una giornata sia di ventiquattr’ore. E – fosse di quarantotto – io la riempirei ugualmente. Anche per questo pratico lo Tsundoku.]

“Nankurunaisa”, forse – delle tre – la parola più importante. I giapponesi, pronunciandola, enunciano un concetto fondamentale: con il tempo si sistema ogni cosa. Tutto, nel frammento spazio-temporale necessario, trova la sua giusta collocazione. Prima o poi, le situazioni, si aggiustano. Ciò che adesso è incompleto o incomprensibile prenderà forma e luce domani. [Dovremmo ripeterci questa parola come un vero e proprio mantra, specie quando ci ostiniamo nel raggiungere una consapevolezza difficile, quando abbiamo a che fare col classico anello mancante della catena.]

Non ci crederete ma queste tre parole – davvero belle, oltretutto – sono emerse da Twitter: facendo i miei due ultimi #Storify all’hashtag che curo, con grande piacere, ho scoperto che stavo già facendo foto Bokeh, che sono una campionessa di Tsundoku e che spesso mi sono detta anche Nankurunaisa Pà!

A questo punto, concludendo, #VolevoDirtiChe il mio #UniversoVersi è una bella soddisfazione. Il famoso “cancelletto” si conferma come simbolo potentissimo – probabilmente il più potente dei S.N. – e rappresenta una vera apertura sul mondo… se si hanno dei contenuti.

Ora – se concludessi con Sayonara – ci scapperebbe la mia solita botta di humor ma quello è meno Japan style: diciamo che è molto più british.

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