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Tag Archives: #Tempo

Le parole hanno valore, andrebbero enunciate e

pronunciate con cautela.

 

I pensieri sono alla base, ché da questi si formano

e nascono tutte le parole.

 

I gesti sono conseguenza, dei pensieri sicuramente

poi delle parole, dette o meno.

 

Nei rapporti umani dovremmo comunicare
essendo sinceri e con onestà d’idee
gettando ponti
creando incontri
originando confronti
evitando scorni e scontri

 

gli scontri appartengono storicamente ai belligeranti

impongono attacchi ed ovvie difese
servono strategie
vogliono piani
vedono rese

designando vincenti e perdenti.

 

Fra esseri umani dovrebbero nascere confronti civili e onesti
solo fra diplomatici e strateghi dovremmo vedere battaglie
inclusi feriti e caduti
vincitori e vinti
quando capiremo il vero peso delle parole
smetteremo di fare piani
non avremo nemici ma interlocutori
non faremo strategie ma passi d’incontro
non diremo d’avere una tattica come se il prossimo ci fosse nemico

poiché _ così pensando _ non s’arriva quasi mai a rapporti sereni.

Partire coi piani e le strategie è competere _ vince solo uno _
mentre dialogare è rapportarsi senza grossi timori.
quali spiriti liberi e fiduciosi in noi stessi cerchiamo di evitare
parole come fuga
o attacco
o difesa
non vittoria
né perdita
se non di una buona occasione perché ogni individuo ha del buono in sé.

Pensiamo meglio alle parole che diciamo
è da queste che si originano le azioni
i vari comportamenti
cerchiamo di dare più vita alle idee
e non stringiamo alleanze ma affiatate complicità.

 

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Un alito di vento addosso
però era qualcosa di più
e mi ha svegliata persino
così m’è parso fossi tu

ho capito subito chi era
sì, mi stavi accarezzando
mi dicevi di stare calma
mi volevi più tranquilla

io mi sono alzata al volo
ché alle quattro del mattino
può arrivare solo un segno
sospiravo quasi emergendo

*

fuori dalla finestra l’eco
recitavano un’Ave Maria
mi sono messa in ascolto
di tre pellegrini per Loreto

dal davanzale alla cucina
razionalizzando un po’ tutto
pur senza la minima logica
non esiste il caso _ lo so _

il vento non c’era affatto
io ho sentito una carezza
m’hai toccata sulla schiena
_ figlia mia abbi coraggio _

*

sospiravo quasi emergendo
ché il Mare è tornato da me
ho fatto le cose d’una volta
ma il caffè l’ho bevuto sola

io ho pensato a tua nipote
stava bene _ m’hai detto _
Paola che sente sempre tutto
lei t’ha ascoltato con fiducia

qualcuno m’ha accarezzata
ho capito molto bene _ sai? _
io lo sento che sei stato tu
chi altro avrebbe potuto mai?

 

 

 

 

08/07/2019

 

 

 

 

Nola di Banksy, anche conosciuta come Umbrella Girl o Rain Girl, ci presenta una giovane ragazza di New Orleans con in mano un ombrello. Ciò che sorprende in questo graffito è che non sta piovendo fuori, ma la pioggia viene dall’ombrello stesso e si riversa sulla ragazza.
L’espressione e la postura suggeriscono perplessità mentre lei allunga una mano, a coppa. In realtà lei si affida al suo ombrello per proteggersi, mentre l’oggetto stesso è una fonte di pioggia battente.

L’artista si riferisce chiaramente all’alluvione causata dall’uragano Katrina, che ha danneggiato l’area nell’agosto del 2005 causando la morte di 1836 persone.

Il dipinto è apparso per la prima volta nel 2008 nelle strade di New Orleans, in Louisiana, e più precisamente nel quartiere di Marigny.

(Tre anni dopo che l’area fu toccata dall’uragano Katrina, Banksy arrivò e dipinse una serie: ben 14 pezzi di strada legati all’uragano per sostenere la città di New Orleans, che è detta NOLA. Lo stencil che porta lo stesso nome è tra gli stencil più belli e potenti di Banksy in città.)

New Orleans Banksy Umbrella Girl

Nola di Banksy  (Umbrella girl)

Stanotte, non potendo dormire, ho cercato un’immagine e mi ha colpita una fotografia che si ispira proprio a questa opera. Nonostante la ricerca per immagini, forse poco accurata, non sono arrivata al nome del fotografo. Verosimilmente appartiene ad uno studio grafico che realizza immagini particolari, quasi sul genere horror, immagini che riassumono una sensazione d’angoscia.
Ed è stato questo a colpirmi: la mia angoscia che, diretta come un missile, è andata a rispecchiarsi in quella foto. Umbrella girl, come fossi io.

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La sensazione d’essere indifesa e di aver sbagliato nell’affidarmi a chi avrebbe dovuto  essere una persona onesta: è come se, per ripararmi, aprissi l’ombrello ma il temporale vero si vada a generare proprio dal mio ombrello.

Il mostro è sempre colui che sembrava insospettabile, diciamolo, e io – in questi giorni difficili – non la mando giù benissimo perché già mi sento messa alla prova da altre circostanze. Cose ben più gravi. Irrimediabili. Troppe perdite.

Fra una settimana, ammesso che tutto cominciasse ad andare meglio e concedendomi l’illusione d’una inaspettata (ed insospettabile) botta di fortuna, io sarei comunque a pezzi. Come ogni maledetto 7 luglio.
Quindi arriverebbe il resto e non ne uscirei. Così risolvo subito: chiudo l’ombrello.

 

“Se è proprio l’ombrello a farti piovere addosso, come nei paradossi kafkiani, vedi di chiuderlo finché ti resta la possibilità di farlo. Una volta chiuso, poi, non riaprirlo. Mai più.”

 

A chi è stato disonesto (o semplicemente sciocco, e non so quale delle due umane condizioni sia peggiore) posso lasciare solo un breve dispaccio.

Magari, così facendo, ti arricchisci rapidamente. Certo non continuerai mai più a mie spese, ora che mi sono resa conto di quanto poco spessore tu abbia. La vendita è intelligente solo se puoi garantire un post vendita senza travestirti da Ponzio Pilato. Tu sai. Io anche. Bene, se ti è sufficiente questo, abbinato al fatto che sono una signora e non dico altro, allora devi avere una coscienza tanto meschina. Quindi io faccio pulizia. Di gentaglia non ho alcuna necessità. E hai nominato persino mio padre, definendolo il più grande e il più signorile dei commercianti. Infatti. Noi siamo gente seria. Noi Cingolani.
Tu non ti chiami come me.

 

 

 

Un po’ parto dallo scorso anno ma un altro gran passo l’ho fatto durante e lo aggiungo.
Si trova fra parentesi e non soltanto, sono oltre i cinquantuno: ma pensate un po’.

Sono arrivata sin qui da sola: non si avvicini nessuno a dettare nuove regole, è cosa che non m’aggrada e – alla mia età – suppongo sia anche l’ora di fare basta.
Non starò più ad alcuna dipendenza morale (già non mi riusciva prima, figuriamoci) e non osserverò pedissequamente le altrui volontà se queste escludono aprioristicamente la mia. Quanto ho dato posso riprendere, si sappia, perché così è e così sarà.
(Certo, in linea di massima è stato possibile, ma ho battuto forte contro il destino e ho scoperto che – là dove la mia volontà non conta – sono niente e diventa tutto inutile.)

Ho giocato a giochi che mi hanno divertita e adesso, alcuni di questi, non mi divertono più. La soluzione si trova: è facilissimo. Ho fatto cose da poco ma – in quel momento – mi era sufficiente anche accontentarmi. (Sbagliavo perché non avrei dovuto accontentarmi, non è nella mia natura, mi sono forzata e adesso, qualsiasi cosa, mi diventa pesante in un nanosecondo.)

Tutto ha avuto un senso solo, riscoprirmi, risvegliarmi, ricominciare a sentirmi vitale: ora non posso addormentarmi di nuovo, non voglio perdere altro tempo, tutto corre ed è giusto scelga anche io. (Mi sono più che svegliata e non sono mai stata così libera, lucida, talmente tanto che – a volte – mi spavento o rido addirittura di me stessa. Sono migliore di quel che credessi, non ho mai fatto niente che non volessi e conservo una stima della mia persona sicuramente buona perché sono serena e ho dalla mia la coscienza cristallina.)

Vado fiera di chi ha capito senza che io spiegassi nulla e terrò questo patrimonio umano sempre in grandissima considerazione.
Trovo poco edificanti coloro che si attribuiscono valori che non hanno e decidono, quasi fosse ovvio, per conto mio. Non avreste dovuto sottovalutare nessuno, in genere, ma è per me che faccio da portavoce: con voi anche la leggerezza è diventata un macigno.
(Già: crescendo succede che si comincia a selezionare e a furia di selezionare si scarta, molto, specie se si possiedono regole e principi solidi.)

Io non sono una draga di professione, neanche di vocazione: ho spostato intere scogliere, certo, ma voi non siete che sabbia. Per scansarvi non è necessaria una draga.
(Tutto vero, ma ci sono momenti nella vita nei quali anche la sabbia negli occhi brucia, quasi acceca, infastidisce così tanto da farti lacrimare. Come una tempesta nel deserto. Non ci vedi più.)

Ho perduto tante persone a me care in questo anno maledetto, tutte le perdite sono state strazianti a loro modo, ma due sono state tragedie che si sono abbattute su di me con una tale ferocia da spiazzarmi. Ho creduto di impazzire. Nel dolore si deve cercare la felicità e non è che io stia scrivendo il remake de “I fratelli Karamazov” ma, quando si arriva a stare troppo male, da soli e senza alcun conforto, c’è necessità di qualcosa di positivo perché è la sola cosa intelligente. Però ho imparato ben altro.

Ho imparato che l’esistenza non è fatta di solo tempo: se fosse una questione tale, tutti gli esseri disporrebbero d’un vissuto della durata standardizzata. E non è così. La nostra vita è fatta di coraggio. Solo il coraggio e la forza di scegliere – sempre – ci portano a farne un’esistenza degna. Non ci si può esimere dal sacrificio, bisogna sapere che se scegliamo con coraggio – senza farci abbindolare solo e soltanto dalla logica delle cose – vinciamo un posto speciale nel cuore di chi ci è accanto. E siamo più soddisfatti. Ci vuole più d’un piano, è necessario imparare a controllare gli impulsi per essere lucidi ma bisogna coltivare anche una via di fuga. E sorridere, senza essere rancorosi, per non avvelenarsi da soli.

Con la sola logica, senza concedere attenuanti, ho sbagliato valutazione nei confronti di chi non lo meritava affatto: io ho imparato la lezione e – per mia fortuna – ho imparato anche ad ammetterlo. L’orgoglio è insensato e stupido: ad insegnarmi molto è stato qualcuno che probabilmente neppure lo immagina. Gli sarò riconoscente vita natural durante perché se io vado in confusione, state certi, la sua intelligenza risolve tutto con la naturalezza di chi beve un bicchiere d’acqua fresca d’estate.

“Ho imparato che se dico “Ti stimo moltissimo” sto dicendo ben più di “Ti voglio bene” perché – solo se e quando chi stimo non dovesse ricambiarmi – allora starei male. “Ti voglio bene” lo ripeto circa duecento volte al giorno al mio cane adorato, per capirci.”

(Paola Cingolani – 28/06/2019)

“Ogni cosa ha il suo peso, specie le parole dette con leggerezza: quelli sono i macigni che non riuscirò mai a sollevare.”

(Paola Cingolani – 28/06/2018)

Ecco, come bilancio è onesto e dotato di molta autocritica. Al prossimo, se ci sarà, e grazie a tutti. Specie a chi continua a darmi moltissimo.

 

 

 

257

“S’è perso il significato dell’essere umano.”
La sua riflessione continua a condurla solo a questo pensiero.
Nonostante abbia tentato in ogni modo di vederla diversamente, con tutto il carico di amarezza che ne può derivare, lei è giunta a questa conclusione.
Purtroppo si sono persi gli uomini: credono che la grandezza sia esclusivamente riferibile ad uno status sociale e alla propria realizzazione in ambito professionale.
Navigano a scarroccio, si lasciano portare nel mare dell’esistenza senza cartografie né strumentazioni necessarie – come privi di qualsivoglia coordinata umana – mentre le donne, proprio come loro, si sono del tutto perdute inseguendo l’apparire.
Non distinguono più la femminilità dall’omologazione. Sembrano tante maschere, tutte riprodotte in serie, come delle matrioske. Spendono un pacco di soldi per farsi le bocche tutte uguali, pompate come i copertoni delle biciclette, simmetriche esclusivamente nei casi più riusciti – bambolone vive dalle sopracciglia tatuate con apostrofi neri – però sbagliano a mettere quelli nelle parole. Pupe agghindate con abiti di tulle, persino oltre i cinquant’anni, ma prive di stile, di classe, di essenza. Senza unicità. Identità vuote, persone senza alcuna poesia e carenti d’ogni stimolo traducibile in passione – ma non soltanto – e questo siamo diventati. Quasi tutti.
A furia di scarrocciare peschiamo con la rete del web, la rete “a circuizione” peggiore, che era nata per ben altre ragioni.

Gli uomini reiterano l’errore di cercare una darsena, un approdo senza alcuna corrente.
Le donne continuano, pur lamentandosi, ad accontentarli: paradossalmente sono peggio di loro e non s’avvedono di essere solo prodotti standard.

 

In questo “esserci non essendo”, avendo soppesato quale retto, corretto ed educato il mio interlocutore, persino io – nella mia naturalezza – ci sono incappata: sono umana, sbaglio a valutare una tantum, non sono né una divinità e neanche posso interrogare un deus ex machina. Ho già eloquenti silenzi se mi rivolgo al solito demiurgo, figuriamoci se mi posso considerare immune dal resto. Per carità.

Solo mi terrorizzano le persone adulte che ancora non hanno maturato la capacità di parola, perché – se si vuole interloquire con chiunque – è necessaria e proprio questa ci rende differenti dalle bestie.

[ La matta bestialità della gente comune è letale e pari ad un veleno: uccide lentamente.
Non senza dolori atroci. ]

“La triste abitudine di distanziarsi senza proferire parola è una cosa che mi ha sempre offesa e, se facendomi violenza l’ho detto una volta a qualche mia amicizia, dal 28 giugno 2019 – giorno del mio compleanno, non lo dirò mai più.”

A qualsiasi costo ha preso una decisione ché dirsi da soli “Me ne dolgo” o anche “Va tutto bene” è cosa che non la convince: ad altri tutti i riguardi, a lei neppure una croce sul calendario?

Aspetta da sempre: era bimba e già aspettava – avevano tutti delle fondamentali priorità i grandi – eppure non si lamentava. Oggi è troppo adulta per non aver capito com’è che gira il mondo. Lo aveva capito già, intendiamoci, ma si era prestata fino a quando ha ricevuto la minima considerazione. E si parla di un ruolo marginale.

Quando una donna non ha niente di marginale, allora, dopo aver visto che l’altrui “non essere” trionfa sempre e comunque, anzi straborda, si fa il regalo di valere.

Potete scrivere trattati, libri, stilare piani e chissà cos’altro ma, se non sapete che domandare è lecito e rispondere è cortesia dovuta ed elementare, vi siete svelati personaggi scarsi. Il trionfo dell’ovvio.

Lei non scappa: ha eretto la sua fortezza con tanto di pennone e bandiera al vento.
Non si nasconderà mai, lascerà siate voi a voltarle la faccia. Lei non odia e neppure prova bieca indifferenza. Lei è educata, risponde, anche nelle sue giornate peggiori.

(Metto la freccia e svolto, a destra: voi proseguite per l’abitudine, anche se siete così irrequieti da continuare a sentirvi legittimati ai giochi. Le persone non sono tutte così e, magari, alcune intelligenze – facendovi l’estremo dono – vi si ribellano.)

 

road england

“Passeggere: Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore: Speriamo.”

_ Giacomo Leopardi

Il viaggio come metafora della vita, questa vita che – di anno in anno – ci auguriamo tutti sia densa di bellezza.
Parliamo, ci confidiamo con chi ci vuole bene, gli confessiamo i nostri turbamenti e, non mai senza continuare a sperare, ci sentiamo di rassicurarci a vicenda.
Proprio come il “Passeggere” e il “Venditore” raccontati dal genio di Giacomo Leopardi.
Ci facciamo domande e risposte, riempiamo le nostre agende esattamente come gli almanacchi citati nel loro intenso dialogo, continuiamo a pretendere di pianificare tempi e spazi, sentimenti ed avvenimenti ancora – in parte – a noi sconosciuti.
Per non sopravvivere come dei disillusi, specie quando oramai siamo grandi, ci adoperiamo a vivere con un buon margine di casualità e di aspettative: come se le cose possano pioverci dal cielo.
Fragilità umana, scarsa responsabilità ed altre amenità simili ci inducono a dire che la sorte, il caso, il destino, il futuro (stesso significato attribuibile a diverse parole) o un qualsiasi demiurgo siano le entità alle quali sono affidate le nostre scelte.
Perdendo per caute disattenzioni siamo soliti dire “Me ne dolgo, ma…” e, secondo me, non ce ne interessiamo a sufficienza, così è più semplice.
Azzeccando per riflessioni disattente e poco consapevoli siamo portati a sopravvalutarci, a dire “Avevo ragione, io lo sapevo…” e, a questo punto, archiviamo la faccenda senza imparare abbastanza, senza afferrarne il senso prioritario.

Il mistero resta e si riproporrà di nuovo, anche quando non sapremo più dire “Avevo ragione” – la vita è un’incognita – e la sola via percorribile è l’analisi del nostro potenziale umano.
Non basta dolersi, se non ci si sforza di stabilire una qualche comunicazione sensata, dove per sensata faccio riferimento ad ognuno dei sensi dei quali l’essere umano è dotato. Non serve a nessuno e fa male alle parti tutte.
Viaggiare negli anni perdendo aspettative è fisiologico, continuare a pianificare almanacchi inutili è fortemente stupido.
Sto per svoltare i miei 51 anni, certa che – la sola cosa di cui mi posso dire fiera – è quella di “sapere di non sapere ancora” tutto quello che vorrei, di sapere che la sola persona sulla quale dovrò / potrò contare sono io, di sapere – con certezza indubitabile – che meritavo un’opportunità.
Non pretendo di dire che, compiuti gli anni, potrò riporre le mie ferite e – piuttosto – scegliere dalla vetrina delle gioie quella più scintillante.
Vorrei solo un discreto compromesso, leale, onesto. Senza calendario perché il tempo, adesso, è soltanto una misura convenzionale per me.
Per chi stalla troppo lungamente, al contrario, è una misura precauzionale: forse si sente sotto assedio, chissà? Non azzardo, soltanto gli direi – franca e schietta – di rivedere le sue strategie perché se c’è un nemico, questo, non potrei mai essere io.
C’è differenza fra un attacco, un assedio e un’autodifesa.
L’attacco lo cerco per le poesie, l’assedio non la pratico, l’autodifesa è cosa che ho imparato mio malgrado:
– […] Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce […] – e, personalmente, di cose belle, così come ogni essere umano senziente, non vado a cercarne là dove non esistono.
Chiudo tutto, specie ciò che è già passato. Sono in viaggio, ho poche cartografie e sono viva solo oggi.

 

 

Paola Cingolani – 14/06/2019

RF9

Sono così, diretta: io preferisco una disarmante onestà piuttosto che una piacevole bugia o – peggio – piuttosto che la scelta ipocrita del non detto; l’intelligenza altrui non la si deve mortificare mai, non è atteggiamento giustificabile né scusabile.
Fatto chiaro questo concetto, solitamente, mi sforzo di capire, perché senza sacrificio non c’è alcuna conquista. Mai.
La conoscenza è il fuoco sacro, non la si ottiene per caso o per gentile concessione, neanche la si può patteggiare né si accende per induzione, serve l’intuizione.
Alla padronanza di un ulteriore valore aggiunto si arriva, sì, ma solo dopo essersi spremuti a lungo le meningi.
Conoscere è sforzarsi di pensare e – per pensare nella maniera più limpida che sia possibile – dobbiamo riuscire a liberarci da qualsiasi pregiudiziale. Le zavorre non fanno volare le idee, al contrario, le inabissano.
C’è chi sostiene come, anche un solo dubbio, sia già il fattore sufficiente e necessario per l’esclusione definitiva del discorso.
Io, che abbraccio e benedico il dubbio, lo sostengo quale crepaccio attraverso il quale può filtrare una agognata e vivificante lucentezza.

271 (2)

 

 

 

La parola non si adegua
alla circo_stanza

rivela
divide
gente nella stanza
pagliacci al circo
mancanze presunte
presenze mancanti
assenti
_più o meno
giustificati_
ed altre imbecillità
a patto che
cavalchino l’onda
d’im_patto
d’urto
polene alla deriva
nel vuoto cosmico
del nulla di nuovo
_un niente
di fatto_
la solita storia
travestita da idea
o spacciata
per scoperta

eccezionale.

 

 

 

 

 

 

 

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(Foto – Dicembre 2005)

Ciao “tu”
_ieri ti ho vista
un’altra volta_
perché non ci sei più
e ti ho voluta scordare.

Dovevo dimenticarti
mia cara “tu”
ho dovuto farlo
_posso dirti solo
d’esserci riuscita_
e anche altri
avrebbero dovuto.

Non ce l’hanno fatta
bella la mia “tu”
_con le traveggole
ti vedono ancora_
eppure quella “tu”
è andata via da tanto
ha concluso un ciclo
s’è mascherata
è nascosta
è scappata
è clandestina forse
o chissà cos’altro
ma “tu” circola libera
spazia pure
non svelerò mai
il nostro segreto.

Non dirò
che a scappare
ti ho costretta io.

_ Paola Cingolani
23/04/2019 _

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Avrei potuto essere diversa da me stessa
magari così sì che mi avresti scordata
la forza di rimuovere è salvezza
e tu non vuoi cancellarmi
ché si ignorano soltanto le amarezze
_contengo moltitudini
non oscure tristezze_
è il bello dell’animo che mi definisce
di me che non sarò mai insignificante.

 

Non mi hai toccata e neanche sei in fuga
entri in un silenzio assordante
una sorta di letargo tutto tuo
è il silenzio degli insipienti
poi ritorni come l’ombra del passato
_corsi e ricorsi isterici
non certamente storici_
è la dolce eloquenza della nostalgia
di te che non mi hai mai dimenticata.

 

Ti sono grata di ogni singola piccola cosa
_che tu sia speciale l’ho sempre detto_
ti vedo oltre gli schemi dell’ordinario
sapere di abitarti un po’ di cuore
mi ripaga appieno
mi colma distanze
mi rende giustizia
e ti rende dignità
_il bene di noi esseri umani
è mutevole ma non stanziale_
se c’è non scompare
anche se non mi basta
viverti nella memoria
non mi bastava allora
né mai mi basterà.

 

 

Paola Cingolani
21/03/2019

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