Salta la navigazione

Monthly Archives: settembre 2017

Luglio2017

Il mio capo – all’epoca – mi disse che ero matta. Ricordo ancora la sua frase.

“Paola, un uomo così sai quanto guadagna? Non lo lasciare, ti vuole bene ed è anche molto potente. Faresti la vita della gran signora”.

 

Risposi velocemente.

 

“Alfredo, per tua norma e regola, io sono una grandissima signora. Sono la figlia di mio padre, quindi sono la signora Cingolani. Non mi devo trapiantare vicino a uno con tante stellette solo perchè la stella di mio padre – prematuramente – brilla in cielo. E adesso vattene affanculo caldamente o ti convoco in riunione straordinaria dal titolare. Così capisci meglio chi era babbo e – soprattutto – chi è la figlia. Morto di fame tu e tutti quelli come te”.

Non sarò stata signorile ma di certo sono stata onesta nel dargli il suo.

 

Nel mentre entrò il titolare e sentì tutto. Intervenne, rabbiosamente, con le lacrime agli occhi.

 

“Alfrè, statte zitto, io non ho conosciuto mai un signore così tanto signore come il padre di Paola. E neanche ho visto mai una donna con tanto coraggio come lei. Non parlanne più”.

 

Girai i tacchi, andai a sedermi sulla mia scrivania e decisi che, presto, mi sarei licenziata.
Lo feci.

Testa alta, dignità, uscii da quell’agenzia alla prima, successiva, scaramuccia col suddetto capo, e lo feci scrivendo una lunga e dettagliata lettera che il mio titolare conserva ancora.

 

Sono passati dodici anni e, ad oggi, il tipo con le stellette mi manda mail inutili e insensate da New York. Mail che contrassegno come spam. Degli SMS non ne parliamo. L’altro, il mio ex capo, è morto. Io potevo essere altrettanto morta ma ho decisamente superato anche quegli anni della mia malattia.

[ Il fratello di mia madre mi disse, singhiozzando come un bambino, mentre andavamo da mio padre in ospedale “Tu non dimenticarti mai, mai che sei la figlia del più grande signore di Porto Potenza.” L’ho abbracciato forte e gli ho risposto “Zio, ma che ti pare, come faccio a non capire? Lo so benissimo chi è mio padre: io sono la sua prima figlia. Pensi che non lo capisca chi è il marito di tua sorella? Stai tranquillo zio, sii coraggioso e non piangere perchè poi babbo lo vede che hai gli occhi gonfi e si dispiace per te. Ti vuole molto bene, lo sai, ti stima più di quanto possa stimare quell’idiota di suo fratello.”

Ci stringemmo forte, aspettai passassero i singhiozzi di zio, riprendemmo il viaggio e andammo in ospedale. Arrivai sfoggiando un sorriso che – sinceramente – ancora oggi mi chiedo come io ci sia riuscita. Babbo – intubato – mi fece l’occhiolino: non potendo parlare lo faceva con gli occhi. ]

 

La vita è il paradosso per eccellenza e le certezze, ad una ad una, saltano via. Tutte.
Ma c’è un ma.
Oggi io so una sola cosa con assoluta sicurezza.
Mio padre è stato un grandissimo signore e devo ancora conoscerne uno come lui.
Per questo sto sola.
Non che mi siano mancate opportunità, anche importanti e golose. No.

A mancarmi – adesso – è la possibilità rarissima di incontrare qualcuno altrettanto signore come babbo, perchè quando cresci con un esempio simile, si sappia, non ti puoi abbassare.

 

Perdonatemi se non capite il mio punto di vista, se posso sembrare snob, se… non m’interessa.
Essere dei signori – come l’intendo io – significa essere onesti, significa scegliere sempre – anche a costo di perdere un intero patrimonio – di restare puliti, significa dare una parola e mantenerla (nulla ha valore quanto la parola data), significa rispettare i più importanti valori umani.
Significa lasciare una memoria di se stessi inattaccabile.

Significa non dire cose che possono offendere né ferire: significa avere la grandezza di incassare colpi bassi senza successivamente renderne, neanche mezzo.

 

Magari io non sono ancora così capace, sì, ma mi sto esercitando.

Una cosa è lampante: potrei morire di fame restando comunque una signora, senza diventare mai una grandissima cornuta e – peggio – pure arricchita.

Questa sono io e questa è la differenza che intercorre, secondo me, fra costo e valore: per capirci.

 

Ciao babbino “Mare”
ovunque tu sia.
Annunci

10429216_728312660589208_8994161517974735651_n

“Ci sono amori che devono superare ostacoli, difficoltà, avversari, enigmi.”

Haruki Murakami

Sono gli amori dove – solitamente – è tutto inutile, tutto.
Perchè stancano tutte queste energie spese per il nulla.
Sono quelle situazioni dove non fai che dire sì, solo perchè non sai e non vuoi discutere, finchè dirai no, scusami, non ci sono più.
Ed è nel momento in cui dirai che non ci sei più – anche soffrendo bestialmente ma poco conta – che ti daranno ogni responsabilità.
Diranno “Lo sapevi”.
Una storia già scritta.
Peccato: credevi l’intelligenza servisse e, invece, di nuovo ti accorgi che l’intelligenza è considerata un accessorio scomodo, una cinta stretta, qualcosa che costringe fino a strozzare.
La muovono in modo unilaterale quell’intelligenza.
Solo se è utile per il loro ego.
Non sanno mettersi nei tuoi panni, ergo, diventa vana: come fossero i soliti ordinari.
Mentre tu hai concesso tutto lo spazio che mai avresti pensato.
No.
Non ci si comporta così.
No.
Non si vive solo di piani stabiliti.
Si deve avere un piano di riserva (che non è la vile fuga).
Ci vuole sempre un piano ufficiale, uno ufficioso e quello di riserva prima di negarsi.
Si vive potendosi esprimere liberamente.
Si vive prendendosi le proprie responsabilità.
O si è liberi di esistere o non si vive.
E, quando non si vive, significa che s’è voluto uccidere quel sentimento oltre che quell’idea.
Io, a morire lentamente, non ce la faccio.
Di superare ostacoli, difficoltà, avversari, enigmi sono stata già capacissima da sola: a che serve qualcun altro?
Un altro ha senso se può camminare al tuo fianco.
Se non cammina con te – nella tua vita – non ha spazio: saresti solo un contorno alla sua e diventeresti presto un impaccio e un impiccio.
Il tuo cuore è stato ben abituato a gradi di sofferenza assai più elevati, con l’aiuto del pensiero impiegherebbe un nanosecondo a scendere dalla nuvoletta.
Ed è un giocoliere abilissimo: un balzo e salta giù dalla corda.
Senza rete.
Quando vuoi.
Tu soltanto lo sai.
Questi ostacoli si superano solamente negli amori dove entrambi sanno amare.
Se uno solo dei due non ne è capace, allora, non si rimedia altro che dolore inutile.
Poi ci sono gli “Uomini senza donne” come ci insegna Murakami.
Sono quelli che non saranno mai innamorati abbastanza dell’una nè dell’altra.
Quelli che – ad un certo punto – probabilmente lo capiranno.
Soltanto quando lei non ci sarà più.
Quale che sia la ragione.
Quale che sia la lei.
Quelli che resteranno soli anche cambiandone una a notte.
Quelli.
Sempre.
Quelli della quantità senza qualità.
Quelli che – se arriveranno a capire – sarà peggio per loro perchè malediranno se stessi.
Quelli che – tanto intelletto – non gli basta a salvarsi.
Da questi salvati da sola.
Prima possibile.
Adesso.

 

 

Sorgente: ERA UN COCCODRILLO

Sorgente: ERA UN COCCODRILLO

PaFullSizeRender

Era un coccodrillo

_una bestia feroce
da fare spavento_

verde come la foce
come gli occhi miei
come l’acqua stagna

_a volte m’ha morso
così io l’ho domato_

pochi sanno ad ora

_come la spieghi una
belva tanto famelica_

cattiva come il vuoto
come quei buchi neri
come le mie mille morti

_a volte m’ha ingoiata
un buio intraducibile_

poi mi ha voluto bene

_abbiamo raggiunto
accordi importanti_

fedele come un cane
come l’amore da fiaba
come nessuno è stato

_a volte m’accorgo che
senza non sarei più io_

amo un coccodrillo

_m’ha dimostrato lui
quanto sono grande_

forte come una roccia
come donna adorata
come donna che ama

_un domatore resetta
qualsiasi bestia rara_

qui c’è e c’era un coccodrillo

_ma l’ho accecato quando
gli ho acceso la luce viola_

tu risiedi nella tua dimora
_ regni nell’oscura distanza
separato da tempo e spazio_
mi sei infedele e indomabile
rappresenti solo uno strazio.

 

 

 

Sorgente: SERVE UNO SPECCHIO

ed651b2a1a1ecc6ab3087a67d52f0653

 

Serve uno specchio: qualcosa attraverso cui guardare per cercare di capire bene chi e cosa vediamo, cosa nascondiamo dentro noi stessi.

E’ molto meglio arrivare a capire direttamente cosa si ha, piuttosto che farsi o fare delle pseudo diagnosi inadeguate e superficiali.

E’ funzionale anche capire cosa non si ha. Una delle due evidenzia l’altra: l’importante è mettersi allo specchio, ogni santo giorno, e non per inutile vanità ma per necessaria lealtà con il proprio sé.

Una volta allo specchio – poi – bisogna riconoscersi per avere una lucida consapevolezza dell’esistenza propria ricordando bene che non è mai isolata dagli altri.
Credersi ‘sganciati’ dal resto della gente è sinonimo di una percezione quanto mai sbagliata e limitata del proprio sé.

Quanto a quei trapani, quelli che martellano psicologicamente le persone fino a volerle cambiare,  peste li colga.
Manipolare la gente è sinonimo di infelicità cronica e conclamata, rasenta il patologico, ha del compulsivo e lede la dignità personale sia del manipolatore che dei manipolati.

Guardarsi dentro, distaccarsi il tempo necessario, prendere distanza dalle consuetudini, spezzare le catene, spalancare le gabbie (e sono tante) che ci limitano, di sicuro, ci migliora.

Non è necessario dirsi cosa si desidera, limitandosi a sognare eternamente: per capirlo rapidamente è più che sufficiente soffermarsi, il minimo indispensabile, su ciò che non si desidera.

Quando sapremo cos’è che non vogliamo, né vorremmo mai più, allora, è evidente anche cosa fare e cos’è che non è andato. Basta trovare l’errore cambiando punto di vista, adottando un’ottica nuova.

Così non resterà che fare un reset: è tutto più semplice di quanto credessimo, alla fine.

Rompere la consuetudine e guardare con occhi diversi, ragionando con un’altra idea, spesso, condurrà all’acquisizione di consapevolezze brillanti fra noi stessi e il resto del mondo. Oppure – in altri casi – ci darà maggiori sicurezze e ci confermerà le nostre scelte.

Comunque vadano le cose – uno specchio per l’introspezione – ci sarà molto utile alla personalità prima che alla vuota vanità.

 

 

Brain,MedialView

 

Sono molti i casi in cui siamo chiamati a distinguere fra ciò che è vero e ciò che è – in un certo qual modo – manipolato, per enne ed uno mila motivi.

Non è tanto sulle ragioni che spingono alcuni a distorcere la realtà dei fatti che mi faccio domande.

Piuttosto credo che costoro, a loro modo, la contino così come la vivono e magari la sentono: distorta nel profondo. Almeno voglio sperare sia così.

La domanda che mi angoscia è un’altra.

Mi chiedo spesso “Qual’è il mio dovere nel momento in cui vedo qualcuno che mi è a cuore credere ciò che io, personalmente, ho già constatato vero non essere?”

– Se, con profonda sincerità, mi impicciassi, rischierei di inimicarmi le persone.

– Se, per non inimicarmi la gente, tacessi allora sì, sarei vigliacca e – in un certo qual modo – diventerei anche io fasulla.

In parole povere che cosa dovrei fare?

Voi, al posto mio, cosa fareste?

Vi sporgereste, pur di evitare a delle persone cui volete bene delusioni e rischi, prendendo su voi stessi il rischio di perderle, in primis?

Correreste il rischio di venir etichettati e quindi esclusi, come amici o conoscenti, per amore di verità, lasciando che altri possano farsi male?

Va sempre a finire così, la scelta che devo fare è questa ed è una scelta difficile perchè vedo, da una parte, gente che potrebbe appoggiarmi ma non si è accorta oppure non si espone, tranne un paio.

Dall’altra parte ci sono altre persone alle quali tengo che, secondo me, in completa buona fede, stanno per cadere nella trappola.

Insomma, ai soliti manipolatori domanderei chiaramente “Cos’è che vi dice il cervello?” perché vedete – se parliamo di burattini pure pure – ma trattandosi di persone è qualcosa che ha dell’insano, del patologico, del compulsivo.

Dovrei farmi meno domande io e – piuttosto – consigliare sfacciatamente a questa sottospecie di umane genti uno bravo nelle cure psichiatriche, anche esperto in casi rari e difficilmente risolvibili.
Perché secondo la mia conoscenza della materia – senza tema di smentita alcuna – ogni manipolatore è a sua volta la prima vittima di sé stesso ed è anche un essere profondamente frustrato oltre che infelice.

Invece che dare dell’esaurito al prossimo, per il vostro bene, fatevi vedere: magari trovate un palliativo e state meglio.

porte da sfondare vecchie

Alcuni sbattono assai fragorosamente le porte
-credendo che quel tonfo sordo faccia spavento-
e probabilmente c’è anche chi se ne prende cura.

Altri fanno estrema attenzione e incedono piano
-evitando di urtare chi sta già oltre la stessa soglia-
e naturalmente ricevono molti più consensi e favori.

Poi ci sono quelli che si identificano nel muro
-aiutando le porte battenti a schiacciare tutti-
e io amo l’idea che sconquassino alcune ante.

Per ogni soglia c’è una porta.
Per ogni porta una maniglia.
Per ogni muro c’è una crepa.
Per ogni ferita una cicatrice.
Per ogni livido una carezza.
Per ogni angoscia un’empatia.

Ogni tempo passa e scorre.
Ogni inizio ha una sua fine.
Ogni tutto muta in niente.
Ogni niente è stato un tutto.
Ogni realtà diventa virtuale.
Ogni virtuale diviene reale.

Un infinito gioco delle parti
e chissà dove ci siamo posti
– avremo mai bussato?
– avremo mai scalfito muri?
– avremo più ferito o più curato?
– avremo mai capito se è reale?
– avremo mai veduto il virtuale?
– avremo sempre colto il momento?
chissà quante labili certezze
ci sfioreranno senza risposte
o quante domande mal riposte.

Rinnovarsi ogni giorno è un’arte nobile
-riconducibile a una questione di stile-
l’approccio con le mille stanze variabile
e sicuramente non c’è mai dato a capire.

Cynthia Collu

Franca-Viola-Sicilia-1965-1068x657

Franca Viola, “un nome che dovrebbe far saltare sulla sedia chiunque lo senta, eppure non tutti sanno chi sia questa donna che alla giovane età di diciassette anni cambiò la storia delle donne.”

Franca Viola venne rapita e stuprata nel 1965, ma ebbe la forza e la dignità di dire no alle nozze riparatrici.Fu grazie a lei che lo stupro divenne, purtroppo solo nel 1996, un reato contro la persona e non solo un reato contro la morale.

Il 26 dicembre del 1965 con l’aiuto di dodici amici il suo ex fidanzato Filippo (nipote di un mafioso) irrompe nella casa dei Viola, distrugge tutto ciò che gli capita a tiro e rapisce Franca ed il suo fratellino di 8 anni, Mariano, che si aggrappa alla sorella con quanta forza ha in corpo. Il piccolo viene subito liberato, mentre la ragazza sparisce nel nulla. Franca viene sequestrata per otto giorni, prima…

View original post 230 altre parole

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: