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Tag Archives: #Photography

Il fascino risiede nel cervello, non è un fattore solo ormonale, e – anche gli ormoni – pare siano stimolati dai neuroni: lo so, è una triste notizia, ma qualcuno doveva pur darvela; neurone batte ormone, sempre e comunque. Non c’è gara.

Ci sono giornate sicuramente molto, molto particolari.
Situazioni che – apparentemente – sembrano sfuggire alle logiche tradizionalmente più lineari. Frangenti nei quali ci si pone con la massima apertura verso un interlocutore che – al contrario – si è letteralmente blindato.

C’è persino chi, mentre tu sei là a dire “Sì, va bene”, ti risponde nel modo peggiore. Senza intelligenza né educazione.
Non manca niente, non si esclude nessuno.

Però non manca mai neanche la facoltà di scegliere.
Siamo noi a decidere, è l’ora di metterselo in testa.
“Tu esisti soltanto fino a che io te ne do la possibilità, non te lo dimenticare mai.”
– Di questa regola ho fatto la mia salvezza quando avevo appena ventitré anni, si sappia – è lapalissiano io sia implacabile nell’applicarla adesso.

Basta aggiungere altri ventinove anni di pratica e posso affermare che, se mi esasperi, non ti rendo neppure la minima parte di quello che tu mi hai dato. Taglio e ti elimino.


Le persone affette da delirio d’onnipotenza sono una delle cose che più mi sfiancano.


Ho avuto accanto qualcuno altrettanto “di spessore” – diciamo così – ed è stato comunque molto gentile con me: era capacissimo di scindere il suo ruolo lavorativo da quello di compagno di vita. Tutt’ora, dopo quattordici anni che ho voluto chiudere, conservo una grande amicizia, un grande affetto e, al bisogno, quasi neanche serve io proferisca parola.

Molti si staranno domandando il perché di questa mia esternazione.
Lo dico con esplicita chiarezza: perché è ora di far cadere dagli scranni chi non merita di starci comodamente appollaiato.
Scendere dal pero, giù dalle altezze, che – più in alto vi collocate e più forte è il botto finale – e lo farete, uh come lo farete!
[Per me l’avete già fatto, degli altri non m’interessa.]
Lo farete perché, il vostro pubblico plaudente, osanna più quanto rappresentate di quello che siete in realtà.
Lo farete perché nessuno, neanche voi, può mascherare tanto a lungo com’è.
Lo farete perché, come vi siete scoperti con me, vi scoprirete inesorabilmente anche con chi non vi aspettava al varco.


Io, il mio giro, lo avevo già corso e ho atteso al traguardo, ho anche teso una mano quando avete ripetutamente arrancato: non è il momento di darsi tutte queste arie, dai, siamo seri.

“C’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro. E quando stai solo resti nessuno.”
(Luigi Pirandello)

 

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In India insegnano “Le quattro leggi della spiritualità”.

La prima dice: “La persona che arriva è la persona giusta”, cioè nessuno entra nella nostra vita per caso, tutte le persone intorno a noi, tutte quelle che interagiscono con noi, ci sono lì per un motivo, per farci imparare e progredire in ogni situazione.

La seconda legge dice: “Quello che succede è l’unica cosa che sarebbe potuta accadere.” Niente, ma niente, assolutamente nulla di ciò che accade nella nostra vita avrebbe potuto essere altrimenti. Anche il più piccolo dettaglio. Non c’è un “Se avessi fatto quello sarebbe accaduto quell’altro”. No. Quello che è successo era l’unica cosa che sarebbe potuta succedere, ed è stato così perché noi imparassimo la lezione e andassimo avanti. Ognuna delle situazioni che accadono nella nostra vita sono l’ideale, anche se la nostra mente e il nostro Ego sono riluttanti e non disposti ad accettarlo.

La terza dice: “Il momento in cui avviene è il momento giusto.” Tutto inizia al momento giusto, non prima non dopo. Quando siamo pronti ad iniziare un qualcosa di nuovo nella nostra vita, è allora che avverrà.

La quarta ed ultima: “Quando qualcosa finisce, finisce.” Proprio così. Se qualcosa si è concluso nella nostra vita è per la nostra evoluzione, quindi è meglio lasciarlo, andare avanti e continuare ormai arricchiti dall’esperienza.

 

Penso che non sia un caso che stai leggendo questo, se questo testo è entrato nelle nostre vite oggi è perché siamo pronti a capire che nessun fiocco di neve cade mai nel posto sbagliato.

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Alita Art Photography – Red shoes

“I lupi sani e le donne sane hanno in comune talune caratteristiche psichiche: sensibilità acuta, spirito giocoso, e grande devozione. Lupi e donne sono affini per natura, sono curiosi di sapere e possiedono grande forza e resistenza. Sono profondamente intuitivi e si occupano intensamente dei loro piccoli, del compagno, del gruppo. Sono esperti nell’arte di adattarsi a circostanze sempre mutevoli; sono fieramente gagliardi e molto coraggiosi. Eppure le due specie sono state entrambe perseguitate.”
( Clarissa Pinkola Estés – “Donne che corrono coi lupi” )

Scrittrice ed analista junghiana, Clarissa Pinkola Estés scava nella psiche delle donne e le accosta ai lupi: d’impatto può venire in mente l’immagine della ferocia, lo ammetto. Ma, leggendo bene, è lei stessa a spiegare come siano caratteristiche psichiche di tutto rispetto, quali spiccata sensibilità, acume e grande devozione, sebbene questo coesista con spiriti liberi e giocosi. Curiosità, che è molla del sapere, forza e resistenza, adattamento a disparate situazioni – intelligenza – intuito spiccato, orgoglio e coraggio, molto coraggio. Nonostante ciò, le donne e i lupi, fanno venire in mente qualcosa di bestiale, da evitare, da cui tenere distanza  e fuggire via. Bestie da domare, insomma, la cosa starebbe così agli occhi orbi dei più.

Non nascondo che recentemente ho detto di essere spirito libero ottenendo due risultati opposti: su una donna ho suscitato ammirazione, su un uomo derisione.
Forse perché l’uomo ha etichettato il mio ideale di spirito libero come libertino? Sì, credo di sì. Ha – evidentemente – proiettato le sue declinazioni dell’essere sulla mia persona.

Inutile contare le scarpe rosse fra i simboli di una cultura di massa dove l’ignoranza è dilagante: di fatto, se siamo qui a parlarne, significa che non siamo liberi da pregiudiziali ottuse, arcaiche e vecchie come il cucco. Riprendiamoci le scarpe rotte, non rosse, e lanciamole in testa a chi ancora sembra essere di legno (metaforicamente, si intende).

Le donne avanzano rapidamente perché si uniscono e si aiutano, si confidano e si supportano fra loro: sanno fare le complici meglio degli uomini che, al contrario, considerano ancora una richiesta d’aiuto come una debolezza e, così, hanno perduto l’opzione di quel confronto che arricchisce.
Difficilmente un uomo sublimerà le sue pene o le sue debolezze parlandone, sviscerandone le ragioni, perché si sentirebbe malgiudicato. Ciò accade solo a chi critica il prossimo in maniera non costruttiva ma aspra.
Le donne che corrono coi lupi, al contrario, faranno gruppo e cercheranno di non isolarsi, imparando dal confronto la vera arte con la quale si diventa più ricche, giorno dopo giorno. 


Alcune – per caratteristiche più somiglianti alla frustrazione e all’invidia – si scosteranno dal branco e, come certi uomini, saranno le prime ad auto-escludersi. Peccato farsi terra bruciata attorno e non progredire. Un vero sperpero di possibilità. 

 

 

“I giornalisti sono impermeabili a tutto. Arrivano sul cadavere caldo, sulla partita, a   teatro, sul villaggio terremotato, e hanno già il pezzo incorporato. Il mondo frana sotto i   loro piedi, s’inabissa davanti ai loro taccuini, e tutto quanto per loro è intercambiabile   letame da tradurre in un preconfezionato compulsare di cavolate sulla tastiera. Cinici?   No frigidi.”

(Carmelo Bene)

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Estremo e provocatore, certo, ma spesso – specie oggi che le fake news sono ordinaria amministrazione – questa sua idea può trovare riscontro. Si veicolano notizie senza la necessaria obiettività, si tende a manipolare il dato di fatto oggettivo, si è sul pezzo rapidamente, con tempistiche flash, ma non si approfondisce. A volte c’è anche dolo, la cosa mi è accaduta più volte, e personalmente – sia scrivendo che trovandomi al centro della questione – ho provato un fastidio enorme.
Quando si è scritto che un mio hashtag in tendenza era di altri, quando si è scritto ignorandomi completamente (e, peggio, correggendo a posteriori, così che io sembrassi un tantino squilibrata), certo non c’è stata buonissima fede.

Così, perché si scelga di fare una cronaca dei fatti il più fedele possibile a quanto accaduto, voglio concludere citando una fra le maggiori figure del giornalismo mondiale.
Buon pro vi faccia, amici #giornalisti e #blogger, di vero cuore.

“Non devo divertirvi. Non devo suscitare le vostre risate di approvazione. Non devo intrattenervi cercando di essere sagace o di compiacervi.” […] Oriana Fallaci, ancora,  all’università di Harvard affermava: “Io non sono uno di quegli scrittori, o uno di quei giornalisti, che si esprimono con giri di frase, con allusioni prudenti, e che tacciono la verità per paura. […] Dico quello che penso, sempre, per non tradire completamente me stessa.” […] “Un buon giornalista non dovrebbe mai essere una persona accomodante. Ancora meno, una persona innocua. Se tutto fila liscio per lui o per lei, significa che compiace il piacere. Il nostro compito non è compiacere il piacere. Il nostro compito è informare e risvegliare la consapevolezza politica delle persone. Quella consapevolezza che il potere ha sempre cercato di mettere a dormire.”

“Ogni persona libera, ogni giornalista libero, deve essere pronto a riconoscere la verità  ovunque essa sia. E se non lo fa è, (nell’ordine): un imbecille, un disonesto, un fanatico. Il  fanatismo è il primo nemico della libertà di pensiero. E a questo credo io mi piegherò sempre, per questo credo io pagherò sempre: ignorando orgogliosamente chi non capisce o chi per i suoi interessi e le sue ideologie finge di non capire.”

(Oriana Fallaci)

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SocialBookDay 2019

Io e @Libreriamo torniamo sui vari canali social – specie su Twitter – il prossimo martedì 15 ottobre 2019: ci saremo con l’hashtag #SocialBookDay sperando, come ogni anno è accaduto, di entrare in tendenza insieme al prezioso contributo di tutti voi.

Lucio Annio Seneca scrisse:
– “ Fa una scelta di buoni autori e contentati di essi per nutrirti del loro genio se vuoi ricavarne insegnamenti che ti rimangano. Voler essere dappertutto è come essere in nessun luogo. Non potendo quindi leggere tutti i libri che puoi avere, contentati di avere quelli che puoi leggere.” –

Questo è ciò che ci prefiggiamo insieme, come sempre, e parafrasando Seneca, faremo una scelta, la migliore possibile, citeremo con il solo #SocialBookDay alcune frasi e alcuni autori che – per noi – costituiscono un importante riferimento. Senza mescolare l’hashtag con altri perché – voler essere dappertutto è come essere in nessun luogo – e, non potendone citare più di uno per ovvie ragioni, chi sceglierà di celebrare la giornata del libro attraverso Twitter non dovrà fare altro che scrivere [ #SocialBookDay @Libreriamo @PaolaToogoodxme, il libro (una frase o un’immagine), l’autore ].

 

Faremo #Retweet a tutti, chiaramente.


Perché ci teniamo sempre molto a fare grande questa iniziativa?
Semplice: perché crediamo che il Social Network sia uno strumento attraverso il quale è possibile veicolare di tutto, anche la cultura e l’amore per la lettura, non solamente fake news o gossip.

Le nostre esperienze insieme sono tutte volte a dimostrare che si può imparare – per poi generosamente raccontare – quanto di piacevole si è capito da ciò che si legge: to share, condividere, è e resta il termine chiave della rete. Ecco che, per l’entusiasmo di ogni lettore, condivideremo tutti le emozioni derivanti dalle nostre letture.

 

Il sapere è infinito, ogni giorno possiamo aumentare le nostre consapevolezze e la cultura è il bene supremo, quello che ci potrà salvare rendendoci persone migliori.

Rinnovo l’appuntamento su Twitter per martedì 15 ottobre ma, qualora non foste su Twitter, potrete partecipare su Instagram o su Facebook con le vostre scelte letterarie e #SocialBookDay.

A presto e… siateci, in tantissimi, come ogni volta!

[ @Paola Cingolani Uno Facebook @Libreriamo Facebook
@UniversoVersi Facebook pagina ] @libreriamo Instagram
@Toogoodxme Instagram

@PaolaToogoodxme Twitter @Libreriamo Twitter

e #SocialBookDay è l’hashtag: facciamolo grande!

 

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Nola di Banksy, anche conosciuta come Umbrella Girl o Rain Girl, ci presenta una giovane ragazza di New Orleans con in mano un ombrello. Ciò che sorprende in questo graffito è che non sta piovendo fuori, ma la pioggia viene dall’ombrello stesso e si riversa sulla ragazza.
L’espressione e la postura suggeriscono perplessità mentre lei allunga una mano, a coppa. In realtà lei si affida al suo ombrello per proteggersi, mentre l’oggetto stesso è una fonte di pioggia battente.

L’artista si riferisce chiaramente all’alluvione causata dall’uragano Katrina, che ha danneggiato l’area nell’agosto del 2005 causando la morte di 1836 persone.

Il dipinto è apparso per la prima volta nel 2008 nelle strade di New Orleans, in Louisiana, e più precisamente nel quartiere di Marigny.

(Tre anni dopo che l’area fu toccata dall’uragano Katrina, Banksy arrivò e dipinse una serie: ben 14 pezzi di strada legati all’uragano per sostenere la città di New Orleans, che è detta NOLA. Lo stencil che porta lo stesso nome è tra gli stencil più belli e potenti di Banksy in città.)

New Orleans Banksy Umbrella Girl

Nola di Banksy  (Umbrella girl)

Stanotte, non potendo dormire, ho cercato un’immagine e mi ha colpita una fotografia che si ispira proprio a questa opera. Nonostante la ricerca per immagini, forse poco accurata, non sono arrivata al nome del fotografo. Verosimilmente appartiene ad uno studio grafico che realizza immagini particolari, quasi sul genere horror, immagini che riassumono una sensazione d’angoscia.
Ed è stato questo a colpirmi: la mia angoscia che, diretta come un missile, è andata a rispecchiarsi in quella foto. Umbrella girl, come fossi io.

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La sensazione d’essere indifesa e di aver sbagliato nell’affidarmi a chi avrebbe dovuto  essere una persona onesta: è come se, per ripararmi, aprissi l’ombrello ma il temporale vero si vada a generare proprio dal mio ombrello.

Il mostro è sempre colui che sembrava insospettabile, diciamolo, e io – in questi giorni difficili – non la mando giù benissimo perché già mi sento messa alla prova da altre circostanze. Cose ben più gravi. Irrimediabili. Troppe perdite.

Fra una settimana, ammesso che tutto cominciasse ad andare meglio e concedendomi l’illusione d’una inaspettata (ed insospettabile) botta di fortuna, io sarei comunque a pezzi. Come ogni maledetto 7 luglio.
Quindi arriverebbe il resto e non ne uscirei. Così risolvo subito: chiudo l’ombrello.

 

“Se è proprio l’ombrello a farti piovere addosso, come nei paradossi kafkiani, vedi di chiuderlo finché ti resta la possibilità di farlo. Una volta chiuso, poi, non riaprirlo. Mai più.”

 

A chi è stato disonesto (o semplicemente sciocco, e non so quale delle due umane condizioni sia peggiore) posso lasciare solo un breve dispaccio.

Magari, così facendo, ti arricchisci rapidamente. Certo non continuerai mai più a mie spese, ora che mi sono resa conto di quanto poco spessore tu abbia. La vendita è intelligente solo se puoi garantire un post vendita senza travestirti da Ponzio Pilato. Tu sai. Io anche. Bene, se ti è sufficiente questo, abbinato al fatto che sono una signora e non dico altro, allora devi avere una coscienza tanto meschina. Quindi io faccio pulizia. Di gentaglia non ho alcuna necessità. E hai nominato persino mio padre, definendolo il più grande e il più signorile dei commercianti. Infatti. Noi siamo gente seria. Noi Cingolani.
Tu non ti chiami come me.

 

 

 

Un po’ parto dallo scorso anno ma un altro gran passo l’ho fatto durante e lo aggiungo.
Si trova fra parentesi e non soltanto, sono oltre i cinquantuno: ma pensate un po’.

Sono arrivata sin qui da sola: non si avvicini nessuno a dettare nuove regole, è cosa che non m’aggrada e – alla mia età – suppongo sia anche l’ora di fare basta.
Non starò più ad alcuna dipendenza morale (già non mi riusciva prima, figuriamoci) e non osserverò pedissequamente le altrui volontà se queste escludono aprioristicamente la mia. Quanto ho dato posso riprendere, si sappia, perché così è e così sarà.
(Certo, in linea di massima è stato possibile, ma ho battuto forte contro il destino e ho scoperto che – là dove la mia volontà non conta – sono niente e diventa tutto inutile.)

Ho giocato a giochi che mi hanno divertita e adesso, alcuni di questi, non mi divertono più. La soluzione si trova: è facilissimo. Ho fatto cose da poco ma – in quel momento – mi era sufficiente anche accontentarmi. (Sbagliavo perché non avrei dovuto accontentarmi, non è nella mia natura, mi sono forzata e adesso, qualsiasi cosa, mi diventa pesante in un nanosecondo.)

Tutto ha avuto un senso solo, riscoprirmi, risvegliarmi, ricominciare a sentirmi vitale: ora non posso addormentarmi di nuovo, non voglio perdere altro tempo, tutto corre ed è giusto scelga anche io. (Mi sono più che svegliata e non sono mai stata così libera, lucida, talmente tanto che – a volte – mi spavento o rido addirittura di me stessa. Sono migliore di quel che credessi, non ho mai fatto niente che non volessi e conservo una stima della mia persona sicuramente buona perché sono serena e ho dalla mia la coscienza cristallina.)

Vado fiera di chi ha capito senza che io spiegassi nulla e terrò questo patrimonio umano sempre in grandissima considerazione.
Trovo poco edificanti coloro che si attribuiscono valori che non hanno e decidono, quasi fosse ovvio, per conto mio. Non avreste dovuto sottovalutare nessuno, in genere, ma è per me che faccio da portavoce: con voi anche la leggerezza è diventata un macigno.
(Già: crescendo succede che si comincia a selezionare e a furia di selezionare si scarta, molto, specie se si possiedono regole e principi solidi.)

Io non sono una draga di professione, neanche di vocazione: ho spostato intere scogliere, certo, ma voi non siete che sabbia. Per scansarvi non è necessaria una draga.
(Tutto vero, ma ci sono momenti nella vita nei quali anche la sabbia negli occhi brucia, quasi acceca, infastidisce così tanto da farti lacrimare. Come una tempesta nel deserto. Non ci vedi più.)

Ho perduto tante persone a me care in questo anno maledetto, tutte le perdite sono state strazianti a loro modo, ma due sono state tragedie che si sono abbattute su di me con una tale ferocia da spiazzarmi. Ho creduto di impazzire. Nel dolore si deve cercare la felicità e non è che io stia scrivendo il remake de “I fratelli Karamazov” ma, quando si arriva a stare troppo male, da soli e senza alcun conforto, c’è necessità di qualcosa di positivo perché è la sola cosa intelligente. Però ho imparato ben altro.

Ho imparato che l’esistenza non è fatta di solo tempo: se fosse una questione tale, tutti gli esseri disporrebbero d’un vissuto della durata standardizzata. E non è così. La nostra vita è fatta di coraggio. Solo il coraggio e la forza di scegliere – sempre – ci portano a farne un’esistenza degna. Non ci si può esimere dal sacrificio, bisogna sapere che se scegliamo con coraggio – senza farci abbindolare solo e soltanto dalla logica delle cose – vinciamo un posto speciale nel cuore di chi ci è accanto. E siamo più soddisfatti. Ci vuole più d’un piano, è necessario imparare a controllare gli impulsi per essere lucidi ma bisogna coltivare anche una via di fuga. E sorridere, senza essere rancorosi, per non avvelenarsi da soli.

Con la sola logica, senza concedere attenuanti, ho sbagliato valutazione nei confronti di chi non lo meritava affatto: io ho imparato la lezione e – per mia fortuna – ho imparato anche ad ammetterlo. L’orgoglio è insensato e stupido: ad insegnarmi molto è stato qualcuno che probabilmente neppure lo immagina. Gli sarò riconoscente vita natural durante perché se io vado in confusione, state certi, la sua intelligenza risolve tutto con la naturalezza di chi beve un bicchiere d’acqua fresca d’estate.

“Ho imparato che se dico “Ti stimo moltissimo” sto dicendo ben più di “Ti voglio bene” perché – solo se e quando chi stimo non dovesse ricambiarmi – allora starei male. “Ti voglio bene” lo ripeto circa duecento volte al giorno al mio cane adorato, per capirci.”

(Paola Cingolani – 28/06/2019)

“Ogni cosa ha il suo peso, specie le parole dette con leggerezza: quelli sono i macigni che non riuscirò mai a sollevare.”

(Paola Cingolani – 28/06/2018)

Ecco, come bilancio è onesto e dotato di molta autocritica. Al prossimo, se ci sarà, e grazie a tutti. Specie a chi continua a darmi moltissimo.

 

 

 

257

“S’è perso il significato dell’essere umano.”
La sua riflessione continua a condurla solo a questo pensiero.
Nonostante abbia tentato in ogni modo di vederla diversamente, con tutto il carico di amarezza che ne può derivare, lei è giunta a questa conclusione.
Purtroppo si sono persi gli uomini: credono che la grandezza sia esclusivamente riferibile ad uno status sociale e alla propria realizzazione in ambito professionale.
Navigano a scarroccio, si lasciano portare nel mare dell’esistenza senza cartografie né strumentazioni necessarie – come privi di qualsivoglia coordinata umana – mentre le donne, proprio come loro, si sono del tutto perdute inseguendo l’apparire.
Non distinguono più la femminilità dall’omologazione. Sembrano tante maschere, tutte riprodotte in serie, come delle matrioske. Spendono un pacco di soldi per farsi le bocche tutte uguali, pompate come i copertoni delle biciclette, simmetriche esclusivamente nei casi più riusciti – bambolone vive dalle sopracciglia tatuate con apostrofi neri – però sbagliano a mettere quelli nelle parole. Pupe agghindate con abiti di tulle, persino oltre i cinquant’anni, ma prive di stile, di classe, di essenza. Senza unicità. Identità vuote, persone senza alcuna poesia e carenti d’ogni stimolo traducibile in passione – ma non soltanto – e questo siamo diventati. Quasi tutti.
A furia di scarrocciare peschiamo con la rete del web, la rete “a circuizione” peggiore, che era nata per ben altre ragioni.

Gli uomini reiterano l’errore di cercare una darsena, un approdo senza alcuna corrente.
Le donne continuano, pur lamentandosi, ad accontentarli: paradossalmente sono peggio di loro e non s’avvedono di essere solo prodotti standard.

 

In questo “esserci non essendo”, avendo soppesato quale retto, corretto ed educato il mio interlocutore, persino io – nella mia naturalezza – ci sono incappata: sono umana, sbaglio a valutare una tantum, non sono né una divinità e neanche posso interrogare un deus ex machina. Ho già eloquenti silenzi se mi rivolgo al solito demiurgo, figuriamoci se mi posso considerare immune dal resto. Per carità.

Solo mi terrorizzano le persone adulte che ancora non hanno maturato la capacità di parola, perché – se si vuole interloquire con chiunque – è necessaria e proprio questa ci rende differenti dalle bestie.

[ La matta bestialità della gente comune è letale e pari ad un veleno: uccide lentamente.
Non senza dolori atroci. ]

“La triste abitudine di distanziarsi senza proferire parola è una cosa che mi ha sempre offesa e, se facendomi violenza l’ho detto una volta a qualche mia amicizia, dal 28 giugno 2019 – giorno del mio compleanno, non lo dirò mai più.”

A qualsiasi costo ha preso una decisione ché dirsi da soli “Me ne dolgo” o anche “Va tutto bene” è cosa che non la convince: ad altri tutti i riguardi, a lei neppure una croce sul calendario?

Aspetta da sempre: era bimba e già aspettava – avevano tutti delle fondamentali priorità i grandi – eppure non si lamentava. Oggi è troppo adulta per non aver capito com’è che gira il mondo. Lo aveva capito già, intendiamoci, ma si era prestata fino a quando ha ricevuto la minima considerazione. E si parla di un ruolo marginale.

Quando una donna non ha niente di marginale, allora, dopo aver visto che l’altrui “non essere” trionfa sempre e comunque, anzi straborda, si fa il regalo di valere.

Potete scrivere trattati, libri, stilare piani e chissà cos’altro ma, se non sapete che domandare è lecito e rispondere è cortesia dovuta ed elementare, vi siete svelati personaggi scarsi. Il trionfo dell’ovvio.

Lei non scappa: ha eretto la sua fortezza con tanto di pennone e bandiera al vento.
Non si nasconderà mai, lascerà siate voi a voltarle la faccia. Lei non odia e neppure prova bieca indifferenza. Lei è educata, risponde, anche nelle sue giornate peggiori.

(Metto la freccia e svolto, a destra: voi proseguite per l’abitudine, anche se siete così irrequieti da continuare a sentirvi legittimati ai giochi. Le persone non sono tutte così e, magari, alcune intelligenze – facendovi l’estremo dono – vi si ribellano.)

 

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“Passeggere: Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore: Speriamo.”

_ Giacomo Leopardi

Il viaggio come metafora della vita, questa vita che – di anno in anno – ci auguriamo tutti sia densa di bellezza.
Parliamo, ci confidiamo con chi ci vuole bene, gli confessiamo i nostri turbamenti e, non mai senza continuare a sperare, ci sentiamo di rassicurarci a vicenda.
Proprio come il “Passeggere” e il “Venditore” raccontati dal genio di Giacomo Leopardi.
Ci facciamo domande e risposte, riempiamo le nostre agende esattamente come gli almanacchi citati nel loro intenso dialogo, continuiamo a pretendere di pianificare tempi e spazi, sentimenti ed avvenimenti ancora – in parte – a noi sconosciuti.
Per non sopravvivere come dei disillusi, specie quando oramai siamo grandi, ci adoperiamo a vivere con un buon margine di casualità e di aspettative: come se le cose possano pioverci dal cielo.
Fragilità umana, scarsa responsabilità ed altre amenità simili ci inducono a dire che la sorte, il caso, il destino, il futuro (stesso significato attribuibile a diverse parole) o un qualsiasi demiurgo siano le entità alle quali sono affidate le nostre scelte.
Perdendo per caute disattenzioni siamo soliti dire “Me ne dolgo, ma…” e, secondo me, non ce ne interessiamo a sufficienza, così è più semplice.
Azzeccando per riflessioni disattente e poco consapevoli siamo portati a sopravvalutarci, a dire “Avevo ragione, io lo sapevo…” e, a questo punto, archiviamo la faccenda senza imparare abbastanza, senza afferrarne il senso prioritario.

Il mistero resta e si riproporrà di nuovo, anche quando non sapremo più dire “Avevo ragione” – la vita è un’incognita – e la sola via percorribile è l’analisi del nostro potenziale umano.
Non basta dolersi, se non ci si sforza di stabilire una qualche comunicazione sensata, dove per sensata faccio riferimento ad ognuno dei sensi dei quali l’essere umano è dotato. Non serve a nessuno e fa male alle parti tutte.
Viaggiare negli anni perdendo aspettative è fisiologico, continuare a pianificare almanacchi inutili è fortemente stupido.
Sto per svoltare i miei 51 anni, certa che – la sola cosa di cui mi posso dire fiera – è quella di “sapere di non sapere ancora” tutto quello che vorrei, di sapere che la sola persona sulla quale dovrò / potrò contare sono io, di sapere – con certezza indubitabile – che meritavo un’opportunità.
Non pretendo di dire che, compiuti gli anni, potrò riporre le mie ferite e – piuttosto – scegliere dalla vetrina delle gioie quella più scintillante.
Vorrei solo un discreto compromesso, leale, onesto. Senza calendario perché il tempo, adesso, è soltanto una misura convenzionale per me.
Per chi stalla troppo lungamente, al contrario, è una misura precauzionale: forse si sente sotto assedio, chissà? Non azzardo, soltanto gli direi – franca e schietta – di rivedere le sue strategie perché se c’è un nemico, questo, non potrei mai essere io.
C’è differenza fra un attacco, un assedio e un’autodifesa.
L’attacco lo cerco per le poesie, l’assedio non la pratico, l’autodifesa è cosa che ho imparato mio malgrado:
– […] Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce […] – e, personalmente, di cose belle, così come ogni essere umano senziente, non vado a cercarne là dove non esistono.
Chiudo tutto, specie ciò che è già passato. Sono in viaggio, ho poche cartografie e sono viva solo oggi.

 

 

Paola Cingolani – 14/06/2019

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Discutiamone insieme
_ dissero a Penelope
mentre tesseva tele _
a maglia molto lasca
intessute d’uno strano ordito
reti come tante tele di ragno
reti non a circuizione né a coercizione
reti che lei puntuale guastava.

Dissero di Penelope
_ non affermazioni ma
dei superbi proseliti _
millantati scenari apocalittici
nati da una filosofia settaria
e da un cerchio magico
il fine non giustifica i mezzi uomini
ma neanche le mezze verità.

Un telaio oramai guasto
_ la negoziabilità delle
sue emozioni profonde _
il seguente isolamento psicologico
il dileggio sistematico
immaginando per lei
fantasmagorici giochi
ombre di specchi rotti.

Dissero di Penelope
_ la cui tela s’era fatta
simile a un sudario _
che gli scogli non sentono
ch’ella stessa era scoglio
che la sua rete sempre viola
sarebbe dovuta diventare
nulla più d’una bandiera bianca.

Anka Zuraleva

Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

Discutiamone insieme
_ dissero a Penelope
mentre tesseva tele _
a maglia molto lasca
intessute d’uno strano ordito
reti come tele di ragno
reti non a coercizione
reti che lei guastava.

Dissero di Penelope
_ non affermazioni ma
dei superbi proseliti _
millantati scenari apocalittici
nati da una filosofia settaria
e da un cerchio magico
il fine non giustifica i mezzi uomini
ma neanche le mezze verità.

Un telaio oramai guasto
_ la negoziabilità delle
sue emozioni profonde _
il seguente isolamento psicologico
il dileggio sistematico
immaginando per lei
fantasmagorici giochi
ombre di specchi rotti.

Dissero di Penelope
_ la cui tela s’era fatta
simile a un sudario _
che gli scogli non sentono
ch’ella stessa era scoglio
che la sua rete sempre viola
sarebbe dovuta diventare
nulla più d’una bandiera bianca.

Anka Zuraleva

– Anka Zhuraleva Photography per @lementelettriche  11/06/2019 –

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