“Mio padre, le sue parole eterne, gli amici e il supporto della letteratura”

(Grazie signor Angelo Cingolani, ovunque tu sia.)

Mi sento come fossi parte di un racconto distopico e non riesco a non pensare a “La fattoria degli animali” di George Orwell.

Probabilmente, a dire quale personaggio mi si attribuisce in modo non appropriato, penserei a Berta: una persona sufficientemente buona che si vorrebbe poter manipolare.

Il punto è che non sono abbastanza sciocca per prestarmi a diventare “oggetto” e – fermamente – rivendico d’essere “soggetto”. Un soggetto pensante, buono sì, ma pensante.

Dunque, facendo il punto della situazione, osservo, leggo oltre le righe e noto come la pretesa di colpevolizzare il prossimo, strumentalizzando chiunque capiti, sia cosa che ricade su coloro che praticano certi j’accuse come niente fosse.

Qual è la morale della Fattoria degli Animali?

Il messaggio del romanzo è molto chiaro. Orwell evidenzia come l’essere umano, dopo la ribellione per desiderio di predominio, diventa peggiore della persona contro la quale lotta, imponendo a tutti una sorta di regime dittatoriale.

Mio padre, Lele, uomo sempre misurato, liberale e libero, mi ha insegnato con il suo esempio di vita che:

1) non si può piacere a tutti (proprio come io scelgo chi piace a me)

2) non si deve forzare la mano mai, chi ha testa decide nel pieno rispetto delle regole della comunità.

Quindi, quella che dapprima era una sensazione sgradevole (l’essere trattata come una Berta qualsiasi o come una facente parte del gregge), non risponde affatto alla mia personalità.

Sono stata sempre “soggetto attivo” e non divento un “oggetto passivo” oggi, accipicchia, chi vuol dire – s’accomodi, lo dica pure – magari ha le sue convinzioni e i suoi pregiudizi: che diritto ho io di disilluderlo? Nessuno.

Un insegnamento letterario, questo, che mi riporta dritta a mio padre: grazie ancora babbo, la tua saggezza – da sola – non è scontato m’arrivi immediata. Prima devo respirare a lungo, contare un bel po’ e ritrovare le tue parole perché mi mancano moltissimo.

Ho qualche difetto anche io, “humano sum”, e le cose non rispondenti al reale mi offendono, le accuse mi indispongono, la gente che – senza scrupolo alcuno – usa le persone per colpirne altre mi atterrisce: ci intravedo una malizia che non mi appartiene e che non voglio neppure mi sfiori, mai, per nessuna ragione al mondo. Ed è così che parto col mio Shuttle personalissimo, me ne vado nel pianeta dei furibondi alla velocità della luce. Mio padre lo capiva e, solo con lo sguardo, mi riportava a terra. Mi dava la misura delle cose quando mi scappava perché tutti, ogni tanto, anche se c’è chi non lo dice, sbottiamo. Oggi – con l’età e la consapevolezza – mi regolo da sola: se capisco che il mio Shuttle accende i motori mi rivolgo ad un paio di amici. A loro, solo a loro attribuisco il diritto di fermarmi “se” e “quando” dovesse essercene la necessità. Anche mia figlia ne è in pieno diritto: Giulia – non a caso – ha lo stesso carattere di mio padre, è dotata della grazia tipica di suo nonno. Ma, proprio come per suo nonno, vale il detto “Non c’è peggior cattivo del buono che si arrabbia”.

Cito l’explicit del mio libro “Così ti scrivo – Memorie di un dialogo”:

“Così abbiamo scritto: sapendo che uno scambio costruttivo genera essenzialmente domande, risposte, idee, gratitudine e – quindi – infinita abbondanza.”

Fabrizio Bozzini
Paola Cingolani

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@lementelettriche
Paola Cingolani
1/05/2022

Pubblicato da Paola Cingolani

Paola Cingolani

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