“Gli indifferenti empatici”

La sensibilità è diventata liquida: si è sciolta, come un ghiacciolo al sole d’agosto, e non serve alcun luogo comune – non frequentateli, sono i più pericolosi – perché qui siamo ben oltre il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Siamo distanti anni luce persino da me, che pensavo fortuna ho un bicchiere, se ci fosse da bere mi potrei dissetare.
Oramai sono costretta a dire che la mia vera svolta sarebbe solo l’acqua: cercherei – come si attinge da un ruscello o da una fonte – di raccoglierne a mani giunte.


Siamo diventati ossimori, sfoggiamo terminologia moderna e consideriamo demodè la sensibilità.
Non ci accorgiamo che agevoliamo le sofferenze altrui, ma parliamo di empatia.
Siamo completamente indifferenti di fronte ad una società variegata, dove le madri sgomitano e crescono da sole i figli: tessiamo le lodi del padre comunque, giusto per amplificare la differenza fra uomo e donna, quella differenza che proclama perdente ogni donna. Lo facciamo perché non siamo consapevoli che basta la sensibilità e non serve l’empatia. Lo facciamo perché siamo indifferenti ma parliamo di sentimenti. E – perdonate – se non è un ossimoro lampante, cosa sarebbe?


Mi batterò sempre perché ho delle radici salde, perché – nella mia famiglia – tanto “il padre” quanto “la madre” mi hanno insegnato che tutti noi, figli e nipote inclusi, siamo persone.

Mi batterò sempre perché ho la schiena dritta e la testa alta, molto alta, tanto da affermare che io sono stata padre e madre per mia figlia che ha scelto anche il mio cognome. Una laurea e due accademie, questo si è guadagnata da sola, senza un padre ma – soprattutto – col mio supporto e con la sua stessa autodisciplina.

Mi batterò sempre perché non ho la capacità di immaginare mio padre attempato, l’ho perso in soli 17 maledetti giorni durante i quali non sarei stata disposta neanche a patteggiare con dio in persona.

Mi batterò sempre perché il dolore causato dalla mancanza soffoca, strangola, affoga (Eugenio Montale docet), specialmente nella misura in cui si è stati persone speciali – persone – specifico, perché mi manca anche mia nonna che era una donna e che mi ha amata tanto da aspettare di sapere che mia figlia si era laureata prima di esalare l’ultimo respiro.

Non mi interessa di spiegare a nessuno perché sono stata distante da Twitter per quattro anni: qui mi moriva gente come mosche dopo che si è spruzzato l’insetticida e oggi che siamo una micro famiglia – perché di fatto questo siamo io e mia figlia – non sposo l’idea, antica, obsoleta e fuori dalla realtà, di celebrazione della figura paterna. Non la sposo perché, appena ho letto, sono scoppiata in un pianto di rabbia incontrollabile. Non voglio fare un tweet piangendo, che dica quanto è stato grande mio padre per me e – soprattutto – quanto anche lui avrebbe trovato tutto ciò privo di umana sensibilità.
Ah, oggi si dice empatia: caspita, va a finire che se fosse vivo lo saprebbe e la praticherebbe alla grande, come ognuna delle cose che diceva pontificando.



Paola Cingolani
03/09/2021
@lementelettriche

Pubblicato da Paola Cingolani

Paola Cingolani

9 pensieri riguardo ““Gli indifferenti empatici”

  1. A volte mi è capitato di vedere gare di solidarietà per un animale. Milioni di persone tutte a cliccare. Invece per una famiglia che vive in macchina nessuno clicca. Per un anziano nessuno clicca. Empatici fake. Mostrano immensi cuori e cinque secondi dopo sono lí ad aggredire qualcuno. Mandano fiori e poi ti fanno la guerra.

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