“Certe leggerezze pesano come macigni” – Milan Kundera

[…] Un dramma umano si può sempre esprimere con la metafora della pesantezza. Diciamo, ad esempio, che ci è caduto un fardello sulle spalle. Sopportiamo o non sopportiamo questo fardello, sprofondiamo sotto il suo peso, lottiamo con esso, perdiamo o vinciamo. Ma che cos’era successo in realtà a Sabina? Niente. Aveva lasciato un uomo perché voleva lasciarlo. Lui l’aveva forse perseguitata? Aveva cercato di vendicarsi? No. Il suo non era un dramma della pesantezza, ma della leggerezza. Sulle spalle di Sabina non era caduto un fardello, ma l’insostenibile leggerezza dell’essere. […]


Milan Kundera – “L’insostenibile leggerezza dell’essere”

Il nulla è pesante se non si provvede a riempirlo: l’essere umano ha bisogno del suo peso, non certo del vuoto cosmico, perché è proprio la caduta in questo buco nero a risucchiarlo in un vortice infernale, di quelli che durano per tutta l’eternità.

Bisogna declinare bene il proprio spazio, il proprio tempo e la propria esistenza, c’è bisogno di quell’armonia che – le donne intelligenti, quindi apparentemente sbagliate – sanno trovare più spesso degli uomini. Anche di quelli intelligenti.

L’immaginario maschile è rimasto indietro di qualche generazione sulla concezione della donna.
Ho sostenuto spesso come i dinosauri non si siano mai estinti e che, piuttosto, abbiano avuto una fase di adattamento con l’ambiente circostante. Sono una persona ironica.

Una donna risolta psicologicamente e dunque serena, matura, lucida, diventa una persona esigente: si aspetta un interlocutore altrettanto capace di addivenire alla sintesi vincente, senza per questo credere di dover affrontare un combattimento strenuo, quasi epico. Se nella coppia permangono solamente tesi e antitesi, senza saper trovare una sintesi, è lapalissiano che ci si percepisca inadatti.

Alcune persone si assoggettano diventando la vittima designata di uno scambio tossico e narcisistico e, contrariamente alle opinioni comuni, il narcisista è spesso la donna, quella fragile, quella che per sopravvivere necessita di una certa dose di ricatto morale. Questo è ciò che sfugge all’uomo, ancora adesso.

La remissiva è (quasi sempre) una persona subdola, che fà della sua bontà – spesso solo presunta – un’arma micidiale ed invisibile, lasciando che il suo compagno si autoconvinca di come, senza di lui, essa non vivrebbe.
Ma sappiamo bene che, né l’innamoramento, né l’amore, sono patologie mortali. Per nessuno.
Magari è proprio per questo senso di precarietà che investe tutto, quindi anche i rapporti umani, che la persona teme?


Nel dubbio è più semplice evitare gli scontri e affogare nel nulla, perché se dobbiamo diventare come mamme che ricattano – “Se non fai il bravo mammina piange!” – o come adultescenti illusi – “Ma guarda, è cotta di me, posso gestire tutto a modo mio!” – davvero il tempo è trascorso giusto per riempire di caselle i calendari.

Anche io ho lasciato, come la donna raccontataci da Kundera.
Anche io avrei preferito essere cercata, o che – almeno – mi venisse data un’opportunità al pari di quello che è il mio valore.
Anche io mi sento schiacciata dal peso di un immenso nulla: garantisco che non provo rabbia, né rancore, ma non riuscirei a dimenticare alcune leggerezze così tanto, troppo leggere per essere dette possibili.

Un fardello ha il suo peso specifico, la leggerezza dell’essere stati nel vuoto, col vuoto, è insostenibile. Sì che avrebbe potuto salvarsi ancora, ma forse è stato pavido, forse non ha mai capito affatto.

Importa? Certo che no: sorrido e continuo il mio viaggio nel mondo, consapevole di quanto sia complesso incontrare menti aperte.





Paola Cingolani
15/05/2021
@lementelettriche





Pubblicato da Paola Cingolani

Paola Cingolani

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