“La mancanza si sente, non si racconta” – Arthur Golden

PHOTO I FLOWER GIRL – MARC LAGRANGE

[…] Al tempio c’è una poesia intitolata “La mancanza”, incisa nella pietra. Ci sono tre parole, ma il poeta le ha cancellate… prché non si può leggere la mancanza, ma solo avvertirla […]

Arthur Golden – “Memorie di una geisha”



Non so se vi sia capitato mai di riflettere sulla mancanza. Io, da amante di Eugenio Montale, ho sempre sentito i versi coi quali la definisce talmente potente da affogare.

Probabilmente è anche vero che ho una sorta di incontro – scontro con la mancanza: sin da ragazzina ho perduto figure molto vicine e ho vissuto le mie grandi mancanze, un numero discreto, arrivando a perdere ben tredici affetti fondamentali in soli dodici mesi.
Il mio “annus horribilis” l’ho affrontato con grande coraggio, ma non essendo di pietra, come le pareti del tempio di cui sopra, nessuno vedrebbe inciso nulla esteriormente.
Certo, ho delle cicatrici addosso che sono rimaste, sebbene io abbia deciso che ha ragione Dostoevskij, nel dolore si deve cercare la felicità. Allora ho sublimato tutto poiché dal dolore, volendo, si impara.

Difficilmente considero importanti le baggianate, facilmente mi confronto, ho capito che solo i punti d’incontro – mai quelli di scontro – hanno valore.

Ho eliminato persone che non si sono dimostrate meritevoli né rispettose, ho eluso presenze tossiche, ho preso distanza da coloro che hanno insultato il mio intelletto e non ho mai provato odio.
Odiare avrebbe fatto male soltanto a me lasciando indifferenti individui del tutto immeritevoli della mia seppur minima considerazione.
Ho imparato a volare alto anche grazie a loro, per non addossarmi certe brutture, ma non credo meritino ringraziamento alcuno.

Non mi ribello mai per prima, comprendo e lascio che siano gli altri a mancare. Sempre.

Evito di affidarmi ai giudizi affrettati, li considero pregiudizi, così lascio che il tempo faccia la sua parte, finché accumulo i dati in modo più che sufficiente per tirare le somme in maniera oggettiva. A quel punto, se ho sbagliato io, mi scuso: non ho mai evitato le responsabilità.

(Qui mi viene spontanea una precisazione. Diffido fortemente da coloro i quali sostengono di saper decodificare la realtà dalle sensazioni. Sono baggianate da persone superficiali, se è vero – come è vero – che solo il tempo e l’esperienza sono rivelazione.
Mi devono convincere, ma che usino argomentazioni serie ed elevate a livello di concetto, perché sarebbe quasi impossibile darmi a bere “Io l’ho capito subito, me lo sentivo, lo sapevo!” et similia.
“Bastano gli occhi, lo sguardo non mente!” – ma cosa? Tutti maghi nel giudicare. Poi commettono peggio di altri errori grossolani e sempliciotti. Un po’ come chi crede che essere schietto sia sinonimo di crearsi inimicizie. No, non si può piacere a tutti, ma le maschere cadono nel tempo e, quando cadono, lasciano scoperta ogni menzogna ed ogni personaggio artefatto. Da generazioni ci sono persone che fanno gli occhi dolci, languidi ma semplicemente si rivelano abili manipolatori. La geniale frase “L’ho visto/a subito” non è che un ossimoro: anche Jung per vedere dentro alle varie personalità usava analizzarle, andiamo. Lasciamo stare la presunzione.)

Sono serena e non mi mancano le persone che non mi hanno rispettata, i rami che ho potato intenzionalmente, ma neanche mi porteranno mai a denigrarli. Diventerei come loro.

Sono forte, ma anche fragile, al cospetto di chi mi ha voluto bene e manca, perché nella nostra esistenza c’è un destino che non possiamo programmare e – negare questo – è da imbelli.

Accetto il peso della mancanza, anche per intelletto e dignità: non posso cambiare la realtà.
Una sola cosa non accetto: restare indignata verso chi ha un valore per me.
Privarmi di una persona a cui tengo per questioni di stupidi ideali non è cosa mia. Mi manca, lo ammetto: se ci tengo è ovvio che mi debba mancare. Ecco, detesto discutere di ciò che è ovvio.

A questo punto trovo il modo di comprendere due cose: io sono imperfetta, l’altra persona ha diritto quanto me d’essere imperfetta. Ne consegue come, certe mancanze, dipendano esclusivamente dalla nostra umana imperfezione, spesso dall’orgoglio.

E dunque? Parliamone: un accomodamento c’è. Di mancanze sono più che sufficienti quelle vere, tanto irrecuperabili quanto causa di sofferenze indicibili. Tutto il resto è solo fuffa, alibi poco intelligenti che lascio a chi non ama migliorarsi.




Paola Cingolani
19/04/2021
@lementelettriche






Pubblicato da Paola Cingolani

Paola Cingolani

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