Recensione – “L’ultima notte di Rocco Bellavia” – Andrea Lerario, Casta Editore

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“In me ci son sempre stati due pagliacci, oltre agli altri, quello che chiede soltanto di starsene dov’è e quello che s’immagina che più lontano si stia un po’ meno peggio.”
(Smuel Beckett, Molloy 1951)

Probabilmente questa citazione è una buona maniera di cominciare, visto che anche Andrea Lerario ci propone una gran frase dello stesso Beckett, ed è stata la prima cosa a colpirmi aprendo il suo romanzo.
Una scelta raffinata e significativa, quella dell’autore, lascia aperti interrogativi che poi, leggendo, si moltiplicano rapidamente.

La velocità è un fattore importante – inizialmente – e, di fatti, tutto accade in una sola notte. Una notte che, però, vale più d’una vita. In una notte c’è la svolta definitiva di alcune esistenze: umanità perfettamente imperfette che si vogliono comunque bene.
Persone inscindibilmente collegate fra di loro, il cui denominatore comune è proprio quell’uomo che pare abbia scelto una sorta di isolamento. Ma l’essere, nel profondo, non è mai il sembrare: in superficie resta ben poco, anzi, vi è il nulla.

Rocco, il protagonista apparentemente solitario e burbero, è un uomo oltre la cui armatura c’è l’inimmaginabile.

Egli, per dirla con le parole del Beckett, è uno che chiede solo di restarsene dov’è, uno che vorrebbe tornare dove immagina si starebbe meno peggio, uno che non si è mai mosso per non turbare e per non essere turbato, uno che s’interroga – nonostante l’orgoglio ferito – curandosi di non lasciare che le sue domande trapelino. Mai.
Nessuno deve immaginare che custodisce un segreto: è soltanto suo.

Accade qualcosa, tuttavia, e questo è il fattore scatenante per cui la stasi del protagonista salta completamente.
Improvviso, inaspettato e fulmineo si presenta l’incontro col tempo e – per amore di verità – l’uomo che sembrava aver ignorato ogni divenire, in una sola notte, risoluto, decide di resettare decenni di silenzio. Costi quel che costi.

Non credo si possa leggere il libro di Andrea Lerario senza venirne coinvolti completamente: è fisiologico, quasi come in un giallo, voler andare avanti, fino alla fine, senza perdere alcun passaggio. Un romanzo accattivante, capace di assorbire tutte le attenzioni del lettore che, se prima sottovaluta il personaggio, poi gli si affeziona.

“Il tempo non le cambia le persone, ma la paura di non averne più abbastanza, quella sì.”
(Pag. 46 del libro.)

Stimolante la visione dell’amore che ha Rocco Bellavia, induce a riflessioni profonde sull’argomento: diventa ricatto se non corrisposto ma – la tanto rara corrispondenza – alle volte c’è e, magari, non la sappiamo vedere?
Chissà… è una fuga continua che, oltre ogni rigida opposizione umana, può persino terminare sconfitta dal semplice e penetrante odore dato da un buon caffè.

Dieci capitoli che scorrono rapidamente e non perché facili: perché pregni di significati reconditi, di interrogativi che ognuno vorrebbe svelare a se stesso e che – in un modo o nell’altro – ci poniamo. Magari inconsapevolmente.

Andrea dice “Non è il tempo. Sei tu.” Ecco, quello che per anni si può tenere sopito, ad un dato momento, riemerge. Siamo noi che decidiamo di affrontare le cose, sta a noi scegliere se risolverle o fingere.

Magari, anche la scelta del momento opportuno per fare, ha il suo peso notevole perché è meglio agire piuttosto che stare a guardare. Diretti. Come uno sparo. Una pistolettata. Bang!

[Nulla c’è di autobiografico, tranne una capacità notevole di narrare tipica di Andrea. Persino il paese è ubicato sì in Sicilia – la regione di Andrea – ma è un luogo di fantasia.
Il libro è da leggere assolutamente. Probabilmente perché tutti noi siamo un po’ Rocco, un po’ gli altri e, soprattutto, perché ogni individuo ha la necessità di restarsi fedele ma anche quella di diventare risoluto.]

Paola Cingolani

Pubblicato da Paola Cingolani

Paola Cingolani

3 pensieri riguardo “Recensione – “L’ultima notte di Rocco Bellavia” – Andrea Lerario, Casta Editore

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