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gattotopo

 

Una precisazione è necessaria prima di cominciare a scrivere: Dostoevskij descrisse così il nucleo poetico del romanzo “L’idiota”, a cui stava lavorando, in una sua lettera.

« Da tempo mi tormentava un’idea, ma avevo paura di farne un romanzo, perché è un’idea troppo difficile e non ci sono preparato, anche se è estremamente seducente e la amo. Quest’idea è raffigurare un uomo assolutamente buono. Niente, secondo me, può essere più difficile di questo, al giorno d’oggi soprattutto. »

(Fëdor Michailovič Dostoevskij)

Santo Dosto, ora pro nobis, aveva ragione: la bontà viene spesso trattata – specie da chi non la contempla – quale forma di idiozia. Anche se idiozia non è.

Mi è capitato di argomentare sulla pagina di un tizio, apparentemente colto, ma rivelatosi a tutti gli effetti un narcisista inguaribile.
Nel suo smisurato bisogno di primeggiare, non è riuscito a tollerare la mia capacità di approfondimento: gli rubavo spazio prezioso. Così, credendo di offendermi e di riuscire a ferirmi, mi ha redarguita pubblicamente, come fanno tutti coloro che vogliono mostrarsi assolutamente più valorosi di quanto non siano, sgraziatamente e disgraziatamente, senza la minima parvenza di gentilezza.
“Se volevo leggere “I fratelli Karamazov” non avrei scritto qui” – ha postato – dopo aver tenuto una sorta di conferenza on line che, solo la metà, bastava.

Santo Dosto, ora pro nobis, ho pensato: nell’immediato, non avessi conosciuto l’autore, avrei potuto rispondere “Ha parlato “L’idiota”, complimenti”.

Il fatto è che non si disimpara mai, fortunatamente, quindi mi sono venute in mente altre opere di Dosto, m’è venuta in mente una sua foto – di bianco vestito – dove s’atteggiava (l’individuo non sa neanche mi sia arrivata quella fotografia, immagine che si è guardato bene dal pubblicare), mi è venuto in mente che tutto potrebbe essere tranne che “buono e giusto”.
Allora, sempre facendo riferimento a Dosto, gli ho risposto fra me e me (che è cosa più signorile): “L’idiota non sei tu, per ovvie ragioni e – anche se lo nascondi ai fratelli Karamazov – sei dedito alle notti bianche, da solo coi tuoi demoni: più che al delitto mi somigli al castigo.”
Ho sorriso.
Ho riflettuto sulle persone che mi vogliono bene davvero.
Gli ho scritto in privato – sintetizzando un paio di motivazioni sensate – che non m’arriva.
Non solo d’altezza: proprio non m’arriva di livello spirituale, ragion per cui neanche mi dispiace l’averci speso tempo.

« Conoscerai un grande dolore e nel dolore sarai felice. Eccoti il mio insegnamentonel dolore cerca la felicità. »

(Fëdor Michailovič Dostoevskij)

Probabilmente questa è la frase più significativa dell’opera “I fratelli Karamazov” e, esattamente a questo inciso, ho fatto riferimento: sapevo che mi stavo per scontrare con una perdita incolmabile, l’ennesima in un anno nefasto. Nel mio dolore c’è dignità, c’è la gioia immensa per aver ricevuto un’infinità di amore e di rispetto.
Tutto ciò trascende persino la delusione ed è completamente avulso dalle persone che non ne sono all’altezza.

Non so chi sia il gatto e chi sia il topo. Quanto so di me stessa è che non mostro mai completamente ciò che riesco a capire. Almeno non subito, a nessuno. Ci sono cose – la buona fede e l’intelligenza, per citarne un paio – che non si svelano se non col tempo e attraverso le occasioni: sono immateriali e non sempre possono diventare tangibili.
Non per tutti.

Chissà quanti sapranno che i demoni di Dosto non erano diavoli? Me lo domando spesso: persino la critica ci è quasi sempre cascata.

 

 

 

 

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