17 ottobre 2013

Era il 17 ottobre del 2013 e, con la mia amica d’una vita, Laura, incassavo finalmente una firma.
Una firma che, per legge, era già stato decretato essere mia ma che aspettavo da ben 22 anni.
Oggi ne sono trascorsi 28 dall’inizio di tutto l’iter e questa espressione soddisfatta, per chi mi conosce veramente, significa tanto.
Significa “Finalmente sono tornata in possesso della mia libertà e mai più nessuno al mondo potrà interferire con la mia esistenza.”
Significa che, chi doveva firmare, è scappato all’estero pur di non mettere quella firma.
Significa che, da quando sono nata, Laura c’è e mi è accanto: mai una sola discussione, mai.
Significa che ho cominciato questa battaglia legale con la mia famiglia, c’era mio padre.
Significa che babbo avrebbe fatto qualsiasi cosa perché la legge potesse arrivare ma, nostro malgrado, non si è potuto ricordare in vita questo riscatto.
Significa che, vicino a me, come sempre c’ero solo io.
Significa che dopo essere uscite dal Tribunale di Fermo, con Laura, ci siamo dette che mio padre si sarebbe meritato di essere con noi, come sempre, perché sarebbe stato probabilmente anche più felice di me rendendosi conto che mi sono ripresa la libertà di cui, proprio lui, mi aveva sempre considerata meritevole.
Significa “Sono una signora, ti regalo quello che vuoi, ti abbono tutto e mia figlia anche, non è neppure venuta per non vederti, non ti considera suo padre, addio.”
Significa “Paola, complimenti, non credevi di avere tanta forza? Bene: adesso sai che cosa vali, vedi di ricordartelo e di non permettere mai più a nessuno anche solo di pensare che ti può negare il dovuto rispetto.”
La gente crede io sia una donna dura, difficile: è facilissimo stare con me, basterebbe evitare la prepotenza e l’atteggiamento da “superiore”.
Ho cacciato via tutti coloro che mi hanno fatta sentire “inferiore” a qualcosa o a qualcuno, non ho accettato e non accetterò un compromesso dis-umano: quello di capire, anche solo di sospettare che, nella testa di chi mi sta vicino, io sono qualcosa di mediocre.
Oggi, ogni volta che mi sento trattata da mediocre o – peggio – ogni volta che non mi vede chi mi dovrebbe vedere, in me scatta un moto di rabbia tale da farmi sentire indegna.
Indegna di me stessa e della promessa che mi sono fatta.
Io non cerco spalle sulle quali piagnucolare e sono indipendente, conosco le mie potenzialità e chiedo solo un minimo spazio vitale per non soffocarle, per non soffocarmi. E pensare che mi si potrebbe accontentare con tanto poco: il minimo sindacale della considerazione.
Allora sì, saprei sorprendere e potrei veramente arrivare persino a stupire.
17 ottobre 2013

Pubblicato da Paola Cingolani

Paola Cingolani

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