Oltre la distanza, attraversando il silenzio

Posso dire di aver scelto – consapevolmente – tante volte.
Tre settimane fa (sfido chiunque) è venuto a prendere il caffè a casa mia il mio ex convivente. Ho bellissimi rapporti con chi è stato con me, anche con quelli che ho scelto di lasciar andare quando non ero più contenta.
La differenza è questa: io ho avuto sempre il coraggio di dire basta, anche se l’altro, in quel momento, non era affatto concorde.
Ma non potevo nè volevo prendere in giro nessuno: non l’ho fatto con loro come con me stessa.
C’è solo una persona con cui non ho più rapporti ma, si sa, è l’unica di cui non è necessario neanche parlare. Uno cui, anche mio padre, tolse la parola e non concesse perdono.
M’è costato 23 anni di giudiziale riavere la libertà che – contumace – avrebbe dovuto rendermi immediatamente.
Meglio è fuggito all’estero ma, alla fine, la legge arriva e, sebbene sia lenta, “A nemico che fugge ponti d’oro”, dura lex, sed lex.
(Ora, se crepo, casa mia la lascio solo a mia figlia e non a lui).
Quattro giorni fa è stato l’anniversario della mia libertà civile: tre anni fa, solo tre anni fa, uscivo dal Tribunale di Fermo, con il mio divorzio in mano.
Di quel giorno ho un ricordo forte: un cammino che ho cominciato col supporto di mio padre e che, purtroppo, ho concluso da sola.
Vicino a me la mia immancabile amica fraterna Laura, col solito appoggio morale anche di suo marito Benedetto.
Naturalmente è a conoscenza di tutto anche Felice come pure suo padre, il Comandante dei Carabinieri, elemento chiave nella mia causa testimoniale.
Una schiera di persone e di amici s’è mobilitata con me, ogni volta.
Quello che la gente non sa, loro sanno.
Quello che più mi fa male però – ancora oggi che mi dicono di non sentirmi in colpa – è che babbo è morto senza poter vedere la fine di questo film horror. Perchè, se c’era uno solo al mondo che più di tutti meritava di starmi vicino quel giorno, era proprio mio padre, il signor Cingolani, l’unico che mi sapeva dire e dare senza sbagliare mai. L’unico, ad oggi, che non mi ha mai alzato la voce.
L’unico, ad oggi, che insieme a nonno e a zio (il fratello di mamma) ha fatto vedere a mia figlia come si comporta un padre.
L’unico che, quando non si trovava il fuggiasco, sarebbe stato disposto a comprargli davvero un biglietto di sola andata per Cape Horn, a patto che firmasse quelle benedette carte.
Quel giorno – uscendo dal Tribunale – pensavo che era già morto da 8 anni e quel giorno, per me, la mia libertà è stata una conquista tutta dedicata a lui.
Qui, sui social, a volte scherzo, sdrammatizzo, chè per tante ragioni (come mi disse nonno Ferranti prima di morire) “Non piangere cocca pure per nonno: tu hai pianto già tanto che avanza per una vita intera”.
Ma, pure questo, la gente, non lo sa. Voi avete visto tutti “la figlia di Lelle” che s’è separata prima ancora di far nascere Giulia. Incinta di sette mesi e sposata da meno di due! Quasi fosse stato un vezzo e non un gesto di coraggio enorme.
Quindi, oggi, se mi consentite, vi dico che sono una persona libera da sempre, per la legge lo sono solo da poco, a chi vorrà capire che io non so stare vicino a un mediocre e non so proprio stare con chi mi alza i toni, allora, forse, potrei ancora dare tanto.
Ma certamente non sarà la carta bollata a sancire dove andrà la mia anima.
Perchè la mia prigione più grande, e mi sembra sia il limite di molti, è venuta proprio da una carta da bollo.
Che io neanche avrei voluto firmare, a dirla tutta.
Ora potrei discutere con voi delle solitudini vissute in due, di quelle vissute in tre o condominiali, potremmo tenerci su un simposio, potremmo fare e disfare tutto ed il suo contrario: non importa.

A me interessa poco della gente e della facciata esteriore.

Ciò che conta è quello che sento veramente.

E, quello che sento veramente, è così intimo ma potente al contempo che neanche la distanza me lo annichilisce.

Oltre la distanza, attraversando il silenzio, interpretando il “non detto” (un linguaggio a me ostico) ho rivisto una forma di vita.

O imparo quella lingua, o cerco d’interpretare, o aspetto pazientemente che le cose cambino di nuovo.

Così sono confusa ma, almeno, sono viva.

Un passo l’ho fatto: quello decisivo, poco non è.

 

Pubblicato da Paola Cingolani

Paola Cingolani

2 pensieri riguardo “Oltre la distanza, attraversando il silenzio

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