Un professionista del “non detto”

C’è tanta solitudine in questo mondo: dilaga fra la gente, serpeggia fra le persone rovinando qualsiasi comunicazione. Come quando qualche sconosciuto e mortifero virus contamina qualcuno, ci si ammala e – all’improvviso – anche le parole diventano veicoli d’un male dal quale non si può guarire più. Pur nuocendo per primi a noi stessi, feriamo chi ci capita a tiro. Io, quand’è così, non mi lascio coinvolgere dalla banalità del male come concetto. Divento lucida e, piuttosto, mi metto al riparo. Mi spiace ma se il male lo conosci lo rifuggi. E non parlo di malattie: non è colpevole chi sta male, anzi, è la priorità e merita rispetto.
A sbagliare sono quelli che si lasciano abbruttire dal concetto, perchè non solo nessuno è colpevole, ma bisogna fare appello a tutta la propria gentilezza per non dire cose dalle quali non si torna più indietro.
Io pago persino quando sbagliano gli altri, figurarsi, e come può cavarsela chi capisce solo il proprio ego?
Qualcosa non mi torna.
E, se qualcosa non torna, si cerca la cura palliativa.
Posso stroncare il virus letale? Forse no, ma posso scegliere di non farmi contagiare.
Mi metto in salvo. Il non detto è la scelta più umiliante che si possa compiere nei confronti di un essere umano senziente col quale s’ha a che fare.
Nel mio caso ho a che fare con chi – del non detto – ha fatto regolarmente uso.
Un professionista del non detto.
Non ho mai apprezzato chi custodisce misteri: siamo esseri umani, non pietre filosofali.
Basta un attimo, una parola e si perde tutto. Un’imprecazione da cialtrone ti degrada e non sei più il signore che volevi sembrare.
Diventi qualcosa che non ha forma nè definizione. Il niente. Scompari, ti squalifichi, e non è colpa dell’altra persona ma di come tu ti sei posto innanzi all’altra persona che – diciamolo – ha dato molto, molto più di te.
Quando s’è raggiunto il punto di non ritorno, il re dell’incomunicabilità emerge tuonando, dall’alto del suo trono, che t’ha concesso udienza telefonica per venti minuti, udite udite, vestito col suo mantello di narcisista patologico, rinchiuso nella sua lorica oramai arrugginita.
Tu, lucidamente, osservi e vedi questo spettacolo. Utile, anzi utilissimo: a non soffrirci neanche più.
La conferma?
Te la darà dopo un messaggio.
Un dispaccio di Sua Maestà che si scusa (vorrebbe uscirne diplomaticamente pulito) ma no, dai, se non ci fossi dentro scoppieresti a ridere.
Così non si può perdonare una persona: è un rapporto che non c’è già più. Un tradimento sulla fiducia non merita perdono. Piuttosto andrebbe messo alla gogna ma si salva solo perchè è la tua dignità che intendi salvare.

E, onestamente, ti spieghi tante cose, oltre a volerti più bene che mai, perchè tu non sei così meschina. Deo gratias.
C’è perdono e perdono. Ho scelto di salvare me stessa perché ho agito in buona fede e, soprattutto, ho avuto una immensa difficoltà con questi sotterfugi, dall’inizio.

 

 

Pubblicato da Paola Cingolani

Paola Cingolani

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