Facce buffe, stupite, anche un po’ stupide

Occhi

Ho visto facce buffe
stupite
anche un po’ stupide
_sembrano tutte uguali
e dicono parole uguali_
già invecchiate male
spaurite
anche molto tristi

le ho viste guardarmi
stupite
anche un po’ stupide
_sembrano dei fantasmi
e si chiedono il perché_
fissano i miei occhi
vividi
ancora accesi di luce

le ho sentite chiedermi
stupite
anche un po’ stupide
_com’è che io stia bene
e al contempo sia sola_
m’osservano inebetite
curiose
con palese invidia

le ho viste cominciare
stupite
anche un po’ stupide
_i conti con sé sono cari
specie a cinquant’anni_
io sorrido fiera
avanzata
con grande tempismo

alle vostre belle facce
stupite
anche un po’ stupide
_vorrei tanto domandare
dov’eravate quando io_
ma non conta
divenuta
quella che sono ora.

Avevo solo diciassette anni e mi comportavo
sin troppo bene: ero fidanzatissima, fedele,
innamorata e, come ogni altra brava ragazza,
credevo che quella fosse garanzia per ottenere
lo stesso rispetto.
Mi sbagliavo.
Il rispetto lo si ottiene anche se si è delle carogne.
Solo, la differenza, la può fare l’individuo.
Così, quando lo capii, lasciai il mio fidanzato:
mi tradiva perché le scappatelle a sfondo sessuale,
per lui, erano da non considerarsi. Ovviamente, se
solo fossero state mie, sarebbero state una grave
colpa.
Ecco, questo mi pesò più di tutto, il suo tradimento
morale – prima che fisico – mi obbligò a vederlo non
più come degno di me. Io, donna, dovevo avere un
valore di possesso. Lui, uomo, era detentore di un
oggetto e non il mio amante.
Mi costò molto ma lo cacciai da casa mia.
Mio padre non mi diede torto (come avrebbe mai
potuto?) solo disse, fieramente, che la dignità mi
rendeva assolutamente inflessibile.
Lui, che mi conosceva più di tutti, aveva capito
quanto fossimo simili.
“Non calpestare mai la mia dignità, chiunque tu
creda di essere, altrimenti ti annichilisco.”
Così è andata la mia prima cinquantina d’anni.
Grossomodo.
Oggi incontro amici coi quali si usciva allora:
mi sento chiamare, mi vedo osservare, li sento
dire “Paola, caspita, sembri persino più bella di
prima, ma che hai fatto, hai un uomo, vero?”
Eh, dopo il mio ex matrimonio – roba di ventisei
anni fa – si suppone, si crede, si pensa, si indaga.
Bene signori, sono passati oltre trent’anni e voi
sembrate vecchi: tristi, soli, senza i figli accanto,
senza fiducia e senza più luce, opacizzati.
Come arrugginiti.
Non io e sapete perché? Per le ragioni che mio
padre aveva capito: la mia dignità mi ha resa del
tutto inflessibile.
“Non calpestare mai la mia dignità, chiunque tu
creda di essere, altrimenti ti annichilisco.”
Io stessa ho rispetto di me, per prima, quindi
è tutto apposto.
Voi che non avete avuto rispetto, né di voi né di
chi vi è stato accanto, vi siete ridotti male.
Ora mi fate sorridere quando mi guardate con
quelle facce – stupite e stupide insieme – mentre
mi chiedete quale sia l’uomo che mi spinge ad
essere più bella di prima.
Non c’è alcun uomo e questo mi potrebbe anche
dispiacere ma, se dovessi prendermi sulle spalle
il primo mediocre che mi capita a tiro, beh allora,
rifarei quello che ho già fatto a diciassette anni.
Solo che adesso mi stuferei prima: ho meno spirito
di sacrifico e più maturità.
Chiunque, oggi, potrebbe essere da me portato alle
stelle: dovrebbe solo dimostrare di possedere una
tale grandezza di pensiero che – allora – farebbe sì
un notevole slargo, in questa massa uniformatasi a
sé stessa.
Nel frattempo meglio io mi conduca da sola. Come
ho sempre fatto, a sbagliare siamo più che bravi da
no stessi. E, anche questo, lo diceva mio padre. Per
non darmi imposizioni e per sospingermi a pensare
con la mia testa, senza subire alcuna influenza.

Pubblicato da Paola Cingolani

Paola Cingolani

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