Chiudendo o chi_udendo?

Ci sono infiniti capitoli nel libro della nostra esistenza, capitoli essenzialmente di due specie. Una è quella dei capitoli scritti, letti e ormai capiti, dai quali si è imparato e che – ogni tanto – amiamo ricordare pur andando avanti. L’altra specie (più brutta in assoluto) è quella dei capitoli scritti, successivamente stracciati, poi appallottolati e infine gettati nel cestino delle cartacce. I capitoli – per intenderci – da maestra cattiva e da scolaretto balordo, come quando – la paginetta di aste malfatte – veniva impietosamente strappata costringendo l’alunno ad impegnarsi maggiormente.

Tutto è un susseguirsi di capitoli che, a volte, rileggiamo con piacere o che, se raccontano qualcosa che ci ha feriti, non solo chiudiamo ma strappiamo via dal libro della nostra memoria. Unica a registrarne tracce resta l’amigdala ma – sebbene registri e memorizzi tutto ciò che il nostro cervello elabora nell’arco di una intera vita – ci salva dai dettagli inutili, restando il più perfetto dei software ad oggi conosciuto.

Io di pagine ne ho girate un’infinità in questi miei anni: perché ho passato tante fasi, perché ho superato tanti dispiaceri, perché ho cercato di mettermi in discussione… anche perché ho tanto letto e, qualche volta, anche scritto. Pagine che non rinnego neanche nei casi in cui sono state strappate, poiché la mia buonafede c’era tutta così come pure le mie intenzioni costruttive, anche quando sono state completamente annientate dalle pregiudiziali o dalle prese di posizione altrui.

Chiudendo un ciclo, una fase, un capitolo – per quanto negativo – si impara sempre qualcosa se lo si vuole. Questo è positivo comunque.
Strappando un capitolo da adulti, rinunciando a qualcosa in cui si è riposto tanto impegno, ci si deve sentire per forza trattati come scolaretti da chi si elegge a maestrina metodo non Montessori: è una violenza morale inaccettabile e non giustificabile. Non fra persone intelligenti: la maestrina salita a predicare il suo Verbo sul pulpito (che giustamente non le riconosciamo) deve essere lasciata a casa sua. Che predichi per chi è disposto a farle da seguito, per chi si sente gregario, ma si taccia per chi propone e quindi dispone (in teoria e per logica) della responsabilità in merito a ciò che fà coi propri sforzi. Se poi parla di ciò che non conosce, tanto meglio: distinti saluti dato che a gentile richiesta risponde imponendo la sua volontà che è contrapposta alle regole di una intera comunità.

Questa presunzione mi indispone nella misura in cui m’infastidisce chi non vede quanto possa ferire l’atteggiamento di detta maestrina: fate a casa vostra la scolaresca, l’asilo Mariuccia, quel che volete, io mi sottraggo a questo gruppo che m’è divenuto estraneo.

Mi è successo nel lavoro e non l’ho permesso: ho detto basta. Sì che mi pagavano.
Figurarsi se concedo liceità allo stesso atteggiamento nei rapporti interpersonali.
E’ un “no” assoluto: prendo distanza da questa “moltitudine di numeri privi” (citando l’amica Cristina Bove).
Finirà che la cattiva sono io e non mi interessa: sono cosciente di non esserlo, anzi, sono pienamente convinta di dover difendere le mie posizioni – per quel briciolo di coerenza – perché con me stessa non ho mai mentito né sono disposta ad attuare adesso la politica del “Fattene una ragione anziché farti il fegato amaro”.

Io, il fegato amaro, me lo farei se fossi accondiscendente con chi m’insegna la lezione che io conosco meglio. Una ragione di cose irragionevoli, io, non posso farmene.
Gli altri sono liberi, è vero.
Com’è vero che lo sono anche io però!

Chiudendo una pagina dovremmo sempre domandarci se siamo andati udendo tutti gli interlocutori sufficientemente: chiudendo o udendo (solo) chi ci pare?

Io un solo interlocutore dovevo udire e l’ho udito (non una ma due volte) sottolineare qualcosa in cui non solo non credo, ma qualcosa che – i numeri – riscontrano: suppongo di non essere stata ingenerosa.
Se non mi fossi sentita additare, probabilmente, sarebbe stato diverso ma mi sono sentita malgiudicata e non lo permetto, non è giusto per ennemila ragioni ma – una su tutte – perché io non ho mai avuto la presunzione di giudicare il prossimo come fossi una maestra di vita. Non lo sono, proprio come non lo è chi giudica me.

Mi domando se sia realmente possibile capire perfettamente un’altra persona. Anche quando ci sforziamo di conoscere qualcuno mettendoci tutto il tempo e la buona volontà possibili, in che misura possiamo cogliere la sua vera natura? Sappiamo ciò che è veramente essenziale riguardo a quell’altro che siamo convinti di comprendere tanto bene?

Haruki Murakami – da “L’uccello che girava le viti del mondo”

Io sto chiudendo un capitolo ma, certamente, nel mio essere imperfetta (esattamente come gli altri lo sono) ho udito, ho ascoltato, ho dato tanto impegno e tanta sincerità senza assurgere né a maestra di vita, né a maestra di altro (pur sapendo di sapere).
Tanto mi basta.

Mi sono sentita dire “Ti voglio bene” o anche “Sei intelligente” ma – scuserete tutti se ho questo vezzo – delle parole non seguite da dimostrazioni pratiche né da comportamenti lineari, oggi, me ne batto più di ieri.
Perché ieri è trascorso e, coi miei perdoni regalati a chiunque, ci ho guadagnato solamente tradimenti morali che fanno assai più male delle botte.
La vita scappa, di domani non ho certezze ma solo supposizioni, di ieri conservo – come tutti – solo capitoli vecchi. Adesso è il momento da vivere al meglio: l’oggi mi interessa e, nel mio presente, non voglio più “Farmi una ragione” che non condivido solo perché piace a chi ne trae giovamento.

Pubblicato da Paola Cingolani

Paola Cingolani

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