Riflessi pavloviani

L’estate, la musica live in piazza: dalla mia finestra aperta si sente tutto perché abito ancora nella nostra grande casa di famiglia, proprio al centro di questo paesino sul mare.

Vivo ancora qui dopo quasi mezzo secolo… non so dire se sia un bene o un male ma neanche mi pongo il quesito. Dico che vivo – ciò mi sembra già tanto – e non sopravvivo.

Poche settimane fa l’ho risentito per la prima volta dopo oltre vent’anni. Sono sicura sia lui. E’ quel cantante che avevamo ascoltato insieme – sempre qui – e che facemmo venire nel locale dove abbiamo lavorato insieme, quando tutto funzionava meglio fra noi due. Vent’anni fa. Mi sono addormentata con lui nelle orecchie per svegliarmi poco dopo tutta agitata, mentre ti prendevo a calci: un incubo pazzesco. Non ho ancora capito se ero più dispiaciuta perché ti facevo male o perché mi ripugnava l’idea di essere come impazzita, del tutto in balia di un raptus, tanto cattiva quanto brutta. Suppongo perché mi sono detestata mentre ti facevo male: dal momento in cui ho realizzato d’essere sveglia ho tirato un sospiro di sollievo. Ero sì madida di sudore ma ero nel mio letto e tu non c’eri: come nella realtà. Come negli ultimi vent’anni. Così come è da quando sono ritornata a casa lasciandoti solo a sopravvivermi nel nostro passato. Potevo – dunque – stare tranquilla: tu eri solo un pessimo incubo, ti ho lasciato già vent’anni fa. Il cantante? Mi avevi chiesto di lui quando sei venuto a casa mia un paio di mesi fa. Non ne sapevo più nulla ma – dopo l’altra notte – combinazione vuole che sia ancora sulla piazza. Non sono neanche scesa a salutarlo: mi avrebbe fatto piacere ma so già che mi avrebbe chiesto di te.

Cosa avrei dovuto dirgli? Che – senza di me – sei andato a gambe all’aria? Nella vita, nel lavoro, che da solo sei riuscito a distruggere tutto? Che io stavo picchiando me stessa mentre picchiavo te, perché mi sento responsabile delle tue scelte idiote? Colpevole di averti lasciato solo? Che mi cerchi ancora? Ti ho sempre detto che dovresti imparare ad odiarmi ma non mi ascolti mai… dovresti detestarmi e uscire dal mondo del possibile!

Sembro uno dei cani di Pavlov: solo a sentire il rumore già mi si aziona la bava, fra poco ringhio, mi trasformo. Se ti prendo ti mordo. Rido. Mi alzo, cammino scalza, vado di là e mi arrabbio. Non si può andare a dormire in pace neanche sul divano che la barboncina di fronte abbaia tanto da entrarmi nel cervello.

Sono quasi le cinque del mattino e sei riuscito a farmi fare la veglia di ferragosto dopo vent’anni: maledetti tu, il cantante, i cani di Pavlov e il caos che fa quella barboncina. Maledetta la mia paura di te, del tuo volermi ancora bene. Se io fossi stata odiata anche solo un po’ rispetto al bene che mi hai voluto, sarebbe tutto più semplice.

 

 

 

Pubblicato da Paola Cingolani

Paola Cingolani

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