A mia figlia Giulia

Intanto grazie perché ci sei e – soprattutto – per esserci esattamente così come sei. Io, nei miei sogni di bambina, ho sempre voluto diventare mamma e tante altre cose: la sola che s’è avverata, sembra buffo, è stata proprio d’esser diventata mamma. Tu sei stata molto meglio di come io stessa potessi immaginarti o dipingerti con la più rosea ed ottimistica fantasia: questo è un merito solo tuo.

Penso a venticinque anni fa quando ho scoperto che c’eri, penso che non ho mai esitato né avuto anche solo il minimo dubbio, penso che ho scelto la vita, penso che – subito – t’ho giurato che avrei sempre difeso la tua esistenza e penso alle mie lotte nere perché, di Satanassi, ne ho fronteggiati almeno un paio contemporaneamente.

Penso che venticinque anni – quasi dieci mesi t’ho riparata dentro di me e ventiquattro anni li hai vissuti mentre ti guardavo crescere – o chiamali cinque lustri, o un quarto di secolo… penso che io sono la persona che ha battuto due a zero la vita e i Satanassi insieme perché ho il privilegio d’essere tua madre. Penso che – da piccolina – ti cantavo la libertà mentre t’abbracciavo e tu – con quegli occhioni svegli, grandi come due riflettori puntati su di me e sul mondo – mi fissavi e mi ascoltavi. Penso che tu sia il più grande dei capolavori che io potessi mai sognare di realizzare. Penso, ricordo e mi sembra di sentire la tua vocina quando avevi appena imparato a parlare: “Noi siamo il mondo mamma, e non ci importa di niente e di nessuno!” – poi seguiva una delle tue meravigliose risate argentine, squillanti, belle – (risate che hai conservato anche oggi). Penso che quando ti sento ridere mi sento come in cielo, anche oggi. Penso che quando – raramente – ti sento arrabbiata darei un occhio perché se c’è una persona misurata sei proprio tu. Penso che nessuno mai dovrebbe arrogarsi il diritto d’offendere la tua dolcezza e la tua intelligenza, così neanche la tua grande bontà e la tua grande serietà. Ma questa è la vita vera: io non te lo posso impedire e soffrirai nella misura in cui sei intelligente e sensibile. Come tutti.

Penso che nessuno mai al mondo abbia il diritto di frapporsi in un amore così grande: neanche dio stesso potrebbe ostacolare i sentimenti d’una madre e d’una figlia come te. Penso dal giorno in cui sei nata d’aver compiuto un miracolo. Penso che ero giovanissima ma determinata – tanto quanto oggi – a fare sì che la tua fosse un’esistenza serena. Penso d’averti amata (qui pochi possono capire ma tu hai capito già) per due genitori da sola. Penso d’aver gioito come madre e come padre al contempo poiché questo sono da venticinque anni. Penso – nelle volte in cui t’ho vista soffrire – d’aver patito per due, fin quasi ad impazzire: sempre come madre e come padre. Penso a oggi, a come tu sola sai fare, al fatto che sarà una nuova gioia amplificata e dilatata quella che mi, ci e ti regalerai: io e la mia famiglia siamo fieri ed orgogliosi – tutti – di te.

Avevi solo dodici anni e – mentre tuo nonno Angelo Gabriele Cingolani pranzava – hai sentito il telegiornale parlare della possibilità di cambiarsi il cognome. Ti sei girata subito verso di lui e gli hai chiesto “Nonno io vorrei chiamarmi come te, ti dispiacerebbe? Come te e come mamma perché in questa famiglia solo io ho un cognome diverso e sconosciuto”.

Io ho sorriso piena di gioia, a te e a mio padre che – rapidamente – m’ha guardata: gli occhi di tuo nonno, io, poche volte (anzi quasi mai) li ho visti più felici. Lui, con la sua flemma, ti ha risposto subito “Certo che non mi dispiace Giulia, appena diventi maggiorenne lo puoi fare, devi solo compiere diciott’anni e scegli tu cosa preferisci. Io non sono certo contrariato, anzi, sono contento che ti piaccia il mio cognome”. E ti ha fatto un gran sorriso, come sempre.

Poi s’è girato verso me – gli occhi lucidi dalla felicità – ha sorriso anche a me come dire “Stai serena Paola, Giulia cresce più che bene”. Un altro Satanasso e solo un anno dopo lui s’è ammalato per morire rapidissimamente. Avevi poco più di tredici anni, hai sofferto e ancora oggi soffri: non è potuto arrivare a vederti cambiar nome. Neanche a vederti diventare la Dottoressa Giulia. Ma, prima di spirare, mi ha detto “Paola, Giulia… è brava, Giulia è brava, Giulia è tanto tanto brava!”

Io sento quelle sue ultime parole ogni giorno e sarò sempre la prima – come ho giurato venticinque anni fa – a darti la spalla. Una spalla che si deve ad una persona grande perché tu, oggi, sei una persona adulta. Sarò sempre quella che – in questo Universo mondo – t’ama più della sua vita stessa e non ti vorrebbe diversa.

Dottoressa Giulia, dammi retta, il più grande regalo tu debba farti è quello di rimanere esattamente così come sei. Anzi… di accorgerti che vali tantissimo, un tantissimo che – io stessa – non ho più parole per dire. Grazie esimia figlia: io, mamma, mia sorella e la famiglia di mamma siamo tutti tanto fieri di te.

Sei proprio la figlia d’una mentelettrica. Sei – come tuo nonno diceva quando ero piccola, per farmi arrabbiare – “la più migliore”, ed io, che ci cadevo sempre, lo sgridavo correggendolo mentre lui rideva come un matto.

Mi imbestialivo!

 

 

 

Pubblicato da Paola Cingolani

Paola Cingolani

2 pensieri riguardo “A mia figlia Giulia

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