Amando o odiando?

L’esperienza con l’ # dei ‘gerundiDiversi’ – condivisa con la mia spalla Elena – mi sta dando esattamente una specie di termometro attraverso il quale misurare me, gli altri e capire le idee dei miei simili. La volta scorsa – ad esempio – abbiamo scelto ‘amando’ ed è nato tutto per gioco. Molta è stata la rispondenza e sono emersi tantissimi tweets che identificano l’amore come ‘il’ problema: ci sta, tutti siamo stati anche delusi, pochi vivono rose e fiori (ammesso esistano quei pochi che vedono realmente il mondo rosa).

A distanza d’una settimana da ‘amando’ – sempre con l’accordo di Elena e non mai con un secondo scopo personale – ho buttato là, secco, ‘odiando’.

Nessuna mira se non quella di leggere le idee della gente, nessun secondo fine, nulla di personale: solamente una grande fame di capire cos’è che muove gli animi dell’umanità.

Infondo o il Social ha una sua dinamica fatta di gente che si pone domande o il Social sarebbe solo un videogame: io penso non sia un videogame e disdegno chi lo critica ma lo usa per fare dating o altro.

Allora, per non perdersi la ciliegina sulla torta, ‘odiando’ è stato molto più accolto di ‘amando’ e già nella fase di lancio dell’# ha iniziato a collezionare tweets. Poteva anche essere un buco nell’acqua: avendo già sviscerato ‘amando’ sarebbe potuto apparire inutile. Odiare però, ci siamo dette, può essere anche inteso non riferito alla gente ma alle cose e certamente era qui che io ed Elena volevamo arrivare a parare!

Io odio il caffè dolce ma non riesco ad odiare chi lo zucchera, al massimo non lo bevo lasciando molto amorevolmente libero chiunque di metterci tutto il barattolo di dolcificante dentro: sempre il mio esempio per capirci e per capire.

Ebbene più tweets di sempre, moltissimi nei quali s’è specificato come ‘odiando’ ci si faccia solo male, una marea di persone che – a quanto pare – ha condannato l’odio come concetto ed è tutta concorde nell’affidarsi e nel confidare su… su quello stesso ‘amando’ che, la settimana prima, poteva sembrare troppo smielato.

Ed è a questo punto che la mia riflessione è andata ben oltre Twitter per farsi spazio nel mio vissuto. Così ora io vorrei dire la mia, tanto per non sentirmi ipocrita e moralmente disonesta.

Io non so litigare (dato di fatto) e non sono capace di odiare la gente, neanche ci riuscirei col mio peggior nemico. Però sono un essere umano pensante e sin troppo sensibile quindi percepisco tutte le emozioni quasi fossero doppie, tanto le belle – sono capace di una gioia contagiosa – quanto le brutte – soffro da matti cercando di non implodere o starei male – e allora sublimo attraverso qualcosa.

Intanto provo una grandissima rabbia, umana, lecita, e – come tutte le persone intelligenti – cerco fino allo spasimo una civile spiegazione. Questo perché, chiunque provi rispetto per sé e per il prossimo, non venga a raccontarmi la balla secondo cui la sola risposta è il gelo dell’indifferenza.
Anzi, mi sale la rabbia in proporzione all’indifferenza che mi può capitare di ricevere come unica risposta.

E – signore e signori – non s’ignori mai la vera leva della mente pulita: una persona che cerca di chiarire, che ha anche la civiltà ed il rispetto per scusarsi (pur sapendo di avere maledettamente ragione) è una persona che – comunque – sta maturando la consapevolezza di aver fatto qualsiasi tentativo, per sé e per l’altro, ponendosi in un riparo che costituirà la sua vera pace. Ci si può scegliere o anche rifiutare ma dev’esserci una ragione. Le persone non sono un videogioco, come suddetto, e non sono perfette: l’indifferenza e la distanza devono nascere dopo che l’altro ci ha fatto un torto per il quale – inizialmente – avremmo dovuto esprimerci.

Nella misura in cui ci viene alzata la cortina senza ragione mentre noi ci stiamo dispiacendo – questo è il bello – si leverà la nostra difesa: più ci ignorano e più dimostrano quanto fosse finto il loro promuoversi ‘brava gente’ di prima. Più ci gelano d’indifferenza e prima cresceranno i nostri anticorpi a difesa strenua dal virus del menefreghismo umano perché, a volte, è più tollerabile un sano “Vaffa” per poi riprendere a sorridere al prossimo rispetto ad un insano (ed illogico) “Basta!” – se poi siamo anche rei d’aver ostentato una triste affermazione.

E non s’ignori mai quanto – questo processo – possa dare pace come null’altro. Più ci viene inferto questo gelo e più – sapendo di avere la coscienza pulita oltre ad esserci persino spesi per fare reset – arriverà veloce la nostra libertà. Io, se devo litigare, evito. O non mi interessa l’individuo (e allora non esiste neanche rapporto né ragione per discutere) oppure non mi alzo al mattino scattando come una sorta di molla impazzita che – armatasi di calcestruzzo, asfalti e bitumi – comincia a costruire muraglie ostacolando la gente con cui stava parlando fino a due secondi prima.

Lo scrivo ‘odiando’ questo atteggiarsi di chi ha sempre ragione e, con gli altri, per far dispetto, accentua gentilezze che magari prima, confidandosi con te, proprio non aveva.

Tutto il mio diniego più profondo per chi ha sempre la presunzione di aver assunto il comportamento più giusto, di esser salito sul gradino più alto, di aver capito quel che tu neanche avevi mai pensato…

fate la cortesia: scendete da quel trono e siate liberi da ogni pregiudiziale, dagli schemi che vi stanno rovinando l’esistenza così – magari – qualcosa può cambiare in meglio! Ed è al vostro meglio che mi riferisco perché io ho la serenità di poter affermare sempre come sia rapida la mia capacità di farmi gli anticorpi.

 

Pubblicato da Paola Cingolani

Paola Cingolani

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